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“Senza impegno politico non sarei stato lo scrittore che sono”: intervista a Wole Soyinka

Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

«Soyinka, con la sua scrittura versatile è stato capace di sintetizzare la ricchissima eredità culturale del suo paese, miti e tradizioni antiche, insieme al patrimonio letterario e alle tradizioni della cultura europea», si legge nella motivazione con cui l’Accademia svedese nel 1986 assegnò a Wole Soyinka il Premio Nobel per la letteratura.

Poeta, drammaturgo e romanziere, intellettuale, classe 1934, ha sempre unito alla potente immaginazione e creatività un’ineludibile dimensione politica.

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Negli oratori di Palermo

Questo pezzo è apparso su Robinson, l’inserto settimanale di Repubblica, che ringraziamo. Le foto sono di Ramak Fazel.

Palermo è una città di sguardi. Chi la percorre si rende conto che oltre a osservare ciò che lo circonda è a sua volta, da ciò che lo circonda, osservato. Come se la materia fisica della città non si accontentasse di venire contemplata, con incanto o rammarico, ma ricambiasse percependo a sua volta chi la attraversa.

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“Lift”, l’ultimo video dei Radiohead

Si racconta che nel 1996 i Radiohead avessero tra le mani questa canzone, Lift, e che doveva essere il primo singolo di “Ok Computer”. Così almeno dice Nigel Godrich, che sta ai Radiohead come George Martin stava ai Beatles. Si racconta, ancora, a seconda delle versione, che i cinque di Oxford scartarono la canzone perché “troppo commerciale” (erano altri tempi, diciamo) o perché “c’era una pressione troppo forte sulla band per lavorare su quel brano”, e insomma scegliete quella che preferite ma alla fine non la inserirono nell’album, lasciandola per così dire lì nel portfolio, mentre “Ok Computer” uscì nel 1997 con una tracklist che – ad ogni modo –  molti di noialtri hanno inciso da qualche parte sulla pelle. Sì, sono tra quelli che rispondono con un’alzata di spalle se leggono che i Radiohead sono finiti o che Yorke non sa cantare.

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La manutenzione del tempo

di Federico Cerminara

La lezione più importante che ho appreso durante i sei mesi di dieta ruota intorno al buon senso e a una distribuzione dei pasti equilibrata. Non si può mangiare carne tutte le sere, oltre all’amatriciana esistono il sugo semplice e altri condimenti meno elaborati, la Coca Cola è ormai un ricordo lontano. Per recuperare poche e semplici regole mi sono rivolto a una nutrizionista, molto brava tra l’altro, che dopo avermi rivolto alcune domande (se avessi intolleranze e di che tipo, le abitudini degli ultimi mesi, se fosse particolarmente doloroso per me rinunciare a qualcosa) mi ha fornito uno schema settimanale. Le uova al tegame la domenica sera mi hanno sorpreso: non compravo uova da una vita se non per infornare delle crostate.

Nick Cave

Disegnare Nick Cave: intervista a Reinhard Kleist

Oggi Nick Cave compie 60 anni: lo festeggiamo con un’intervista di Pierluigi Lucadei a Reinhard Kleist, fumettista autore della biografia Mercy On Me, in arrivo in Italia edita da Bao Publishing.

Sessant’anni vissuti pericolosamente, quasi tutti in compagnia della sua musica, Nick Cave è il maudit per antonomasia del rock. Ovvio che Reinhard Kleist, fumettista tedesco specializzato in biografie di uomini eroici e tragici (ricordiamo almeno le sue biografie di Johnny Cash e di Fidel Castro), abbia voluto misurarsi con la sua parabola esistenziale ed artistica. Mercy On Me, che sarà pubblicato in Italia nelle prossime settimane da Bao Publishing, è una graphic novel che Kleist ha costruito come una tracklist potente ed onirica, disegnando e raccontando Nick Cave a partire dai personaggi delle sue canzoni e dei suoi romanzi. Gli abbiamo chiesto perché.

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Dopo. Il post-metal e la post-società

di Elia Pasini

Che siamo da qualche parte (nel pieno? All’inizio? Alla fine?) dell’entropico cammino della post-modernità è un dato di fatto assodato. Inutile ripetere le ormai abusate formule su relativismo valoriale, mancanza di pilastri socioeconomici, cacofonie relazionali. Se c’è un luogo dove il postmoderno dà uno sfogo di sé particolarmente sintomatico, è nel mondo – ormai anti-mondo – della musica. I talent hanno sminato il campo dalle fondamenta, lasciando una distesa sassosa fatta di youtubers in cerca d’autore, di popstar fotocopia, di rockstar appassite. Si può dire – se si eccettuano alcune frange della scena alternativa, del movimento “-tronico” e della soundtrack-music d’autore – che la capacità della musica leggera di filosofeggiare sul reale, e talvolta di anticiparlo, sia definitivamente tramontata. Eppure – da qualche parte nelle profondità di USA e Scandinavia e nelle spelonche più recondite del Vecchio Continente – qualcosa, negli ultimi venticinque anni, è cresciuto silenzioso e fuori controllo; un’eco propagata di tunnel in tunnel, di riverbero in riverbero. Dal genere più estremo, autoreferenziale e verboso della musica tutta – il metal – si è generato un aborto silente; specchio distorto, e per questo più limpido e consapevole, del metallo originale. Il post-metal; il metal del dopo.

