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Facce di pietra

(La foto in apertura è di Rosamaria Faralli. Le altre foto sono di Giuseppe Russo.)

di Andrea Gentile

Dove si nascondono le cose autentiche?, mi vado chiedendo mentre guido lungo la Statale 85 che da Isernia, Molise, porta a Vairano Patenora.

Possono nascondersi ovunque, possono arrivare da un passato che è un abisso. Eccolo: proprio qui, a Isernia, è stato trovato pochi giorni fa il dente da latte di un bambino di Homo heidelbergensis. È vissuto 600.000 anni fa: è il resto umano più antico mai trovato in Italia. Appartiene agli antenati dell’uomo di Neanderthal.

La mia giornata è dedicata, però a un’altra scoperta, molto più recente. Non arriva da seicentomila anni fa, ma dagli anni Sessanta. Accendo il motore. Sulla Fiat 500 blu degli anni Sessanta, prima automobile acquistata da mio padre e tuttora abile per tragitti brevi, ho installato artigianalmente un’autoradio.

 
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Lo sguardo di Malamud

Questo pezzo è uscito sul blog Via dei Serpenti

“Distogli il tuo sguardo, che io respiri,
prima che me ne vada e più non sia”

Salmo 39

Arriverà un momento, durante la lettura di uno qualsiasi tra i tredici racconti de Il barile magico, in cui il petto vi sembrerà a tal punto dilatarsi che forse sentirete il bisogno di staccare gli occhi dalla pagina, stremati dalla salita lungo l’arco del respiro, saturi di aria e trattenuti per un tempo infinito nel palpito dei polmoni esausti un istante prima di potersi liberare.

 
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Scoprire il Museo Temporaneo Giovanni Bosco

Quella che segue è la storia di come possa nascere un piccolo museo cittadino dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi che si costituiscono in associazione per prendersi cura delle opere e della memoria di un artista outsider (un emarginato, quasi un clochard) in un piccolo centro urbano della costa siciliana tra Palermo e Trapani. Di come grazie alla loro iniziativa questo emarginato, da una condizione di totale isolamento in cui si trovava, sia stato riconosciuto come uno dei più importanti artisti brut europei degli ultimi anni. Di come le opere di questo artista siano state in questo modo salvate dalla dispersione, rese fruibili e tutelate.

 
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Sui giornali che chiudono

Questo articolo è uscito su l’Unità.
Ogni volta che, negli ultimi anni, un giornale ha rischiato di chiudere, o ha finito per farlo, mi è capitato di pensare istintivamente a un capitolo dell’Orologio di Carlo Levi in cui si racconta l’estrema fatica di fare un giornale – ogni giorno, quindi ogni notte – nella Roma dell’autunno del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione.

Levi era allora direttore di “L’Italia libera”, organo del Partito d’azione, ma il racconto che fa della vita redazionale vale per tutti i giornali che nascevano dall’esperienza del Cln, o che si andavano rinnovando dopo gli anni di guerra. Non c’era niente, mancavano soldi, risorse, perfino la carta: gli ultimi articoli si scrivevano in fretta e furia in un bugigattolo ricavato in tipografia, la luce andava via a singhiozzo interrompendo il processo di stampa per molte ore. Ma alla fine i giornali uscivano.

 
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Perché c’è chi si arricchisce con la sanità privata mentre la sanità pubblica è allo sfascio?

Uno dei momenti più limpidi di rabbia inutile e violenta che ho provato da quando sono adulto è stato quando qualche anno fa una persona a me molto cara dovette essere ricoverata per degli esami in una clinica privata per degli esami da fare urgentemente – avrebbe dovuto aspettare mesi in un’ospedale pubblico – e altrettanto urgentemente essere operato, sempre in questa clinica, finendo per spendere, tra cure e degenza, 18.000 euro all’incirca. Questo capitava negli stessi giorni in cui io non venivo pagato per i pezzi che scrivevo (pensando di ricevere i miseri 80 euro pattuiti), per un giornale che sarebbe morto di lì a poco, Il Riformista.
Ora, i due eventi appartengono allo stesso insieme semplicemente perché Il Riformista e questa clinica privata erano di proprietà della famiglia Angelucci.

