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In cattività, ovunque

Dal nostro archivio, un pezzo di Vanni Santoni apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Dopo aver poggiato per la prima volta Cattivi sul comodino – ero arrivato verso pagina 40 – mi sono scoperto ad accendere il computer e cercare “Maurizio Torchio”, per vedere se era stato un carcerato: la sua bibliografia in bandella elencava altri due libri, ma per quanto ne sapevo, e anche a fronte di ciò, Maurizio Torchio poteva ben essere stato in galera. Ciò che fa venire un simile dubbio non è solo la quantità e qualità dei dettagli presenti in Cattivi – gli oggetti nuovi, mandati da fuori, che “proteggono”, anche dalla violenza, perché una cella senza oggetti è la cella di qualcuno di cui a nessuno frega più niente; la requisizione delle dentiere ai capi, più anziani, per stroncarne anzitutto l’auctoritas; l’importanza e la funzione simbolica della pulizia della cella, solo per citarne alcuni – ma anche la naturalezza con cui vengono disseminati: la percezione, quella sì, panottica, di ogni dettaglio dell’universo carcerario. Tra i vari risultati proposti da Google, ho trovato un’intervista in cui l’autore racconta come è nata l’idea del libro. Da essa si può pacificamente concludere che in prigione non c’è stato. In ogni caso, portandomi a fare una simile ricerca, aveva già vinto lui.

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Bauer, Boogaerdt e Van Der Schoot. Uno spaccato del “primo atto” della Biennale Teatro di Latella, dedicata alle registe

Un merito indubbio di questa prima Biennale Teatro firmata da Antonio Latella è il fatto di aver scelto di presentare artisti poco conosciuti in Italia, componendo un programma con un taglio ben preciso, e dunque leggibile, dedicato alla regia e in particolare alle registe, perché – come ha dichiarato lo stesso Latella – è proprio dal lavoro delle registe donne che negli ultimi anni è arrivata una tensione all’innovazione del linguaggio più marcata e feconda. All’attenzione ai linguaggi del contemporaneo si è unito un altro aspetto contiguo ed intrecciato, l’attenzione per le generazioni più giovani (a cui è stato dedicato un focus particolare). In questo senso, questo “atto primo” di un progetto quadriennale per la Biennale si è tradotto in un vero e proprio osservatorio, affascinante per un pubblico che cerca di capire cosa accada nella scena internazionale oggi e utile, per le stesse regioni, a chi il teatro lo pratica o vorrebbe praticarlo a livello professionale (non va dimenticato, infatti, che una componente strutturale dell’istituzione veneziana è da tempo il Biennale College).

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Tradurre Cheever, il meraviglioso

Dal nostro archivio, un intervento di Adelaide Cioni apparso su minima&moralia il 9 giugno 2014.

I due libri di John Cheever, i Racconti e i suoi diari (Una specie di solitudine), entrambi editi da Feltrinelli nel 2012, sono forse la cosa letteraria più bella uscita in Italia negli ultimi anni. L’aura che si sprigiona da questa sorta di doppia autobiografia letteraria, fiction e non fiction, non smette di irraggiare meraviglia. Dopodomani, 11 giugno, a Roma a Palazzo Incontro in via dei Prefetti 22, in un incontro per la rassegna di traduzione letteraria organizzata dalla Regione Lazio con il progetto ABC Cultura, Adelaide Cioni parlerà del suo lavoro di traduzione, per poi lasciare la parola alle letture di Daria Deflorian. Qui di seguito riportiamo la sua appassionata postfazione ai Racconti.

(L’immagine è un frame del film Il nuotatore, tratto dall’omonimo racconto)

di Adelaide Cioni

A volte fra traduttori e autori ci sono incontri che assomigliano a delle promesse. La prima volta che ho letto il nome di John Cheever è stata dodici anni fa, quando vidi Il nuotatore, appena uscito in Italia per Fandango. Ricordo distintamente che mi stupii allora nel provare un inspiegabile quanto profondo senso di nostalgia per quel nome a me nuovo, e per un attimo pensai che avrei voluto tradurlo. Perciò quando dieci anni dopo ho ricevuto la telefonata dell’editor di Feltrinelli che mi proponeva di tradurre i racconti e i diari ancora inediti in Italia, mi è suonata come una risposta. La nostalgia che avevo provato sfogliando Il nuotatore era la nostalgia di un evento futuro.

