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I buchi neri delle sottoculture: il “caso” The Sound (e il parallelo con gli U2)

Questo pezzo è uscito su che-Fare

Nel considerare le sottoculture come un modello possibile per le comunità creative che nascono e che crescono, occorre anche soffermarsi sui buchi neri, gli inciampi, le interruzioni, le cadute che costellano un processo apparentemente interrotto una ventina di anni fa.

La vicenda dei The Sound, da questo punto di vista, è tragicamente perfetta. Si tratta infatti del gruppo probabilmente più sottovalutato dell’intero post-punk: perché? Come è avvenuto? Forse il cantante Adrian Borland non era abbastanza “carino”, o abbastanza dotato di “carisma” (quello di Ian Curtis, per esempio, totalmente negativo; e quello – apparentemente positivo – di Bono); o magari era semplicemente troppo “depresso”, come i suoi testi. “Eppure, musicalmente, i The Sound avevano tutto per sfondare: un talento melodico fuori dal comune, un piglio viscerale e nevrotico ereditato dalla nobile scuola di Velvet Undergound e Stooges, un sottile tocco psichedelico d’ascendenza Doors, una sensibilità oscura degna di Cure e Joy Division.

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Carver, Cassavetes, Castro. Intervista a Paolo Civati

«Ora siamo fuori… Ora siamo tosti… Nessuno ci può fermare, oggi… Dài Claudio, credici, ci devi credere, quando stavi dentro ci credevi…» dice Claudio, attore e personaggio, a petto nudo davanti allo specchio. E poi via, in bici lungo le Mura Aureliane. E poi sulla spiaggia di Ostia con la sua ragazza, Deborah, che non l’ha lasciato quando era in carcere. È una delle sequenze più forti di Castro, opera prima di Paolo Civati, regista e attore nato a Como ma trapiantato da qualche lustro nella capitale. Un anno e mezzo di riprese, novanta ore di girato, ottantadue minuti di film «per rivelare il quotidiano di una comunità che vive una situazione straordinaria».

Il Castro è un palazzo di cinque piani nel quartiere San Giovanni, a Roma, «un rifugio per gli esclusi», «una torre di Babele» in cui hanno trovato alloggio temporaneo decine di famiglie senza casa. Un rifugio che ormai non c’è più. Castro, il film, restituisce un volto e un’identità ai suoi abitanti, mettendo in scena gli amori, le lotte, i sogni di Claudio e Deborah, due afro-romani di seconda generazione, di Robertino e del gatto Castro, di Luigi e della signora Assunta, di Franco il macellaio, della piccola Sara, di Khalil che canta il suo rap d’amore per il figlio Neder, che in tunisino vuol dire «libero». Castro è la storia di uno sgombero annunciato raccontata senza mai mostrare la violenza, senza concessioni alle formule dell’inchiesta o della denuncia, ma esplorando con una sola macchina da presa i territori meno frequentati, e più impervi, del «cinema del reale».

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Lontano e vicinissimo: il nuovo romanzo di Gianluigi Ricuperati

di Leonardo Merlini

Da qualche parte si sente profumo di Dickens. Scriverlo a proposito del terzo romanzo di Gianluigi Ricuperati, La scomparsa di me, in uscita per Feltrinelli, sembra una battuta un po’ troppo sopra le righe, benché lo scrittore torinese da sempre abbia mostrato una vocazione alla scoperta vasta almeno quanto i romanzi del padre di Oliver Twist. Sembra una battuta perché il libro parla di un uomo senza troppe qualità che muore, giovane, in un incidente stradale e poi comincia a… ritornare, da una dimensione in cui è “qualcosa che non ha tracce, non ha peso, non ha fiato”, qualcuno “senza tutto”, e lo fa entrando, per il tempo di una giornata dal risveglio al sonno, nei corpi di persone che aveva conosciuto o anche solo sfiorato in vita.

