Le rovine spettrali dell’Italia

27 gennaio 2012 • pubblicato da giorgiovasta

Questo pezzo andrebbe letto ascoltando «Hidden in Snow» di Trent Reznor e Atticus Ross, dalla colonna sonora di «The Girl With the Dragon Tattoo».

di Christian Caliandro

Qui dove abito io, anche quest’anno, come ogni inverno, in una delle piazze principali della cittadina hanno montato la giostra per i bambini. È una di quelle della ‘vecchia scuola’, con carrozze settecentesche, cavalli e auto da corsa. Tutto molto anni Ottanta, solo con qualche opportuno aggiustamento relativo ai colori ed agli accessori.

A qualsiasi ora del giorno e della sera io passi per quella piazza, la giostra è sempre vuota. Deserta. Per riparare i bambini inesistenti dal freddo – nella speranza, forse, di farli finalmente comparire, o apparire nuovamente – è stata montata una protezione in plexiglas, che corre lungo tutto il perimetro. Così, la giostra risulta ancora più spettrale: le carrozze e le auto vanno in tondo, solitarie e un po’ inquietanti. Non ci sono schiamazzi né strilli. Solo questi affari inanimati che girano, girano, girano.

Non è il freddo il motivo per cui la giostra è vuota. I bambini sono ormai tutti tappati in casa. Non verrebbe mai in mente, né a loro né ai rispettivi genitori, di mettersi a girare in tondo su questi cosi. Dal loro punto di vista sono stupidi, vagamente puzzolenti e inaffidabili. Insicuri. Hanno un’aria povera, miserabile (anche se non si può dire). Per il divertimento sano e gradevole, ci sono piattaforme digitali e giochini interattivi. C’è uno spazio intensamente sorvegliato e predisposto dai grandi, dal loro sguardo, nel sicuro e confortevole salotto di casa (anche se questo salotto sta diventando sempre più piccolo, sempre più piccolo: ma non si può dire, sta male).

Nuova, questa giostra è già una rovina. Certo, una rovina contemporanea. Un recentissimo reperto archeologico. Non c’è più alcuna connessione tra il giostraio e la sensibilità infantile diffusa. Sul plexiglas c’è scritto: EVERY CHILD’S DREAM / IL SOGNO DI OGNI BAMBINO. Niente di più lontano dal vero. Voglio dire, nessuno sta qui a rimpiangere pasolinianamente l’età dell’oro perduta dell’infanzia, e dei suoi sani giochi materiali. Come dice Jack Beauregard/Henry Fonda ne Il mio nome è Nessuno (1973), “i bei tempi andati non ci sono mai stati”; e come scriveva Henry James, citato da Lucio Fulci alla fine di Quella villa accanto al cimitero (1981): “nessuno saprà mai se i bambini sono mostri, o se i mostri sono bambini”. Semplicemente, si può giocare alla Wii e andare sulle giostre; si può essere mini-esseri umani iperconnessi e, contemporaneamente, piccoli disgraziati che esplorano con gioia irresponsabile le mille insidie del mondo fisico – rigorosamente fuori dal controllo degli adulti.
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Un grillo reazionario

26 gennaio 2012 • pubblicato da minimaetmoralia

di Alessandro Leogrande

Alla fine Beppe Grillo ha squarciato il velo e si è mostrato per quello è: uno xenofobo reazionario.
Ci sarebbero tanti modi per spiegare che il populismo di Beppe Grillo è speculare, per niente alternativo, al populismo berlusconiano (che – detto per inciso – solo gli stolti oggi possono dare per scomparso in Italia). Altro che nuova forma di partecipazione! La sua foga forcaiola, i suoi aspetti duceschi, l’uso calibrato del turpiloquio, l’intensificazione del culto della personalità (la propria) a me hanno sempre ricordato quegli oscuri figuri che a partire dalla metà degli anni ottanta hanno spopolato sulle emittenti private meridionali, spesso riuscendo a fare il salto verso la politica ed elaborando un misto di qualunquismo, micro-rivendicazioni territoriali, odio per la casta, sfascismo forcaiolo. Grillo ha portato tutto questo nell’era del web, e in molti ci sono cascati. Ne ha parlato molto bene Alessandro Lanni in Avanti popoli! Piazze, tv, web: dove va l’Italia senza partiti (Marsilio), Un libro a cui rimando.
Ci sarebbero tanti modi per spiegare che Grillo è un fenomeno para-leghista. Ne scelgo uno recente: un post di qualche giorno fa apparso a sua firma sul suo blog. Grillo alza la voce contro “la liberalizzazione delle nascite” e scrive:

