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La strategia della farfalla di Marco Belpoliti
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Questa recensione è uscito sul Manifesto, che ringraziamo. di Giacomo Giossi Si susseguono ormai con puntuale sadismo allarmi ed emergenze, annunci di nuove crisi e ribaltamenti di scenari politici. Quello che eravamo abituati a definire, sostanzialmente dalla fine della seconda guerra mondiale, come Sistema, oggi pare ormai incapace non solo di rigenerarsi, ma ancor meno di tenere una posizione ferma attorno a... (Continua a leggere)

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La strategia della farfalla di Marco Belpoliti

Questa recensione è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Giacomo Giossi

Si susseguono ormai con puntuale sadismo allarmi ed emergenze, annunci di nuove crisi e ribaltamenti di scenari politici. Quello che eravamo abituati a definire, sostanzialmente dalla fine della seconda guerra mondiale, come Sistema, oggi pare ormai incapace non solo di rigenerarsi, ma ancor meno di tenere una posizione ferma attorno a quei principi che fino a pochi anni fa erano ritenuti fondanti delle nostre comunità.

La precarietà delle nostre esistenze, che per certi versi a lungo è stata occultata da un’organizzazione di Stato e di Mercato, ora è davanti ai nostri occhi con tutta la sua crudezza, antecedendo ogni altro problema seppur fondamentale.

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I treni non esplodono. Un libro sulla strage di Viareggio

di Diego Bertelli

I treni non esplodono di Ilaria Giannini e Federico Di Vita (Piano B 2016) racconta una storia accaduta poco più di 7 anni fa: alle 23.48 del 29 giugno 2009, il treno merci 50325 Trecate-Gricignano, che trasporta quattordici vagoni-cisterna carichi di Gpl, deraglia 400 metri dopo aver superato la stazione di Viareggio. Dei quattordici vagoni se ne squarcia soltanto uno, ma basta per annichilire la passerella che proprio in quel punto congiunge le due parti della città, devastare l’area adiacente a via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, e danneggiare gravemente la sede della Croce Verde sul lato opposto.

Le vittime sono trentadue: undici muoiono a causa dell’esplosione; ventuno per le conseguenze delle ustioni riportate. Su un centinaio di persone resteranno i segni tangibili di quella deflagrazione. Per chi non lo sa, morire o guarire di ustioni è una delle forme di sofferenza più atroci che si possano immaginare: giorni, settimane, mesi di dolore continuo, diffuso, con la morfina che non basta mai. Il corpo è privo della sua protezione primaria, viene bendato e sbendato ogni giorno, la pelle si stacca via e bisogna fare innesti con quella dei cadaveri per favorire l’attecchimento e la rinascita di nuovo tessuto; basta un nonnulla per scatenare un’infezione fatale.

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La vita felice di Elena Varvello: un estratto

Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Elena Varvello La vita felice, uscito per Einaudi. Ringraziamo l’autrice e la casa editrice.

Il momento giusto

di Elena Varvello

Quella notte mio padre aprí la porta della mia camera, si avvicinò e si chinò, toccandomi una spalla.
– In piedi, – disse sottovoce.
Rimasi immobile, con gli occhi chiusi.
– Ho detto in piedi.
– Che c’è, papà?
Lui sussurrò: – Devi venire.
Scostò il lenzuolo, mi cinse un polso, mi trascinò in cucina e poi fuori di casa. Provai a protestare, ma lui mi strattonò.
– Sta’ zitto e muoviti.

Attraversammo il prato, diretti verso il bosco. Nel cielo c’era soltanto un debole chiarore. Mio padre respirava a bocca aperta.

Disse qualcosa tra sé e sé. A un certo punto si fermò, schioccò la lingua due o tre volte, come un segnale, poi balbettò: – Adesso guardati un po’ intorno. Chi è stato a fare tutto questo?

