La guerra di tutti. Intervista a Raffaele Alberto Ventura

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Pochi libri aiutano a comprendere il presente come La guerra di tutti di Raffaele Alberto Ventura.

Forse solo La società della performance di Maura Gancitano e Andrea Colamedici, affrontando la contemporaneità da un’angolazione diversa, offre la stessa mole di spunti e sentieri di riflessione.

Ventura, intellettuale da anni molto apprezzato per le sue riflessioni sul blog Eschaton, ha destato molto clamore col suo libro precedente, Teoria della classe disagiata (premiato anche da un ardito adattamento teatrale), un testo che ha mostrato le già note qualità dell’autore: una notevole erudizione, una spiccata capacità di analisi, una non comune libertà da schieramenti (post) ideologici.

La sorte di Ivan Illich: inventario dopo la catastrofe. Un dialogo tra Leonardo Caffo e Raffaele Alberto Ventura

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Raffaele Alberto Ventura

Caro Leonardo, io inizierei con una domanda: perché noi due ci troviamo qui a dialogare su Ivan Illich? Vogliamo riesumare un autore passato di moda, un ferrovecchio della controcultura degli anni Settanta, oppure al contrario ci accingiamo a salire sul carro di coloro che oggi ancora ne celebrano il culto? Personalmente se penso all’uso che del suo pensiero fanno i sostenitori della “decrescita serena”, mi vengono i brividi. E capisco che, alla luce di questa tradizione interpretativa, per molti Illich sia semplicemente una specie di santone hippie chic che predicava l’austerità e il ritorno alle tradizioni. Si inizia con la convivialità e si finisce a tavola con Carlo Petrini! O nella migliore delle ipotesi, a fare le biciclettate collettive con i ragazzi di Critical Mass.

L’epoca dei malesseri

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Questo intervento è una rielaborazione dell’introduzione a “Disagiotopia”, di cui Florencia Andreola è curatrice. Il libro è in uscita il 18 maggio per D Editore. L’epoca dei malesseri di Florencia Andreola La chimera dell’imprenditorialità nutre l’illusione che chiunque possa essere un Alan Sugar o un Bill Gates, senza considerare che dagli anni Settanta è molto più […]

La crisi della crisi dell’editoria

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Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

di Emanuele Giammarco

C’è una cosa che, fra tutte, è senza dubbio più in crisi di ogni altra: il concetto stesso di crisi. Basterebbe guardare la definizione sul dizionario per farsi due domande. Quale che sia la sfera semantica in cui ci muoviamo si parla di «rapida caduta», «breve durata», «insorgenza improvvisa», «breve e violento accesso di uno stato emotivo», eppure non mi pare di aver vissuto un solo momento nella mia vita da «adulto» che non abbia contemplato uno scenario a-critico. Nel 2013, quando mi sono affacciato al mondo editoriale per la prima volta, l’allora tutor del Master che mi accingevo a frequentare mi aveva ripetuto talmente tante volte la parola «crisi» che a un certo punto si era dovuta fermare, ricordandosi che in teoria il suo lavoro consisteva nel convincermi a entrare nel settore dei libri. «Il settore è in crisi» è un mantra, un ritornello che da allora mi ripeto continuamente, anzi, che ho quasi bisogno di sentire per stare più tranquillo. In questi giorni la fenomenologia della crisi ha assunto il suo stadio contemporaneo, la sua ultima incarnazione a forma di corona. Che io sappia però, che mi abbiano raccontato fin qui, la crisi c’era anche a febbraio, e pure un anno fa, e già nel 2013, quando in quel Master alla fine ho deciso di entrarci, ammaliato da quella sponsorizzazione così eloquente della tutor. Una crisi che era, per l’appunto, crisi della crisi.

Remoria mutagenica

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di Stefano Bonifazi Sono a scrivere i primi appunti per questo testo nel luogo in cui ho conosciuto Valerio Mattioli, la libreria-caffè La Citè di Firenze. Qualche tempo fa era qui a presentare i primi tre volumi dell’editrice Nero a cui collabora. Ero curioso d’incontrarlo, da tempo avevo iniziato a unire i puntini e notare […]

Perché Salvini ha vinto e come combatterlo. Qualche idea per le lotte che ci aspettano.

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di Christian Raimo Matteo Salvini nel giro di nemmeno un anno è diventato il soggetto pubblico sottinteso. Se iniziamo un qualunque discorso con un soggetto sottinteso alla terza persona singolare – “Hai sentito cosa ha detto?”, “Poco fa ne ha sparata un’altra delle sue”, “Sembra crescere”, “Non mi piace” – è molto plausibile che ci […]

La destituzione permanente. Un estratto da “La guerra di tutti”

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Raffaele Alberto Ventura La guerra di tutti, uscito per minimum fax. Ventura sarà ospite quest’oggi alle 16 da Fahrenheit su Radio 3 e presenterà il libro alle 20.30 presso la libreria Arcadia di Rovereto.