 
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Il viaggio di Dalisi, design ultrapoverissimo e gli spazi urbani da reinventare

Napoli – «La mattina guardo sempre per qualche minuto il mare. Poi, appena chiudo le finestre dello studio, immagino di riuscire a trattenere la bellezza di questa terra e l’anima antica di Napoli». Riccardo Dalisi si trova a proprio agio in mezzo a una miriade di oggetti, che emanano una luce inconfondibile. Prepara la tavolozza e i pennelli. L’irruenza della fantasia appare l’unico criterio ordinatore del suo luogo creativo, che dal Vomero ammira Capri. Superati gli ottanta anni, rimane un sognatore magnifico; un impagabile narratore di storie fiabesche che vivificano materia ultra poverissima.

 
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Abbasso la scuola. Effetti perversi di un’utopia democratica, seconda parte

Pubblichiamo la seconda parte di un articolo uscito sul numero di giugno di Educazione Democratica. Rivista di pedagogia politica (Edizioni del Rosone). Qui la prima parte; nelle prossime settimane seguiranno le altre due. 

Il dilemma del vitellone

Se il sistema educativo fallisce oggi nel generare ricchezza e nel propiziarne l’equa distribuzione è per via di un classico paradosso sociologico che Raymond Boudon riassumeva in Effetti perversi dell’azione sociale (1977): «Le azioni individuali ispirate da buone intenzioni possono, combinandosi tra loro, per composizione, produrre degli effetti non ricercati»[1]. L’azione politica non deve quindi essere guidata da buoni principi, ma riflettere sulle conseguenze e imparare dagli errori.

 
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L’evasione al potere

Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Le Pussy Riot erano all’asilo, quando Dubravka Ugresic, insieme ad altre due colleghe, Slavenka Drakulic e Rada Ivekovic, fu costretta a lasciare la Croazia per la sua opposizione al nazionalismo. Era il 1993. «Prostitute, nemiche pubbliche, streghe» fu il gentile commento con cui il governo croato chiamò queste tre temibili donne. Dubravka Ugresic oggi vive tra l’Olanda e gli Stati Uniti, è una scrittrice di successo tradotta di 20 lingue, idolatrata in America dove è appena uscito il suo ultimo saggio “Europe in Sepia” (Open Letter Books), una raccolta di saggi politici che in cui l’autrice passa delle contestazioni di Zuccotti Park fino ai riots di South London. Da noi invece è meno conosciuta ma da poco è uscito il sorprendente “Cultura Karaoke” (Nottetempo, 408 pagine, euro 19,50, traduzione di Olja Perišić Arsić e Silvia Minetti), una raccolta di saggi che è stato finalista al National Book Critics Circle Award per la critica.

 
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Anche i freelance si ammalano

Riprendiamo questo pezzo dal blog Furia dei cervelli.

di Roberto Ciccarelli

Daniela Fregosi ha rotto il silenzio. Sostenuta da Acta, l’associazione dei freelance, questa consulente e formatrice toscana di 46 anni ha iniziato una protesta a nome delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi colpiti da una grave malattia. Un tumore al seno, ad esempio, quello che l’ha colpita l’anno scorso facendo esplodere la vita insieme al suo lavoro. Dopo una lunga ricerca, raccontata sul blog Afrodite K (tumoreseno.blogspot.it), Daniela ha scoperto di avere diritto ad un’indennità di malattia pari a 13 euro netti al giorno, per 61 giorni, 794,46 euro in totale. Poi più nulla, perchè per lo stato non può durare più di 61 giorni.

 
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Il cinema secondo Werner Herzog

Pubblichiamo l’incipit di Incontri alla fine del mondo. Conversazioni tra cinema e vita a cura di Paul Cronin (edizione italiana a cura di Francesco Cattaneo). Oggi alle 19.30 al Monk Club di Roma Tiziana Lo Porto e Federico Gironi raccontano il cinema di Werner Herzog.

La tenda della doccia

Prima di cominciare, c’è qualche intuizione filosofica che vorresti offrire ai lettori in modo tale che possano dormire più tranquilli la notte?

Be’, mi limito a dire una cosa soltanto, che vale per gli esseri umani ovunque si trovino, siano essi registi cinematografici o altro. Rispondo alla tua domanda citando il magnate degli hotel Conrad Hilton, cui una volta è stato chiesto cosa gli sarebbe piaciuto trasmettere alla posterità. «Ogni volta che vi fate una doccia, assicuratevi che la tenda sia all’interno della vasca», ha risposto. Quindi, seduto qui, rivolgo a tutti la stessa raccomandazione. Non dimenticatevi mai e poi mai la tenda della doccia.