Una presenza che è solo consapevolezza, senza interazione. Una irrequietezza che saprebbe di contrappasso dantesco se la voce del narratore, in questo figlia della mente curiosa dell’autore, non fosse in grado di unificare il grottesco e il tragico, il meraviglioso e l’indecifrabile, il vicinissimo e la massima lontananza. In questo – oltre che in una prospettiva che fa pensare a una versione aggiornata della logica del Canto di Natale, seppur con un intento non più di redenzione bensì di (inevitabilmente limitata) comprensione – sta quell’alone di Dickens che potrebbe comunque anche essere rubricato nel capitolo infinito sul fascino ricorsivo della narrazione.

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Scrivere di cinema: Arrival

minima&moralia è tra i partner del concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino per giovani aspiranti critici cinematografici: ospitiamo la rubrica di cinema a cura dei vincitori dell’edizione 2016 e vi segnaliamo il bando dell’edizione 2017. di Eugenio Radin  Un’ondata di generale e concorde entusiasmo ha accolto l’arrivo in sala dell’ultima fatica di Denis […]

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Rosarno, oggi: un reportage

Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Nel ghetto di San Ferdinando le biciclette sono ovunque. Sono il principale mezzo di trasporto per i braccianti. Chi ne ha una, può recarsi autonomamente nei campi, evitando così di pagare 3 euro al giorno al caporale. Per questo una delle figure-chiave della tendopoli è Issa, il gambiano riparatore di biciclette. La sua tenda-officina è proprio all’ingresso del campo, circondato da un mare di copertoni usati. Issa non va più in campagna da anni ormai, si dedica solo alle biciclette. Nei mesi della raccolta degli agrumi, da novembre ad aprile, arriva a ripararne anche 50 al giorno. Lavoro dalle 8,00 di mattina alle 2,00 di notte. Per ogni bicicletta riparata prende un euro. Basta il flusso costante del suo lavoro a testimoniare quanto sia vasto e radicato, nel territorio della Piana di Gioia Tauro, il mondo dei nuovi braccianti.

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La guerra e la pace secondo Harry Parker

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Modena. Quando Harry Parker appare nell’Aula Magna dell’Accademia Militare, i 389 Allievi Ufficiali che riempiono fino all’ultimo posto la grande platea sanno già tutto di lui. Nella rigorosa rigida compostezza con cui aspettano, di là dal grande banco su cui è inciso il motto dell’Accademia – “Una Acies” (una sola schiera) –, vedono un trentatreenne inglese del Wiltshire che dieci anni fa ha prestato servizio come Capitano in Irak e che nel 2009, in Afghanistan, nel distretto di Nad-e-Ali, al termine di un giro di ricognizione nei dintorni della base, è saltato su una mina, ha rischiato di morire durante il trasporto in elicottero, ha perso entrambe le gambe e ora cammina su due ipertecnologiche protesi. Sanno tutto di lui, i cadetti che riempiono l’aula.

racconto inedito di francesco gallo

Io, Me Stesso e i Dieci Regni

Un racconto inedito di Francesco Gallo: buona lettura.
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Torino. Novembre 2016. Le dieci e trenta circa d’un sabato mattina. Sono calmo. Rilassato. In realtà sono abbastanza calmo, abbastanza rilassato. Ho appena finito di farmi la doccia. Indosso un enorme accappatoio di spugna bianco che mi fa assomigliare a un mansueto orso polare. Ma tengo i capelli ancora bagnati. Al solito: ho iniziato una cosa e non l’ho ancora finita. Ma sto per finirla. Giuro. A voler essere più precisi, comunque, tengo il tallone appoggiato al bordo della sedia; tutto concentrato nell’atto di tagliarmi le unghie dei piedi. Nove le ho già sistemate. All’appello, adesso, mi manca soltanto l’alluce destro.

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Cinico mai più — Seconda Parte

Pubblichiamo la seconda parte del saggio scritto da Giorgio Vasta per il terzo cofanetto (uscito a dicembre) che raccoglie la produzione di Ciprì e Maresco, gli ideatori di Cinico Tv. Qui la prima parte.

