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Intervista a Massimiliano Gioni

Questa intervista è uscita su IL a ottobre 2013.

Ha trentanove anni, dal 2006 vive a New York dov’è curatore per il New Museum di New York ma torna spesso a Milano dove lavora come direttore artistico per la Fondazione Trussardi, che è a un passo dalla Scala. È appena atterrato, viene da New York, porta una camicia azzurrina perfettamente stirata. Ci sediamo a un ristorante a bere caffè e quando accendo il registratore gli domando come vola.

Massimiliano Gioni: Con l’aereo, ah ah… La classe di viaggio vuoi sapere? O economy o business, dipende. Ad esempio, questo è un viaggio breve, domani vado a Beirut quindi sono arrivato in business. Se devo lavorare moltissimo il giorno in cui arrivo viaggio in business, altrimenti in economy. Io ho due lavori principali che sono Trussardi e New Museum e poi ci sono altre cose che faccio, dipende a cosa sto lavorando, alcuni li pago io alcuni sono conti spese… Per me, e questo lo dico non perché mi stai registrando, se devo scegliere se mettere i soldi in una mostra o mettere i soldi sul mio conto spese tristemente li metto nella mostra…

 

Notizie da minimum fax

Nata del 1994, dopo venti anni e oltre 500 titoli pubblicati la casa editrice minimum fax di Marco Cassini e Daniele di Gennaro è una realtà ormai consolidata nel panorama editoriale e culturale italia.

Quest’anno minimum fax si presenta al Salone del Libro di Torino con importanti novità e nuovi assetti interni, a partire proprio dal ruolo operativo dei due editori.

 
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Buon compleanno Kant!

Ieri era il duecentonovantesimo compleanno di Immanuel Kant. Auguri in puntuale ritardo. Ripubblichiamo qui un’intervista ad Emilio Garroni realizzata nel 2004 e un po’ troppo densa per un giornale generalista; alla fine fu pubblicata dall’Indipendente, allora diretto da Antonio Galdo, dopo la morte del filosofo romano, nel 2005.

di Bruno Giurato

Chi era poi questo Kant? Razionalista o empirista? Liquidatore della metafisica o nostalgico dell’”a priori”? Forse è stato il filosofo che ha saputo indagare criticamente la radice di istanze opposte, e che l’ha trovata nell’esperienza estetica. Cercare la necessità guardando-attraverso un oggetto contingente, mutevole, al limite insensato come un’opera d’arte. Tentare di afferrare (rischiosamente e mai definitivamente) il momento in cui sentiamo di appartenere un comune sentire aperto a tutti gli uomini. Questi temi riguardano solo l’arte e la riflessione sull’arte o hanno una rilevanza filosofica piena?

 
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Segreti di Stato e romanzo delle stragi

Il governo Renzi ha deciso di aprire gli archivi sulle stragi. E’ cioè stata firmata la direttiva che consente la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. E’ dubbio se tutto questo potrà davvero ricompattare (e rendere leggibile) il lungo agghiacciante incredibile romanzo delle stragi che fa dell’Italia un paese unico in Europa. C’è la speranza che si decida a questo punto di pubblicare anche i documenti secretati sulle stragi di mafia. Come auspicio e monito ripubblichiamo un’intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

«Pensare un’azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, «Il ritorno del principe». Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato “osceno”. «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

 
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ma come sarebbe il mondo se non ci fossero i libri? Perché il mondo mi sembrava un inferno e i libri erano proprio la mia salvezza

In questi giorni è uscito il nuovo romanzo di Michele Mari, Rodderick Duddle, un esplicito omaggio alla narrativa d’avventura. Riprendiamo un’intervista di Ade Zeno uscita nel 2007 su Liberazione e poi nel 2009, in edizione integrale sul sito Atti impuri.

di Ade Zeno

Nel settembre del 2007 “Liberazione”, quotidiano per cui allora scrivevo, mi chiese di intervistare uno scrittore italiano a mio piacimento per l’inserto culturale “Queer”, oggi purtroppo morto e sepolto. In quei giorni avevo appena finito di leggere l’ultimo romanzo di Michele Mari, Verderame, uscito da qualche settimana nei Supercoralli Einaudi. Il fascino della storia, la sensuale bellezza di quella prosa elegante e sopraffina, nonché la sconfinata stima che già da tempo nutrivo per l’autore in questione mi spinsero a contattarlo per chiedergli se fosse interessato a rispondere ad alcune domande. Mi diede appuntamento nel dipartimento di Filologia dell’Università Statale di Milano, e dopo una breve anticamera confuso tra studenti in attesa dell’orario di ricevimento (se non ricordo male attendevano con ansia gli esiti di una prova scritta), ebbi accesso al suo studio. Quella che segue è la versione non tagliata (esigenze redazionali mi avrebbero imposto per l’uscita a stampa alcuni aggiustamenti) dell’intervista che ne seguì.

