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La trascendenza inquieta di Philip Roth

Questo pezzo è uscito sul numero 66 di Nuovi Argomenti. (Fonte immagine)

Nelle pagine finali di Nemesi – l’ultimo romanzo lasciato in eredità da Philip Roth –, l’insegnante di ginnastica Bucky Cantor, lanciando il giavellotto con tecnica magistrale e virile determinazione, viene ammirato intensamente dai propri giovani allievi, ai quali la fierezza di quel gesto atletico appare come un apice delle proprie aspirazioni adolescenziali, il punto di arrivo del loro fiducioso percorso di addestramento alla vita. Con la sola contemplazione di quella prodezza sportiva, uno sparuto gruppo di ragazzini di Newark riesce a dimenticare le vicende minuscole del quartiere di Weequahic per gustare le primizie di una futura, adulta partecipazione alla storia del genere umano. In quei muscoli tesi nella concentrazione, nel movimento articolato e asciutto, nel lancio accurato e nel grugnito sordo che ne accompagna lo sforzo, ai ragazzi sembra di intravedere il premio più nobile cui essi possano aspirare, la possibilità concreta del pieno soddisfacimento dei loro sogni giovanili, la ricompensa per una formazione stoicamente radicata nella condiscendenza.

 
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Le fiamme custodiscono in te la fiamma. Un’intervista a Francesca Matteoni sul suo bellissimo libro “Tutti gli altri”

di Giuseppe Zucco 

Tutti gli altri (Tunuè, 2014) è un romanzo di formazione. Dentro questo libro c’è una bambina – e questa bambina cresce in un paesino dell’Appennino toscano, diventa adolescente, diventa adulta, va in Finlandia, va a Londra, e ogni volta che incontra qualcuno la realtà e il tempo si espandono e si contraggono insieme. In particolare, la voce narrante sembra provenire dal futuro e avere il dono della sapienza, poiché riesce a dare la giusta importanza ai fatti rievocati e a inquadrarli in un disegno compiuto. Tu sei una poetessa, come mai sei passata dalla poesia alla narrativa? Quando hai avuto la prima idea di questo libro? Quanto tempo ci hai messo per scriverlo? Com’è andata?

In realtà non avverto un vero e proprio passaggio. La poesia, quel modo lì di vedere, resta la mia terra che a volte viene fuori nei versi, altre nella prosa. Ho sempre scritto sia poesia che prosa, la difficoltà semmai era entrare in un vero e proprio discorso narrativo. È andata così: vari anni fa, forse nel 2002 o addirittura nel 2001, scrissi dei piccoli racconti su episodi della mia infanzia, ambientati sull’Appennino e in Maremma. Poi, quando mi sono trovata a vivere per molto tempo sola in Inghilterra, sono venuti fuori poesie e altri racconti, appunti, note saggistiche, ma mentre le prime trovavano facilmente una loro forma libro, per il resto è stato più difficile. C’era questo file cumulativo di scritti su cui occorreva lavorare molto e che nel tempo aumentava o si modificava a seconda dei consigli altrui, ma anche della mia prospettiva in mutazione. In tutto direi che, anche se è un libro brevissimo, viene fuori da dieci anni di lavoro. Questo appunto perché non esiste un progetto iniziale di opera narrativa, ma la necessità di dire alcune cose – scrivere è sempre riconquistare un mondo, che nel quotidiano inevitabilmente si perde. Io racconto fiabe un po’ a tutti da quando mi ricordo. Dai tre anni? Cinque? Dalle primissime parole tra cui “A un certo punto, Cappuccetto Rosso…”? Forse queste sono le fiabe che ho raccontato a me stessa e che poi sono, per fortuna, divenute altro perfino da me.

 
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La disinformazione. Per un’ontologia catanese

di Pierandrea Amato

Parte prima: chi è l’attore?

Un regista francese, con un forte legame con l’Italia, dove ha girato alcuni dei suoi lavori, qualche anno fa decide di realizzare un film in Sicilia. Il regista, per realizzare il suo progetto, invita a un incontro un professore di filosofia perché un suo lavoro potrebbe incrociare il soggetto del film. La promessa di questo primo incontro, preceduto da una scarna e-mail, mette a disagio il professore; almeno, quanto la prima impressione di fronte a un disegno che unisce i Pupi e il cinema francese (forse, da sciocco, temeva una versione del grand Tour fuori tempo massimo).

 
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Mommy è il film del regista più libero che c’è

Questo pezzo è uscito su Internazionale.

Mommy è la storia di un rapporto madre-figlio, un amore fusionale, totale e ovviamente melodrammatico, tra un ragazzo con un bel po’ di problemi caratteriali e una donna vedova, single e nevrotica. I due vanno a vivere insieme in una nuova casa in un quartiere povero, un suburbio di un’anonima città del Quebec, litigano furiosamente e altrettanto furiosamente fanno pace, conoscono la vicina di casa – un’insegnante in anno sabbatico, ipersensibile al limite dell’implosione ma affettuosa – che diventa una sorta di presenza organica di questa famiglia di strambi allegri infelici.

 
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La vita sobria

Questo racconto di Claudia Durastanti fa parte dell’antologia La vita sobria. Racconti ubriachi (Neo Edizioni), a cura di Graziano Dell’Anna. Racconti di Claudia Durastanti, Gianni Solla, Fabio Viola, Alessandro Turati, Francesco Pacifico, Olivia Corio, Dario Falconi, Paolo Zardi, Stefano Sgambati, Filippo Tuena. Ringraziamo il curatore e la casa editrice. E invitiamo a leggere gli altri racconti dell’antologia. Jet [...]

