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Lì dove mancano le parole. Scrittori al Baobab

Pubblichiamo un pezzo uscito su Il Dubbio.

di Gaja Cenciarielli

Che lì c’è – anzi, c’era – il Baobab lo capisci subito perché in fondo a via Cupa si vede una macchia scura. Quando arrivo io, poco prima delle sette di sera, i volontari stanno servendo la cena. C’è molta gente che conosco tra le persone che riempiono i piatti, qualcuno di loro lavora nell’editoria. Le persone fanno la fila un paio di volte, forse più. Una donna allatta al seno un neonato sotto una tenda. Due ragazzi di colore appena arrivati mi sorridono e mi dicono ciao.

I locali che prima erano il centro di accoglienza per i rifugiati sono stati restituiti al legittimo proprietario, che ha fatto causa al Comune di Roma e l’ha vinta. Fino a un’ora prima ha diluviato: saranno comunque probabilmente costretti a dormire all’aperto. La gente che incontro ha storie terribili: le donne sono state violentate, salvo quelle in stato di gravidanza. Fuggono dalle bombe, gli uomini sono stati torturati, tutti hanno attraversato a piedi il deserto. Anche ieri sono arrivate altre decine di persone, conoscono il Baobab e vengono direttamente qui.

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Possibilmente il più innocente. Una lettera di Anna Maria Ortese

Franz Haas, giovane studioso austriaco, approda a Napoli nell’autunno  1986 per insegnare all’Istituto Universitario Orientale. Porta con sé,  come guida spirituale per l’ingresso nella città Il mare non bagna Napoli. Poco prima, in un negozio della capitale aveva scoperto Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese, che leggeva estasiato, ritenendolo giustamente un capolavoro, “un’opera d’arte di tale bellezza  come di rado mi è capitato (con Kafka forse)”. Una sera Haas – che  condivideva un appartamento con Andreas. F. Muller (coautore del libro Dadapolis) – invitò a cena Fabrizia Ramondino e la scrittrice raccontò che ad Anna Maria Ortese occorrevano alcune fotografie di una zona di Napoli, il Pallonetto di Santa Lucia, per la stesura di quello che sarebbe stato poi Il Cardillo addolorato.

Franz Haas si assume il compito di scattare le foto e scrive una lettera all’anziana scrittrice, offrendosi di consegnarle di persona, esprimendo al contempo la sua grande ammirazione per “Il porto di Toledo”, il romanzo per certi versi più sfortunato della Ortese. Lo studioso austriaco raggiunge i vicoli del Pallonetto e scatta le foto con una piccola Contax e intanto aspetta la risposta da Rapallo che non tarda di molto. Prende avvio così un rapporto di amicizia fraterna testimoniato da un libro di recente pubblicazione: Anna Maria Ortese, Possibilmente il più innocente, Lettere a Franz Haas (1990-1998), a cura di Francesco Rognoni e del destinatario, Sedizioni, pp. 191, euro 25.00.

di Anna Maria Ortese

Rapallo, 21 marzo 1990

Gentile Signor Haas, ho ricevuto la Sua lettera e La ringrazio molto della Sua stima e della Sua cortesia. Ma ringraziare è una parola povera, che adopero perché necessario così. In realtà, la Sua lettera mi  ha portato una emozione felice e infelice insieme, che non conosco più da tempo.

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L’eredità di Langer schierata sul Brennero

Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Dal Brennero non passa più nessuno. Dopo l’incontro dei primi di maggio scorso tra il ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano e quello austriaco Wolfgang Subotka, solo una manciata di profughi è entrata in Austria provenendo dall’Italia. Non è stato costruito fisicamente alcun muro (in buona sostanza, la minaccia di costruirne uno da parte austriaca, oltre che utile a fare un po’ di pressione sull’Italia, è servita a infarcire un po’ di slogan elettorali prima del secondo turno delle presidenziali).

Tuttavia i controlli da parte italiana sono aumentati. E basta farsi un giro lungo i binari della stazione di Bolzano, oltre che lungo il confine, per incrociare pattuglie di poliziotti e carabinieri italiani che presidiano le vie di accesso alla frontiera italo-austriaca, dopo che negli ultimi anni – neanche tanto velatamente – si era lasciato andare verso Nord la gran parte di coloro che approdavano in Sud-tirolo, non solo i siriani che fino a metà 2015 sbarcavano in Italia.