 
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Intervista a Judith Schalansky

Questa intervista è uscita su Flair a ottobre 2013.

In greco antico “tele”significa “lontano”. Parole come “televisione” o “telematico” rimandano proprio a una distanza che si accorcia grazie alla tecnologia: quello che era lontano oggi è più sempre vicino, disintegrando così gli spazi e i tempi della lontananza; ogni luogo è ormai accessibile, a portata di telecomando, o di Google Earth. Ma “lontano” è solo un’idea astratta, e spesso ce ne dimentichiamo. “Sull’infinita Terra sferica, ogni punto può diventare il centro”, dice Judith Schalansky. “Lontano” è un’invenzione che serve a stabilire un confine tra noi e il resto del mondo: si può raccontare la storia del mondo intero attraverso delle isole sperdute, luoghi reali e surreali allo stesso tempo”.

 
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Perché non c’è ancora un grande romanzo italiano sulla crisi?

Questo testo è uscito in una versione leggermente ridotta nelle pagine che Sbilanciamoci ha curato per il Manifesto. Potete trovare l’intero inserto “Le pagine della crisi” qui (con articoli di Alessandro Portelli, Mario Pianta e molti altri), mentre se volete sostenere il lavoro di Sbilanciamoci potete andare qui.

di Christian Raimo

E insomma qui da noi non c’è nessuno che scriva un romanzo sulla crisi economica? Il dissesto del ceto medio, l’eclissi delle speranze, la rovina psichica che segue quella sociale, non c’è nessuno capace di tesaurizzare sulla pagina questa fase di depressione, come capita, come è sempre capitato – pensiamo a Steinbeck e Faulkner dopo il ’29, pensiamo ai nostri Pirandello, Verga e De Roberto con la crisi di fin de siecle, pensiamo chessò all’esplosione artistica dell’Argentina post-Menem… E in Italia, nel 2014, perché non si avvera quella profezia tutto sommato facile che Mario Vargas Llosa formulava nel 2008 allo scoppiare della bolla finanziaria: «La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura»?

 
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L’ultimo giorno di Firmin

I capolavori del modernismo hanno ancora molto da dare agli appassionati di letteratura. Tra questi c’è sicuramente Sotto il vulcano di Malcolm Lowry. Per i lettori che non si siano mai addentrati nella «Divina Commedia ubriaca» dello scrittore inglese o per quelli che – pur conoscendola e amandola – continuano a farsene interrogare, riproponiamo questo [...]

 
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Non siate così stupidi e irresponsabili da lasciare implodere il mondo del teatro a Roma

Negli ultimi mesi nella Roma teatrale – quel magma informe fatto di grandi festival e piccoli esercenti, di occupanti e di compagnie, di artisti e di critici – si respira quasi un’aria da fine dei tempi. Siamo sulla soglia di qualcosa che ancora non ha una forma, forse una metamorfosi, un cambiamento, ma forse anche una banale, lenta e prolungata decadenza. Ma cos’è che sta succedendo? Occorrerebbe mettere assieme una serie di avvenimenti che, a un occhio profano, potrebbero sembrare non troppo connessi tra loro. Come la chiusura del Palladium, sottratto alla decennale gestione della Fondazione Romaeuropa che lo aveva trasformato in una piazza della scena contemporanea. La chiusura, per lavori, del Teatro India, che di quella scena è l’epicentro naturale. Lo sgombero dell’Angelo Mai, centro di produzione culturale indipendente, che arriva dopo i cinque anni di stop imposti al Rialto (oggi in ripartenza) e il depotenziamento di altri spazi come il Kollatino Undergorund. Infine, la prolungata assenza di una direzione al Teatro di Roma, dove la “nomina lampo” di Ninni Cutaia aveva dapprima acceso, e subito dopo gelato, le speranze di un territorio complesso e variegato.

 
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Morire (o quasi) di gentrizzazione

di Claudio Morici È vero: noi romani, di generazione in generazione, siamo stati spazzati via dai quartieri centrali della nostra città. Il motivo principale lo sappiamo tutti: è diventato troppo caro. Nei quartieri del centro ora ci abitano gli stranieri, gli impiegati di qualche grossa azienda, i politici, i ricchi. Ma chi ci è nato [...]