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Matteo Marchesini e i saggi con personaggi
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(fonte immagine) Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che... (Continua a leggere)

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Matteo Marchesini e i saggi con personaggi

(fonte immagine)

Non è per niente facile allontanarsi dal nuovo libro di Matteo Marchesini e provare a formulare dei giudizi sull’opera narrativa di una delle figure più presenti e incisive del panorama intellettuale italiano, grazie alle sue collaborazioni con  “Il Foglio”, “Radio Radicale”, la “Domenica del Sole 24 Ore” e “doppiozero”: poeta, narratore, saggista, critico letterario e culturale che utilizza l’analisi dei gusti socialmente più diffusi (ma esclusivi!) per elaborare diagnosi implacabili dei nostri vizi nazionali, insistendo su quelle nostre identità fragili e mai risolte che ci costringono spesso a cedere di fronte alla sirene del Midcult delineato da Dwight Macdonald.

Non è facile per il sottoscritto, in particolare, che si trova a condividere le prese di posizione dell’autore di False coscienze. Tre parabole degli anni zero, avendo alle spalle un percorso formativo simile, dominato dall’ingombrante e quasi autarchica presenza di Alfonso Berardinelli: non concretizzatasi de visu, nel caso di chi scrive, e perciò senza alcuna garanzia di essere riusciti a mettere a rendita gli insegnamenti del critico romano, perché il contesto e le nostre debolezze sono tali che nessuno potrà dirsi al riparo dalle sirene di cui sopra, che invitano al rifornimento di prodotti editoriali in grado di sanare le nostre ansie di accettazione e promozione sociale, di manufatti culturali che promettono troppo a lettori irrimediabilmente spaesati.

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Santa Medea, migrante e martire. Il nuovo lavoro di Teatr Zar

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Nonostante i nomi altisonanti che affollavano il cartellone delle Olimpiadi del Teatro, ospitate lo scorso ottobre da Wrocław Capitale europea della cultura 2016, il vero cuore della manifestazione è stato lo spettacolo «Medee. Sul varcare», diretto da Jarosław Fret, regista della compagnia Teatr Zar e direttore dell’Istituto Grotowski. Lo spettacolo è stato poi ripreso a marzo di quest’anno, sempre all’interno dello spazio sacro del Teatr Laboratorium, uno dei luogo da cui partì la rivoluzione teatrale di Jerzy Grotoswki. Si tratta di una sala piccola, di mattoni nudi, per questo lavoro completamente invasa dalla struttura che ingabbia l’attrice Simona Sala, interprete e protagonista (ma in parte anche autrice del lavoro).

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Ugo Tognazzi: il comico fisiologico

Il 23 marzo 1922 nasceva a Cremona Ugo Tognazzi. Riproponiamo l’estratto da Hollywood sul Tevere. Storie scellerate di Giuseppe Sansonna a lui dedicato, ringraziando autore e editore.

Un giorno non meglio precisato del 1965, un trafelato Antonio Pietrangeli irrompe a casa di Ugo Tognazzi. Ha bisogno, in tempi brevissimi, di un suo cameo, a qualsiasi costo. Sta girando Io la conoscevo bene: la protagonista è una giovanissima Stefania Sandrelli, non ancora vedette, e i produttori gli hanno imposto la presenza nel cast di una star affermata. Qualcuno del calibro di Tognazzi. Che, però, è ormai così richiesto da essere già impegnato, in contemporanea, su ben due set. Non ha un minuto libero ma, da istintivo conoscitore di uomini, è affascinato da Pietrangeli. Gli riconosce uno sguardo sottile, capace di non cadere mai nella costruzione di facili macchiette, abbondanti invece anche dalle parti nobili della commedia all’italiana.

Essere diretto da lui, poco tempo prima, nel Magnifico cornuto lo ha esaltato e traumatizzato. Ripetere una scena anche quindici volte, perché ogni dettaglio sia perfetto, anche nei movimenti delle comparse sullo sfondo, è un metodo di lavoro deleterio per il temperamento dell’attore cremonese, per quanto gratificante possa rivelarsi il risultato finale.

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Mal di pietre. La magia secondo Milena Agus

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

di Marco Scognamiglio

“Senza la magia la vita è solo un grande spavento” ripeteva Madame, la protagonista di Ali di Babbo, uno dei primi romanzi di Milena Agus. E qualcosa di magico c’è anche nella vicenda della scrittrice sarda, che dopo aver nascosto a tutti per anni il frutto della sua eccentrica immaginazione decide di mandare un suo manoscritto all’editore nottetempo e nel giro di pochi anni diventa una delle autrici italiani più amate nel mondo.

