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Americana/9: Hanya Yanagihara

È in libreria per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea: in questa rubrica settimanale Luca Briasco ci racconta i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per il libro. Qui le puntate precedenti. Luca Briasco presenterà Americana in giro per l’Italia: ecco i primi appuntamenti. (Fonte immagine)

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Paterson. L’America di Jim Jarmusch

«It’s a sad and beautiful world» diceva Roberto Benigni in una notte spettrale a New Orleans, dopo aver pescato la frase in un taccuino misterioso. Era il 1986. Ed era, ovviamente, Daunbailò. Trent’anni dopo, quella battuta pronunciata in un inglese stentato sembra racchiudere ancora il senso del cinema di Jim Jarmusch, tornato nelle sale a fine dicembre con Paterson. Tredicesimo lungometraggio per il «regista più lento del mondo», come lo chiama l’amico Aki Kaurismaki, assai più prolifico di lui.

Salutato a Cannes come il vincitore morale del festival, insieme a Elle di Verhoeven (che poi si è rifatto ai Golden Globes), o addirittura come il più bel film di Jarmusch, Paterson è senza dubbio un film concepito in perfetto stile Jarmusch, quasi un manifesto, un compendio della sua poetica, ancora capace di opporsi al mainstream dilagante e di offrire un’immagine dell’America antitetica – perché ibrida, rarefatta, sfrangiata – a quella prodotta a L.A., «la centrale degli zombie».

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E il jazz. Un estratto da “Lettori selvaggi”

Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro di Giuseppe Montesano Lettori selvaggi, uscito per Giunti.

di Giuseppe Montesano

e il jazz, la musica rappezzata e bizzarra che cominciò nel 1895, con il fantasma sonoro del trombettista nero Buddy Bolden che impazzì nel 1907, la musica che Bolden intrise di blues e acciaccò e sincopò e improvvisò perché secondo uno psichiatra non era in grado di suonare correttamente: una musica che tra il 1895 e il 1917 si nutrì avidamente di tutto: musica nei parchi, canzoni di schiavi, vaudevilles, Operette, song, lacerti di opera lirica, minstrels, canzoni di chiesa, cakewalk, ragtime per cori voci pianini banjo, stomp, rulli per pianole meccaniche, trascrizioni per ottoni da Beethoven, klezmer puro e imbastardito, stride piano, canzoni napoletane, street parade, bande militari, nursery rhyme, canti di operaie e contadine, blues di campagna, spettacoli di circo, tamburi, negri truccati, funeral music, balli da Grand Hotel, svago, intrattenimento, dolore, metamorfosi, errori, impacci, monetine, insofferenza, gioco, schiavitù:

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Meraviglie di Butrinto, il sito archeologico più importante dell’Albania

Questo reportage è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

BUTRINTO (Albania). Nella primavera del 1928, quando la piccola spedizione archeologica italiana sbarcò sulle rive albanesi di fronte a Corfù, Luigi Maria Ugolini, archeologo e sognatore, aveva appena compiuto trentatré anni. Guidava un gruppo di appassionati a cui aveva illustrato con cura ciò che si aspettava di trovare. Tra quelle sponde selvagge e indecifrabili, pressoché disabitate, respingenti e dolci allo stesso tempo, doveva trovarsi l’antica città in cui Enea aveva passato due giorni decisivi nel suo cammino verso la fondazione di Roma. “Una piccola Troia e una Pergamo che imita la grande”.

Ugolini rilesse spesso quel verso dell’Eneide nei giorni caldi in cui era necessario recarsi fino alla città dei Santi Quaranta (oggi Saranda) per rifornirsi di vettovaglie. La piccola Troia, ossia la Butroto dove Enea ritrovava Andromaca, la vedova di Ettore, nonché Eleno, l’indovino figlio di Priamo, e gli altri concittadini scampati alla furia achea, rappresentava, nel viaggio di Enea, una prefigurazione della grande Troia che egli avrebbe fondato, ossia Roma.

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La padella di Roberto Saviano

di Luigi Loi

È il 10 novembre 2016 quando l’ultimo libro di Roberto Saviano, La paranza dei bambini, arriva in libreria. Le sue presentazioni in giro per l’Italia sono diventate veri e propri bagni di folla. Il pubblico è per una volta trasversale: ci sono i lettori della prima ora, i giornalisti, i fan della serie Gomorra, i giovani, i piccoli funzionari editoriali, i lettori occasionali in cerca del regalo natalizio, i curiosi, i lettori forti, gli scrittori wannabe e gli scrittori. Nel romanzo c’è una pagina in cui Saviano spiega metaforicamente come i pesci di piccolo taglio e lo scarto della pesca diventino frittura di paranza. Se i Feltrinelli store fossero delle padelle, Saviano sarebbe un grandissimo cuoco.

Nelle librerie che hanno la fortuna di ospitare Saviano l’atmosfera è quella della festa; e c’è voglia di festa nell’ambiente degli addetti ai lavori, anche perché per l’editoria nostrana la quaresima finisce solo con le fiere del libro: sempre in bilico tra circuito autoreferenziale e circo Barnum. In tutto questo c’è La paranza dei bambini, un libro dalla copertina lucida e aggressiva, vero e proprio oggetto di scena di questi rituali laici.

