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Musei, oltre la propaganda

Questo articolo è apparso su la Repubblica (nella foto: il Parco Archeologico di Baratti e Populonia. Fonte).

Tutti parlano dei venti supermusei, e delle (per me assai discutibili) nomine dei superdirettori appena fatte. D’accordo: gli Uffizi, Brera, la Galleria Borghese o l’Archeologico di Napoli sono la punta di diamante del nostro patrimonio artistico: ma è bene ricordare che ne conservano una percentuale minima. Sono invece gli organi pregiati di un corpo le cui cellule sono le infinite, piccole istituzioni culturali che innervano la Penisola. E guardare alle microstorie del patrimonio significa trovare, lontano dai riflettori, storie di successo: buone pratiche del tutto trascurate dalla macchina politico-mediatica, ma non dai visitatori.

 
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Il grande deserto americano

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

È stato immortalato dalle foto di Paul Strand e Anselm Adams, dai quadri di Georgia O’Keeffe e da un’infinità di canzoni country. Lì sono andati a vivere D.H. Lawrence e Cormac McCarthy, Frank Lloyd Wright e Dennis Hopper, Tony Hillerman e Bruce Nauman. E come loro decine di scrittori, artisti, architetti, musicisti, attori o registi che nel Southwest americano hanno deviato, temporaneamente o definitivamente, il corso di arte e vita.

Se nell’ottocento ci si andava per amore del pericolo, o per forgiare il carattere, il secolo dopo è diventato meta di chi va in cerca di spiritualità e armonia. Gli indiani navajo lo chiamano hozho, e si traduce “camminare nella bellezza”, o anche “essere in armonia con ogni cosa”, paesaggi inclusi. Si dice che le montagne del Southwest d’America siano sacre. “Se le montagne ti sono ostili te lo dimostreranno”, è una delle cose che ti vengono dette se ti trovi a passare qualche giorno nei paraggi di una delle infinite montagne della regione. E a quel punto l’unico desiderio che hai è compiacerle. Stabilisci una relazione quasi privata con la montagna che hai a portata di sguardo, e dopo qualche giorno di frequentazione diventa parte della tua vita al pari di una persona. Se non è la spiritualità ad averti avvicinato alla natura, di sicuro la natura del Southwest ti porta a essere più spirituale.

 
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Tutto quello che volevate sapere sulla Buona Scuola, dato per dato, numero per numero

di Lorenzo Cassata

Il governo dà i suoi numeri, i giornali lo seguono, i sindacati controbattono. Ma alla fine quanti sono e saranno i docenti assunti grazie alla “riforma” tanto contestata dai professori? Chi resta fuori?

Non sono domande con risposte facili.

Proviamo a fare i conti, tutti in una volta, ripercorrendo le tappe principali che hanno portato alle assunzioni di queste settimane.

Partiamo da un documento del governo, quello pubblicato l’estate scorsa e che lanciò il progetto “labuonascuola”. Il pdf è in rete e si può ancora scaricare.

 
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Girlhood, da qui in poi tutto bene. Intervista a Cèline Sciamma

Questo pezzo è uscito su Il Mucchio (fonte immagine).

di Claudia Durastanti

Sono passati vent’anni da L’Odio di Mathieu Kassovitz e dieci dalle rivolte nelle periferie parigine che rendevano manifesta la marginalizzazione a cui migliaia di adolescenti francesi erano esposti. Quel film è diventato un caposaldo del cinèma de banlieue, un genere instabile che oscilla dall’approccio lo-fi e documentarista alla trasfigurazione pietista fino alla semplice pornografia del disastro. Nel raccontare la periferia, il rischio di eroticizzare la povertà è sempre concreto: Kassovitz lo aggirava con una fotografia implacabile e scura, privando la rabbia di qualsiasi alone di desiderio. Non che L’Odio non sia un film seducente, ma è soprattutto un film politico, senza che questa etichetta suoni come un insulto o qualcosa che ne limiti la dignità artistica.

 
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Fare giornalismo in Calabria: il caso La Provincia

(Nella foto, L’enigma di una giornata di Giorgio De Chirico. Fonte immagine)

di Enrico Miceli

Fare giornalismo in Calabria può anche significare che ti svegli al mattino, bevi un caffè al volo e ti precipiti in redazione per non fare tardi. Poi arrivi lì, accaldato perché è il primo di agosto, sali le scale, apri la porta, e la redazione non c’è più. Guardi meglio, forse hai sbagliato piano. No no, è il piano giusto, è proprio che la redazione non c’è più, è scomparsa. Niente computer, niente server, niente cuffie, niente telefoni, niente di niente, neanche le penne. I tuoi appunti, i tuoi documenti, i numeri telefonici, tutto sparito.

