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Nicola Lagioia vince il premio Strega con La ferocia

Il nostro Nicola Lagioia ha vinto il premio Strega 2015 con il romanzo La ferocia, edito da Einaudi. Lo festeggiamo ripubblicando l’incipit del romanzo.

di Nicola Lagioia

Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taran­to a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo ver­so nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immagi­nario, lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto compariva una stazione di servizio. Non ce n’erano altre per parecchio, e oltre al self-service erano da poco attivi i distributori automatici di caffè e cibi freddi. Per segna­lare la novità, il proprietario aveva fatto piazzare uno sky dancer sul tetto dell’autofficina. Uno di quei pupazzi alti cinque metri, alimentati da grossi motori a ventola.

Il piazzista gonfiabile ondeggiava nel vuoto e avrebbe continuato a farlo fino alle luci del mattino. Più che altro, dava l’idea di un fantasma senza pace.

 
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Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico?

di Matteo Nucci Atene. Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica. Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue [...]

 
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Gli eredi di Citizen Kane. Il giornalismo nelle serie tv fra asservimento e civilizzazione

Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui. (fonte immagine) di Francesco Costa Uno pensa al giornalismo raccontato su uno schermo – quello del cinema o quello della tv – e probabilmente gli vengono in mente subito Robert Redford e Dustin Hoffman stravaccati sulle scrivanie [...]

 
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“Scarti” di Jonathan Miles: Conoscere il proprio destino prima di esserne travolti

di Gaia Tarini

(fonte immagine)

Elwin Cross avrebbe adorato Max, il protagonista di Perché non ballate? il mio racconto preferito di Raymond Carver. Come lui, Elwin tenta disperatamente di liberarsi degli oggetti di casa sua, quelli che gli ricordano Maura, la donna che lo ha lasciato per un altro. In Perché non ballate? invece, apparentemente non sappiamo perché Max abbia portato nel giardino di fronte alla sua casa tutti i mobili e le cianfrusaglie che si prepara a svendere come vecchi rottami. A Carver, un maestro nell’arte dell’intuizione, basta farlo entrare in scena così:

Max arrivò lungo il marciapiedi con una busta del supermercato. Aveva panini, birra e whiskey. Era tutto il pomeriggio che beveva e ormai aveva raggiunto il punto in cui l’alcol che mandava giù sembrava cominciare a schiarirgli le idee. Ma c’erano anche dei momenti di vuoto. Si era fermato al bar vicino al supermercato, si era messo ad ascoltare una canzone al jukebox e, non sapeva come, si era fatto buio prima che si ricordasse delle cose fuori sul prato.

Ce lo descrive con pochissime semplici frasi, quelle sufficienti ad intuire la sua devastante malinconia. Per Max, come quasi tutti i personaggi di Carver, il destino è una scommessa, un punto interrogativo: non sappiamo cosa farà, oltre le pagine del racconto, dove andrà, come risanerà quella voragine che (intuiamo) lo schiaccia mentre, devastato dall’alcol e dalla tristezza, regala i suppellettili superstiti di una vecchia vita. Jonathan Miles invece, coi suoi figli è più generoso: non getta la stessa magica scia di mistero sulla loro sorte; tutt’altro, li incoraggia a lottare, a scegliere, a diventare concretamente gli artefici del proprio destino, una speranza che in Carver era ancora spesso e volentieri embrionale. È in questo scollamento cruciale che Carver e Miles si distanziano: il primo ha dato tutto perché i suoi potessero intuire che oltre la staccionata di un dramma (un amore finito, un lavoro perso, un incidente di percorso) ci fosse qualcosa ad aspettarli; il secondo gli offre una panoramica sulle reali possibilità che esistono perché questo qualcosa diventi afferrabile.

 
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Era uno sguardo d’amore

Questo articolo è uscito sul Foglio. Ringraziamo l’autrice e la testata.

(fonte immagine, un fotogramma del film Breve incontro)

E di nuovo quel senso di vicinanza, come se ci si fosse ritrovati dopo tanto tempo, e un’impressione irresistibile, sconvolgente, di bellezza, la tentazione di abbandonarsi a quegli occhi, e nessun altro intorno, seppure in mezzo a tanta gente che arriva, saluta, vuole parlare e ridere. “E subito sentii in lei un essere vicino, già conosciuto, come se questa persona, questi occhi cortesi, intelligenti, li avessi già visti un tempo da piccolo, in un album che c’era sul comò di mia madre”. E’ il primo incontro tra un uomo e una donna, e Anton Čechov l’ha descritto in un racconto intitolato “Sull’amore”, è l’alba di un sentimento impossibile che deve restare segreto o venire soffocato, ma adesso è ancora presto, non si è compreso che quel turbamento, quel calore che si posa addosso come un’ombra leggera si chiama amore e nessuno, oltre a quell’uomo e quella donna, potrà mai chiamarlo così. Non ci sono ancora le lacrime, non c’è ancora la spossatezza e il tormento. Il mondo, poi, andrà avanti senza darsi pena di loro, il mare si comporterà sempre allo stesso modo, perfino loro due, messi l’uno accanto all’altra una sera, per scherzo, continueranno a vivere come hanno sempre vissuto, anche se tutto, dentro, è cambiato.

