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“Teneri violenti”, dove si annida il tragico nazionale

Ivan è un palombaro. Vale a dire chi, in una redazione televisiva, setaccia il fondo degli archivi in cerca dei cosiddetti «fattoidi», titoli articoli cronache in cui serio e ridicolo sono indistinguibili, grumi di situazioni da cui fanno capolino – equilibratissimi, ambigui – il dramma e la farsa. Ogni fattoide servirà poi, in trasmissione, da spunto utile a rievocare lacerti del passato italiano.

Nel giro di poco Ivan si rende conto che questo lavoro – in teoria routinario, in realtà sorprendente – è un magnete, tanto da ritrovarsi ad annegare ogni giorno nella stessa sostanza scandagliata, lasciandosi infettare da qualcosa – le due decadi ’70-’80 – che si rivela, proprio perché paradossale, la prospettiva più affidabile per decifrare un intero Paese.

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Scrivere per essere indipendenti: intervista a Hanif Kureishi

Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

Esiste una chiave per entrare nell’originale mondo di parole costruito da Hanif Kureishi, inserito dal Times nella lista dei cinquanta scrittori britannici più rilevanti nel secondo dopoguerra mondiale. È qualcosa di donato, Something given, il titolo dell’opera, che fornisce gli elementi necessari a comprendere la capacità di inventare una cifra stilistica, un mondo che prima non c’era, e l’essenza della scrittura di un autore così poliedrico. Se la Gran Bretagna è una forza culturale in Europa lo deve al multiculturalismo e alla diversità, sostiene Kureishi che apre al Palazzo dei Congressi la quindicesima edizione della Fiera Più libri più liberi con la lectio Scrivere per essere indipendenti.

Classe 1954, nato a Bromley, da padre pachistano e madre inglese, dove imperversavano gli skinhead. Il razzismo si respirava nell’aria e l’adolescenza consisteva nella ricomposizione creativa in un’identità di due universi, occidente e oriente. Dopo la divisione dell’India nel 1947, la famiglia Kureishi, appartenente alla media alta borghesia, vicini ai Bhutto, si era unita alle aspirazioni del Pakistan.

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La guerra di Brian Turner

Esistono tre modi di approcciarsi a un romanzo scritto da un non-scrittore. Il primo, che parrebbe il più diffuso, prevede un’immersione sincera e appassionata, e un senso di fiducia che assolve, esaltandoli, eventuali attentati alla struttura. È l’approccio, questo, che spinge i dylaniani a non accettare che un amico stimato abbia letto Tarantula con serietà e impegno, ma senza innamorarsene; che fa strabuzzare gli occhi di chi crede (soprattutto adesso) in Leonard Cohen, quando scorge Beautiful Losers tra i libri “da consultazione” dei propri contatti su Anobii – bello, importante, da riprendere, sì, ma in un altro momento. È l’approccio numero due: considerare il romanzo scritto da un non-scrittore alla stregua di quelle persone che stimiamo ma che scegliamo di non frequentare, se non in precise occasioni.

L’approccio numero tre, infine, è l’abbandono senza appello, il rifiuto fantozziano. Ora, questi tre approcci non sono una regola assoluta, e riguardano una categoria che a ben vedere è un’anti-categoria, e cioè: chi non fa lo scrittore di mestiere o chi, per meglio dire, non è per prima cosa scrittore (à la Hemingway).

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Esorcismi. Intervista a Federica Di Giacomo, regista di “Liberami”

di Orazio Labbate

Liberami, docufilm della regista Federica Di Giacomo, è stato premiato come migliore pellicola nella sezione Orizzonti, alla 73^ mostra del cinema di Venezia; tratta della questione esorcistica in Sicilia, documentata con riprese dal vivo.

L’opera segue le vicende del famoso esorcista palermitano Padre Cataldo, e dei suoi esorcizzati, nonché del suo gruppo di fedeli. La pellicola fa del Male una grande domanda umana che raccoglie due vie interpretative: nasce da un disagio spirituale enfatizzato, oppure proviene da qualcosa di soprannaturale? Liberami pare partorito da uno dei romanzi di Flannery O’Connor, e sembra, inoltre, ricordare quella sacralità del dubbio fideistico che descrive W. Peter. Blatty ne L’esorcista.