Da Anonymous al Movimento 5 Stelle, dalla maschera di Guy Fawkes ai gilet gialli, passando dagli indignados al popolo viola, dai forconi all’internazionale neonazionalista, il dibattito pubblico occidentale è stato occupato nell’ultimo decennio da forme di contestazione molto differenti che pure avevano qualcosa in comune: la vaghezza profonda delle loro rivendicazioni. Movimenti tenuti assieme dal rifiuto dello status quo e dal comune sconforto per un declassamento subito o anche soltanto temuto, ma composti da classi sociali differenti, culture politiche contrapposte e soprattutto interessi divergenti.

Mestieri inutili e crisi del capitalismo. Un dialogo con David Graeber

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Questo dialogo tra Raffaele Alberto Ventura e David Graeber è uscito sul numero di aprile di Linus, che ringraziamo.

Tu sostieni che al cuore del nostro sistema economico ci sono i mestieri del cazzo (bullshit jobs). Ovvero quei mestieri dai nomi altisonanti che sembrano non servire a nulla, dal consulente al product manager, anelli di una catena di operazioni di cui si fatica a vedere l’utilità. Al tempo della “classe disagiata”, si tratta di una condizione in cui si riconoscono molti lavoratori del terziario, una specie di vuoto di senso che ricorda la condizione dell’Amleto di Shakespeare…

I meme sono l’arte della classe disagiata

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Questo articolo è il testo dell’intervento di Vittorio Parisi al Seminario sulla Classe Disagiata di Parigi. (Immagine in apertura: Ⓒ Bispensiero feat. Théodore Géricault)

di Vittorio Parisi

L’arte per tutti

«Domani il numero degli aspiranti all’arte sarà prodigiosamente accresciuto perché la professione artistica sarà ancora considerata attraente, distinta e in molti casi redditizia.»

Così scriveva un Eugenio Montale profetico e vagamente atrabiliare, nel 1957, in un breve saggio intitolato L’arte per tutti, e incluso in Auto da fé, raccolta di oltre novanta articoli firmati tra il 1925 e il 1966, e dedicati al ruolo dell’arte nella società italiana ed europea. Sessant’anni più tardi non è difficile constatare come il numero degli aspiranti artisti sia effettivamente aumentato, che il pubblico sia per lo più una «sterminata massa […] di artisti in atto e in potenza», e che l’immagine dell’artista di successo continui a godere di un evidente prestigio sociale. Il tutto, naturalmente, a discapito dell’arte, secondo Montale «sempre più libera, in realtà sempre più imbrigliata da mode, tendenze, influssi di critici e di cenacoli, necessità di collocamento della “merce” prodotta».

I libri dell’anno di minima&moralia

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Come una grande festa, ognuno con un tris di libri. Per la prima volta minima&moralia e i suoi collaboratori raccontano le letture predilette dell’anno, libri amati ma non necessariamente pubblicati nel 2016. Per l’occasione, segnaliamo che il nostro blog sarà regolarmente aggiornato nei giorni delle feste natalizie, e che dal prossimo anno partirà una newsletter nuova di zecca, a cui ci si può iscrivere qui. Di seguito pubblichiamo la prima lista: seguiranno diverse puntate, che potrete leggere nei prossimi giorni.

Cosimo Argentina

I libri sono Addio a tutto questo di Robert Graves (traduzione di Annalisa Carena, Adelphi), Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell (traduzione di Andrea Stringhetti e Laura Cangemi, Marsilio) e Le belve di Don Winslow (traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi).
Addio a tutto questo è un libro pazzesco. Come nel film Il cacciatore di Michael Cimino inizia con scene di vita quotidiana. Siamo in Inghilterra e Graves ci mostra la nobiltà londinese, le origini della sua famiglia, i legami parentali. Poi. Dopo pagina cento ci cala in trincea, 1914, battaglie lungo la Somme, Francia settentrionale. E lì Graves non ha bisogno di scatenare l’inferno perché l’inferno è a portata di mano, deve solo raccontarlo. Quanto a Mankell, be’, è il suo libro di commiato, non il solito giallo svedese, ma qualcosa di più, un saluto, la fine della sua vita, vita che se ne va come se ne vanno le pagine della storia. Per finire Don Winslow, un nuovo James Ellroy, meno turbato ma altrettanto efficace nel dipingere gli scenari di San Diego, i narcos messicani e il mondo che va a rotoli avvolto in una nube di marijuana.