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Rimini, il “romanzo da spiaggia” di Pier Vittorio Tondelli

Ecco Pier Vittorio Tondelli in un pezzo scritto nel 1982, quando aveva 27 anni: «È dunque questa della riviera adriatica una cosmogonia estiva e ferragostana della libido nazionalpopolare che, a dispetto dei decenni, delle mode e delle recessioni, persiste, più o meno intatta, nel costume e nelle manie della nostra gente, per cui ancora una volta sul fianco destro delle patrie sponde s’inscena la sfilata del desiderio in un missaggio di antiche forme e nuovissime attitudini».

Il pezzo s’intitolava Adriatico Kitsch: volendo, una dichiarazione poetica autosufficiente. Dopo aver speso le sue qualità di scrittore riproducendo temi, tic linguistici e ossessioni della fauna giovanile post ’77 tra Bologna e dintorni (Altri libertini) e aver compiuto una rapida incursione nelle caserme dei militari di leva (Pao Pao), Tondelli sposta l’occhio di bue della sua poetica più a Est, lungo la riviera romagnola, dove individua la nuova umanità congeniale alle sue storie.

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“Anteprima mondiale” di Aldo Nove, vent’anni dopo “Woobinda”

La recensione che segue è uscita sul Venerdì, che ringraziamo.

di Giorgio Vasta

È il marzo del 1996 e l’editore Castelvecchi pubblica un libro – sulla copertina arancione una specie di doppio Bill Gates giovanissimo e la scritta Vidal – che si intitola Woobinda e altre storie senza lieto fine, contiene quaranta racconti suddivisi in otto lotti ed è uno dei varchi d’ingresso nella narrativa italiana contemporanea.

Il suo autore all’epoca ventinovenne, Aldo Nove, riferisce di un’epoca sempre più spezzettata, nutrita di oroscopi e di tegolini, in eterna contemplazione della tv, un mondo che nel congedarsi dal tragico eleva il farsesco a nuova normalità. Vent’anni dopo – un tempo storico, certo, ma come aveva intuito Dumas anche prepotentemente letterario – La nave di Teseo pubblica Anteprima mondiale (stavolta in copertina c’è una coppia biancovestita che contempla un paesaggio che serenamente esplode), non tanto il seguito di Woobinda quanto l’ulteriore messa a punto di un discorso su qualcosa (i «rigagnoli d’umanità residua») che per Nove è ossessione, tormento, ragione di infinito stupore.

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I muscoli del capitano: avvistamenti

Gli studenti dell’ottava edizione del master Il lavoro editoriale, organizzato dalla Scuola del libro, hanno concluso il loro percorso formativo con la diffusione di una antologia di racconti di giovani autori, selezionati in rete. Pubblichiamo di seguito la prefazione al libro, disponibile qui in formato elettronico.

di Nicola H. Cosentino

Le navi hanno un loro linguaggio privato, condiviso con chi le abita e chi le avvista. Solo in seguito elargito, ma senza troppa confidenza, a chi le costruisce. O agli armatori da soggiorno, che le riproducono per infilarle in una bottiglia.

È un linguaggio intimo, di legno e sopravvivenza, pensato per definire nella confusione: le prime vele, tirate sull’asta di prua, si chiamano fiocco, contro fiocco, gran fiocco e trinchettina; l’albero Maestro ha invece un velaccio, un contro velaccio, una gabbia volante, una gabbia fissa e una vela Maestra, la più bassa.

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Napoli affittata

Dal 7 al 10 luglio Dolce e Gabbana hanno festeggiato a Napoli il trentesimo anniversario del loro marchio con un sontuoso programma di sfilate ed eventi per le strade del centro, punteggiato da feste vip private e da cerimonie pubbliche (come quella in cui Sophia Loren ha ricevuto la cittadinanza onoraria).
Via San Gregorio Armeno è stata chiusa per tre notti.
Dalle 12 alle 20 dell’8 luglio sono state inaccessibili anche ai pedoni piazza Miraglia, angolo via Tribunali, vico San Nicola al Nilo, via Atri, vico Purgatorio ad Arco, via San Paolo, vico Cinque Santi, via Tribunali angolo via Duomo, via Tribunali angolo via San Biagio dei Librai, via Grande Archivio, vico Figurari, via San Biagio dei Librai angolo Piazzetta Nilo, Via Maffei, Vico San Nicola al Nilo, Piazza San Giuseppe dei Ruffi.
In molte altre vie sono stati proibiti i parcheggi, ed è stata interrotta anche una pista ciclabile.
L’intero Borgo Marinaro e Castel dell’Ovo sono stati affittati per una notte.
Per tutto questo il Comune di Napoli ha incassato meno di 100.000 euro. Il pezzo che segue è uscito su Repubblica – Napoli, che ringraziamo.