La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso. O meglio, un senso lo ha. Distrarre gli italiani dai problemi reali per trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della “liberalizzazione” delle nascite.
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Proust e Yehoshua: dipinti nella letteratura

25 gennaio 2012 • pubblicato da minimaetmoralia

Questo articolo di Francesco Longo è uscito su «Ragioni», inserto culturale del «Riformista» e affronta la questione dei dipinti nei romanzi; partendo dalla Recherche di Prous, fino all’ultimo romanzo di Yehoshua, i quadri spesso ci dicono come i romanzi vanno interpretati, o semplicemente ci svelano le loro molteplici interpretazioni.

di Francesco Longo

La mano destra tiene stretto un rotolo, la mano sinistra lo svolge. Un circolo di persone è concentrato nell’ascolto di un uomo che sta leggendo ad alta voce. Il viaggiatore legge sulla carrozza. La giovane legge stesa sull’erba, o sotto un porticato. Nel corso dei secoli, i pittori hanno spesso ritratto scene di lettura.

È meno frequente, ma gravido di conseguenze, la presenza di quadri nelle pagine della letteratura. Nell’ultimo romanzo di Yehoshua, La scena perduta (Einaudi) si racconta di un problematico quadro che evoca, inevitabilmente, una celebre pagina della Recherche, dove Proust si riferisce ad un affresco di Giotto. Yehoshua parla della Carità romana, Proust della Carità di Giotto. L’interazione tra questi due testi (e tra le opere dei pittori che vengono chiamati in causa) fa luce sul curioso ruolo delle icone nelle narrazioni letterarie.
Il protagonista del romanzo di Yehousha è un regista che viene invitato a Santiago de Compostela per una retrospettiva sulla sua opera cinematografica. Nella sua camera d’albergo, è appeso un quadro in cui riconosce la scena di un suo film. La scena era stata inserita dallo sceneggiatore, e il regista la tagliò. È la famigerata scena perduta a cui si riferisce il titolo del romanzo. Nel quadro Caritas romana, che ora interroga il regista dalla parete della stanza, una giovane donna offre il suo seno per allattare un vecchio in pericolo di vita.
Nella Recherche, Swann chiama la sguattera “la Carità di Giotto”. Quando chiede notizie sulla sguattera, domanda: «Come sta la Carità di Giotto?». Swann è un maestro nel cogliere le somiglianze. Si comporta, precisamente, come la metafora: coglie analogie tra cose diverse. In questo caso, sono gli «ampi grembiuli» della sguattera, secondo Swann, a somigliare alle «guarnacche» di alcune figure simboliche, le Virtù ritratte da Giotto a Padova. Aggiunge Proust: «Grazie a una bella invenzione del pittore, essa [la Carità] tende a Dio il suo cuore infiammato o, per essere più precisi, glielo “passa” così come una cuoca passa un cavatappi attraverso la finestrella del suo seminterrato a qualcuno che gliel’ha chiesto dal pianterreno».