 
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J.J. Abrams e un gioco metaletterario ghiotto (quasi) quanto Lost

Pubblichiamo un articolo di Mariarosa Mancuso uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice. (Nella foto, J.J. Adams con George Lucas. Fonte immagine)

L’oggetto affascina, non si discute. Un finto libro antico preso a prestito più volte in biblioteca (nella terza di copertina sono stampigliati i termini per la riconsegna). Uno scrittore (altrettanto finto) di romanzi che hanno fatto tremare governi, sputtanato industriali senza scrupoli e immaginato il totalitarismo: si chiama V. M. Straka, i critici litigano sulla sua identità neanche fosse Shakespeare o Omero. Un traduttore (lui si presenta così) sospettato di essere l’autore dei 19 romanzi di Straka, o almeno dell’ultimo intitolato “La nave di Teseo” (l’unica certezza è che abbia messo mano al capitolo conclusivo).

 
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Parola di Gustave Flaubert

Il 12 dicembre 1821 nasceva Gustave Flaubert. Pubblichiamo due lettere di Flaubert a Maupassant tratte da Troppe puttane! Troppo canottaggio! Da Balzac a Proust, consigli ai giovani scrittori dai maestri della letteratura francese, antologia curata e tradotta da Filippo D’Angelo.

A Guy de Maupassant 

Croisset, 15 agosto 1878

[...]

Ora parliamo di voi.

Vi lamentate che il culo delle donne è «monotono». C’è un rimedio molto semplice: non servirsene. «Gli avvenimenti non variano». Questo è un lamento realista, e d’altronde, che ne sapete? Bisogna guardarli più da vicino. Avete mai creduto all’esistenza delle cose? Tutto non è forse illusione? Di vero non ci sono che i «rapporti», vale a dire il modo in cui percepiamo gli oggetti. «I vizi sono meschini»: ma tutto è meschino! «Non ci sono abbastanza costruzioni diverse di frasi». Cercate e troverete.

 
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Non posso vivere senza di te

Lo scorso 10 dicembre su Repubblica Massimo Recalcati ha scritto una riflessione prendendo spunto dalla notizia della scomparsa di Giuseppe Mango e, poche ore dopo, di suo fratello Giovanni. La pubblichiamo in una versione leggermente diversa, ringraziando l’autore e la testata. (Nella foto, André e Dorine Gorz – Foto di Daniel Mordzinski)

Il nostro tempo esalta l’autonomia dell’Io come l’espressione più appagante della nostra libertà e considera la maturità psichica come la capacità di vivere nella più assoluta indipendenza, senza appoggiarsi all’altro. Questo mito della libertà come  pura negazione dei vincoli simbolici e affettivi, tende ad irridere su coloro che, al contrario, ammettono la loro vulnerabilità e la loro dipendenza dall’esistenza dell’altro. Alla luce della psicoanalisi il sogno di un soggetto che si fa il proprio nome da se stesso è un sogno puramente narcisistico. La vita umana è tale solo se sa riconoscere i propri rapporti di dipendenza senza negarli ferocemente. Senza la presenza dell’altro dell’amore la vita perde il suo senso.

 
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Barbara D’Urso: la cronaca nera al tempo della soap

Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

“Quando sentono la mia voce i bambini smettono di piangere” dice Barbara D’Urso di sé. Lo dice a Pomeriggio 5. E anche: “io faccio la parte della comare Cozzolino e mi chiedo…”

Oppure: “a me piace mandare messaggi d’amore, comunque e sempre”.

Applauso.

 
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Una settimana a Corcolle, Roma

Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata.

Corcolle (Roma). A volte può bastare una bottiglia volante non identificata per mandare in frantumi un piccolo mondo antico. O almeno per dirottare l’attenzione dalla luna dei problemi veri di una borgata disastrata al dito di un’emergenza inesistente ma mediaticamente accattivante. Succede a Corcolle, estrema propaggine di Roma Est. L’unica parte della capitale che pretende un pedaggio autostradale o in alternativa si può raggiungere in un paio d’ore di autobus con lo stesso coefficiente antropologico di un viaggio in Interrail. Cercate su Google e l’oracolo elettronico, giusto sotto Wikipedia, il meteo e il sito del comitato di quartiere, vi rivelerà il motivo della recente notorietà: «Roma, assalti ai bus: a Corcolle è caccia ai neri», recita il titolo di un articolo. Che ha intristito la stragrande maggioranza di cittadini che non ha alcun problema con gli stranieri. E fatto schiumare l’esigua minoranza arrabbiata che, per contestare la maniera in cui è stata dipinta, usa argomenti tipo «Razzista io? Sono loro a essere negri». E tuttavia il cronista venuto a trascorrere quasi una settimana qui a un mese dai fatti che stiamo per ripercorrere non ha vita facile. Perché questo, infinitamente più del presunto scontro di civiltà, sembra l’epicentro di una politica transgender, dove nessuna vecchia etichetta attacca più. Con un presidente di circoscrizione piddino che promette di cacciare tutti i rifugiati. Un ex Forza nuova trasmigrato a Forza italia che firma manifesti anti-invasione con iconografia leghista ma poi definisce «beceri» i loro discorsi. E un aspirante capopolo che da dietro i suoi RayBan neri a goccia giura di essere di sinistra mentre lancia la sua Opa ostile all’appassionato comitato di quartiere assieme a un autista con l’A noi mussoliniano tatuato in latino sull’avambraccio.