non razzista ma

Gabbie

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal capitolo 4 dell’ultimo libro di Luigi Manconi, Non sono razzista ma, pubblicato da Feltrinelli.
Non si può escludere che dietro il mancato scandalo per l’“ingabbiamento” di due persone, come è avvenuto a Follonica, vi possa essere un oscuro e temibile retropensiero. Se la gran parte delle persone intervistate nei giorni successivi tenderà a ridimensionare l’episodio, definendolo “una burlonata” attribuita a “ragazzi” (definiti sempre ed esclusivamente con tale termine), forse c’è di che riflettere. I due tratti che abitualmente vengono attribuiti da una parte rilevante del senso comune a rom e sinti – una certa ferinità e una sostanziale irriducibilità alla vita sociale – possono suggerire come sola forma di disciplinamento la soggezione in cattività. Dunque, l’idea che quel tipo di etnia possa/debba essere “chiusa in gabbia”. Si tenga conto che oggi l’etichetta “zingaro” (o, più diffusamente, “rom”) risulta al primo posto nella classifica della riprovazione sociale. A seguire, l’elenco dei “nemici” subisce variazioni continue dovute in genere all’influenza di fatti di cronaca che abbiano avuto una eco particolare e nei primi posti si alternano soggetti nazionali o regionali, destinatari, di volta in volta, dell’ostilità sociale. Non si dimentichi, infatti, che almeno tre gruppi regionali italiani si sono trovati, nell’ultimo mezzo secolo, a contendersi il primato, o almeno le piazze d’onore, in questa speciale competizione: “i siciliani”, “i sardi”, “i calabresi”. Ma il dato costante è che “gli zingari”, persino nei momenti di maggiore successo degli “albanesi” e dei “romeni” (corrispondenti all’incremento dei flussi di queste nazionalità verso l’Italia), hanno sempre saldamente occupato il primo posto nel podio (dell’odio).

Old vintage typewriter, close-up.

Lettere a un giovane scrittore: da Rilke a McCann, tutti consigli per trovare, da soli, la propria voce

Il 17 febbraio 1903 Rainer Maria Rilke scrive a una lettera a un giovane poeta che gli aveva inviato i suoi versi in lettura. Rilke glieli restituisce, schernendosi dal ruolo di critico («Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico») e ancor più da quello di ‘promotore’ della presunta capacità letteraria del giovane poeta. Ciò che regalerà però a Franz Xaver Kappus (questo il nome del giovane autore) sarà il privilegio di un consiglio sincero: «Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice ‘io devo’ questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità».

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Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray

La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di Lanark di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981. Pubblichiamo qui la prefazione di Jeff Vandermeer1 […]

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La storia siamo noi. La drammaturgia partecipata di Short Theatre

(fonte immagine)

La fiction è in crisi oppure no? A guardare il successo delle serie tv verrebbe da scuotere vigorosamente la testa. In letteratura si decreta ciclicamente la fine del romanzo nonostante se ne sfornino a migliaia ogni anno, e si guarda a generi ibridi come l’autofiction e il reportage narrativo. In teatro la guerra alla mimesis è storia vecchia quasi quanto nelle arti figurative, tanto che la messa in crisi del testo ha fatto praticamente il giro e oggi si torna alla scrittura drammaturgica ma sperimentando presupposti che si situano radicalmente altrove rispetto all’idea di “rappresentazione”. A dirla tutta, chiedersi se la crisi della fiction sia effettiva, e se sia definitiva o transitoria, è una domanda legittima ma oziosa (la fiction ben scritta non è affatto in crisi, mentre i modelli ripercorsi mille volte probabilmente sì, come accade per ogni forma estetica). È vero però che attorno a questo interrogativo si sono sviluppate delle tendenze che oggi – almeno in teatro – rappresentano probabilmente alcune delle punte più avanzate della ricerca drammaturgica. Degli assi di ragionamento che vale la pena approfondire.

Uno di questi è la partecipazione. Tre degli spettacoli più belli visti quest’anno a Short Theatre – che si conferma una straordinaria galleria del nuovo teatro europeo, un’autentica boccata d’ossigeno per una città culturalmente martoriata come Roma – erano legati da questo filo rosso. Si tratta di “Guerrilla” della compagnia catalana El Conde de Torrefiel, che era lo spettacolo di apertura; “Trigger of happiness” dei portoghesi Ana Borralho e João Galante; “Nachlass” della formazione berlinese Rimini Protokoll, presentato in collaborazione con il Romaeuropa Festival. Diversi per temperatura, sensibilità, sguardo sul mondo, ma accomunati da un coinvolgimento di soggetti esterni per la realizzazione della propria drammaturgia. Un teatro che si apre alla realtà, la accoglie e le delega il fardello della storia, creando allo stesso tempo un elemento di racconto e un dispositivo affinché esso non diventi “messa in scena”.