Turbato per la vista del quadro, il protagonista del libro di Yehoshua si mette a fare indagini su quella rappresentazione di cui ignorava l’esistenza. Scopre che la scena è stata ritratta molte volte, da numerosi pittori, in epoche diverse. Il gesto della donna che allatta il vecchio descrive il sentimento della Compassione. Tuttavia, è facile intuire che tale scena può imprevedibilmente rappresentare qualcosa di molto diverso. Tutti i pittori infatti si sono sforzati per contenere l’indubbia carica erotica di una donna che offre il suo seno a un uomo. I pittori hanno aggiunto elementi, hanno amplificato il pudore, hanno inserito una catena ai piedi del vecchio, hanno inventato delle sbarre, hanno fatto in modo che i loro sguardi non si incontrassero. Sostanzialmente, hanno lavorato per contrastare l’emergere di un altro, incontenibile, scaltro, significato. Invece della Compassione, il quadro rischiava di rappresentare un sentimento di segno molto diverso: la Passione. Si legge in Yehoshua: «l’erotismo latente in questo atto di carità ha dissuaso e forse spaventato gli artisti del Medioevo non meno di quanto abbia entusiasmato quelli del Rinascimento, del Barocco e fino ai primi decenni del ventesimo secolo».
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Per Vincenzo Consolo

24 gennaio 2012 • pubblicato da minimaetmoralia

Fabio Stassi ci regala un ritratto appassionato dello scrittore Vincenzo Consolo, scomparso qualche giorno fa. L’appendice che segue sono gli appunti che Stassi ha conservato di un passato Salon du livre di Parigi, dove Consolo fu ospite e parlò della sua ricerca stilistica e della sua poetica.

di Fabio Stassi

Ho conosciuto Vincenzo Consolo nella biblioteca di Storia contemporanea della Sapienza di Roma. Era un giorno di maggio del 1995. L’avevamo invitato a parlare delle biblioteche frequentate nella memoria e nel sogno. A quell’incontro con gli studenti avrebbe partecipato anche José Saramago, se il dipartimento non lo avesse ritenuto un personaggio ancora non “di chiara fama”. Consolo intervenne dopo l’inconfondibile barba bianca a due punte di Vittorio Emanuele Giuntella, uno studioso a cui volevo bene e che mi aveva insegnato tutto quello che so sull’età dell’illuminismo. Giuntella aveva scelto di raccontare le biblioteche dei lager nei quali era stato internato, e lo fece in maniera toccante. Consolo parlò invece dei libri della sua infanzia, della biblioteca di Lucio Piccolo, della scoperta della stella polare della letteratura. La sua voce era mite ma affabulatrice, capace di esprimere con la stessa forza sia la nostalgia che l’indignazione.

Fu uno dei primi scrittori che vedevo in carne e ossa, avevo letto tutti i suoi libri e lo consideravo l’ultimo esponente della tradizione del romanzo siciliano post-unitario[1]. Leonardo Sciascia era morto da qualche anno e con Gesualdo Bufalino ci avevo parlato solo per telefono (il Grande Sedentario non usciva mai dalla Sicilia: ci saremmo scritti, ma non l’avrei conosciuto perché rimandai troppo a lungo un viaggio a Comiso). Restava solo lui. Quella sera scegliemmo un piccolo ristorante, in centro, dove poter conversare in pace. E per me fu come andare a cena con la lezione umanizzata di Verga, De Roberto, Pirandello e Borgese, più la luce luttuosa di Brancati, più gli astratti furori di Vittorini e di Sciascia e l’eleganza formale di Tomasi e di Bufalino declinati tutti insieme in un espressionismo dolente. Prendemmo un gelato dietro al Pantheon. Ricordo che Consolo si arrabbiò per come cambiava la letteratura, per la sua spettacolarizzazione, e anche per l’incomprensibile sciatteria delle nostre canzoni e della musica commerciale.