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Smettere di scrivere

Dal nostro archivio, un intervento di Giorgio Fontana apparso su minima&moralia il 28 novembre 2012.

Intervento tenuto al Writers Festival di Milano il 25/11/2012. (Immagine: Enkel Dika.)

Domandarsi perché smettere di scrivere — soprattutto a una serie di incontri chiamata Writers — può sembrare a prima vista una questione del tutto oziosa. A mio avviso non lo è, in quanto contiene una domanda anteriore e altrettanto importante, ovvero: perché scrivere? Se non c’è una buona risposta a questa domanda, l’altra è già risolta: non occorre nemmeno iniziare, punto.

Cominciamo dunque da qui.

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Autobiografia della nazione

Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Pacifico apparso su minima&moralia il 18 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

1. Tinello.

“E più tardi, nell’interminabile pomeriggio, che cosa potranno fare, poveretti? Francesca dipingerà: mazzi di rose, tramonti, il ritratto della mamma. Forse suona anche il piano, o ricama, o prega. E Fulco catalogherà pietre, o insetti, o fossili? Si ricorrerà agli animali imbalsamati? Magari, folaghe? Si arriverà addirittura alle conchiglie? Comunque, una giornata lenta, pigra, meridionale, qualunque. (Quella ‘twilight zone’ lavanda e violetta fra il ‘conosci te stesso’, l’autoritratto, e le pippe.)”

Questo fanno le famiglie italiane da sempre: anche qui, nel 1899 caricaturale in cui si svolge (non si svolge, semmai sta fermo) Specchio delle mie brame, epopea di luoghi comuni di Arbasino ‘74. Ottanta anni dopo, nel tinello di mia nonna la domenica a Roma stesso problema di noia – però non si può di fronte ad Arbasino fare indigestioni di madeleines e dire che “90° minuto” risolveva tutto alle sei e dieci del pomeriggio: 1) sia perché lui è contro le riletture melense del passato e di Proust, che costringono ogni cosa a diventare madeleine; 2) sia perché non è vero: “90° minuto” non risolveva niente, la domenica italiana non me la risolveva nessuno, era un trionfo del capitonné e del senso di morte.

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Nella Sardegna magica in cerca di Sergio Atzeni

Dal nostro archivio, un reportage di Francesco Forlani apparso su minima&moralia il 25 maggio 2012.

Pubblichiamo un articolo di Francesco Forlani, uscito sulla rivista «il Reportage», su Sergio Atzeni.

di Francesco Forlani

Ci vogliono dieci ore di traversata in mare. Genova-Porto Torres. È il 25 dicembre, Natale. Per far passare il tempo mi sono portato una copia del “Viaggio al termine della notte”. Con Ernesto Ferrero, che l’aveva tradotto, abbiamo tenuto una conferenza alla Biblioteca civica di Torino. Lui su Céline, io su Cendrars. Ernesto Ferrero era molto amico di Sergio Atzeni. Quando gli chiedo di mandarmi un suo articolo del 25 aprile 1996, intitolato “Gli sciamani di Sardegna”, insiste su un particolare: “Sai, siamo stati suoi ospiti a Carloforte e ancora non ci sembra vero, a me e mia moglie, ancora oggi a tanti anni di distanza, che sia morto annegato. Aveva un fisico da nuotatore, insomma spalle larghe”. Il 6 settembre del 1995 Atzeni aveva trovato la morte nel mare dell’isola di San Pietro. Carloforte. Tra gli scogli della Conca. Ma l’aveva cercata?

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Roberto Bolaño, scrittore canaglia

Dal nostro archivio, un pezzo di Marco Montanaro su Roberto Bolaño apparso su minima&moralia il 28 aprile 2015.

