Litany of Happy People 3

L’onda nera della Jugoslavia: conversazione con Karpo Godina

di Rosario Sparti

Leggi ex Jugoslavia, pensi alla ricerca di un’identità unica e originale. Fieramente indipendente. Proprio come la Black Wave, il movimento cinematografico che durante gli anni ’60 e ’70 sconvolse l’Est Europa con la sua carica di trasgressione e libertà. Del resto, dopo la separazione di Tito dall’Unione Sovietica nel 1948, era sotto gli occhi di tutti il cambiamento radicale inseguito dalla cultura jugoslava: “l’Onda Nera” rispose all’ottimismo e al trionfo degli eroi realisti socialisti con i suoi cinici antieroi, e la retorica del dopoguerra finì per cedere il passo alla cupezza e al sarcasmo.

In nessun luogo questa trasformazione si rese più evidente che nei film della “più pessimistica delle nouvelle vague europee” secondo Sergio Grmek Germani: opere caratterizzate da narrazioni sconnesse, umorismo caustico, severa critica sociale e dosi massicce di sessualità esplicita. Uno spostamento progressivo del piacere cinematografico esplorato da voci giovani e spesso sovversive, basti pensare ai registi Dušan Makavejev, Želimir Žilnik, Aleksandar Petrović e Žika Pavlović,senza dimenticare una figura meno celebrata ma centrale come Aleksandar Pektović, lo “sguardo” del movimento.

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Copertine, parole e musica: un’indagine sul rapporto tra forma e contenuto

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Gabriele Marciano Sguardo, forma, verità. Indagine multidisciplinare sull’esperienza conoscitiva ed estetica.

di Gabriele Marciano

Abiti e copertine

Il senso comune, da una parte, diffida delle complicate formulazioni filosofiche (soprattutto quelle attuali, sempre più astratte e lontane dal senso comune, come del resto lo sono anche quelle scientifiche), e preferisce soggiornare in quelle “isole di certezza” dove un tavolo è un tavolo e una pipa è una pipa (citazione non casuale del celebre quadro di Magritte che raffigurava una pipa, con la dicitura, in francese: «Questa non è una pipa». Più avanti si parlerà del rapporto fra contenuto apparente, o prossimale, e contenuto profondo, o distale). Come già detto, il realismo diretto rivaluta questo versante del senso comune, e sembra accusare la speculazione filosofica “avversaria” di eccessiva astrusità e di complicare senza motivo un tema così naturalmente semplice.

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Ritratto di Xi Jinping, il principe rosso

All’indomani del passaggio italiano del presidente cinese Xi Jinping, pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

È complicato raccontare chi è Xi Jinping a un pubblico nostrano, perché la politica cinese ha grammatica e geometria diversa da quella occidentale ed è per di più caratterizzata da quel gusto tutto cinese per l’arguzia, per l’indovinello, per le contraddizioni e il tranello.

La vita di un politico cinese si somma di tanti fattori, a partire dall’origine familiare, dagli incarichi e dalla rete relazionale capace di guadagnarsi, o consolidarsi, posizioni all’interno delle fazioni all’interno del Partito comunista cinese che tra l’altro, proprio da quando al potere c’è Xi Jinping, si sono modificate stabilendo un nuovo ordine, punto di partenza di qualsiasi ragionamento che abbia a che fare con la Cina.

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La memoria

di Marco Mantello Ho perduto la memoria sopra un libro di storia negli archivi di stato fra le glosse, i manoscritti e gli altri resti del passato l`ho perduta e me ne sono ricordato Però prima di sapermi commemorato in qualche regia università ti volevo far vedere quella roba che scrivevo e che forse sapevi […]

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La memoria non ha nome. Su “Ricordi?” di Valerio Mieli

Viviamo in un’orgia retorica di memoria a comando, con giorni dedicati e qualche ipocrisia. In questa pappa indistinta, Ricordi?, il film di Valerio Mieli – che al netto di traversie produttive, di altri film iniziati e non portati a termine,è solo l’opera seconda, a dieci anni da Dieci inverni, che pure convinse e si portò a casa un David di Donatello – è un balsamo, ma è anche la cura per un problema annoso come quello dell’ingiunzione a ricordare. Già il punto di domanda, l’espressione delicata di incertezza che il titolo sceglie, è un punto che va indagato.