Sull’esempio di chi lo aveva preceduto, il suo lavoro portava avanti quella coerente e quasi cromosomica riflessione sui fatti italiani che gli scrittori siciliani hanno sempre condotto, dalla delusione del Risorgimento e dell’unificazione sino all’omicidio dei giudici Falcone e Borsellino. Una riflessione che tra vicerè, vecchi e giovani, gattopardi, esercizi spirituali e olivastri selvatici suona come un recitativo all’inverso, una implacabile chiosa ai secolari malanni e guasti della nazione. La dominante è una dissonanza cronica: un cosmico e sgomentato discredito della storia. L’eccentrico barone Enrico Pirajno di Mandralisca, catalogatore di molluschi e collezionista d’arte, protagonista de Il sorriso di un ignoto marinaio (Einaudi, 1976), si chiede allo stesso modo dell’abate Vella del Consiglio d’Egitto di Sciascia[2]: “Cosa è stata sin qui la Storia, egregio amico?” La risposta è esemplare e definitiva: “Una scrittura continua di privilegiati.” Per lui il mondo aveva la forma di una chiocciola o di una lumaca: una spirale di ingiustizie e di soprusi, il ripetersi di una stessa mancata speranza.
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Stili di gioco: Zlatan vs Il Barça /1

23 gennaio 2012 • pubblicato da minimaetmoralia

Inizia oggi una rubrica sul gioco del calcio curata da Daniele Manusia, che ci accompagnerà per qualche tempo e che cercherà di mantenere una cadenza bisettimanale. L’idea della redazione di minima è di creare un contenitore per articoli/analisi sportive che vadano ad aggiungere alla nuda cronaca calcistica, che svelino lo stile dietro ogni giocata e, quando c’è, la filosofia. Iniziamo quindi con il calcio totale del Barça di Guardiola e con la furia Ibrahimović.

di Daniele Manusia

Analizzare le ragioni che hanno portato alla rottura tra il Barcellona e Zlatan Ibrahimović significa tenere conto di due approcci al calcio completamente differenti: da una parte c’è un’idea di gioco in cui il tutto è più importante delle parti che lo compongono, l’intelligenza calcistica alla sua massima espressione; dall’altra un individuo eccezionale ma anche eccezionalmente individualista, con doti tecniche straordinarie e un culto della personalità ai limiti del superomismo, un calciatore così complicato che a volte sembra un tennista. La cosa mi sta così a cuore che avrò bisogno di parlarne in due parti: nella prima cercherò di descrivere in che  modo la battaglia personale di Ibrahimović  contro una tradizione di gioco più grande di lui fosse destinata a un insuccesso; nella seconda  cercherò invece, per così dire, di mostrare il punto di vista dello svedese, la sua tradizione calcistica e in che senso per lui fosse impossibile adattarsi a una realtà come quella di Barcellona.

In quello che probabilmente è il libro di calcio più bello scritto in Italia: Il Barça, Sandro Modeo spiega così come si sia arrivati al Barcellona dei nostri giorni: “Lui [Guardiola] sembra aver prelevato da ognuno dei suoi allenatori un concetto o un segmento della propria orchestrazione: da Van Gaal la possibilità di contrarre/espandere lo spazio e il tempo, utilizzando ogni partizione di campo, fino a usare il portiere come «sponda» finale dell’estrema distensione; dallo stesso Cruijff l’ossessione per la tecnica e le dinamiche affilate del tridente offensivo; da Robson l’attenzione incessante alla verticalità. In questo collage – forse anche facendo tesoro dello shock subito in campo ad Atene ’94 [quando il Barcellona perse la finale di Champions League 4 a 0] contro il Milan – ha integrato la linea difensiva (con tanto di fuorigioco) e il pressing sistematico di Sacchi”.
Quindi, attualizzando la lezione degli allenatori con cui in qualche modo è entrato in contatto all’interno un calcio più atletico, e rendendo, come spiega Modeo più avanti, quasi indistinguibili le fasi di possesso palla e pressing, Guardiola ha ottenuto la squadra più forte del mondo e, forse, di sempre. Ora, se si prende l’albero genealogico di Guardiola si noterà che Zlatan Ibrahimović ha litigato con tutti i nomi presenti (tranne Robson, con cui però non ha mai avuto a che fare).
Come racconta lo stesso Ibrahimović nella sua autobiografia Io, Ibra, ai tempi in cui giocava nell’Ajax, Van Gaal ne era il direttore sportivo e durante un colloquio lo criticò perché non difendeva abbastanza. Dopo aver spiegato i suoi schemi difensivi, Van Gaal gli disse: “Hai afferrato? Le capisci queste cose?”. Ibrahimović allora, irritato, racconta di aver risposto: “Tu puoi anche buttar giù dal letto ogni singolo giocatore alle tre di notte, dissi, e chiedere come devono difendere, e loro ti risponderanno anche dormendo che il nove corre qui e il dieci lì. Lo sappiamo, e sappiamo che sei stato tu a inventare questo sistema. Ma io mi sono allenato con Van Basten e lui pensa tutto il contrario. – Prego? – Van Basten dice che il numero nove deve risparmiare le sue energie per attaccare e fare gol, e detto sinceramente, ora io non so più a chi devo dare ascolto. A Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal?, dissi, e sottolineai in particolare il nome Van Gaal, come se si trattasse di una qualche persona assolutamente insignificante”. Certo, una bella risposta (vedremo nella seconda parte come Ibrahimović nel tempo sia diventato un maestro in questo genere di battute) ma l’errore logico di Ibrahimović è evidente: come si fa a confrontare un giocatore con un allenatore? Van Basten ha vinto tre volte il pallone d’oro, d’accordo, ma come allenatore il suo miglior risultato è stato un ottavo di finale ai mondiali in Germania del 2006. Mentre Van Gaal non ha vinto niente come calciatore ma da allenatore ha al suo attivo 4 campionati olandesi, 2 spagnoli, 1 tedesco, 1 coppa Uefa, 1 Champions League, 2 supercoppe europee, e 1 Intercontinentale. Non esattamente una nullità.
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Una giornata di campionato