Qual è l’esigenza che ti ha portato a realizzare Liberami?

L’esigenza è basata sul confronto con un rito che ha difficoltà di rappresentazione; l’esorcismo, infatti, non era mai stato rappresentato da un documentario che diventasse racconto. La mia allora è stata una sfida di rappresentazione. L’obiettivo era quello di provare a trasformare simboli – l’esorcismo contiene “entità” come Gesù, Satana ecc – in qualcosa di raccontabile nei suoi lati più umani.

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I robot, la tecnica, l’altro – un estratto da “Guida ai super robot” di Jacopo Nacci

Esce in questi giorni per Odoya il saggio di Jacopo Nacci Guida ai super robot – l’animazione robotica giapponese dal 1972 al 1980. Si tratta di un libro importante, il primo che analizza con lo spessore necessario – e tenendosi distante da nostalgismi o, peggio, ironie – il filone più importante di quella che è forse la principale ‘‘cultura condivisa’’ di due generazioni di italiani (e solo di italiani, poiché l’importazione in massa, ben prima che manga e anime venissero di moda, dei cartoni animati giapponesi, è un fenomeno esclusivo del nostro paese, legato al proliferare delle TV private). Pubblichiamo quindi, per gentile concessione dell’editore un estratto dai paragrafi La tecnica e il sogno, Dominio della tecnica e La dimensione storico-politica dell’anime super-robotico, dedicati principalmente al capostipite Mazinga Z. (V.S.)

Mazinger Z di Go Nagai esce in versione manga il 2 ottobre 1972, e il primo episodio della versione anime, prodotta dalla Toei Animation, sarà trasmesso il 3 dicembre 1972.

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Americana/3: Due romanzi di guerra

È in libreria per minimum fax Americana. Libri, autori e storie dell’America contemporanea: in questa rubrica settimanale Luca Briasco ci racconta i dieci titoli rimasti fuori dai quaranta selezionati per il libro. Qui le puntate precedenti.

Il 2012 è stato un anno di svolta per la narrativa americana: nel giro di pochi mesi sono usciti due romanzi che hanno conquistato l’attenzione della critica e accumulato elogi: ambedue finalisti del National Book Award e vincitori di molti altri, importanti premi letterari, erano tra i favoriti per la conquista del Premio Pulitzer per il 2013, ma i giurati, come accade ormai da qualche anno, li hanno ignorati, conferendo l’alloro a un’opera straordinaria quanto “fuori dagli schemi” come Il signore degli orfani, di Adam Johnson.

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Herzog in Catalogna: “Una relazione borghese” di Gonzalo Torné

Questo pezzo è uscito su Succede oggi.

Si sa come funziona, no? Prima che un libro esca, già si affaccendano gli amici dell’autore, gli aspiranti amici, i corteggiatori delle funzionarie editoriali e quelle che vorrebbero soffiare il loro posto di lavoro, i fan più zelanti che sono pronti alla pugna, pur di difendere il loro favorito e le sorti della sua opera, e gli scrittori più amatoriali, noti a livello rionale o al massimo municipale, che si mettono in scia del nome più grosso e partecipano attivamente alla sua promozione, sperando di ottenerne un po’ di gloria riflessa, da buoni “adorautori”: uffici stampa alternativi e più efficaci degli stipendiati, tutta una nuova classe culturale che, tramite la propaganda forsennata dei propri (inimitabili) gusti, aspira al riconoscimento sociale della propria identità.

Stephen King dovrebbe mettersi al passo coi tempi, aggiornare Misery, inscenare una girandola di vendette incrociate che insanguini i destini di questi groupies letterari, che finirebbero per ammazzarsi a vicenda, pur di risultare gli unici e gli ultimi in grado di apprezzare il loro beniamino.