Una magia la cui formula, se esiste, andrebbe sicuramente pronunciata in francese, la lingua della nazione che per prima l’ha scoperta e amata, facendo suonare la sveglia della stampa nostrana, che fino ad allora l’aveva beatamente ignorata, e aprendole così anche in Italia la via del successo.

Oggi quell’incantesimo tutto francese torna nell’adattamento del suo romanzo più famoso, Mal di pietre (in sala  dal 13 Aprile) diretto da Nicole Garcia e interpretato dall’irresistibile Marion Cotillard nei panni di Gabrielle, una donna letteralmente pazza d’amore. O almeno così crede sua madre, che per impedirle di continuare a consegnare infuocate lettere d’amore a un professorino di campagna, guardandolo con occhi famelici, la obbliga con la minaccia del manicomio a sposare un contadino che lavora nell’azienda di famiglia.

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“Ridare la parola all’impossibile per ottenere il possibile”. Conversazione con Alfredo Reichlin

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È morto ieri Alfredo Reichlin, partigiano e dirigente del Pci. Ripubblichiamo una recente intervista di Gabriele Santoro.

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.

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La stanza profonda

È appena uscito in libreria per Laterza La stanza profonda, il nuovo romanzo di Vanni Santoni. Proponiamo un estratto dal primo capitolo.

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… In quella, bussano. Due cazzotti, più che due colpi di nocche, sul portone.
Guardi il cellulare, in effetti sono già le quattro del pomeriggio. Apri.
Oi master.
Ciao Bollo, dici, poi ti blocchi. Accanto a lui, al vecchio Bollo che entra a colpo sicuro, lui stesso di nuovo e subito parte della stanza, un bambino. Tiene il cellulare a due mani, in orizzontale, di certo per un videogame. Capelli rossi, otto o nove anni. Davvero non sai nulla del Bollo da tutto questo tempo?
Ma…
Cosa c’è?
Chi è questo marmocchio?

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Mi interessa il futuro

di Gianni Montieri Mi interessa il futuro sapere come diventeranno le sedie, le poltrone, con cosa le sostituiremo o se ci invecchieremo sopra, immaginare i libri a venire, accanto a quali staranno, sapere se tutto questo precipitare finirà, se arrivati sull’orlo tireremo indietro il piede, e voltandoci vedremo punti grigioazzurri, ognuno mancanza, ognuno cosa perduta

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Abbiamo bisogno di poesia

Oggi è la Giornata Mondiale della Poesia: riprendiamo un pezzo di Nadia Terranova apparso su Robinson – la Repubblica. (Fonte immagine) Rovesciamo subito un luogo comune: la poesia vende. Lo racconta con orgoglio Mariagrazia Mazzitelli, direttrice editoriale di Salani, la cui collana “Poesie per giovani innamorati” ha superato le duecentocinquantamila copie e propone adesso Il […]

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Mille volte hai detto vado

di Domitilla Di Thiene

1

Mille volte hai detto vado
E mille volte sei restato
Una volta ho detto vado
E te ne sei andato

2

Al primo travaglio ridevi alle mie doglie
Scusa dicevi, mi fa ridere il dolore degli altri
Cerca di capirmi, ho un problema con questo
Il dolore degli altri
non so come gestirlo

walsh

Rodolfo Walsh, argentino, scrittore

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo. (fonte immagine).

È piccola, piazza Walsh, all’incrocio di Cile e Perù, nei quartieri più letterari di Buenos Aires. È piccola ma è come una potentissima calamita. Chiunque passi fra il barrio di San Telmo e Montserrat ne viene risucchiato e non solo in questi mesi in cui si celebrano i novant’anni dalla nascita e i quaranta dalla morte di uno degli scrittori decisivi del Novecento argentino.

Cosa attrae il viandante, anche il turista ignaro della storia di quest’uomo morto per il suo Paese, non è semplice spiegarlo. Sarà il balconcino da cui si affaccia una scultura che lo riproduce nella sua mitezza e curiosità di intellettuale o il mural che mette in scena tutti gli elementi della sua lotta per la libertà e la dignità di un popolo: gli scacchi, la macchina da scrivere e gli occhiali sullo sfondo della celebre fucilazione dipinta da Goya (El tres de mayo de 1808 en Madrid)? O forse c’è altro ancora?