23 gennaio 2012 • pubblicato da Nicola Lagioia

di Nicola Lagioia

Domenica 22 gennaio 2012.

La diciannovesima giornata di serie A del campionato 2011/12, vale a dire il giro di boa, il turno che segna la fine del girone d’andata, è la conferma squillante di come io abbia fatto bene, negli ultimi anni, ad allontanarmi da questo torneo, cioè a restarci sempre più attaccato considerandolo non un rito (impossibile), o la manifestazione sportiva che non è ormai da tempo, ma uno schermo abbastanza fedele sul quale seguire le vicende della pornografia di massa nazionale.

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Minima Commedia Umana (1/3)

23 gennaio 2012 • pubblicato da giorgiovasta

Alessandro Garigliano ha scritto direttamente per minima&moralia un trittico corporale in cui concentra ipotesi e rovelli, immaginazioni e dilemmi.
Ecco la prima parte.

di Alessandro Garigliano

Corpo, tu mi tradisci. Tu sei meschino, brutale, immutabile. Sono anni che ti odio, che monologando (tecnicamente sarebbe un soliloquio, non essendoci stato per fortuna nessuno spettatore), corpo, io ti frustro, a te impassibile, ti denuncio come mio limite. Tu sei il mio limite, la mia croce. Senza di te chissà dove sarei, che conquiste avrei fatto, avrei liberato ambizioni, mi sarei scelto la vita. Ma tu corpo ti opponi, fai resistenza passiva. Perché tu non sei solo arti e organi e muscoli e tutto quello che rimane di fisico, di volontario e di involontario, tu sei anche altro… e intanto vorrei  dire che di volontario tu non hai un bel niente, e questo è il punto. Il punto è che non sei controllabile, che non ti si può comandare, non si può decidere cosa farti fare e cosa non fare. L’esempio più chiaro è quello dei muscoli, i muscoli volontari. Certo che posso contrarli e distenderli, lo posso fare anche decine di volte. Ma per quanto tempo è possibile? Fino a quale livello di tensione posso riuscire a contrarre un bicipite? La sostenibilità dei pesi che sollevo è pur sempre limitata, per quanto possa allenarmi, insomma, non riuscirò mai a sollevare la luna.