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Il volo dei fratelli Wright

«Successo quattro voli giovedì mattina tutti contro vento trentatré chilometri partiti da terra solo con potere motore velocità media cinquanta chilometri orari più lungo cinquantasette secondi informa la stampa torniamo», recitava il telegramma dei fratelli Wright. Correva l’anno 1903, era una gelida mattina di dicembre, quando il testimone oculare John T. Daniels raccolse in una fotografia la ricerca della sensazione che l’uomo anelava da secoli. Il Flyer, la creatura di Orville e Wilbur Wright, volò al quarto test con quest’ultimo a bordo poco più di ottocento metri in aria, arrivando a una distanza di duecentosessanta metri sul terreno in 59 secondi.

Dopo quattro anni di studi, di dialettica tra teoria ed esperienza pratica, di costante messa in discussione, avevano maturato la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta, che avrebbe rivoluzionato il modo di muoversi, di comunicare, di propagare la guerra, che significava globalizzazione in anticipo sul nostro stupore tecnologico. Tra il 1900 e il 1903 le spese dei fratelli per materiali, viaggi tra l’hangar costruito nella ventosa e remota Kitty Hawk, sugli Outer Banks nella North Carolina, e la natia Dayton in Ohio ammontavano a meno di mille dollari, sovvenzionati  con i guadagni della loro impresa di biciclette. Erano considerati un po’ svitati, trascurati dalla stampa e dal governo statunitense che con il denaro pubblico investiva cifre decuplicate in progetti affondati puntualmente al decollo.

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Vlora 1991: anatomia di un’immagine

Nel nostro Paese, il racconto non è successivo alla costruzione dell’identità collettiva (non la attesta, né la testimonia una volta che essa è definita, come avviene altrove), ma rappresenta il momento stesso di questa costruzione: nel raccontarci, facciamo noi stessi e ci comprendiamo.

Nel 1991 è avvenuto per esempio qualcosa che ha modificato per sempre, e in profondità, il modo in cui pugliesi (e italiani) si percepiscono. Come ha affermato in più occasioni il sociologo Franco Cassano: “Un’esperienza esemplare ci viene proprio dalla nostra storia recente. Un elemento di discontinuità e di apertura è stato l’arrivo a Bari della nave Vlora, col suo immane carico di clandestini dall’Albania, nel 1991. Scoprire i vicini, incontrare un altro pezzo di mondo che doveva essere tuo, ha fatto allargare orizzonti, ha suscitato anche creatività. (…) quella vicenda ci avverte che è finita la vecchia storia. È cominciata una nuova storia, dobbiamo giocare una nuova partita” (in A. Marino, Intervista a Franco Cassano, “Premio LUM per l’arte contemporanea”).

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Ceronetti in fuga

Pubblichiamo la versione estesa di un articolo uscito su Succede Oggi (fonte immagine).

di Paolo Bonari

Intanto, sembra difficile che Guido Ceronetti abbia dedicato “trenta e più anni di saltuaria stesura” a Per le strade della Vergine, perché questo diario comincia nel gennaio del 1988 e siamo al 2016, no? Poi, da Ceronetti ci si può aspettare di tutto, anche che lui, le sue giornate, sappia descriverle in anticipo, che il suo passaggio terrestre sia una profezia che non può che auto-avverarsi, eh.

È anche vero, però, che ciò che possiamo aspettarci non è altro che l’usuale e minuzioso ricamo a filo nero che, da decenni, egli va depositando attorno a noi – mai creduto che la variabilità sia indice di chissà che, se non della noia di sé dell’autore, a volte. Perciò, ben venga il solito Ceronetti, che affida alla carta una decina d’anni della propria vita, fino all’aprile del 1998.

