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Bisogna proprio trattare Provenzano in modo inumano?

Questo articolo è uscito sull’Unità. di Luigi Manconi Che ne facciamo di Bernardo Provenzano? L’uomo, gravato da molti ergastoli, attualmente si trova nel reparto protetto di un ospedale milanese, sottoposto al regime di 41bis. Questo circuito speciale rappresenta l’estremo del nostro sistema penitenziario. Una condizione di isolamento pressoché assoluto, prorogabile per tutta la durata della [...]

 
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Il fascino pericoloso della meritocrazia

di Leonardo Goi 

Vorrei incominciare da un presupposto ben preciso. Quando Mario Monti apparve sulla scena politica italiana avevo ventun anni, e da quattro studiavo e vivevo lontano da casa, in Regno Unito. Non sapevo bene chi fosse Monti, ignoravo i suoi legami con le grandi lobby e gruppi più o meno occulti che da lì a poco avrebbero fomentato le varie teorie di complotto, e non immaginavo quanto l’apparizione di un tecnocrate calato dall’alto in modalità deus-ex-machina rappresentasse un’altra sfida per la democrazia già moribonda del Paese.

Il fatto è che nel bel mezzo della tesi, agli sgoccioli della triennale, lontano da casa, l’idea di tecnocrazia sapeva di rivincita. L’immagine di Mario Monti sceso tra i banchi di Palazzo Chigi e Madama mi sembrava la trasposizione in chiave moderna della gara con l’arco tra Ulisse e i Proci. Mi aspettavo che cavasse le armi dalla ventiquattrore, che si chiudessero le porte dei Palazzi e iniziasse la carneficina.

 
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Speciale Santarcangelo 14: raccontare la danza contemporanea

Prosegue il nostro speciale dedicato a Santarcangelo 2014 con due articoli sulla danza contemporanea usciti sul Giornale del festival all’interno del Corriere di Romagna. Qui le puntate precedenti. (Immagine: Mårten Spångberg in uno scatto di Ilaria Scarpa.)

Mårten Spångberg: «La danza è il contrario della coreografia» 

a cura di Lucia Oliva 

Nella sua vita precedente Mårten Spångberg è stato un teorico della performance, un critico esperto di danza, un professore universitario, un curatore di festival, in una parola una delle personalità di riferimento nella scena della danza europea. Oggi si occupa di danza e coreografia in una modalità espansa, la sua capacità di analisi e riflessione contagia la pratica artistica come performer, danzatore e coreografo. Il pensiero di Spångberg traccia un arco logico che attraversa tutti gli aspetti del mondo teatrale contemporaneo, da quelli legati a dinamiche di sistema e organizzazione alle questioni più prettamente estetiche e politiche. La sua attività scenica viene spesso etichettata come radicale, ma è la radicalità concettuale lucida e implacabile di chi sceglie di immergersi completamente nelle contraddizioni del mondo in cui vive, incendiandole e sfidandole, sapendo che la battaglia potrà essere inutile, e tuttavia è ciò che siamo chiamati a fare.

 
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Una persona che amava molto i libri

Ieri è morto Roberto Parpaglioni. Chiunque negli ultimi trent’anni in Italia abbia frequentato il mondo dell’editoria lo conosceva. Roberto è stato uno scrittore (ha esordito nel 1986 con Marianna la pazza, ha pubblicato il suo ultimo libro nel 2011 Muchacho per Cavallo di Ferro), un giornalista culturale (ha collaborato a decine di riviste e giornali), [...]

 
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Tutte queste domande

Sono passati undici anni dal G8 di Genova. Pubblichiamo un racconto di Christian Raimo contenuto nella raccolta «Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro?».

Arriva nel primo pomeriggio, come un’ondata di riflusso di calore, mio nipote. Me ne accorgo dalla voce che mi dice: no’, mi chiede se sto dormendo, ma io non gli rispondo, no-nno, non subito almeno, perché non mi rendo conto da dove arriva: eeh? perché mi chiama se non si fa vedere? Si posa poi seduto sul letto, sull’angolo del letto, come un grave in un esercizio di fisica, fa bum con la voce, come se sistemasse anche quella, o si scrollasse non so che di dosso, e alle volte mi chiede: mi vedi? (la luce della stanza pare scolorita, disposta a macchie), ma grazie, certo che lo vedo, che mi sta davanti, e di scatto, altre volte invece, che mi chiede la stessa cosa, mi vedi?, non riesco a capire dove s’è messo, ma perché cambia, si sposta di continuo, perché fa questi esperimenti?