Tu sei anche altro, sostenevo qui sopra. Perché tu non sei solo braccia e gambe o ossa facciali, sei anche carattere, psicologia, codice genetico, cose che per quanto invisibili, restano fenomeni rigidi, vera materia. Ho provato migliaia di volte nel corso di questa esistenza a ribellarmi, ho provato a forzare la mano, a coartare il carattere, a imporre le scelte, ma sono sempre tornato là dove ero partito: un passo avanti e cento a macchina indietro. E in verità, in verità, se devo scavarmi più a fondo in modo spietato, contro le suddette parti di fisico, invisibili, sì, ma esiziali, non ho mai potuto ingaggiare nemmeno una guerra totale, non ho mai potuto concentrarmi a studiare una strategia dirompente allo scopo di piegare per sempre questi umori installati chissà per quale motivo e in che tempo senza consenso. No, mio corpo ignorato, nel frattempo, le tue porzioni ordinarie, le unghie, i denti, la barba mi hanno di continuo distolto da una tale battaglia per segnalarmi, con petulanza, le proprie esigenze: quante volte ho creduto di non dovermi rasare per forza? Il problema, pensavo all’inizio, nell’adolescenza, sarà sostenere l’occhio sociale senza abbassare  la testa, sarà frequentare la gente perbene con peli di barba lunghissima senza imbarazzo, ma qui sta l’equivoco. Controllare il proprio imbarazzo, affrontare in modo egocentrico chi ci sta intorno, è questione di mente, è lei che decide. Ma sulla mente non ho nessuna obiezione, anzi, la mente è la mia paladina, la ragione si muove sicura, può scegliere a freddo cosa è giusto o sbagliato. Il problema per il quale mi dolgo è il fisico, il cagionevole fisico. Il fisico è un soggetto che è esposto alle malattie più terribili, la barba incolta per mesi, infatti, ha causato sulla mia faccia decine di brufoli, una vera e propria infezione. Può sembrare banale, ma ho riportato soltanto una spia di quello che il fisico è capace, anzi incapace, di fare. Ho centinaia di casi simili a questo da potere narrare. I denti che per quanto li lavi e li coccoli come fossero figli si ammalano di carie e si sbriciolano come fossero croste di pane, per esempio. Ci si nasce con le arcate dentarie sbilenche, non lo abbiamo deciso e non possiamo porvi rimedio da soli, abbiamo bisogno di un medico e di mostruosi apparati meccanici. Ora non voglio elencare tutta la sfilza di malattie che ammorbano il corpo, agli occhi, negli organi interni, perfino nel sangue e finanche la testa.
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Umano, troppo umano

21 gennaio 2012 • pubblicato da minimaetmoralia

Oggi 21 gennaio 2012 sono 35 anni dalla morte di Sandro Penna, libero poeta italiano, uno dei maggiori esponenti di quella che Pasolini ha definito la corrente sabiana della lirica novecentesca, perché inseguiva una scelta poetica di trasparenza e semplicità in pieno clima ermetico. Per ricordarlo abbiamo scelto la sua singolare apparizione nel film «Umano non umano» di Mario Schifano (1971). Si tratta di un’immagine del poeta dimessa e commovente (fosse solo per il fatto che lui continua a ripetere che non sta bene) che impressiona e che ci restituisce l’uomo, prima di tutto, e poi la sua straordinaria capacità di raccontare una vita senza colpe.

Sul concetto di volto nel figlio di Dio

20 gennaio 2012 • pubblicato da minimaetmoralia

Sul concetto di volto nel figlio di Dio è uno degli spettacoli più discussi di Romeo Castellucci, star del teatro italiano e internazionale. A Parigi, lo scorso ottobre, il teatro in cui è stato ospitato è stato preso d’assalto da un gruppo d’integralisti cattolici che ha cercato di interromperne la messa in scena. Questi eventi hanno scatenato in Francia un intenso dibattito e una strenua difesa di Castellucci da parte delle istituzioni culturali. La stessa situazione si sta verificando a Milano in questi giorni pre debutto al Teatro Franco Parenti. La direttrice del teatro, attaccata da integralisti cattolici locali, ha lanciato un appello alle istituzioni religiose e civili che sembra rimangano silenti. E’ in atto un acceso dibattito che vede coinvolto il regista, il mondo della cultura e quello religioso. E adesso è scoppiata anche la polemica (abbastanza paradossale, per chi conosce il percorso di Castellucci) col Vaticano.