 
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Discorsi sul metodo – 13: Guadalupe Nettel

Guadalupe Nettel è nata a Città del Messico nel 1973. Il suo ultimo libro edito in Italia è Il corpo in cui sono nata (Einaudi 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un minimo fisso, quello che mi aspetto in termini quantitativi dipende dal periodo. Se sto scrivendo un romanzo, e specialmente se sono nella parte finale, lavoro dalle sette della mattina alle undici della sera, tutto il giorno, con pause minuscole. È un impulso che scatta in un determinato momento dei lavori, prima non mi impongo regole od orari, faccio una manovra di avvicinamento e poi parto seriamente. Ora che sono mamma ho meno tempo e utilizzo gli orari scolastici per sfruttare al massimo i momenti in cui i bambini sono a scuola. A volte li porto là e per non perdere tempo a tornare a casa mi piazzo nel caffè della scuola e rimango lì a scrivere.

 
Bret Anthony Johnston

Della perdita e del ritrovamento. “Ricordami così” di Bret Anthony Johnston

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (fonte immagine)

di Valentina Della Seta

La piatta cittadina immaginaria di Southport, che sorge sulla costa Sud del Texas a poche miglia dalla città, reale, di Corpus Christi (petrolio, gamberetti e un ponte di acciaio a tagliare la baia, gloria sbiadita di molte cartoline illustrate di fine anni Cinquanta, forse simbolo di una versione addomesticata di località vacanziera sul Golfo del Messico), nel mese di giugno è «immersa in un caldo afoso e soffocante».

Siamo all’inizio di Ricordami cos, romanzo di esordio di Bret Anthony Johnston (Einaudi Stile Libero Big, traduzione di Federica Aceto, pp. 460), e le premesse sono da brivido..

 
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La pazza gioia. Sul set del nuovo film di Paolo Virzì

Questo pezzo è uscito sul Fatto quotidiano il primo giugno scorso. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Puttane e ciuffi d’erba ai bordi della strada. Al sesto chilometro, il casale. Seicento ettari affacciati sul Tevere occupati da un fiume di persone con il marsupio in vita e i fogli in tasca. Fari, fili elettrici e megafoni che superato uno sterrato fitto di curve e filari di ulivi, amplificano nella campagna il desiderio del regista: “Silenzio per favore”. Fino a un paio di minuti prima, con la camicia bianca, i jeans e il turibolo in mano, Paolo Virzì era al centro di una chiesa sconsacrata. Due file di sedie. Micaela Ramazzotti, Valeria Bruni Tedeschi e le altre attrici del suo film. Una preghiera laica pronunciata al posto del prete di scena: “Mi dovete seguire, è una danza, una coreografia che dobbiamo fare tutti insieme. Intoniamo la stessa musica perché altrimenti il ballo viene male”.

 
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Non lasciare i greci da soli: scendere in piazza, fare controinformazione, andare davanti alle ambasciate

di Christian Raimo Ieri ho scritto un pezzo per Internazionale sulle reazioni a quello che sta accadendo in Grecia. Trovavo incredibile che non ci fosse in Italia una solidarietà spontanea e diffusa, come che non ci fosse nei media mainstream un’informazione che mostrasse che la crisi attuale è dovuta a un Eurogruppo che vuole continuare [...]

 
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Un’intervista inedita a Roberto Bolaño

di Giorgia Esposito

All’indirizzo che ho in tasca corrisponde la casa di Jaime Riera, scrittore, traduttore, docente universitario in pensione, ma soprattutto, ragione principale per cui l’ho contattato, amico dell’autore su cui farò la tesi della specialistica: Roberto Bolaño.

Riera mi accoglie con un sorriso e una domanda: “Com’è leggere Bolaño a vent’anni?”. Gli rispondo: “Com’era avere vent’anni quando fu pubblicato Rayuela?”.

Prepara un caffè e parliamo di Bolaño con entusiasmo, di Cortázar con affetto, di Isabel Allende con ironia, dei paesaggi del Cile e di quelli inventati dell’esilio. Gli chiedo se i poeti preferiti di Bolaño, Nicanor Parra e Mario Santiago (l’Ulises Lima dei Detective), siano stati tradotti in italiano, risponde con rammarico: “Poco, e tanto tempo fa. La poesia non vende.” Si alza dalla poltrona ed esce dalla stanza. Torna con una torre di libri: edizioni cilene e messicane, oramai introvabili, e un dattiloscritto, con le correzioni a mano dell’autore, del Tercer Reich. Sfoglio le pagine con voracità e cautela, mentre Riera dispensa consigli di lettura e aneddoti: “Leggi i classici, ma non dimenticare i contemporanei. Leggi Borges, Sabato e Juan Rulfo, leggi Lagioia, che è il Bolaño italiano”.