Rainbow_Gathering_Bosnia_2007

La rinascita

di Marco Mantello 1. Alessio Molinari, cinquantatré anni, sposato con Emma, lavora alla portineria di un grande ospedale. Il turno finisce verso le diciotto e siccome passa tutto il giorno su una poltroncina, anche il suo corpo è divenuto concavo e ha preso la forma delle cose. “Lavoratori?”, dice aprendo la porta di casa. In [...]

 
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I nuovi padri

Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Saranno una ventina d’anni da quando l’entrata in scena del padre materno è ufficiale. Almeno da quando Robin Williams ha dato la sua deliziosa versione del mammo in “Mrs Doubtfire” (1993). I padri trovano oggi nel rapporto con i figli piccoli non più solo un dovere, ma anche un appagamento profondo. I nuovi padri sono capaci, e hanno voglia, di cambiare pannolini, nutrire i neonati, sostituire le madri in quelle cure che per millenni sono state riservate soltanto alle donne. Una mutazione epocale, secondo la psicanalista Simona Argentieri, che ha pubblicato di recente “Il padre materno” (Einaudi), un saggio breve, illuminante su questo tema. Ma cosa succede se questi nuovi padri vivono la paternità come una soluzione difensiva, un espediente per evadere da altri doveri più “paterni”, o semplicemente più “adulti”? In altre parole: uomini e donne sono disponibili a fare le mamme, ma chi farà il padre? “Chi interverrà”, si chiede Argentieri, “a interrompere la magica fusione madre (o padre)/bambino? Chi fungerà da ‘secondo oggetto’, insegnando il verbo e la legge?”. Se i padri rifuggono dal loro ruolo, la causa si annida anche e soprattutto tra i problemi della coppia e le mutazioni, anch’esse epocali, che hanno investito le unioni e le hanno rese più fragili. Non è solo colpa degli uomini, sembra suggerire Argentieri.

 
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Salgado: l’infinito in bianco e nero

Quando da bambini si osserva un quadro astratto, la prima considerazione, la più spontanea,  sarà quella di sentirsi capaci di realizzare un’opera simile per l’elementarità di linee, forme e colori. Tale slancio verrà prontamente smentito dall’adulto che spiegherà quanto quel reticolo geometrico, a prima vista riproducibile, sia in verità un punto di arrivo, che si lascia alle spalle decenni non solo di tecnica e pratica ma anche di speculazione. Anni consacrati all’osservazione e al conflitto, scanditi da panorami mimetici acquerellati e da moti di rabbia sociale. Soltanto a seguito di tali passaggi sarà possibile dedicarsi all’astrattismo. Non si tratta, ovviamente, di una regola valida per tutta la casistica e delle volte, di sicuro, la genesi artistica di un uomo avrà sottostato a dinamiche ben differenti. È certo, tuttavia, che, con le dovute variazioni, tale legge sia l’anima di numerose parabole d’arte e che spesso, per riuscire a sfiorare i vertici, sia davvero necessario abbracciare il sacrificio in ogni sua declinazione.

 
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Riflettere sulla sinistra

Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Il 1989 è un anno-spartiacque non solo per la caduta del Muro di Berlino, appena ricordata. Lo è anche per altri fattori. Proprio in quell’anno si concentrano eventi, che “accanto” alla caduta del Muro, dimostrano come la Storia non corra affatto verso la sua fine, e non ci sia nessuna nottola di Minerva che possa bearsi di alzarsi in volo sul far del tramonto. Ne cito almeno tre: la fatwa lanciata da Khomeini contro Salman Rushdie in febbraio (reo di aver scritto “I versetti satanici”), la repressione della protesta degli studenti a Piazza Tienanmen in giugno, il discorso iper-nazionalista di Milosevic a Kosovo Polje che diede il via alla dissoluzione della Jugoslavia (sempre in giugno).

 
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La trascendenza inquieta di Philip Roth

Questo pezzo è uscito sul numero 66 di Nuovi Argomenti. (Fonte immagine)

Nelle pagine finali di Nemesi – l’ultimo romanzo lasciato in eredità da Philip Roth –, l’insegnante di ginnastica Bucky Cantor, lanciando il giavellotto con tecnica magistrale e virile determinazione, viene ammirato intensamente dai propri giovani allievi, ai quali la fierezza di quel gesto atletico appare come un apice delle proprie aspirazioni adolescenziali, il punto di arrivo del loro fiducioso percorso di addestramento alla vita. Con la sola contemplazione di quella prodezza sportiva, uno sparuto gruppo di ragazzini di Newark riesce a dimenticare le vicende minuscole del quartiere di Weequahic per gustare le primizie di una futura, adulta partecipazione alla storia del genere umano. In quei muscoli tesi nella concentrazione, nel movimento articolato e asciutto, nel lancio accurato e nel grugnito sordo che ne accompagna lo sforzo, ai ragazzi sembra di intravedere il premio più nobile cui essi possano aspirare, la possibilità concreta del pieno soddisfacimento dei loro sogni giovanili, la ricompensa per una formazione stoicamente radicata nella condiscendenza.