 
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di Nadia Terranova

La differenza è tutta lì, nel fatto che entri al reparto oncologia e non sei il paziente ma quello che lo accompagna. Il figlio, la nuora, la migliore amica, il cognato: non importa. Tu sei quello che accompagna e ti siedi accanto alla persona accompagnata. Una linea spacca la sala d’attesa a zigzag e separa gli accompagnatori dagli accompagnati. Non cercare solidarietà nel tuo insieme di riferimento: non la troverai. Non chiederti se quelli dell’altro insieme, fra loro, sono solidali. Probabilmente no o forse sì, di sicuro non ti riguarda. Ti siedi e parli, dici delle cose, delle cose come «compro una bottiglietta d’acqua» oppure ti giri a guardare la libreria con i libri donati e le regole battute a macchina, bisogna comunicare a un infermiere la data in cui si prende in prestito un titolo. E tu che titolo prenderesti? Come sono brutti quei titoli. Un Moccia del 2006, strenne di giornalisti, doppioni di Coelho. Il tutto dà un’idea di scatolone del 26 dicembre, quello con i regali che ci hanno fatto schifo: ricicliamoli anzi no, diamoli via per una buona causa, sai che mi hanno detto che puoi donarli a una biblioteca del reparto oncologia…? O invece no, quelli sono veramente i libri che leggono le persone e tu non hai nessun contatto con il paese reale, sono stati regalati con amore e convinzione. Hai voglia di sfasciare la libreria, di prenderla a calci. E che ci metteresti, sentiamo? Il principe Myskin? Harold Brodkey e il suo aids? Romanzi e memoir a tema? Sentiamo con quanta buona letteratura arrederesti l’attesa di un malato di cancro.

 
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Che cosa fate nel chiuso delle vostre case? La stupidità dello sgombero del Volturno Occupato

In una Roma messa a dura prova dal caldo e da un anno in cui la spinta repressiva ha toccato altissimi livelli, la notizia è stata di quelle comunque in grado di arrivare come una frustata in faccia alla città: «Stanno sgomberando il Volturno!».

Erano le otto e un quarto del 16 luglio quando un indignato passaparola ha fatto accorrere davanti al portone dell’ex cinema occupato un centinaio di attivisti, ma era già troppo tardi. Numerosi blindati avevano sbarrato le vie limitrofe e nutriti cordoni di celerini, facendo ondeggiare ritmicamente il manganello, non nascondevano di certo le loro reali, voluttuose idee di violenza. La stessa violenza che, nel nome della legge, si scatenava sugli spazi del Volturno, aggredito da picconi immediatamente in grado di demolire arredi e pavimenti, producendo nel giro di un’ora un’immagine in grado di commentarsi da sola: ci sono voluti sei anni per fare del Volturno un teatro aperto alla città e uno degli sportelli del diritto alla casa più noti a livello nazionale, mentre nel giro di appena sessanta minuti tutto è stato distrutto senza nessuna remora. Mancano effettivamente le immagini dei celerini che pisciano per dispetto sugli oggetti degli occupanti, ma alla resa dei conti, quando c’è stata la possibilità di entrare per recuperare le cose più importanti, diverse parti dell’impianto luci e audio risultavano assenti: qualcuno tra poliziotti e operai assoldati per l’apertura della porta se li era rubati!

 
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“Hai paura del buio?” Teresa Ciabatti intervista Cristina D’Avena

“Tu non devi crescere mai” le scrivono i fan. E lei non li delude. Perché tutto quello che è e che ha costruito lo deve a loro, ai bambini di un tempo. “Crescere significherebbe tradire la loro infanzia” dice.

Cristina D’Avena, cinquant’anni il 6 luglio, trent’anni di carriera, settecentocinquanta canzoni, disco d’oro per la Canzone dei Puffi, si è fermata laggiù.

Esattamente dove?

Agli anni di Kiss me Licia. Se sento qualcuno chiamare Licia, mi giro.

Gli anni più felici?

Licia ero io. Quella era la mia famiglia. Kiss me Licia è stato il primo telefilm italiano per ragazzi. Giorgio Gori, allora direttore di rete, ci faceva i complimenti: campioni di auditel. Nessuno ci voleva contro. Antonio Ricci litigava per farci spostare, diceva che portavamo via pubblico al Gabibbo. “Tutto ma non Licia” diceva. Eravamo la sua ossessione.

 
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Dentro e fuori

Bohumil Hrabal è nato a Brno quando la Moravia era ancora parte dell’impero austro-ungarico, è cresciuto durante gli anni dorati della repubblica di Masaryk, ha vissuto il nazismo e il protettorato di Boemia e Moravia, il comunismo cecoslovacco delle purghe, la primavera di Praga, la repressione brezneviana, la dissoluzione dell’Urss, la nascita della Repubblica Ceca. Una decina di anni dopo la caduta del muro di Berlino si è ucciso.

Eppure rispetto alla storia non si capisce bene dove sia stato tutto il tempo, se intrappolato in una sorta di personale deriva o invece perfettamente al centro degli eventi. Non era tra gli intellettuali direttamente coinvolti nel ’68 praghese né tra i firmatari della Charta 77 ma era uno dei pochi che a Praga, dopo l’invasione del Patto di Varsavia, poteva ancora pubblicare. Nel frattempo i suoi capolavori uscivano in samizdat e all’estero.

 
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Insegniamo l’economia, non solo la teoria neoclassica

Questo pezzo è uscito su Linkiesta.

di Alberto Mucci

Capelli lunghi, barba incolta e aspetto leggermente trasandato. Lo scorso anno accademico, ad ogni lezione di Filosofia dell’Economia alla London School of Economics (Lse) Thomas Vass si presentava più o meno alla stessa maniera. Durante i seminari non mancava, ad ogni occasione, di contraddire Joe Mazor, titolare della cattedra, e di mettere in dubbio la sua ipotesi di base, quella su cui era basato gran parte del suo corso.