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Dieci Chris Cornell in uno
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Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico. di Elia Pasini Sono già passati due mesi, abbondanti.... (Continua a leggere)

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Dieci Chris Cornell in uno

Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico.

di Elia Pasini

Sono già passati due mesi, abbondanti. Quaranta giorni in cui sono arrivati tributi, dediche, preghiere, agiografie, invocazioni. L’anima grunge, che lotta ancora incarnata in Eddie Vedder e Dave Grohl, è sembrata invecchiare fino al baratro dell’annullamento, nello spazio di una sola, inappellabile morte. Dopo Kurt Cobain, Layne Staley e Scott Weiland, anche Chris Cornell. L’occasione pare buona per riflettere sul peso, non solo musicale, ma anche culturale, filosofico, religioso, politico pure, che ha attirato su di sé, non sempre scientemente, l’irripetibile figura di Cornell. Un uomo che è stato pioniere e poi emarginato, grunger tarlato e poi rockstar tamarra, depresso e irrefrenabile, sfuggente e tetragono. Cornell che, come e forse più di Cobain, Staley e Weiland, ha incarnato il vero e proprio elementale del grunge. Tormento dopo tormento, gioia effimera dopo gioia effimera, fino al definitivo oblio.

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Quante volte è successa la fine del mondo?

La fine del mondo è successa un mucchio di volte, e siamo ancora qui a parlarne ogni tanto e per fortuna a parlare anche d’altro.
Il modo più strano in cui è avvenuta è forse quello raccontato da Douglas Adams in Guida galattica per autostoppisti: la Terra, che è una delle regioni più periferiche, insignificanti e soprattutto inconsapevoli e ignoranti di un grande impero interstellare (non sa nemmeno di far parte di un impero interstellare, figuriamoci!), deve essere asfaltata per costruire una superstrada interspaziale che attraversi in lungo e in largo il sistema solare.

La distruzione del Pianeta nella Guida galattica avviene per contrappasso: la Terra viene abbattuta con la stessa noncuranza con cui gli uffici comunali di una città (di provincia?), poco prima che succeda l’apocalisse, si accingono a radere al suolo la casa di Arthur Dent (uno dei protagonisti del romanzo) perché in quel punto deve passarci una tangenziale. Ad eseguire l’ordine di abbattimento della casa di Dent quel giorno c’è il signor L. Prosser, che alla domanda sul perché vada fatta una tangenziale, e proprio nel punto in cui sorge la casa di Arthur, risponde: «Perché mai andrebbe fatta? È una tangenziale e le tangenziali sono necessarie».

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Ricordando Paolo Borsellino

Alle 16.58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita con 90 chili di esplosivo, telecomandata a distanza, deflagrò sotto il palazzo nel centro di Palermo, in via Mariano D’Amelio, dove il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare la madre. Insieme a lui furono uccisi gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Nelle parole che Agnese Borsellino ci ha affidato, indirizzandosi al marito Paolo, tutto l’universo sembra obbedire all’amore e c’è la traccia forse più profonda dell’impegno del giudice: «Resti per noi un grande uomo, perché dinanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, la vita, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze».

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La montagna russa: seconda parte

Pubblichiamo la seconda parte di un saggio scritto Filippo Belacchi su Il Dono di Vladimir Nabokov, apparso per la prima volta qualche tempo fa su Nuovi Argomenti. Qui la prima parte.

Il dono si chiude con Fëdor che espone a Zina l’idea del romanzo che scriverà. Il primo luccichio di questo progetto verrà notato dal protagonista in seguito a una giornata e una nottata densissime di pensieri e visioni. Siamo in estate e Vita di Černyševskij ha suscitato un vespaio di polemiche tra la comunità degli emigré. Fëdor, la mattina del 28 giugno del 1929, si sveglia di buon’ora e se ne va al Grunewald (un parco di Berlino, lo stesso in cui il figlio di Aleksandr Černyševskij si è tolto la vita) per fare il bagno e riposarsi dopo le fatiche del libro. Ci viene raccontata una giornata ricca di sole e una nottata carica di sogni. E in una sola giornata (una sola giornata, proprio come quella passata da Leopold Bloom), Fëdor sentirà e capirà tante cose.

Portrait of Italian cyclist Ottavio Bottecchia taken in the mid 20's who won the Tour de France in 1924 and 1925. Bottecchia became the first rider to wear the yellow jersey of leader during the whole Tour de France after winning the first stage between Paris and Le Havre 22 June 1924. (NB)

Le strade di Ottavio Bottecchia

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il 3 giugno 1927 Ottavio Bottecchia si svegliò alle 5 del mattino, non della sera, e andò incontro al suo destino come il torero di Garcia Lorca. Era di cattivo umore, disse la nipote Elena, perché la sera prima il fedele gregario e amico Alfonso Piccin (cui aveva regalato una casa) gli aveva detto che non l’avrebbe accompagnato in allenamento il giorno dopo. Doveva andare a trovare la morosa.