 
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Chiederò perdono ai sogni, un romanzo di padri e di figli

Quel giorno Jack era bello come la collera, sostenne Tyrone. Aveva gli occhi lucidi propri delle ultime volte. Le spalle larghe portavano il peso di una radice recisa. Jack disse al padre che non l’avrebbe più potuto chiamare figlio mio. Ora era un figlio di nessuno. «Era Tyrone Meehan, mio padre. Un cazzo di eroe, sì! A Belfast nessuno più pronuncia il tuo nome». Jack, ti voglio bene, ha ripetuto l’altro fino all’ultimo sguardo.

«I bambini arrivarono urlando, lanciando i sassi sui marciapiedi e spaccando le bottiglie contro il muro: “Arrivano i poliziotti! Entrano nel quartiere!”, gridò un piccoletto in maglia da calcio. Era sporco di fuliggine e sudore. Lo fermai. Stava tremando. “Mollalo veloce!” Guardò il mattone che teneva in mano e lo lasciò cadere. “Forza, di corsa!” Torna a casa da tuo padre!” “È in galera, mio padre!”, strillò il bambino correndo via». Correva l’anno 1969. Era quasi ferragosto nel quartiere nazionalista di Bogside a Derry, quando gli estremisti protestanti e la polizia nordirlandese, la Ruc, oggi PSNI, sferrarono un nuovo attacco: cinquecento case incendiate, millecinquecento persone sfollate, nove morti, il bilancio di tre giornate di battaglia.

 
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Non è vero che tutte le storie sono state raccontate

All’inizio dell’estate, il Festival Letteraure di Roma mi ha chiesto di scrivere e leggere un testo a piazza del Campidoglio. Argomento: “cosa resta da fare alla letteratura”. Il reading si è svolto il 16 giugno del 2015 (insieme a me Edmund White, Daša Drndić, Lola Shoneyin). Condivido il testo del mio intervento con i lettori di m&m.

Che cosa resta da fare alla letteratura? È questa una domanda che sarebbe suonata forse meno urgente fino a venticinque anni fa, e che oggi accompagna i giorni di una nuova età dell’ansia. Il tempo in cui viviamo ci spiazza di continuo. Qualcuno si era illuso che il ventunesimo secolo sarebbe stato una crociera senza iceberg. Ci siamo fatti cogliere di sorpresa un’altra volta, distratti dall’orchestrina che suonava.

Il novecento aveva offerto delle lezioni anche terribili da cui credevamo di avere imparato molto, e si era chiuso lasciandoci in eredità delle promesse che alla prova dei fatti non hanno retto, e in certi casi si sono addirittura rivelate un rettilario per le solite uova fatali.

 
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Nelle stanze del Weekend Postmoderno

Questo pezzo, in parte rivisto, è uscito sul Mucchio.

Nel 1990 Pier Vittorio Tondelli pubblica dunque Un weekend postmoderno, in cui tutta la materia da lui osservata (e vissuta in prima persona, come scrittore e come uomo) converge: motivi letterari, incontri, passioni musicali. Gli anni Ottanta si erano chiusi da pochi mesi, ma trovarono subito la loro più autentica narrazione: un racconto quasi-live.

Occhi che osservano Dyane o Vespe che sfrecciano nelle città emiliane cariche di ragazze e ragazzi, occhi che contemplano il colore dei tetti di Modena dal finestrino di un aereo. In viaggio per l’Europa, da Amsterdam a Vienna a Barcellona e Berlino. La ricognizione della fauna artistica in Italia. Il microcosmo strapaesano, cartoline da Correggio e Carpi. La letteratura americana, quella di Jack Kerouac e William Burroughs e John Fante, e così via.

 
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Catania: come cambia una città

(Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

 
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Tre milioni di CFU

di Marianna Crasto

Un giorno avevamo trent’anni e il giorno dopo ne abbiamo settantacinque, e quel giorno-dopo è oggi. Il contorno netto delle iridi si è sciolto nei bulbi grigiolatte e anche tu hai perso sguardi intensi in favore di un glaucoma non ancora invalidante. Tentiamo di mettere a fuoco, al meglio delle nostre possibilità, i ragazzi alle prese con il primo alloro accademico.
Siamo alla sedicesima cerimonia di laurea.
Nei gruppi di facoltà su Facebook scrivono che dovremmo abbandonare le corone dalle grandi foglie intrecciate e iniziare a considerare quelle da cerimonia funebre. A decine cliccano mi piace, poi arrivo io a scrivere LOL e spariscono.
Alla prima laurea non avevo sulle mani le macchie scure da accumulo di melanina. C’è una foto: mia madre e mio padre guardano in due direzioni diverse, le mie sorelle gesticolano a qualcuno fuori campo e sono sfocate, tu mi stringi la vita e guardi in camera, io bevo spumante da un calice di plastica col gomito alzato. Quel pomeriggio postai la foto su Instagram con la didascalia LOL, ma oggi me ne contestano l’uso.