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Topolino a chi?

di Federico Vergari

La risposta si è fatta un po’ attendere ma è arrivata in queste ore tramite le pagine del quotidiano la Repubblica: “Dispiace un po’ che persone competenti e preparate parlino con tanta leggerezza di uno strumento come Topolino, un giornale che è stato capace, nei suoi ormai 70 anni di vita editoriale, di iniziare alla lettura generazioni di lettori, stimolandone la crescita personale e contribuendo spesso alla formazione di un loro forte senso critico. Topolino ha questa grande capacità di raccontarti la realtà che hai attorno e di farlo in modo divertente e solo in apparenza ‘leggero’ adatto anche ad un pubblico più giovane che spesso lo avvicina soprattutto per la magia delle sue avventure. Riesce a fare divulgazione usando un linguaggio semplice e fruibile, per questo efficace, e chi è esperto di comunicazione sa quanto sia complesso farlo. Topolino è spesso una ‘stazione di partenza’ di percorsi personali ricchi di stimoli e passioni”.

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Poesia e civiltà, nel mondo di Giovanni Truppi

di Alessio Altieri

Chiunque sa chi è Pelè, solo gli amanti ricordano Garrincha.

Garrincha, “la Gioia del popolo”, è letteralmente l’archetipo di un certo modo di intendere il numero 7 nel calcio, ma soprattutto l’uomo che, con un fisico inadatto allo sport, con una una gamba più corta dell’altra, è riuscito a diventare la più grande ala della storia del calcio.

Giovanni Truppi da piccolo a calcio per le strade del quartiere Arenella di Napoli non ci poteva giocare, a causa di una displasia dell’anca, e però, un Garrincha lo è diventato lo stesso, perché quello che fa lui con la musica e le parole non lo fa nessuno, come il brasiliano con la palla.

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I mille dribbling del favoloso Arpino

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la postfazione di Darwin Pastorin al romanzo Domingo il favoloso di Giovanni Arpino, ripubblicato da minimum fax.

di Darwin Pastorin

«Avevi ragione, oggi so stare all’ombra del grande albero che sei. Tu corri inventa cerca cambia tempesta ma torna a trovarmi, un giorno, io sono sempre qui, Domingo».

Le parole di Angela, la fidanzata di Domingo, chiudono alla perfezione questo libro di Giovanni Arpino, un romanzo tra i più scintillanti, misteriosi e innovativi (nel linguaggio, ad esempio) del Novecento. Angela sa di poter «vedere» ancora l’uomo amato (così difficile da seguire e comprendere, ma un autentico gigante nel suo attraversare la vita da picaro astuto e sentimentale) in ogni anfratto di case piante nuvole. Così come Domingo sapeva intravedere Arianna, la zingara giovane e malata e sognante, «nell’occhio del colombo» o «nella fontana di piazza Solferino».

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Ai lati opposti delle barricate: il Novecento nel carteggio tra Jacob Taubes e Carl Schmitt

Porsi nei confronti di una figura come quella di Carl Schmitt è spesso esercizio scomodo: simpatizzante del nazismo negli anni Trenta, cattolico integerrimo, giurista e filosofo politico, quasi processato a Norimberga, preferì ritirarsi per il resto della sua vita, morirà a 97 anni nel 1988, nel paese natale di Plettenberg, dove continuò a studiare e pubblicare (e tanti sono i suoi libri fondamentali).

Tra le persone che hanno conversato e discusso con Schmitt, figura come interlocutore speciale Jacob Taubes, filosofo, rabbino, simpatizzante dell’estrema sinistra e, negli anni della contestazione, figura di riferimento per studenti e rivoluzionari, quanto di più lontano rispetto al giurista tedesco.

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Nella terra del Pericolo

di Diego De Angelis

Nei corsi di sceneggiatura o in quelli che ti insegnano a pitchare che tanto vanno tra i giovani aziendalisti del nuovo millennio ti fanno la testa così sul fatto che, se vuoi raccontare una storia, allora una cosa conta davvero: la sintesi, abilità essenziale del narratore.

Sono settimane che è esploso il fenomeno Alessandro Vanetti, in arte Massimo Pericolo, uno dei migliori scrittori di pugni in faccia sotto forma di barre che sbucati dall’underground musicale italiano.