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Matthews, Fidel e il New York Times

«Fidel Castro, il ribelle, leader della gioventù di Cuba, è vivo e sta lottando duramente e con successo nell’aspra, quasi impenetrabile roccaforte della Sierra Maestra, nell’estremità meridionale dell’isola», recita l’incipit dell’articolo di Herbert Matthews, pubblicato dal New York Times il 24 febbraio 1957, che smentiva in modo clamoroso la morte di Castro e ne delineava la lotta.

Nel dicembre 1956, al contrario, si supponeva che Castro fosse stato ucciso insieme al fratello Raúl, colpiti subito allo sbarco sulla costa, e che i militari avessero i loro corpi. Almeno così riportava un dispaccio di United Press sul quale la corrispondente Phillips tentennò molto, e si spese invano per non farlo finire in pagina sul New York Times.

La passione di Herbert Lionel Matthews, uno dei corrispondenti esteri più influenti e controversi del XX secolo con alle spalle i campi di battaglia in Africa ed Europa, si era riaccesa per quello che stava avvenendo nell’isola caraibica. Aveva l’urgenza di andare a vedere con i propri occhi laggiù, oltre i 144 chilometri che separano Cuba dagli Usa, muovendosi dall’ufficio spazioso al decimo piano del Times Building a New York. Molto vicino e coccolato dall’editore Arthur Hays Sulzberger, dopo una vita al fronte, dal 1950 ricopriva il ruolo di editorialista, e ne approfittava per viaggiare e scrivere senza fretta. Nei diciassette anni successivi si occupò soltanto del Centro e dell’America Latina.

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Il club di Fidel Castro. Un racconto cubano

“Nell’epoca del capitalismo, succedevano cose che veramente non riusciresti neppure a spiegarti. Ascolta questa, Matteo. È una storia veramente incredibile”. Si mise a sedere e cominciò.

Credo di aver dimenticato poche cose delle tre ore in cui Felix sciorinò uno dei racconti più belli che io abbia ascoltato nelle mie settimane all’Avana. Mi ricordo il tavolo di ferro battuto e il sole che finalmente era tornato dopo tre giorni di diluvi incessanti. E l’amico di Felix, un tipo che veniva a aiutarlo in giardino, una specie di muratore. Era arrivato, si era messo a sedere sulla sedia a dondolo, fumava e Felix gli offrì un caffè e gli spiegò qualcosa a lungo finché quello non scese le quattro scalette e cominciò a lavorare. Io ero seduto lì e mi appuntavo note e stabilivo itinerari e lui, Felix, impugnò la spalliera di una seggiola, fece un cenno a sua moglie Lidia che usciva, vestita di tutto punto, per incontrare non so chi, poi mi guardò e prese a dire: “Nell’epoca del capitalismo…”

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In Moldavia, nel paese dell’assenza

Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’allegria – la semplice allegria – qui in Moldavia non esiste. L’allegria è qualcosa di diverso, con un fondo più scuro, pesante, che è malinconia e paura insieme. La paura arriva dal pensiero di domani, la malinconia arriva dal cielo, dagli alberi, da un sentimento di abbandono che sta nelle città e nella campagna, nei campi che nessuno coltiva, nelle strade che nessuno aggiusterà mai. La campagna è il posto dell’assenza, dove resta solo chi non sa scappare, o chi sente così forti le proprie radici e la propria impossibilità che per vivere ha bisogno di vedere questo cielo bianco sopra case fatte di una camera da letto e di una stufa, sopra la terra nuda e dentro il buio che nessuno ha mai pensato di accendere con i lampioni.

Si esce dalla città e ci si infila dentro una strada fiancheggiata da alberi e da un canale di scolo, bisogna evitare le buche, che però sono larghe come tutta la strada quindi bisogna semplicemente attraversarle: i bambini che abitano in campagna vanno a piedi oppure con un autobus dei beati anni comunisti (i loro genitori dicono che qui era il paradiso in terra, in confronto ad adesso), gli adulti vanno sulle automobili sgangherate, o sul carretto trainato da un cavallo.