 
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Le fiabe custodiscono in te la fiamma. Un’intervista a Francesca Matteoni sul suo bellissimo libro “Tutti gli altri”

di Giuseppe Zucco 

Tutti gli altri (Tunuè, 2014) è un romanzo di formazione. Dentro questo libro c’è una bambina – e questa bambina cresce in un paesino dell’Appennino toscano, diventa adolescente, diventa adulta, va in Finlandia, va a Londra, e ogni volta che incontra qualcuno la realtà e il tempo si espandono e si contraggono insieme. In particolare, la voce narrante sembra provenire dal futuro e avere il dono della sapienza, poiché riesce a dare la giusta importanza ai fatti rievocati e a inquadrarli in un disegno compiuto. Tu sei una poetessa, come mai sei passata dalla poesia alla narrativa? Quando hai avuto la prima idea di questo libro? Quanto tempo ci hai messo per scriverlo? Com’è andata?

In realtà non avverto un vero e proprio passaggio. La poesia, quel modo lì di vedere, resta la mia terra che a volte viene fuori nei versi, altre nella prosa. Ho sempre scritto sia poesia che prosa, la difficoltà semmai era entrare in un vero e proprio discorso narrativo. È andata così: vari anni fa, forse nel 2002 o addirittura nel 2001, scrissi dei piccoli racconti su episodi della mia infanzia, ambientati sull’Appennino e in Maremma. Poi, quando mi sono trovata a vivere per molto tempo sola in Inghilterra, sono venuti fuori poesie e altri racconti, appunti, note saggistiche, ma mentre le prime trovavano facilmente una loro forma libro, per il resto è stato più difficile. C’era questo file cumulativo di scritti su cui occorreva lavorare molto e che nel tempo aumentava o si modificava a seconda dei consigli altrui, ma anche della mia prospettiva in mutazione. In tutto direi che, anche se è un libro brevissimo, viene fuori da dieci anni di lavoro. Questo appunto perché non esiste un progetto iniziale di opera narrativa, ma la necessità di dire alcune cose – scrivere è sempre riconquistare un mondo, che nel quotidiano inevitabilmente si perde. Io racconto fiabe un po’ a tutti da quando mi ricordo. Dai tre anni? Cinque? Dalle primissime parole tra cui “A un certo punto, Cappuccetto Rosso…”? Forse queste sono le fiabe che ho raccontato a me stessa e che poi sono, per fortuna, divenute altro perfino da me.

 
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La disinformazione. Per un’ontologia catanese

di Pierandrea Amato

Parte prima: chi è l’attore?

Un regista francese, con un forte legame con l’Italia, dove ha girato alcuni dei suoi lavori, qualche anno fa decide di realizzare un film in Sicilia. Il regista, per realizzare il suo progetto, invita a un incontro un professore di filosofia perché un suo lavoro potrebbe incrociare il soggetto del film. La promessa di questo primo incontro, preceduto da una scarna e-mail, mette a disagio il professore; almeno, quanto la prima impressione di fronte a un disegno che unisce i Pupi e il cinema francese (forse, da sciocco, temeva una versione del grand Tour fuori tempo massimo).

 
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Mommy è il film del regista più libero che c’è

Questo pezzo è uscito su Internazionale.

Mommy è la storia di un rapporto madre-figlio, un amore fusionale, totale e ovviamente melodrammatico, tra un ragazzo con un bel po’ di problemi caratteriali e una donna vedova, single e nevrotica. I due vanno a vivere insieme in una nuova casa in un quartiere povero, un suburbio di un’anonima città del Quebec, litigano furiosamente e altrettanto furiosamente fanno pace, conoscono la vicina di casa – un’insegnante in anno sabbatico, ipersensibile al limite dell’implosione ma affettuosa – che diventa una sorta di presenza organica di questa famiglia di strambi allegri infelici.

 
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La vita sobria

Questo racconto di Claudia Durastanti fa parte dell’antologia La vita sobria. Racconti ubriachi (Neo Edizioni), a cura di Graziano Dell’Anna. Racconti di Claudia Durastanti, Gianni Solla, Fabio Viola, Alessandro Turati, Francesco Pacifico, Olivia Corio, Dario Falconi, Paolo Zardi, Stefano Sgambati, Filippo Tuena. Ringraziamo il curatore e la casa editrice. E invitiamo a leggere gli altri racconti dell’antologia. Jet [...]

 
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J.J. Abrams e un gioco metaletterario ghiotto (quasi) quanto Lost

Pubblichiamo un articolo di Mariarosa Mancuso uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice. (Nella foto, J.J. Adams con George Lucas. Fonte immagine)

L’oggetto affascina, non si discute. Un finto libro antico preso a prestito più volte in biblioteca (nella terza di copertina sono stampigliati i termini per la riconsegna). Uno scrittore (altrettanto finto) di romanzi che hanno fatto tremare governi, sputtanato industriali senza scrupoli e immaginato il totalitarismo: si chiama V. M. Straka, i critici litigano sulla sua identità neanche fosse Shakespeare o Omero. Un traduttore (lui si presenta così) sospettato di essere l’autore dei 19 romanzi di Straka, o almeno dell’ultimo intitolato “La nave di Teseo” (l’unica certezza è che abbia messo mano al capitolo conclusivo).