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La storia siamo noi. La drammaturgia partecipata di Short Theatre

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La fiction è in crisi oppure no? A guardare il successo delle serie tv verrebbe da scuotere vigorosamente la testa. In letteratura si decreta ciclicamente la fine del romanzo nonostante se ne sfornino a migliaia ogni anno, e si guarda a generi ibridi come l’autofiction e il reportage narrativo. In teatro la guerra alla mimesis è storia vecchia quasi quanto nelle arti figurative, tanto che la messa in crisi del testo ha fatto praticamente il giro e oggi si torna alla scrittura drammaturgica ma sperimentando presupposti che si situano radicalmente altrove rispetto all’idea di “rappresentazione”. A dirla tutta, chiedersi se la crisi della fiction sia effettiva, e se sia definitiva o transitoria, è una domanda legittima ma oziosa (la fiction ben scritta non è affatto in crisi, mentre i modelli ripercorsi mille volte probabilmente sì, come accade per ogni forma estetica). È vero però che attorno a questo interrogativo si sono sviluppate delle tendenze che oggi – almeno in teatro – rappresentano probabilmente alcune delle punte più avanzate della ricerca drammaturgica. Degli assi di ragionamento che vale la pena approfondire.

Uno di questi è la partecipazione. Tre degli spettacoli più belli visti quest’anno a Short Theatre – che si conferma una straordinaria galleria del nuovo teatro europeo, un’autentica boccata d’ossigeno per una città culturalmente martoriata come Roma – erano legati da questo filo rosso. Si tratta di “Guerrilla” della compagnia catalana El Conde de Torrefiel, che era lo spettacolo di apertura; “Trigger of happiness” dei portoghesi Ana Borralho e João Galante; “Nachlass” della formazione berlinese Rimini Protokoll, presentato in collaborazione con il Romaeuropa Festival. Diversi per temperatura, sensibilità, sguardo sul mondo, ma accomunati da un coinvolgimento di soggetti esterni per la realizzazione della propria drammaturgia. Un teatro che si apre alla realtà, la accoglie e le delega il fardello della storia, creando allo stesso tempo un elemento di racconto e un dispositivo affinché esso non diventi “messa in scena”.

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“Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini: un’introduzione

La casa editrice di Tirana Botimet Dudaj ha deciso di pubblicare in lingua albanese l’opera di Pier Paolo Pasolini. Benché in Albania siano stati pubblicati molti autori italiani, un libro di Pasolini non era mai stato tradotto prima d’ora. Né negli anni della transizione, né tanto meno prima, quando – sotto il regime di Enver Hoxha – le sue pagine e le sue poesie erano considerate frutto di “deviazionismo piccoloborghese”. Grazie all’intelligenza e all’attenzione di Arlinda Dudaj, che guida l’omonima casa editrice, viene ora colmato un vuoto. Il primo volume pubblicato è Ragazzi di vita, con il titolo Djem jete, e con la prefazione di Alessandro Leogrande. Ringraziamo l’editore per averci permesso di riproporla.

Quando nel 1955 Pier Paolo Pasolini pubblica il suo primo romanzo, Ragazzi di vita, si è trasferito a Roma solo da qualche anno. Per lui che viene dal Friuli, l’incontro con Roma costituisce la progressiva scoperta di una città-mondo sedimentata nei secoli, una città-lingua in cui immergersi, inabissarsi, per poi risalire a galla con il desiderio di raccontarla. Il desiderio di narrare Roma, la sua grazia e il suo sfacelo, la sua gente e il suo brulicare, pervade tutta l’opera dello “straniero” Pasolini (straniero sia rispetto alla metropoli, sia rispetto ai dettami ufficiali della cultura italiana dell’epoca). E la pervade fino all’ultimo, fino all’anno della sua uccisione, avvenuta esattamente vent’anni dopo, nel 1975.

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CiùCiù. Intervista impossibile con Giovanni Domenico Cassini

Questo pezzo è apparso sull’ultimo numero di Linus, che ringraziamo.

di Edoardo Camurri*

Giovanni Domenico Cassini, visto oggi, è irriconoscibile. È più o meno grande come un minibus e non credo abbia molte cose da dire in un’intervista. Non si può neanche affermare che abbia conservato una forma fisica riconducibile a quella di un uomo; il tempo pare averlo trasformato in una specie di insettone di metallo, pieno di antenne, di parabole. Non ha un buon odore, è affaticato, e non solo perché ha trecentonovantadue anni, questo è il meno, ma a settembre ha deciso che si ammazzerà, togliendosi di mezzo una volta per tutte, trovando questa vita, sempre lontano da casa, diciamo con la testa tra le nuvole, ormai troppo faticosa e insensata. Forse il suo è l’odore della paura e d’altronde come non capirlo. Quanti animi forti, cristiani, hanno ancora voglia di dire di sì alla vita quando, dopo quasi quattro secoli, si ritrovano alti sette metri, larghi quattro, con in testa un’asta lunga tredici metri, vestiti di dodici chilometri di cavi elettrici? Le gambe che lo portarono dalla ligure Perinaldo a Parigi e poi a Bologna ora sono diventate inutilizzabili e Cassini si sposta, a dire il vero a grande velocità, grazie a sedici motori a idrazina e alle leggi di attrazione dei pianeti.

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“The Deuce”: ascesa e caduta dell’industria pornografica americana

Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica.