Quest’articolo di Ilaria Mancia era uscito sul mensile “Il Mucchio” in occasione della prima italiana dello spettacolo Sul concetto di volto nel figlio di Dio.

di Ilaria Mancia

Romeo Castellucci ha presentato all’interno di RomaEuropa Festival Sul concetto di volto nel figlio di Dio. VOL.II che ribadisce come il suo teatro di immagini potenti, feroci, iconiche lascia un segno nello stomaco, nella mente e smuove ogni angolo oscuro e nascosto della nostra psiche, ridando ogni volta un senso all’azione teatrale come ricerca esistenziale.

E’ difficile parlare del lavoro di Castellucci quando, come nella performance vista a Roma, nulla credo si possa aggiungere a ciò che lui mostra in scena. La potenza totalizzante delle immagini che ci scorrono davanti agli occhi, la ricchezza di senso e semplicità rende difficile una descrizione che non sia traditrice e sminuente. L’unica cosa certa è che, per chi non l’avesse ancora fatto, il lavoro di Castellucci va vissuto, esperito e ricordato dall’incontro dal vivo.

L’incontro conturbante di Sul concetto di volto nel figlio di Dio. VOL.II è con il volto di Cristo. Domina il fondo della scena un’incombente riproduzione del volto di Cristo benedicente di Antonello da Messina. Un enorme pannello di circa sette metri per sette, che sembra rimandare ad un pannello pubblicitario, riproduce uno dei rari volti di Gesù con lo sguardo rivolto verso il pubblico; uno sguardo sospeso, impenetrabile e intenso, da cui ci sentiamo spogliati, che crea una corrente inaspettata fra noi e l’iconografia religiosa che si trasforma in un cortocircuito di sguardi fra gli uomini. E’ un Cristo umanizzato, è Dio che si fa uomo.

“Il volto, in questa epoca di riproduzione virtuale, è diventato problematico: non è più ciò che ci affaccia all’altro ma ciò che ci allontana dall’altro. Per questo volevo che il mio volto di Cristo guardasse dritto negli occhi lo spettatore. Questo Cristo ci guarda dritto negli occhi ma il suo pensiero è inafferrabile, nella sua grandezza ci schiaccia con il suo sguardo, a cui non si può sfuggire” spiega Castellucci.

Davanti al dipinto il piano orizzontale della scena è occupato da un salotto composto di mobili bianchi, freddi, privi di identità e da un letto candido in cui si svolge una scena di profonda e umana sofferenza. Un vecchio padre si aggira con lenti movimenti quotidiani nello spazio e con lui il figlio che amorevolmente lo accudisce. Il bianco, tela neutra e candida, viene segnato dalla sofferenza del padre incontinente a cui il figlio presta aiuto, affetto e devozione. Il segno delle feci, e i loro aumentare in maniera incontrollata, rende l’umiliazione del padre senza speranza e l’attenzione del figlio un naturale e faticoso atto d’amore.

Una linea retta inflessibile unisce le due parti che compongono l’azione e noi ne siamo parte, coinvolti senza scampo e in maniera terribilmente umana. I nostri sensi (in particolare la vista e l’olfatto) sono testimoni della triangolazione biblica fra un padre flagellato dalle proprie feci, il figlio amorevole e pietoso e lo sguardo di Dio.

“La corrente che unisce lo sguardo di Dio e lo spettatore è interrotta da questa storia di feci. Gesù viene incaricato di questa materia, che è materia primaria, è il contenuto dell’uomo. E’ una preghiera in un’epoca post-cristiana. I temi della religione vanno scarcerati da una serie di stereotipi di condiscendenza. Rappresento una storia d’amore di un figlio incredibilmente paziente nei confronti del vecchio padre. E’ una storia biblica che si fa storia politica: la morale dei padri, l’eredità dei padri come incontinenza storica e politica dei padri. La colpa dei padri ricadrà sui figli è l’anello di ferro che non si può spezzare che lega i padri ai figli”.

