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L’incomprensibilità del mondo: la poesia di William Blake

Il 12 Agosto è ricorso l’anniversario della scomparsa, nel 1827, di William Blake. Ricordiamo il poeta inglese con un pezzo di Adriano Ercolani e due illustrazioni inedite di Tuono Pettinato e Manuelle Mureddu. Tuono Pettinato ha rappresentato il poeta sconvolto dalle sue proverbiali visioni, ironizzando sul luogo comune del poeta “pazzo”. Manuelle Mureddu mostra invece l’altro aspetto interiore del poeta, l’estasi innocente del mistico, rifacendosi ai versi de Il Pifferaio.

Poeta, pittore e incisore, Blake è stato uno dei più illuminanti filosofi dell’era moderna, se conferiamo al termine il valore etimologico di “amico/amante della Sapienza”, e non quello post-illuminista di philosophe (indagatore scientifico-razionale del reale).

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Rodolfo Valentino, il creatore di sogni

di Michele Martino

Novant’anni fa si spegneva la stella più sfolgorante del cinema muto: Rudolph Valentino. L’uomo più idolatrato e detestato d’America, al secolo Rodolfo Pietro Filiberto Guglielmi, nato a Castellaneta, in provincia di Taranto, il 6 maggio 1895. E in molti pensarono che quell’uscita di scena, così definitiva, senza appello, fosse stata la mossa più azzeccata di tutta la sua carriera. L’Età del jazz era al tramonto, e Hollywood si preparava alla rivoluzione del sonoro, che avrebbe spazzato via un’intera generazione di celebrità: John Gilbert, Douglas Fairbanks, Mary Pickford, Gloria Swanson, Buster Keaton. Qualcuno finì sul lastrico, qualcun altro si riciclò come comparsa. Valentino no, lui se n’era andato nel fiore degli anni, all’apice del successo. Come sarebbe accaduto a Marilyn, a James Dean, a Jim Morrison. E a tutti quelli che sarebbero venuti poi: l’elenco è lungo. Lui fu il primo.

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La rotta dei profughi antichi

Pubblichiamo la prima di un reportage in tre puntate di Matteo Nucci apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

ILDIR (Turchia). I primi a prendere il mare in fuga, secondo i miti più antichi, furono ragazzi troiani. Nessuna guerra. Nessun nemico. A spingerli su barche solide, di notte, nel silenzio del mare nero di fronte a Tenedo, furono i genitori delle famiglie più importanti in città, terrorizzati dalle richieste di Apollo. Era una storia di errori non più rimediabili quella in cui finirono per trovarsi. Il rifiuto di pagare il tributo agli dèi che avevano aiutato Troia a munirsi di mura impenetrabili fu l’origine di ogni male.

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Segreti di famiglia: “Il clan” di Pablo Trapero

Il 25 agosto esce Il clan di Pablo Trapero: ne scrive Tiziana Lo Porto in un articolo apparso sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

All’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia si è aggiudicato il Leone d’Argento per la miglior regia. Diretto dal regista argentino Pablo Trapero (e in sala dal 25 agosto con Rai Cinema per 01 Distribuzione), Il clan racconta la storia di una famiglia di sequestratori nell’Argentina dei primi anni ottanta.

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La trascendenza inquieta di Philip Roth

Dal nostro archivio, un pezzo di Luca Alvino uscito su Nuovi Argomenti nel 2014. (Fonte immagine)

Nelle pagine finali di Nemesi – l’ultimo romanzo lasciato in eredità da Philip Roth –, l’insegnante di ginnastica Bucky Cantor, lanciando il giavellotto con tecnica magistrale e virile determinazione, viene ammirato intensamente dai propri giovani allievi, ai quali la fierezza di quel gesto atletico appare come un apice delle proprie aspirazioni adolescenziali, il punto di arrivo del loro fiducioso percorso di addestramento alla vita. Con la sola contemplazione di quella prodezza sportiva, uno sparuto gruppo di ragazzini di Newark riesce a dimenticare le vicende minuscole del quartiere di Weequahic per gustare le primizie di una futura, adulta partecipazione alla storia del genere umano. In quei muscoli tesi nella concentrazione, nel movimento articolato e asciutto, nel lancio accurato e nel grugnito sordo che ne accompagna lo sforzo, ai ragazzi sembra di intravedere il premio più nobile cui essi possano aspirare, la possibilità concreta del pieno soddisfacimento dei loro sogni giovanili, la ricompensa per una formazione stoicamente radicata nella condiscendenza.

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Leggere aiuta a trovare se stessi

Dal nostro archivio, un intervento di Marco Missiroli uscito su La lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Quando William Somerset Maugham si ritrova di colpo l’amato nipote Robin sulla porta di casa, un pomeriggio d’autunno, fiuta qualcosa di drammatico. Ne ha la certezza appena il nipote, poco più che ventenne, gli confida che vuole diventare uno scrittore. Immaginate lo zio farlo accomodare di gran fretta in salotto, offrirgli una tazza di tè e guardarlo dritto negli occhi: «Non potresti sposarti un’ereditiera, piuttosto?» per poi balbettargli in faccia «Almeno mi auguro tu sappia leggere, buon Dio».

