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Come raccontare il terrorismo e ciò che viene dopo: su “I soldati delle parole” di Frank Wasterman

di Christian Raimo La prima scena di Mindhunter, la bellissima serie di David Fincher in onda su Netflix si apre con un pazzo che si barrica in casa con degli ostaggi e minaccia una strage. Sulla scena arriva Holden Ford, giovane poliziotto dell’Fbi: è lì per negoziare, per prendere tempo. Cerca di convincere l’uomo a […]

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Genova antifascista, Genova Bolzaneto, Genova Macaia

Riportiamo, per gentile concessione dell’autore, un brano di Genova Macaia, uscito per Laterza Contromano. di Simone Pieranni Quei giorni del 1960 hanno lasciato anche un ricordo nitido, pulito: tutti ricordano quei fatti e tutti ne sono, in fondo, orgogliosi. Tanto che ogni tanto si riparla dello «spirito del 1960» o qualcuno invoca «i ragazzi con […]

joan didion the center will not hold

Joan Didion: corpo e letteratura

Grazie a Netflix è stato finalmente diffuso il documentario su Joan Didion, ideato e diretto da suo nipote Griffin Dunne. Si chiama Joan Didion: The Center Will Not Hold, il centro non reggerà.

Il film ripercorre in modo abbastanza pedissequo ottant’anni di vita di una grande della letteratura americana del novecento, seguendo quello che la Didion ha fatto nella sua scrittura: biografia privata e storia americana si fondono, ai romanzi si alternano i saggi brevi che ha scritto nel corso degli anni: gli hippy, Charles Manson, il Vietnam, il regime in Salvador fino a Dick Chaney.

una questione privata

Scrivere di cinema: Una questione privata

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017.

Milton deve morire?

di Marco Castelli

Il “nebbione” sale, coprendo le colline più basse ed i tetti dei casolari, nascondendo tanto le strade quanto le ragioni e le follie dei personaggi in uno stesso candido “mare di latte”. I colori risaltano come le gocce di rugiada sugli steli montani in questo film dalle parole centellinate, dai silenzi che si perdono tra un colpo di tosse ed una raffica di mitra, dai visi che scompaiono tra il basso bosco od il fumo di sigaretta.

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“Suttaterra”: un estratto

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal secondo romanzo di Orazio Labbate, Suttaterra, uscito per Tunué.

di Orazio Labbate

“Sei un vedovo”, sussurrava alla camera, tastando con le dita smagrite la tasca dei jeans. Il cielo di là dalla finestra si inscuriva, sopra i palazzi, come la fantasia di un demone addormentato. Fissò la scrivania. Tentò di sfondarla con le mani, solo per scuoiarsi ancora una volta la pelle. Lui la chiamava malinconia: era un mestiere, da quando la moglie Maria era scomparsa un anno prima. Tre corvi sbattevano contro la finestra, uno si era spaccato il becco riuscendo però a forare il vetro. L’uomo allora si avvicinò, raccolse quella polvere adamantina e tracciò un cerchio attorno al buco a mo’ di un mago. Poi alzò l’imposta, e si arrampicò fino a sedersi, rivolto verso l’esterno, sulla sporgenza di pietra del davanzale. Pioveva nella notte e l’acqua caduta dal firmamento tintinnava come i campanelli di una messa.

migranti augusta

Scavare nell’oggi

di Marco Pettenello

Questo pezzo è apparso sul numero di novembre della rivista Gli Asini, che ringraziamo (fonte immagine).

Un pomeriggio di quasi dieci anni fa camminavo per Venezia quando mi telefonò Andrea Segre. Voleva propormi di lavorare insieme al suo primo film, la storia di una barista cinese e un pescatore di Chioggia. Era un film da girare in cinese e dialetto chioggiotto, pieno di vecchi, immigrati e bazzicatori del porto econ un finale malinconico,. Lessi le pagine che aveva scritto e gli dissi di sì, che ci avrei lavorato volentieri. “Occhio però”, aggiunsi un po’ per scherzo, “stai prendendo una strada difficile”. Lui rispose: “Sì lo so, ma è la mia strada”.

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Perdersi nella realtà: “Libro dei fulmini” di Matteo Trevisani

Quando, nell’antica Roma, un fulmine colpiva la terra nel pieno della notte, questo fatto era interpretato come un segno particolarmente funesto. Secondo l’interpretazione antica, infatti, i fulmini notturni venivano scagliati da Summano, una divinità infernale che presiedeva ai fenomeni atmosferici della notte, e si riteneva che tali eventi aprissero un canale di comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Per porre rimedio a questo sconvolgimento e ripristinare l’ordine precedente, i sacerdoti compivano una vera e propria cerimonia di riparazione: sotterravano le tracce del fulmine caduto con tutto ciò che esso aveva colpito, e sulla sepoltura ponevano una lastra di marmo con sopra la scritta FCS, ovvero «Fulgur Conditum Summanium», «qui è stato seppellito un fulmine di Summano».

Walter-Veltroni

Come un romanzo scritto in modo osceno può produrre una grave mistificazione culturale e politica: su “Quando” di Walter Veltroni

di Christian Raimo Come tutta la produzione artistica e intellettuale di Veltroni (i suoi film, i suoi romanzi, i suoi saggi politici, le sue recensioni cinematografiche, le sue poesie, le sue infinite prefazioni, qualunque cosa abbia scritto), anche l’ultimo romanzo di Veltroni, Quando, edito da Rizzoli, è molto brutto, di una tale bruttezza che diventa […]

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I fiori di fulmine di Ben Lerner

Chi viene colpito da un fulmine può sviluppare sulla pelle una sorta di tatuaggio, una specie di disegno ramificato che rimane addosso diversi giorni, causato, con ogni probabilità, dal danneggiamento dei capillari. Questi tatuaggi sono detti “Fiori di fulmine” o col nome scientifico “Le figure di Lichtenberg”, in onore del fisico tedesco che le scoprì. Queste lesioni piccole, ramificate; questi tatuaggi appena accennati destinati a lasciare traccia e subito dopo a sparire sono perfetti per descrivere le cinquantadue poesie di questa prima raccolta di Ben Lerner, uscita negli Usa nel 2004 e pubblicata in Italia da qualche settimana, da Tlon Edizioni, con la meravigliosa traduzione di Moira Egan e Damiano Abeni.

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Il senso di Valerio Mastandrea per le nostre vite

(fonte immagine)

di Barbara Belzini

“The place”, il nuovo film di Paolo Genovese, quel regista che ha stupito l’Italia incassando quasi 20 milioni di euro nel 2016 con “Perfetti sconosciuti”, non è una commedia. Non è nemmeno una commedia agrodolce: con grande rispetto del pubblico, Genovese propone qualcosa di completamente diverso ma anche vagamente simile al precedente, perché anche questo è un film completamente in interno e fatto tutto di parole e racconti, ispirato ad una serie tv americana,“The Booth at the end”. La tagline del film è “Che cosa sei disposto a fare per ottenere ciò che vuoi?” ma potrebbe anche essere quella di “Coraline” “Be careful what you wish for” o “All you have to do is push the button”, come quella di un altro film molto interessante sull’etica e la morale, “The Box” di Richard Kelly (ovunque tu sia, Richard, torna, ci manchi).