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Ernesto Schick e la rivincita della natura

Dei semi vegetali abbiamo imparato a scuola che si propagano nello spazio trasportati dal vento, dagli uccelli e dai roditori; a volte succede anche che si impiglino nel tessuto di un vestito o che si incastonino nella suola di una scarpa: poi si staccano, cadono a terra, inaspettatamente germogliano.

Ernesto Schick, nato in Svizzera nel 1925 e scomparso nel ’91, uomo schivo e laterale, padre di nove figli, fitospedizioniere (vale a dire trasportatore di piante vive) e poi ancora agronomo e biologo, in tasca una lente d’ingrandimento e un coltello a venti lame, a un certo punto della sua vita ha scoperto due cose: che per diffondersi nello spazio le piante – queste indomite inconsapevoli autostoppiste – usano persino i vagoni dei treni, e che la stazione di Chiasso, dopo i lavori di espansione cominciati nel ’57 e terminati dieci anni dopo, si era trasformata in una specie di giardino non autorizzato, «listato di binari e frammezzato di traversine», un giacimento di orzo selvatico, margherite, iris, campanule e decine di altreerbe clandestine.

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Non-fiction in versi: su “A parte il lato umano” di Antonio Turolo

Quella della narrativa non-fiction è ormai una categoria abusata (in troppi hanno cercato di ripetere il successo di Gomorra di Saviano, con esiti quasi sempre deludenti); molto più rara e originale è invece un tipo di poesia che rielabori letterariamente fatti di cronaca senza scadere nel linguaggio scialbo del giornalismo narrativo. Ma a quale tipo di cronaca attingere? Un’ottima intuizione l’ha avuta Maria Grazia Calandrone, che ha pubblicato la scorsa estate la plaquette Gli scomparsi: storie da “Chi l’ha visto” (Lieto Colle): da decenni la famosa trasmissione di Rai Tre, pur con inevitabili alti e bassi, ha saputo portare alla nostra attenzione piccole e grandi storie, che hanno alimentato il nostro immaginario come una segreta epica letteraria, e che si prestano bene a ad essere riraccontate in versi.

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Quello che succede in Turchia. Intervista a Pinar Selek

«Quando, ogni lunedì mattina e ogni venerdì pomeriggio, ci mettono in riga come soldati, mi rifiuto di cantare l’inno nazionale piegando ostentatamente le ginocchia. Stringo le labbra mentre i miei compagni cantano a squarciagola: “Che la mia esistenza sia dedita alla nazione. Felice chi si dice turco!”. Rifiuto tutto ciò che mi ricorda l’uniforme. Sono i militari ad aver arrestato mio padre. Ed è lo Stato che ha sbattuto in prigione tutti quelli che amavo», scrive Pinar Selek nel memoir La maschera della verità (Fandango libri, 96 pagine, 13.50 euro), che irride la negazione del genocidio armeno.

Come si può raccontare che si è soli al mondo? Selek, sociologa e scrittrice, ha sempre vissuto difendendo mediante lo studio e la scrittura la ricchezza transculturale delle minoranze in Turchia: «Io, anche solo a sentire la parola “armeno”, ho paura. Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l’unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c’è stato».

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Lehman Trilogy. Il testo di Stefano Massini torna al Piccolo di Milano

Era il gennaio del 2015, quando Luca Ronconi metteva in scena al Piccolo di Milano il testo di Stefano Massini Lehman Trilogy (edito da Einaudi nel 2014) che racconta la storia di tre generazioni di Lehman, coprendo 160 anni di storia americana. Dal loro arrivo in Alabama, nella seconda metà dell’Ottocento da un piccolo paesino della Baviera sui bastimenti che portarono migliaia di europei a cercare nel nuovo mondo una strada per il loro riscatto, al crollo della quarta banca degli USA (Lehman Brothers), un impero finanziario globale, che con la sua scomparsa ha decretato la fine del capitalismo del XX secolo.

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Americana/7: Lucia Berlin

È in libreria per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea: in questa rubrica settimanale Luca Briasco ci racconta i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per il libro. Qui le puntate precedenti. Luca Briasco presenterà Americana in giro per l’Italia: ecco i primi appuntamenti.

Nel corso del 2016, la narrativa americana ci ha offerto un’ampia messe di novità e di voci sconosciute o quasi, tutte in grado di lasciare un segno profondo al termine della lettura e di trasmettere una sensazione generale di rinnovata vitalità, che induce a legittime speranze per il futuro. E mai, come nel corso dell’ultimo anno, si è verificato un predominio così assoluto di romanzi e racconti al femminile: se infatti almeno due tra gli autori maschi e bianchi di maggior successo ci hanno regalato un nuovo libro – mi riferisco a Purity e a Eccomi, rispettivamente quinto e terzo romanzo di Jonathan Franzen e di Jonathan Safran Foer -, le vere sorprese, e le opere forse più importanti, vanno cercate altrove. Basti pensare all’esordio di una narratrice giovanissima ma di stupefacente maturità e padronanza come Emma Cline (Le ragazze, Einaudi Stile libero); al colossale, turgido e potente melodramma di Hanya Yanagihara (Una vita come tante, Sellerio); al quarto libro di Lauren Groff (Fato e furia, Bompiani), definitiva consacrazione di un talento che aveva già dato ampia prova di sé con il precedente Arcadia.