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Patagonia interiore

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Secondo fulgido romanzo dell’attrice, drammaturga, regista teatrale e scrittrice argentina Romina Paula, Agosto (La Nuova Frontiera, traduzione di Violetta Colonnelli, pagg. 160, 15 euro) è la storia di un viaggio. Emilia è la giovane protagonista, abbastanza felice della sua vita e della convivenza con il fratello e il fidanzato in un appartamento di Buenos Aires. L’equilibrio viene interrotto il giorno in cui riceve una telefonata dei genitori di Andrea, amatissima amica scomparsa cinque anni prima.

 
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Il senso di Camilleri per la storia

In queste piovose giornate di luglio un gioco e un invito: ripercorrere la storia della nostra Unità nazionale attraverso le pagine di alcuni romanzi di Andrea Camilleri. Un omaggio a uno scrittore grandissimo, i cui romanzi storici rappresentano uno dei più intelligenti e riusciti esempi di narrazione del verosimile (del resto Camilleri ha sempre tenuto a sottolineare il debito che lo lega a Alessandro Manzoni). Solo la prima citazione è tratta da I Malavoglia di Giovanni Verga, spiegare perché sarebbe pleonastico. Spero di farvi venire la voglia (in Toscana si dice così) di leggerli tutti.

17 marzo 1861, Torino. Il Parlamento Italiano, per la prima volta riunito, proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia. Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Ma la nazione è ancora tutta da fare. L’Italia unita, nata dal Risorgimento continua per molti ad essere ancora un’espressione, non più soltanto geografica ma anche politica. L’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Mancano soltanto il Triveneto e lo Stato Pontificio. E poi manca Roma, dove Pio IX regna sullo Stato Pontificio forte dell’appoggio della Francia. Capitale d’Italia è Firenze. La Nazione che è diversa dallo Stato. La nazione comunità immaginata da un popolo che non sa sentirsi ancora uno se non quando è lo Stato a chiamare. E allora sono solo tasse e servizio militare obbligatorio:

 
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Momenti che non sono su YouTube: Davide Mare

Questo pezzo è uscito su l’Ultimo Uomo. (La foto è di Gilda Aloisi)

Chi è Davide Mare?

L’ultima immagine che ho di Davide Mare come calciatore, con un completo coordinato, scarpini con tredici tacchetti, in un campo più o meno regolamentare di terra con le righe di gesso, circondato da altre ventuno persone vestite da calciatori e un arbitro ufficiale, è sospeso per aria con la palla incollata al centro del petto. Per eseguire uno stop di petto bisogna allargare le braccia, ma Davide Mare le teneva lungo il corpo, con la schiena inarcata e la palla che da lontano sembrava incastrata sotto al mento. Dalla sinistra era partito un lancio in diagonale a scavalcare la difesa, cioè Davide, che aveva indietreggiato lentamente con pochi passi che sembravano insufficienti. L’attaccante avversario lo stava superando alle spalle e si sarebbe trovato solo davanti al portiere se fosse andato a vuoto, ma dato che Davide Mare legge il gioco meglio degli altri (forse in questo caso aveva calcolato il vento) quel salto all’indietro un po’ goffo con le braccia tese era stato più che sufficiente per tagliare alla perfezione la traiettoria.

 
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Facce di pietra

(La foto in apertura è di Rosamaria Faralli. Le altre foto sono di Giuseppe Russo.)

di Andrea Gentile

Dove si nascondono le cose autentiche?, mi vado chiedendo mentre guido lungo la Statale 85 che da Isernia, Molise, porta a Vairano Patenora.

Possono nascondersi ovunque, possono arrivare da un passato che è un abisso. Eccolo: proprio qui, a Isernia, è stato trovato pochi giorni fa il dente da latte di un bambino di Homo heidelbergensis. È vissuto 600.000 anni fa: è il resto umano più antico mai trovato in Italia. Appartiene agli antenati dell’uomo di Neanderthal.

La mia giornata è dedicata, però a un’altra scoperta, molto più recente. Non arriva da seicentomila anni fa, ma dagli anni Sessanta. Accendo il motore. Sulla Fiat 500 blu degli anni Sessanta, prima automobile acquistata da mio padre e tuttora abile per tragitti brevi, ho installato artigianalmente un’autoradio.