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A luz do Sul

20 gennaio 2012 • pubblicato da minimaetmoralia

L’immaginario album fotografico di Giuseppe Garibaldi in Sudamerica, cioè quando Garibaldi combatteva col nonno di Borges a Montevideo…

di Fabio Stassi

Primo scatto: Marsiglia, il porto. Nel fondo si distingue con chiarezza la dogana, il faro, l’insenatura. È il 1835. Un uomo di 27 anni aspetta sulla banchina di essere imbarcato su una nave francese, il Nautonnier. Una nave vecchia di tre lustri, 204 tonnellate di stazza. Destinazione Rio de Janeiro, lungo la rotta tradizionale delle Canarie e delle isole di Capo Verde. 70 giorni di navigazione.
L’uomo dichiara di chiamarsi Joseph Pane, ma è un nome falso. In realtà è un italiano. Di Nizza. Un marinaio. Ha già navigato fino al Mar Nero e visto Odessa, Smirne, Costantinopoli, Tunisi. Negli ultimi mesi, si è segnalato come volontario durante la pestilenza di colera che ha flagellato la città. Alcuni dicono che sulla sua testa pende una condanna a morte in contumacia del Re di Sardegna come “nemico della Patria e dello Stato” e membro di una società segreta. Bastano poche parole, con il capitano. Una stretta di mano. Se vuole salire a bordo, si dovrà accontentare di una paga comune, anche se in viaggio dovesse servire da secondo ufficiale. L’uomo sale la passerella. Non ha gli occhi di uno che fugge dal colera. Né da Casa Savoia o dagli austriaci. Ha lo sguardo di uno che va incontro al suo destino, scriverà Dumas padre.
Naturalmente, questa foto non esiste. Ci vorranno ancora due anni perché Joseph Nicephore Niepce e Louis Daguerre imprimano su una lastra di rame il primo dagherrotipo della storia, l’Atelier de l’artiste. Ma già da qualche tempo, in Brasile, un tipografo registrato all’anagrafe come Antoine Hercule Romuald Florence giura di avere trovato il modo di fissare la realtà su carta imbevuta di nitrato d’argento: alle sue riproduzioni ha dato lo strano nome di fotografie.
Ora proviamo a immaginare che la mattina che l’italiano scese a Rio da una scialuppa manovrata a remi da una squadra di schiavi abbia incontrato alla baia di Guanabara un assistente di Hercules Florence, intento a fermare per sempre il profilo del Pan di Zucchero su una pellicola chimica. I due si guardano, incuriositi, scambiano qualche battuta, si presentano. Giuseppe Garibaldi, dice l’italiano. Aurelio Gato Maggio, dice l’altro, di padre italiano anche lui, e gli mostra l’invenzione di Florence. Garibaldi ne intuisce subito le grandi potenzialità; l’altro annusa invece il fascino dell’uomo che ha appena conosciuto. Un giorno le sue foto varranno una fortuna, pronostica. Sull’onda di un’ispirazione, gli propone di mettersi al suo servizio. Da allora comincia un sodalizio che durerà tredici anni.

Secondo scatto: il quartier generale degli esuli italiani a Rio. È una casa bianca dalla quale sventola un enorme tricolore. Qui Garibaldi ha trovato altri amici. Si è legato a uno, in particolare: Luigi Rossetti, uno che scrive bene, un giornalista senza lavoro, come gli altri, ma pieno di entusiasmo e di passione civile. Insieme a lui e a Gato, che ormai è la sua ombra fotografica, l’italiano si mette in affari: trasporto e vendita di spaghetti e di altre derrate alimentari tra Rio e il villaggio di Cabo Frio. Dura meno di un anno: come imprenditori questi italiani sono un fallimento.
Nell’album di Gato, di questo periodo non sono riportati altri fatti importanti, se non il salvataggio di uno schiavo da parte di Garibaldi, al porto di Rio, a nuoto, tanto per tenersi in esercizio.
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