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La strategia della farfalla di Marco Belpoliti

Questa recensione è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Giacomo Giossi

Si susseguono ormai con puntuale sadismo allarmi ed emergenze, annunci di nuove crisi e ribaltamenti di scenari politici. Quello che eravamo abituati a definire, sostanzialmente dalla fine della seconda guerra mondiale, come Sistema, oggi pare ormai incapace non solo di rigenerarsi, ma ancor meno di tenere una posizione ferma attorno a quei principi che fino a pochi anni fa erano ritenuti fondanti delle nostre comunità.

La precarietà delle nostre esistenze, che per certi versi a lungo è stata occultata da un’organizzazione di Stato e di Mercato, ora è davanti ai nostri occhi con tutta la sua crudezza, antecedendo ogni altro problema seppur fondamentale.

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I treni non esplodono. Un libro sulla strage di Viareggio

di Diego Bertelli

I treni non esplodono di Ilaria Giannini e Federico Di Vita (Piano B 2016) racconta una storia accaduta poco più di 7 anni fa: alle 23.48 del 29 giugno 2009, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano, che trasporta quattordici vagoni-cisterna carichi di Gpl, deraglia 400 metri dopo aver superato la stazione di Viareggio. Dei quattordici vagoni se ne squarcia soltanto uno, ma basta per annichilire la passerella che proprio in quel punto congiunge le due parti della città, devastare l’area adiacente a via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, e danneggiare gravemente la sede della Croce Verde sul lato opposto.

Le vittime sono trentadue: undici muoiono a causa dell’esplosione; ventuno per le conseguenze delle ustioni riportate. Su un centinaio di persone resteranno i segni tangibili di quella deflagrazione. Per chi non lo sa, morire o guarire di ustioni è una delle forme di sofferenza più atroci che si possano immaginare: giorni, settimane, mesi di dolore continuo, diffuso, con la morfina che non basta mai. Il corpo è privo della sua protezione primaria, viene bendato e sbendato ogni giorno, la pelle si stacca via e bisogna fare innesti con quella dei cadaveri per favorire l’attecchimento e la rinascita di nuovo tessuto; basta un nonnulla per scatenare un’infezione fatale.

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La vita felice di Elena Varvello: un estratto

Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Elena Varvello La vita felice, uscito per Einaudi. Ringraziamo l’autrice e la casa editrice.

Il momento giusto

di Elena Varvello

Quella notte mio padre aprí la porta della mia camera, si avvicinò e si chinò, toccandomi una spalla.
– In piedi, – disse sottovoce.
Rimasi immobile, con gli occhi chiusi.
– Ho detto in piedi.
– Che c’è, papà?
Lui sussurrò: – Devi venire.
Scostò il lenzuolo, mi cinse un polso, mi trascinò in cucina e poi fuori di casa. Provai a protestare, ma lui mi strattonò.
– Sta’ zitto e muoviti.

Attraversammo il prato, diretti verso il bosco. Nel cielo c’era soltanto un debole chiarore. Mio padre respirava a bocca aperta.

Disse qualcosa tra sé e sé. A un certo punto si fermò, schioccò la lingua due o tre volte, come un segnale, poi balbettò: – Adesso guardati un po’ intorno. Chi è stato a fare tutto questo?

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Rimini, il “romanzo da spiaggia” di Pier Vittorio Tondelli

Ecco Pier Vittorio Tondelli in un pezzo scritto nel 1982, quando aveva 27 anni: «È dunque questa della riviera adriatica una cosmogonia estiva e ferragostana della libido nazionalpopolare che, a dispetto dei decenni, delle mode e delle recessioni, persiste, più o meno intatta, nel costume e nelle manie della nostra gente, per cui ancora una volta sul fianco destro delle patrie sponde s’inscena la sfilata del desiderio in un missaggio di antiche forme e nuovissime attitudini».

Il pezzo s’intitolava Adriatico Kitsch: volendo, una dichiarazione poetica autosufficiente. Dopo aver speso le sue qualità di scrittore riproducendo temi, tic linguistici e ossessioni della fauna giovanile post ’77 tra Bologna e dintorni (Altri libertini) e aver compiuto una rapida incursione nelle caserme dei militari di leva (Pao Pao), Tondelli sposta l’occhio di bue della sua poetica più a Est, lungo la riviera romagnola, dove individua la nuova umanità congeniale alle sue storie.