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Herzog in Catalogna: “Una relazione borghese” di Gonzalo Torné

Si sa come funziona, no? Prima che un libro esca, già si affaccendano gli amici dell’autore, gli aspiranti amici, i corteggiatori delle funzionarie editoriali e quelle che vorrebbero soffiare il loro posto di lavoro, i fan più zelanti che sono pronti alla pugna, pur di difendere il loro favorito e le sorti della sua opera, e gli scrittori più amatoriali, noti a livello rionale o al massimo municipale, che si mettono in scia del nome più grosso e partecipano attivamente alla sua promozione, sperando di ottenerne un po’ di gloria riflessa, da buoni “adorautori”: uffici stampa alternativi e più efficaci degli stipendiati, tutta una nuova classe culturale che, tramite la propaganda forsennata dei propri (inimitabili) gusti, aspira al riconoscimento sociale della propria identità.

Stephen King dovrebbe mettersi al passo coi tempi, aggiornare Misery, inscenare una girandola di vendette incrociate che insanguini i destini di questi groupies letterari, che finirebbero per ammazzarsi a vicenda, pur di risultare gli unici e gli ultimi in grado di apprezzare il loro beniamino.

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Matthews, Fidel e il New York Times

«Fidel Castro, il ribelle, leader della gioventù di Cuba, è vivo e sta lottando duramente e con successo nell’aspra, quasi impenetrabile roccaforte della Sierra Maestra, nell’estremità meridionale dell’isola», recita l’incipit dell’articolo di Herbert Matthews, pubblicato dal New York Times il 24 febbraio 1957, che smentiva in modo clamoroso la morte di Castro e ne delineava la lotta.

Nel dicembre 1956, al contrario, si supponeva che Castro fosse stato ucciso insieme al fratello Raúl, colpiti subito allo sbarco sulla costa, e che i militari avessero i loro corpi. Almeno così riportava un dispaccio di United Press sul quale la corrispondente Phillips tentennò molto, e si spese invano per non farlo finire in pagina sul New York Times.

La passione di Herbert Lionel Matthews, uno dei corrispondenti esteri più influenti e controversi del XX secolo con alle spalle i campi di battaglia in Africa ed Europa, si era riaccesa per quello che stava avvenendo nell’isola caraibica. Aveva l’urgenza di andare a vedere con i propri occhi laggiù, oltre i 144 chilometri che separano Cuba dagli Usa, muovendosi dall’ufficio spazioso al decimo piano del Times Building a New York. Molto vicino e coccolato dall’editore Arthur Hays Sulzberger, dopo una vita al fronte, dal 1950 ricopriva il ruolo di editorialista, e ne approfittava per viaggiare e scrivere senza fretta. Nei diciassette anni successivi si occupò soltanto del Centro e dell’America Latina.

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Il club di Fidel Castro. Un racconto cubano

“Nell’epoca del capitalismo, succedevano cose che veramente non riusciresti neppure a spiegarti. Ascolta questa, Matteo. È una storia veramente incredibile”. Si mise a sedere e cominciò.

Credo di aver dimenticato poche cose delle tre ore in cui Felix sciorinò uno dei racconti più belli che io abbia ascoltato nelle mie settimane all’Avana. Mi ricordo il tavolo di ferro battuto e il sole che finalmente era tornato dopo tre giorni di diluvi incessanti. E l’amico di Felix, un tipo che veniva a aiutarlo in giardino, una specie di muratore. Era arrivato, si era messo a sedere sulla sedia a dondolo, fumava e Felix gli offrì un caffè e gli spiegò qualcosa a lungo finché quello non scese le quattro scalette e cominciò a lavorare. Io ero seduto lì e mi appuntavo note e stabilivo itinerari e lui, Felix, impugnò la spalliera di una seggiola, fece un cenno a sua moglie Lidia che usciva, vestita di tutto punto, per incontrare non so chi, poi mi guardò e prese a dire: “Nell’epoca del capitalismo…”

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In Moldavia, nel paese dell’assenza

Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’allegria – la semplice allegria – qui in Moldavia non esiste. L’allegria è qualcosa di diverso, con un fondo più scuro, pesante, che è malinconia e paura insieme. La paura arriva dal pensiero di domani, la malinconia arriva dal cielo, dagli alberi, da un sentimento di abbandono che sta nelle città e nella campagna, nei campi che nessuno coltiva, nelle strade che nessuno aggiusterà mai. La campagna è il posto dell’assenza, dove resta solo chi non sa scappare, o chi sente così forti le proprie radici e la propria impossibilità che per vivere ha bisogno di vedere questo cielo bianco sopra case fatte di una camera da letto e di una stufa, sopra la terra nuda e dentro il buio che nessuno ha mai pensato di accendere con i lampioni.

Si esce dalla città e ci si infila dentro una strada fiancheggiata da alberi e da un canale di scolo, bisogna evitare le buche, che però sono larghe come tutta la strada quindi bisogna semplicemente attraversarle: i bambini che abitano in campagna vanno a piedi oppure con un autobus dei beati anni comunisti (i loro genitori dicono che qui era il paradiso in terra, in confronto ad adesso), gli adulti vanno sulle automobili sgangherate, o sul carretto trainato da un cavallo.