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La singolarità imperfetta

Cos’ha in comune ognuno di noi con un web designer di Piacenza e un cellulare di vecchia generazione?

Prima di approfondire il senso della domanda, è importante cogliere un banale dato di fatto: si tratta di un indovinello; uno di quegli enigmi che Ray Kurtzweil, l’ingegnere capo di Google, ha buoni motivi di pensare che possano essere risolti con molta più facilità da una macchina che dall’uomo.

Nonostante le sue apparenze bislacche, entrare a conoscenza degli elementi indispensabili per affrontare tale quesito significa procedere attraverso un percorso inusuale, che partendo da vicende apparentemente inverosimili ci porterà ad interrogarci sul senso dell’esistente. E tanto dovrebbe bastare per spingerci a trovare una risposta.

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Meraviglie mute. A proposito dei libri senza parole

Questo articolo è apparso su Robinson – la Repubblica

Un bel saggio della ricercatrice Marcella Terrusi pubblicato da Carocci racconta l’universo dei libri senza parole, quelle storie che qualcuno ha scelto di narrare solo attraverso le immagini. Il titolo, Meraviglie mute, riprende un’espressione inventata da Franco Maria Ricci quando stampò nel 1981 il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini; Terrusi la usa per mostrare gli sconfinamenti fra arte, letteratura, dimensione fantastica e linguaggi dell’infanzia.

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Contrada Tripoli 2011-2017 – Arrivederci su Tatooine

di Marco MontanaroGabriele Fanelli

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo,per vedere cosa resta di quell’esperienza. Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico.

* * * *

Capita a certi spiriti inquieti, o anche solo avventurosi. Lo sguardo coglie un particolare, meglio se insignificante – un coagulo di saliva nell’angolo della bocca, dei riccioli neri che si arruffano lunghi sulla nuca – e la realtà si rovescia nel suo contrario, nel mondo di sotto.

Il dettaglio che svela l’assurdo, insomma, e che in un certo senso nobilita o anche solo distrae la maggioranza di noi, costretta in vite ordinarie.

Capita più raramente, di contro, che tutto il contesto si faccia straordinario. Senza alcun preavviso. Ci troviamo a vivere un’avventura, tanto più intensa quanto circoscritta nel tempo – ed è allora che i dettagli, quegli stessi banali dettagli che in genere rivelano l’assurdo, ci ancorano adesso a uno spaziotempo ordinario, lo stesso cui poi, finito l’evento straordinario, faremo ritorno.

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La montagna russa

A L’informazione di Martin Amis risposi con assordante e felice clamore. La mia folla interiore stipata da qualche parte, in un piccolo auditorium, in una palestra adibita a sala lettura, aveva applaudito, fischiato e gridato entusiasta, mentre Martin Amis attraverso la mia voce leggeva. Io euforico e frastornato di fronte alla prosa, lieve gigantessa, de L’informazione che arrembava la realtà costringendola a parlare. Fu la mia colonna sonora romanzesca per un paio di anni. Dopo essermi dissetato alla fonte di Amis ho pensato di risalire su, fino alla sorgente, e vedere dove esattamente questo spumeggiare sgorgasse.

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Steinbeck in Vietnam

«Questa guerra in Vietnam lascia molto confusi non solo i vecchi osservatori come me, ma anche quelli che a casa leggono e cercano di capire. È una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie. È dappertutto, come un gas finissimo e onnipresente», scrisse John Steinbeck dall’Hotel Caravelle di Saigon, che lo ospitava, in un dispaccio del 14 gennaio 1967.

Steinbeck, già sessantaquattrenne, e la moglie Elaine atterrarono alla base aerea di Tan Son Nhut, Vietnam del Sud, il 10 dicembre 1966. Li aveva anticipati il figlio John IV, richiamato di leva, militare di stanza a Saigon. L’altro figlio Thom si era arruolato volontario e si preparava a partire appena finito l’addestramento essenziale a Fort Ord in California. Lo scrittore, insignito quattro anni prima del Nobel, ansioso di raggiungere il fronte, era animato dalla personale urgenza per la precisione delle parole. In ossequio all’idea che per scrivere bene di qualsiasi argomento, devi amarlo od odiarlo profondamente, e che in un certo senso è uno specchio della propria personalità.