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Un necrologio impossibile per Umberto Eco

Dal nostro archivio, un intervento di Christian Raimo.

È veramente difficile fare un necrologio di Umberto Eco. Probabilmente nella glossa di qualche suo saggio, in qualcuno delle migliaia di articoli che ha sparso in più di sessant’anni di pantagruelica attività intellettuale, ci sarà un piccolo breviario su come scrivere un necrologio, un’analisi della retorica che sottostà ai discorsi che componiamo congedandoci dalle persone che ci sono state care.

Essere orfani di Eco vuol dire anche questo: rendersi conto che in un qualche modo siamo stati non solo formati dalla sua intelligenza, ma che siamo stati e siamo ancora parlati da lui. Molte delle categorie che usiamo (vedi: apocalittici e integrati), dei concetti che ci sono familiari (lo stesso termine fenomenologia è stato da lui sdoganato, a partire dal famoso saggio su Mike Bongiorno), e anche delle abitudini che abbiamo nell’approcciarci a un testo come lettori o come scrittori (che poi, grazie a lui, abbiamo capito sono due cose molto simili) sono state definite dalla sua capacità d’investigare quel mondo in cui viviamo, che altro non è che, lo ammetterà ormai chiunque abbia uno smartphone in mano, una foresta di segni.

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Nella villa del massacro del Circeo – un reportage

Dal nostro archivio, un reportage di Antonella Lattanzi apparso sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

È notizia degli ultimi giorni che finalmente la salma di Andrea Ghira, insieme a Gianni Guido e Angelo Izzo assassino del cosiddetto “massacro del Circeo”, unico tra i tre da sempre latitante, verrà riesumata.

Ghira fuggì al tempo dell’omicidio, venne condannato all’ergastolo in contumacia, non fu mai arrestato, secondo la versione ufficiale si arruolò nel Tercio – la Legione straniera spagnola – dove avrebbe cambiato nome in Maximo Testa De Andres. Sarebbe morto nel ’94 in Spagna per overdose di eroina, sepolto nel cimitero comunale di Melilla, e lì la sua storia sarebbe finita.

Ma nel 2005, dopo un’inchiesta di Chi l’ha visto, la sua salma fu riesumata una prima volta: il riscontro sul dna evidenziò che le ossa appartenevano di certo a un parente di Ghira. Non fu possibile appurare, però, che si trattasse proprio di Andrea Ghira.

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Appunti da un bordello turco

Dal nostro archivio, ripubblichiamo il racconto Appunti da un bordello turco di Philip Ó Ceallaigh, che dà il titolo alla raccolta con cui esordisce Racconti, casa editrice votata alla short story. La traduzione è di Stefano Friani (fonte immagine).

di Philip Ó Ceallaigh

Riuscii a portarla indietro nella mia stanza. Lei era bellissima. Non vedevo l’ora di darci dentro. «Quaranta milioni.» «Trenta.» «Ok. Subito.» «Dopo.» «Subito.» Nei film pagano sempre dopo. Ma quelli sono i film. Le diedi i suoi venti dollari, all’incirca trenta milioni di lire turche. Lei si fece un calcolo, poi mi fece segno che aveva bisogno di farsi una passeggiata per controllare che fossero soldi veri; per controllare se fossi nato ieri.

«Va bene, se non ti piacciono ridammeli» dissi io. Decise che le piacevano. Era tutto un giochetto da mimi – l’unica parola d’inglese che conosceva era money – finché non pronunciai il nome della città in cui stavamo e la indicai con il dito. «Azerbaigian» disse lei.Al che ci mettemmo a parlare in russo. Io parlo sette lingue. Sei male. Stando fuori casa s’imparano un sacco di cose. Con le puttane in Turchia ti serve il russo. Vengono tutte dai paesi ex-sovietici. Domanda e offerta.

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Home (sweet) home: Marilynne Robinson

Ripubblichiamo un’intervista di Fabio Donalisio, uscita su «Blow Up» nel 2012, a Marilynne Robinson.

Alcuni, forse molti, dei più grandi scrittori hanno scritto (relativamente) poco. E spesso hanno girato attorno, come mosche, a un pugno di ossessioni fondanti. Hanno tormentato tre, quattro spine nel fianco, ben conficcate, sempre riottose o incarnite. Marilynne Robinson ha scritto, addirittura, pochissimo. È nata nel 1943, in Idaho. E ha all’attivo, a tutt’oggi, tre prove narrative e tre di non fiction, oltre a una serie di articoli e pubblicazioni relative all’insegnamento, attività praticata con costanza. Che libri, però. Il primo, Housekeeping esce nel 1980 (in Italia Padrona di casa, per Serra e Riva, 1988; se ne auspica ripubblicazione), quando l’autrice già veleggia verso i quaranta (e già la casa, il suo universo concentrico e il suo potere dicotomico sono nell’aria). Per vederne il successore, tocca aspettare fino al 2004, quel magnifico Gilead che le vale, più che meritatamente il Pulitzer l’anno successivo, e che Einaudi pubblica in italiano nel 2008. Nel 2006 esce in America il pièce de résistence Home. Due libri gemelli, questi. Due libri enormi nella loro sobrietà, quantitativa e di toni.