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The Young Pope salverà il cinema esaurito di Sorrentino

di Stefano Piri

Sabato scorso sono andate in onda le ultime due puntate di the Young Pope, la serie in dieci puntate di Paolo Sorrentino prodotta da Canal+, Sky Atlantic e HBO.

Presentata al Festival di Venezia, impreziosita dal cast hollywoodiano e dal regista premio Oscar, la serie è stata promossa fin dall’inizio più come evento cinematografico che come prodotto televisivo, inserendosi nel recente filone di serie d’autore/superfilm sul quale si sono cimentati mostri sacri come Steven Soderbergh (bene con the Knick) e Woody Allen (malissimo con Crisis in Six Scenes).

La trama in breve, per chi nelle ultime settimane avesse vissuto su Marte: il Cardinale Lenny Belardo (Jude Law) viene eletto a sorpresa papa a 47 anni, grazie ad una trama ordita in conclave dal potentissimo e spregiudicato segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), che si illude di poterlo controllare. Belardo però sceglie il sinistro nome Pio XIII, si circonda di collaboratori fidati – tra cui suor Mary (Diane Keaton), la suora che lo ha cresciuto in orfanotrofio – e avvia una riforma autocratica e conservatrice della Chiesa.

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Un estratto da “Medusa” di Luca Bernardi

Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal romanzo Medusa, uscito in questi giorni per Tunué.

di Luca Bernardi

Devo vedere il Mercante.

Chi?

Devo parlare con gli alieni, va bene? Ci metto due secondi.

Non puoi accontentarti della telepatia, dice il Ginger, come tutte le persone normali?

Non posso aspettare che si facciano vivi loro, dico, ho bisogno di una zona liquida.

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Fato e furia: intervista a Lauren Groff

Lauren Groff da alcuni anni si è imposta all’attenzione del pubblico mondiale come una delle scrittrici americane contemporanee più degne di attenzione, ben prima del clamoroso di apprezzamento di Barack Obama che su People ha definito Il suo ultimo libro, Fato e Furia (edito in Italia da Bompiani) il migliore del 2015.

L’opera rappresenta indubbiamente uno sforzo creativo notevole, non solo per le centinaia di pagine profuse, ma per la costruzione complessa e non banale dell’impianto narrativo.

All’apparenza, il libro sembrerebbe narrare la storia di una coppia ricca e felice: Lotto e Mathilde, lui fascinoso e stimato scrittore di successo, lei moglie splendida, impeccabile, fedele e discreta compagna di tutta la vita.

Cosa c’entra dunque l’evocazione di due forze tragiche come il Fato e la Furia (plurale nell’originale)?

C’entra, eccome, perché tale è solo la superficie di un racconto ardito, falsamente speculare, giocato volontariamente su una dialettica sghemba e non riuscita, inseguendo le deviazioni impreviste del reale più che la perfezione fittizia e idealizzante dell’adattamento letterario.

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Carne da canone

(fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

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La voce di Conrad

Esce oggi il nuovo numero di Nuovi Argomenti, dedicato al senso di appartenenza all’Europa. Di seguito pubblichiamo un testo di Vincenzo Pardini contenuto nella rivista, che ringraziamo.

di Vincenzo Pardini

Molti anni fa, leggendo Lord Jim di Joseph Conrad, mi parve che alcune righe, verso la metà del romanzo, le avesse dedicate a me: «Era difficile, in quel momento, credere all’esistenza di Jim – partito ragazzo da una parrocchia di campagna, avvolto nella moltitudine degli uomini come in una nuvola di polvere, ammutolito dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si presentò davanti con una forza convincente e perentoria!».

Parole che mi agirono dentro come un risveglio, riportandomi indietro nel tempo. Ossia al giorno che, insieme a mia madre, ad appena tre anni, partii da una parrocchia, o meglio da un villaggio di montagna, per raggiungere mio padre e mio zio, emigrati in Belgio, a lavorare in miniera. Eravamo poco dopo gli anni Cinquanta e in Italia, al solito, mancava lavoro. Gli abitanti di montagna, lontani da centri urbani erano, pertanto, costretti ad andarsene nelle periferie delle città, o all’estero, in cerca di un’occupazione. Mio padre e mio zio Giuseppe, prima di partire, avevano dovuto sottoporsi a visita e mostrare documentazione di essere immuni da precedenti penali.

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A diciassette anni non si può essere seri. L’adolescenza secondo André Techiné

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

A più di vent’anni dal suo pluripremiato e bellissimo L’età acerba, il regista francese André Techiné torna a raccontare l’adolescenza. Il nuovo film si chiama Quando hai 17 anni, e di quell’età racconta i corpi, il divenire delle relazioni, il primo amore. Il film è diviso in tre tempi, ognuno per un trimestre dell’anno scolastico francese. I protagonisti (interpretati dai bravissimi esordienti Kacey Mottet Klein e Corentin Fila) sono due ragazzi che frequentano lo stesso liceo, Damien e Tom.

Il primo, Damien, ha una vita apparentemente serena, genitori che lo amano, possibilità economiche che gli permettono di preoccuparsi solo dello studio. Il secondo, Tom, è magrebino, è stato adottato da una famiglia di contadini, più che infelice è intrappolato in una vita in cui anche le cose più facile (andare da casa a scuola e tornare) richiedono fatica.