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Nella biblioteca di Osama Bin Laden: Al Qaeda vs Stato islamico

Questo pezzo è uscito su Reset

(fonte immagine)

Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

 
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In morte del console onorario

Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D’ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l’hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell’archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

 
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(Senza) Parole. Per Claudio Caligari

Ieri è morto il regista Claudio Caligari. Ringraziamo Valerio Mastandrea per averci permesso di riprendere questo ricordo, apparso qui.

di Valerio Mastandrea

“Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film.” Se n’è uscito così, ad un semaforo rosso di Viale dell’Oceano Atlantico circa un anno fa. Stavamo andando insieme a parlare con un amico oncologo in ospedale. La risposta ce l’avevo pronta ma l’ho lasciato godere di questa sua epica attitudine alle frasi epiche che accompagneranno per sempre tutti quelli che lo hanno conosciuto. Ho aspettato il verde in un altrettanto epico silenzio (sono molti anni che era stato operato alle corde vocali). Ripartendo ho detto “C’è gente che ne ha fatti trenta ed è molto più stronza di te”. Il suono leggero della sua risata soffocata mi ha suggerito il suo darmi ragione, confermato dall’annuire ripetuto della sua testa grande.

 
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Nostalgia universale. “Panorama” di Tommaso Pincio

di Cristò

Devo partire dall’invidia, poi mi farò da parte.

Per scrivere dell’ultimo romanzo di Tommaso Pincio non posso che partire da un sentimento che considero deprecabile in ogni sua forma e che invece non sono riuscito a evitare durante la lettura. D’altronde partire da un vizio (o da una virtù) è la caratteristica comune dei romanzi di NN Editore, raccolti in serie sotto il nome ViceVersa.

Quindi parliamo brevemente di questa invidia che ho provato per poi lasciar scorrere fluidamente alcune riflessioni sul romanzo in cui cercherò in tutti i modi di essere lettore puro. Si tratta in realtà di due invidie, separate anche se consequenziali. La prima è nei confronti dello scrittore Tommaso Pincio, qui narratore (quasi) onnisciente; la seconda è nei confronti del personaggio Ottavio Tondi. Ho invidiato la precisione e l’eleganza della scrittura del narratore, ho desiderato essere altrettanto bravo e poi ho desiderato cancellare questa invidia per godere meglio il romanzo come lettore disinteressato alla pratica della scrittura; quindi ho invidiato Ottavio Tondi e il suo disinteresse totale per la scrittura, la sua capacità di essere lettore e basta.

 
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L’insistenza (e l’eredità) di Sparta

SPARTA. “Concava, avvallata” la definivano i cantori omerici all’inizio dell’Iliade. E così appare ancora oggi, la grande Sparta, per chi s’introduca, provenendo da nord, fra le montagne che cingono la valle del suo fiume sacro: l’Eurota. A ovest il Taigeto svetta oltre i 2.400 metri. A est, il Parnone si ferma poco sotto i 2000. In mezzo, è ancora fertile la vallata inespugnabile, la fortezza naturale che rese inutile qualsiasi cinta muraria per la città che dominò militarmente, produsse istituzioni invidiate e celebrate da immensi scrittori, retori e filosofi (su tutti, Platone) e la cui fortuna nei secoli è decaduta in senso inversamente proporzionale rispetto a quella che era stata la sua importanza. Forse la colpa è di quell’ “atenocentrismo” attraverso cui nei secoli i moderni hanno voluto rileggere la storia dell’Ellade antica. Forse è stata una presunzione democratica contro l’indefinibile assetto costituzionale di una polis dominata da due re e che pure non si poteva definire un regno; una polis governata da un consiglio di 28 anziani (la gerusia) e che pure non si poteva definire oligarchia; una polis animata da un’assemblea popolare e che pure non si poteva definire democrazia. Forse è stato un pregiudizio contro gli uomini che sconfissero Atene, contro la chiusura alle novità, il loro conservatorismo. Tucidide, il grande storico del V secolo, aveva scritto: “se oggi la città dei Lacedemoni venisse abbandonata e rimanessero solo i templi e le fondazioni degli edifici, i posteri difficilmente potrebbero credere alla potenza e alla fama di Sparta”. Qualche decennio più tardi, Senofonte scrisse: “Riflettevo su come Sparta, una delle città meno popolose, sia divenuta una delle più potenti e celebri della Grecia e mi stupivo di come fosse accaduto. Poi pensai alle istituzioni degli Spartiati e finii di stupirmi”. Oggi, per chi penetra tra le vie della città che fu rifondata nel 1834 da Ottone di Baviera, primo re della Grecia indipendente, le parole degli storici antichi risuonano di un’eco funesta. Dove sono quei pochi monumenti pubblici? E dove si possono rintracciare le grandi istituzioni antiche?