Lettera di dimissioni

Il secondo e ultimo decennio di Cinico Tv è scandito da una serie di deflagrazioni. Nel 1998 Totò che visse due volte – la storia di Paletta rinchiuso in un’edicola votiva, di Fefè brucato dai topi e di un Messia coprolalico – comincia ricominciando, vivendo due volte, collocando cioè nel suo incipit quello di Lo zio di Brooklyn di tre anni prima, l’impassibile ablazione dell’occhio – una vera e propria resa (nel senso tanto di arrendersi quanto di restituire) dello sguardo – che riprende e radicalizza il Buñuel tagliente di Un chien andalou; se nel regista spagnolo l’atto del vedere è definito dalla lama-nuvola-lesione che reseca l’occhio, in Ciprì e Maresco a venire deposto è un pezzo intero di sguardo, così introducendo a una visione del mondo sempre parziale e mancante («Unica certezza la bruma»). Nel 1999 Enzo, domani a Palermo e, nel 2000, Arruso, compongono un dittico – sull’abolizione del senso e di qualsiasi possibilità di speranza – che, per essenzialità e capacità di saturazione, ha in sé qualcosa di epocale (e che vale da ratifica dell’umiliazione come struttura portante del presente).

Nel 2003 Il ritorno di Cagliostro racconta la storia di illusione e frustrazione di due sconfitti, i Fratelli La Marca, dei quali, reificati nel monumento di se stessi, «nessuno seppe più niente» (e anche in Cagliostro, incastonata nel film, o meglio in un altro film nel film, torna ancora, quietamente ossessiva, l’ablazione dell’occhio, a ribadire un presupposto elementare che è manifesto, promessa, minaccia: «Lasciate almeno un occhio, o voi che entrate in questa visione»), mentre nel 2004 Come inguaiammo il cinema italiano, nel ricostruire la pluridecennale collaborazione e infine la separazione di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, si fa leggere anche come presagio di ciò che da lì a poco accadrà proprio a Ciprì e Maresco.

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Il paradigma della luce di Gaia Manzini

In Ultima la luce, il nuovo romanzo di Gaia Manzini edito da Mondadori, la luce non si limita a fornire al libro l’occasione del titolo, ma si configura come un elemento fondamentale. È una luce che si deposita sulle cose come una patina e le rifrange senza svelarle, provocando una visione incompleta, prismatica, in un certo senso ingannevole. È la luce dello sfarzo, dell’insincerità, destinata a far brillare più che a illuminare, a risplendere più che a rivelare. Una luce agnostica, che non ha il compito di fare chiarezza ma quello di colorare un’ora del giorno, una percezione sensoriale o un’intera esistenza.

Gaia Manzini ha scritto un libro ambizioso, inserendosi con autorevolezza nel filone del romanzo borghese, che in Italia negli ultimi anni ha avuto l’esponente più illustre in Alessandro Piperno. Dopo la morte della moglie Sofia, Ivano, un ingegnere milanese di sessantotto anni, va a trovare il fratello Lorenzo nella villa di Santo Domingo in cui si è trasferito a vivere da un po’ di tempo. Lì conosce Liliana, una donna indipendente e affascinante, e scopre una verità legata alla sua defunta moglie che non avrebbe mai potuto immaginare. Il viaggio rende a Ivano quell’energia che negli anni del matrimonio a poco a poco gli era venuta a mancare. E tornando a casa riuscirà a recuperare il proprio rapporto con la figlia Anna e a porre le basi per iniziare una nuova vita.

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Il terrorismo spiegato ai nostri figli. Intervista a Tahar Ben Jelloun

di Matteo Cavezzali

Intenso narratore e saggista, Tahar Ben Jelloun è uno degli intellettuali nordafricani che negli anni si è fatto meno scrupoli prendere posizioni nette nel dibattito europeo sul rapporto tra terrorismo e Islam. Vincitore del premio Goncurt nel 1987 con La Nuit sacrée lo scrittore marocchino residente a Parigi è oggi considerato una delle voci più autorevoli del mondo islamico in occidente.

In questi giorni è uscito il suo ultimo libro “Il terrorismo spiegato ai nostri figli”  (La Nave di Teseo), presentato per la prima volta in Italia a Ravenna per l’anteprima di ScrittuRa Festival.

Qual è secondo lei il luogo comune più pericoloso legato al terrorismo di matrice islamica?

«È l’amalgama tra una religione, l’islam, e il terrore che diffonde lo pseudo “Stato Islamico”. Le persone non distinguono tra una civiltà e la barbarie che utilizza l’islam per fini politici».