Il 28 aprile 1953 nasceva a Santiago del Cile Roberto Bolaño. Pubblichiamo un approfondimento di Marco Montanaro e vi segnaliamo che oggi a Roma c’è una serata dedicata a Bolaño a cura di Terra Nullius: appuntamento al Parco dei Galli alle 21 (dettagli sulla loro pagina Facebook). (Fonte immagine)

Scrivendo e riscrivendo un articolo su Roberto Bolaño per il giorno del suo compleanno, ho finito per trovarmi nella stessa condizione di uno di quei suoi personaggi che attraversano la terra insieme vivi e morti, insieme patetici e incendiati; nella condizione di chi, cioè, mastica e rimastica un pensiero senza arrivare ad alcuna conclusione, infine sputandolo via insofferente, rassegnato, ben consapevole che quel masticare e rimasticare è tuttavia la pienezza stessa di ogni vita. Ironia della sorte (l’ironia incantata, quando si parla del cileno, è il grezzo e puro contrappunto del cinico sarcasmo di certa scrittura contemporanea), il mio pezzo voleva analizzare l’opera del cileno a partire proprio dall’epanortosi, ovvero da quella figura retorica per cui si ritorna su un concetto, una frase o un enunciato per riscriverlo fino a cambiarne il senso, fino a contraddirlo.

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W.G. Sebald. L’Europa tra bellezza e macerie

Dal nostro archivio, un approfondimento di Giancarlo Liviano D’Arcangelo su W.G. Sebald apparso su minima&moralia l’11 luglio 2012.

Esiste davvero un modo di sentire comune a tutti gli europei? Esiste davvero un sostrato emozionale, o culturale, che sia realmente diffuso in Europa come alfabeto collettivo e che sia valido erga omnes, come un diritto costituzionale? Forse.

Proclamarsi amletici, anzi intrepidi amletici, appare talvolta l’unico modo di avvicinarsi alla saggezza. È tuttavia ossessione irrinunciabile per molti intellettuali cimentarsi nell’angusta impresa di burocratizzare il caos. Ordinare, incanalare, architettare, dominare, collegare, coniugare, schedare, filtrare ogni fluido depurandolo delle impurità e infine imbottigliare, inventariare collezioni private spacciandole per miscellanee integrali, universali, definitive. E ancora.

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Alla conquista del Polo Sud

Dal nostro archivio, un pezzo di Matteo Nucci apparso su minima&moralia il 23 dicembre 2011.

Questo articolo di Matteo Nucci è uscito sul «Messaggero» e racconta la conquista del Polo Sud (avvenuta cent’anni fa) attraverso i libri usciti in questo periodo in occasione dell’anniversario, e in particolare attraverso uno, pubblicato da Cavallo di Ferro: «Race. Alla conquista del polo sud. I diari di Roald Amundsen e Robert F. Scott» di Roland Huntford.

“Così siamo arrivati e abbiamo innalzato la nostra bandiera al Polo Sud”. Le parole che Roald Amundsen incide sul suo piccolo bloc notes sono, al solito, prive di retorica. È il 14 dicembre di cento anni fa e la celebrazione è avvenuta semmai nei gesti. Poco prima, ha chiesto ai suoi quattro compagni di impugnare contemporaneamente l’asta della bandiera norvegese, perché l’impresa appartiene a tutti. Subito poi ha voluto festeggiare con “una piccola bistecca di foca a testa”.

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I ♥ polpettoni – Il fascino irresistibile dei polpettoni letterari

Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Longo apparso su minima&moralia il 14 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: una scena di Downton Abbey.)

«Prima che fosse finito il concerto, era sicuro che quella fosse la sola fanciulla che avrebbe sposato». Oppure: «Il vento primaverile, piovoso e lugubre, giungeva da luoghi paurosi e gridava intorno alla casa come un uomo che piange il suo amore». Ci si arrende, ciclicamente, al fascino irresistibile dei polpettoni letterari.