Negli anni settanta la “Deuce” era il nome con cui i newyorchesi chiamavano la Quarantaduesima strada di Manhattan, a pochi passi da Times Square: un lungo marciapiede affollato di prostitute e un’infilata di cinema grindhouse aperti tutta la notte che davano film in programmazione continua e un rifugio temporaneo a senzatetto o piccoli criminali in fuga. Ambientata in quegli anni e in quella strada, The Deuce è la serie tv con cui è finalmente risorto il “dream team” di The Wire (artefici dell’operazione sono i produttori, scrittori e sceneggiatori David Simon e George Pelecanos) per raccontare ascesa e caduta dell’industria pornografica americana.

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Dunkirk è già un classico hollywoodiano

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Christopher Nolan è ormai da quasi un decennio (per la precisione dal 2008, quando ha inventato il cinecomic d’autore e girato il miglior action/thriller à la Michael Mann del nuovo millennio, tutto in un solo film, Il Cavaliere Oscuro) quel genere di mostro sacro che può permettersi di fare ad ogni film cose che normalmente farebbero scappare a gambe levate spettatori e produttori, tipo creare multimondi talmente complessi e formalizzati che praticamente richiedono allo spettatore di entrare in sala con un blocchetto per gli appunti, oppure adescare il pubblico con McConaughey/Hathaway nello spazio e poi rifilargli tre ore di meditazioni non troppo filtrate su tempo, morte e libero arbitrio, continuando però a sbancare il botteghino ed estasiare i critici con la puntualità di un orologio svizzero.

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Un meccanismo glaciale: “Il padrone” di Goffredo Parise

di Maurizio Cotrona

Mi sono avvicinato al romanzo “Il padrone” di Goffredo Parise, stizzito e affascinato dalla lettura di libri come “Sillabari” e “Il crematorio di Vienna”, in cui si trova una scrittura eccellente del tipo che sopporto poco. Stizzito perché ci sono frasi come questa, in cui intravedo un eccesso di vanità dello scrittore: “Una qualità degli organi visivi, non si sa se ricettiva o emanante, per cui l’occhio si ferma su un oggetto con tale rapimento da avvicinarsi all’astrazione, tanto perfetta e limpida è l’immagine che vi si specchia: in realtà la liquida e vorace sfera che comprende l’immagine attira in modo impercettibile, ma costante e fatale, l’oggetto specchiato, diminuendo fino ad eliminarla la distanza che li separa.” Affascinato perché, in alcuni passaggi, Parise smette di guardarsi allo specchio e si dimostra capace di toccarmi in profondità con il suo bisturi affilato.

“Il Padrone”, pubblicato nel 1964, è invece un romanzo raccontato con una prosa asciutta, funzionale. Parise spoglia la sua penna da ogni virtuosismo per metterla al servizio di… una storia? No. Dei personaggi? Neppure. La spoglia, ahimè, per metterla al servizio di un’idea e quando l’ho percepito, dopo una quarantina di pagine, non ho potuto che sprofondare nel regno della noia. L’idea è questa (la prendo dall’introduzione dell’edizione Feltrinelli): “la società industriale di massa, contraddistinta dal dominio della tecnica, dal produttivismo e dal consumismo, assomiglia a un lager, incatena vincitori e vinti ad un unico destino di reificazione e di morte.”

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I genitori raccontati dalla letteratura per ragazzi

Questo pezzo è apparso su Robinson – la Repubblica.

Quella mattina desiderai più di ogni altra cosa avere un padre come quello dei miei compagni di scuola. Un padre normale che mi lasciasse tranquillo perché uno a dodici anni certe cose è meglio se non le sa, non le deve sapere e deve pensare che tutto è bello e che tutto va bene. A dodici anni uno mica può stare a rompersi la testa. L’avete pensato anche voi? Allora non capite niente: auguro a tutti un padre come il mio.”

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Suburbicon. L’America noir di George Clooney

Suburbicon è una città immaginaria, che riconosciamo da subito come molto familiare. Ci sono le villette a schiera, le strade simmetriche, i giardini ben curati, i porticati. Siamo negli anni ’50 e la comunità che vi abita, a prima vista perfetta, nasconde risvolti loschi, pieghe marcie, una morale grottescamente “rattoppata”, come gli occhiali del protagonista del film, Gardner (Matt Damon).

La traccia narrativa principale racconta l’infanzia di Nicky (Noah Jupe), a partire da un traumatico episodio di sopraffazione che colpisce lui e la sua famiglia – il padre Gardner, la madre Nancy (Julianne Moore) e la zia Margaret, sorella gemella della madre (sempre la Moore) – all’interno delle mura domestiche. Vengono sequestrati e narcotizzati da due malviventi… ci scapperà un morto.

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Tutto è possibile. Intervista a Elizabeth Strout

Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo. (fonte immagine).

«Ciò che mi interessa principalmente è scrivere a proposito delle persone, senza accontentarmi di un solo sguardo», ha ripetuto spesso Elizabeth Strout, una delle autrici statunitensi più note, rispettate e ammirate. A Mantova, nei giorni del Festivaletteratura appena finito, è stata forse l’ospite più ricercata, circondata dall’affetto dei lettori.

Nel 2009 la consacrazione con la terza opera, Olive Kitteridge, che le è valsa il Pulitzer. Lei, originaria del Maine, a New York ha costruito la distanza necessaria a raccontare con una cura unica, asciuttezza e con empatia paesaggi interiori ed esteriori della provincia americana, scavando dentro esistenze ferite che ritroviamo nell’opera più recente.

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Avevamo davvero bisogno di Piazza Indipendenza?

di Miriam Aly, studentessa 19enne Siamo tutti oramai a conoscenza di ciò che è avvenuto a Roma in Piazza Indipendenza, a due passi dalla Stazione Termini: una situazione avviata il 19 Agosto 2017, in seguito allo sgombero dell’ex sede dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) in Via Curtatone, occupato dal 2013 […]