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A che servono i voti a scuola?

di Christian Raimo Qualche anno fa insegnavo in una classe dove c’era un ragazzo, chiamiamolo Giuseppe, a cui era stato diagnosticato un deficit cognitivo. Svolgeva un programma personalizzato, che era determinato dalla sua diagnosi e dal DSA – disturbo specifico dell’apprendimento – che gli era stato assegnato. Era molto simpatico, e in classe era ben […]

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Food and the city

Questo pezzo è uscito su L’espresso, che ringraziamo. (Fonte immagine: wikimedia commons).

Non è solo lo shopping a farci scoprire cosa tiene in vita la città. Sui marciapiedi del centro in cerca di gadget e souvenir, ci viene un vuoto allo stomaco, una vertigine, deve essere perché siamo per strada, camminiamo, e fa troppo freddo, o troppo caldo, c’è gente dappertutto, la confusione, il rumore. Ci accorgiamo che si è inanellata una fila di bar e caffè, una catena indistinta pop e superlusso di pret-à-manger, pizze e kebab, ristoranti ingentiliti da piantine di rosmarino provenzale, pasticcerie viennesi con nuove poltroncine déco e fette giganti di torte già tagliate, Philippe Starcklounge-bar sempre più neri sempre più dorati.

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Rileggere Grazia Deledda

In occasione dei novant’anni dall’assegnazione del Nobel e degli ottant’anni dalla morte della scrittrice, nel 2016 e in questo primo scampolo del 2017, gli editori si sono rincorsi in ristampe o monografie sull’autrice sarda Grazia Deledda. L’anniversario, di per sé nient’altro che una ricorrenza, ha avuto però, come spesso accade in letteratura, l’importante merito di riportare l’attenzione su una scrittrice oggi purtroppo un po’ dimenticata.

Al di là della brevità della permanenza in libreria, si tratta di un’occasione importante per ripensare a Deledda, unica donna italiana a vincere in Nobel, e alla pesante eredità che ha lasciato. Se infatti si pensa all’ambiente più intimo della scrittrice, la natia Sardegna, gli studi sulla letteratura d’immigrazione e su quella postcoloniale hanno un ruolo fondamentale nella diffusione di quel tipo di scrittura (un nome su tutti, quello della purtroppo mai finemente analizzata Savina Dolores Massa: da recuperare almeno Mia figlia follia e Dolce madre), ma l’impressione è che la Sardegna rappresenti un rimosso letterario italiano per il grande pubblico. Riguardo invece l’eredità di Deledda, proprio lo scorso anno è uscito Quasi Grazia, pièce teatrale scritta da Marcello Fois, di Nuoro anche lui come la scrittrice e forse il più deleddiano tra gli scrittori sardi di oggi.

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Manchester By The Sea. Kenneth Lonergan e il punto di non ritorno

Il cinema di Kenneth Lonergan racconta quel momento dell’esperienza in cui si diventa consapevoli che non potremo più tornare a essere le persone che eravamo. È il momento in cui perdiamo qualcosa, la cosa più importante, e in maniera inaspettata quel fatto lascia una frattura irreparabile. Il punto di non ritorno per Kenneth Lonergan coincide con un evento traumatico.

Era un incidente all’inizio di You Can Count On Me, il suo primo film. Un incidente ha reso orfani due bambini. Sammy e Terry (Laura Linney e Mark Ruffalo), due fratelli ormai adulti, si trovano a fare i conti con le mancanze generate da quel fatto: l’assenza di una guida e di un baricentro familiare, emotivo.

Era un incidente all’inizio di Margaret, il secondo film, ambientato a New York, che racconta la complicata adolescenza di Lisa (Anna Paquin). Nel tentativo di aggiustare una famiglia segnata dal divorzio dei genitori e di porre rimedio ai tormenti della sua età, la protagonista trasforma l’incidente stradale – evidente metafora del trauma collettivo: l’11 settembre 2001 – di cui è l’involontaria artefice e la principale testimone, in un’interminabile battaglia personale e legale.

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Cosa sarebbe successo se avessimo continuato così e basta? (Sull’ultimo libro di Jonas Hassen Khemiri)

Qualche tempo fa ho assistito a un lavoro teatrale bellissimo, un radiodramma, intitolato Antologia di S del gruppo teatrale romano Muta Imago. Riccardo Fazi – insieme a Claudia Surace, l’anima della compagnia – trova in casa sua una musicassetta con una compilation della fine degli anni ottanta, registrata da una fidanzatina di un’estate riminese di allora di cui oggi non ricorda nemmeno il nome; si decide di andarla a cercare, registrando le voci di tutti quelli in cui si imbatte in questa caccia, e lasciare a noi spettatori la possibilità di ascoltare tutte questi audio. Perché mi ha toccato così tanto, oltre l’ovvia nostalgia?