 

Le cattive maestre contro la Buona Scuola

           

 
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Valerio Magrelli: dal silenzio del poeta al sangue amaro

Dopo qualche anno di pausa la rivista Il Cristallo, fondata in origine nel 1958 da un gruppo di intellettuali bolzanini, riparte con una nuova redazione e una nuova veste grafica: pubblichiamo un profilo di Valerio Magrelli scritto da Giovanni Accardo. Per il momento la rivista è solo cartacea. (Fonte immagine)

di Giovanni Accardo 

L’incontro con Valerio Magrelli alla Biblioteca Civica di Bolzano (mercoledì 11 giugno) è stata l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei più significativi e originali poeti contemporanei. Il suo esordio data al 1980, con Ora serrata retinae (Feltrinelli), titolo che sembra l’emistichio di un verso di Virgilio, mentre è il margine frastagliato della retina, cioè la linea oltre la quale l’occhio risulta percettivo. L’attenzione del poeta, infatti, è rivolta a sottolineare il rapporto ambiguo, spesso misterioso, che c’è tra lo sguardo e gli oggetti. Attraverso l’uso costante di un lessico preciso, che tenta di penetrare dentro gli oggetti, un lessico spesso scientifico e una sintassi cristallina, il poeta compie una sorta di investigazione razionale di ciò che lo sguardo vede. Il tentativo è quello di tradurre in scrittura la percezione visiva di un mondo assolutamente materiale, privo di qualunque slancio metafisico; è come se gli oggetti possedessero un’identità e una storia propria, cui noi possiamo solo tentare di avvicinarci.

 
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NO: le ragioni della semplicità

Questo pezzo è stato pubblicato sul n. 25 di Artribune.

No (2012), terzo film della “trilogia della dittatura” di Pablo Larraìn, è anche il più complesso e affascinante della serie. Se il regime di Pinochet era restituito ai suoi albori con un’atmosfera visiva lugubre e funeraria in Tony Manero (2008) e soprattutto in Post Mortem (2010), in questo caso la sua fase crepuscolare – coincidente con il famoso referendum sulla sua presidenza indetto nel 1988 – viene restituita con inquadrature colorate, sovraccariche.

 
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Il titano e i gladiatori. In memoria di Chris Burden

Il 10 maggio scorso è morto Chris Burden, uno dei più grandi artisti contemporanei. Lo ricordiamo con questo racconto.

(fonte immagine)

di Serafino Amato

Ho partecipato come volontario a una performance di Chris Burden a Roma, non ricordo di preciso la data, 1980? Ero già molto interessato all’arte contemporanea.

In realtà non mi sono offerto volontario, ma avendo una fiat 500, sono stato “reclutato” su due piedi dall’organizzatore della performance romana del noto artista Burden. Di lui sapevo solo che era diventato popolare con performance estreme e pericolose in cui metteva di solito il suo corpo, e in una di questa si era fatto addirittura sparare.

 
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Enrico Filippini. La grande cura di verità

Questo articolo è uscito sul numero 65 di Nuova Prosa, nuova serie, a cura di Giacomo Raccis, dedicato ai «Maestri ritrovati». (Nella foto, da sinistra: Giangiacomo Feltrinelli, Uwe Johnson e Enrico Filippini. Fonte immagine)

Questo che racconto

Questo che racconto secondo la mia esperienza di lettore, attraverso quello che mi ha emozionato cioè, e innanzitutto, è il caso di un autore che non è proprio un autore e di un libro che non è proprio il suo libro.

Non è neanche, almeno tecnicamente, il caso di un autore italiano, nonostante abbia vissuto a Milano e a Roma, e nonostante nell’italiano abbia trovato, si può dire, una seconda più vera patria.