 
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Lo sguardo di Malamud

Questo pezzo è uscito sul blog Via dei Serpenti

“Distogli il tuo sguardo, che io respiri,
prima che me ne vada e più non sia”

Salmo 39

Arriverà un momento, durante la lettura di uno qualsiasi tra i tredici racconti de Il barile magico, in cui il petto vi sembrerà a tal punto dilatarsi che forse sentirete il bisogno di staccare gli occhi dalla pagina, stremati dalla salita lungo l’arco del respiro, saturi di aria e trattenuti per un tempo infinito nel palpito dei polmoni esausti un istante prima di potersi liberare.

 
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Scoprire il Museo Temporaneo Giovanni Bosco

Quella che segue è la storia di come possa nascere un piccolo museo cittadino dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi che si costituiscono in associazione per prendersi cura delle opere e della memoria di un artista outsider (un emarginato, quasi un clochard) in un piccolo centro urbano della costa siciliana tra Palermo e Trapani. Di come grazie alla loro iniziativa questo emarginato, da una condizione di totale isolamento in cui si trovava, sia stato riconosciuto come uno dei più importanti artisti brut europei degli ultimi anni. Di come le opere di questo artista siano state in questo modo salvate dalla dispersione, rese fruibili e tutelate.

 
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Sui giornali che chiudono

Questo articolo è uscito su l’Unità.
Ogni volta che, negli ultimi anni, un giornale ha rischiato di chiudere, o ha finito per farlo, mi è capitato di pensare istintivamente a un capitolo dell’Orologio di Carlo Levi in cui si racconta l’estrema fatica di fare un giornale – ogni giorno, quindi ogni notte – nella Roma dell’autunno del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione.

Levi era allora direttore di “L’Italia libera”, organo del Partito d’azione, ma il racconto che fa della vita redazionale vale per tutti i giornali che nascevano dall’esperienza del Cln, o che si andavano rinnovando dopo gli anni di guerra. Non c’era niente, mancavano soldi, risorse, perfino la carta: gli ultimi articoli si scrivevano in fretta e furia in un bugigattolo ricavato in tipografia, la luce andava via a singhiozzo interrompendo il processo di stampa per molte ore. Ma alla fine i giornali uscivano.

 
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Perché c’è chi si arricchisce con la sanità privata mentre la sanità pubblica è allo sfascio?

Uno dei momenti più limpidi di rabbia inutile e violenta che ho provato da quando sono adulto è stato quando qualche anno fa una persona a me molto cara dovette essere ricoverata per degli esami in una clinica privata per degli esami da fare urgentemente – avrebbe dovuto aspettare mesi in un’ospedale pubblico – e altrettanto urgentemente essere operato, sempre in questa clinica, finendo per spendere, tra cure e degenza, 18.000 euro all’incirca. Questo capitava negli stessi giorni in cui io non venivo pagato per i pezzi che scrivevo (pensando di ricevere i miseri 80 euro pattuiti), per un giornale che sarebbe morto di lì a poco, Il Riformista.
Ora, i due eventi appartengono allo stesso insieme semplicemente perché Il Riformista e questa clinica privata erano di proprietà della famiglia Angelucci.

 
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Il viaggio di Dalisi, design ultrapoverissimo e gli spazi urbani da reinventare

Napoli – «La mattina guardo sempre per qualche minuto il mare. Poi, appena chiudo le finestre dello studio, immagino di riuscire a trattenere la bellezza di questa terra e l’anima antica di Napoli». Riccardo Dalisi si trova a proprio agio in mezzo a una miriade di oggetti, che emanano una luce inconfondibile. Prepara la tavolozza e i pennelli. L’irruenza della fantasia appare l’unico criterio ordinatore del suo luogo creativo, che dal Vomero ammira Capri. Superati gli ottanta anni, rimane un sognatore magnifico; un impagabile narratore di storie fiabesche che vivificano materia ultra poverissima.

 
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Abbasso la scuola. Effetti perversi di un’utopia democratica, seconda parte

Pubblichiamo la seconda parte di un articolo uscito sul numero di giugno di Educazione Democratica. Rivista di pedagogia politica (Edizioni del Rosone). Qui la prima parte; nelle prossime settimane seguiranno le altre due. 

Il dilemma del vitellone

Se il sistema educativo fallisce oggi nel generare ricchezza e nel propiziarne l’equa distribuzione è per via di un classico paradosso sociologico che Raymond Boudon riassumeva in Effetti perversi dell’azione sociale (1977): «Le azioni individuali ispirate da buone intenzioni possono, combinandosi tra loro, per composizione, produrre degli effetti non ricercati»[1]. L’azione politica non deve quindi essere guidata da buoni principi, ma riflettere sulle conseguenze e imparare dagli errori.