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La crisi la paghino i critici. Appunti su Reinhart Koselleck

Il volume più rattoppato tra quelli che conservo sui miei scaffali è ridotto così male che se ne vengono via le pagine, e mi tocca ricorrere al nastro adesivo, ogni volta, per tentare di restituire al piccolo malloppo di carta quella forma che, da tempo, non ha più. Quel libro, o ciò che ne resta, è di Reinhart Koselleck, influente storico dei concetti politici scomparso nel febbraio di undici anni fa, e fu tradotto in italiano dal Mulino nel 1972, con il titolo di Critica illuminista e crisi della società borghese, ma l’originale tedesco del 1959 conservava un’altra pregnanza semantica: Kritik und Krise. Ein Beitrag zur Pathogenese der bürgerlichen Welt. Con “patogenesi del mondo borghese”, l’autore intendeva riferirsi alla tara ereditaria che, fin dagli esordi, la società contemporanea porterebbe con sé.

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Lyndon, la newsletter di minima&moralia

Da domani gli iscritti alla nostra newsletter riceveranno una mail settimanale.

Una selezione di articoli su un tema di volta in volta diverso, usciti su minima&moralia dal primo giorno di programmazione.

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Oltre il confine: Nicola Lagioia racconta il Salone del Libro 2017

Da qualche mese Nicola Lagioia è il direttore del Salone del Libro di Torino. Pubblichiamo l’editoriale apparso oggi sulla Stampa in cui anticipa i temi e i primi ospiti della trentesima edizione. Auguri e buon lavoro da tutta minima&moralia. (Immagine: l’illustrazione di Gipi per il Salone del Libro di Torino 2017)

di Nicola Lagioia

Un libro che scavalca un muro, nell’anno della Brexit e dell’elezione di Donald Trump. Un’immagine forte, affidata al manifesto di Gipi, rappresenterà la XXX edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino. Tra una manifestazione che fosse una semplice vetrina editoriale, e un’idea di cultura in grado di incidere, per ciò che ci è possibile, sulla realtà, non abbiamo avuto dubbi sin dall’inizio.

mia figlia, don chisciotte alessandro garigliano

“Mia figlia, don Chisciotte” di Alessandro Garigliano: un estratto

Da oggi in libreria Mia figlia, don Chisciotte, romanzo di Alessandro Garigliano (NN editore) nato un po’ grazie anche a questo blog. Pubblichiamo un estratto ringraziando l’autore e la casa editrice.
Prologo

Dopo avere accompagnato mia figlia all’asilo, torno a casa. Non riesco a liberarmi subito del vestito gessato nero. Si tratta dell’abito del mio matrimonio. Non ne possiedo altri eleganti, non frequento eventi mondani e non esercito un lavoro che richieda un aspetto impeccabile. In realtà, all’inizio, non sapevo nemmeno quale figura sociale dovessi interpretare con quel vestito. Mi piaceva desse risalto alle spalle larghissime, a quel che resta di un fisico scolpito da giovane grazie alle innumerevoli ore di sport. Soprattutto mi pareva necessario far credere a mia figlia che il padre, ogni giorno, avesse un impegno lavorativo e non patisse instabilità. Al rientro, sfilarmi l’abito sarebbe stato come tradire la bimba. Allora ho imparato ad approfittare della maschera.

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I buchi neri delle sottoculture: il “caso” The Sound (e il parallelo con gli U2)

Questo pezzo è uscito su che-Fare

Nel considerare le sottoculture come un modello possibile per le comunità creative che nascono e che crescono, occorre anche soffermarsi sui buchi neri, gli inciampi, le interruzioni, le cadute che costellano un processo apparentemente interrotto una ventina di anni fa.

La vicenda dei The Sound, da questo punto di vista, è tragicamente perfetta. Si tratta infatti del gruppo probabilmente più sottovalutato dell’intero post-punk: perché? Come è avvenuto? Forse il cantante Adrian Borland non era abbastanza “carino”, o abbastanza dotato di “carisma” (quello di Ian Curtis, per esempio, totalmente negativo; e quello – apparentemente positivo – di Bono); o magari era semplicemente troppo “depresso”, come i suoi testi. “Eppure, musicalmente, i The Sound avevano tutto per sfondare: un talento melodico fuori dal comune, un piglio viscerale e nevrotico ereditato dalla nobile scuola di Velvet Undergound e Stooges, un sottile tocco psichedelico d’ascendenza Doors, una sensibilità oscura degna di Cure e Joy Division.