di Tomaso Montanari

Tra i due modi che il Calvino delle Città invisibili propone per non soffrire in mezzo all’«inferno dei viventi» il più difficile è quello di «cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno: e farlo durare e dargli spazio». È un esercizio cognitivo e morale fondamentale: un esercizio cui è impossibile sfuggire quando si scruta ciò che succede a Napoli.

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Il silenzio della politica sulle violenze di Genova

Ripubblichiamo un pezzo uscito su Internazionale, che ringraziamo.

Attribuendo la definizione di tortura alle violenze commesse dalla polizia nella scuola Diaz di Genova quattordici anni fa, la corte europea dei diritti umani è arrivata dove le istituzioni italiane non hanno avuto la forza, il coraggio, o semplicemente la decenza, di arrivare. Quel pestaggio sistematico e prolungato, contemporaneo all’irruzione della stessa polizia nel media center adiacente alla scuola dormitorio, e finito conl’interruzione della diretta di Radio Gap, fu inequivocabilmente un atto di tortura.

Quello che successe sabato 21 luglio 2001 alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto fu gravissimo, ma le violenze commesse dalle forze di polizia cominciarono molto prima, già dal venerdì, facendo scattare – in risposta agli scontri provocati dai black bloc, del tutto estranei alle forze raccolte dal Genoa Social Forum – una risposta repressiva che coinvolse tutti.

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I giorni selvaggi di William Finnegan

Il surf può essere una struggente ragione di vita, fisicamente estenuante e intrisa di gioia. Lo testimoniano le pagine dell’appassionante memoir Giorni selvaggi (66thand2nd, 25 euro, 496 pagine) del giornalista e scrittore William Finnegan, dal 1987 staff writer al The New Yorker. È appena arrivato in libreria questo progetto letterario che ha alle spalle una gestazione lunga vent’anni. L’autore, cresciuto tra Los Angeles e le Hawaii, dà ai lettori la misura di un’ossessione, di un incanto, di una fede assoluta per la tavola e per le onde che rappresentano un modo di stare, rapportarsi e al contempo fuggire dal mondo.

Finnegan ha cominciato a surfare all’età di dieci anni alle Hawaii, dove il padre trasferì la famiglia, conquistando in acqua il rispetto dei coetanei nativi e cavalcando poi da grande viaggiatore le onde migliori nel Sud del Pacifico, in Australia, Asia e Africa. «In natura le onde non sono oggetti stazionari come le rose o i diamanti. Al contrario sono contemporaneamente l’oggetto del più profondo desiderio, dell’adorazione e anche il tuo avversario, la tua nemesi, finanche il tuo nemico mortale. Cavalcarle è una soluzione teoretica all’impossibilità di un problema complesso», dice lo scrittore.

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Genova, 2001

(fonte immagine)

La settimana che ricorre quindici anni dopo la “macelleria messicana” della Scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001 (“La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, secondo la celebre sentenza di Amnesty International) si è aperta con l’eco dell’ennesima beffa, dopo il danno atroce: l’agente che mentì sostenendo di essere stato accoltellato da un no-global (quale giustificazione per la crudele repressione di quella sera) è stato condannato ad un’ammenda equivalente a 47 euro.

47 euro. Mentire da Ufficiale dello Stato su una tortura di massa operata dalle Forze dell’Ordine costa come una cena completa in un ristorante di buona qualità, poco più di un paio di scarpe acquistate ai saldi, poco meno di una prestazione sessuale mercenaria contrattata per strada in una notte di periferia.

Questa scandalosa sentenza è solo la ciliegina su una torta di infamie che ha visto molti dei poliziotti coinvolti nelle torture essere gratificati con carriere folgoranti, per non parlare dei premi ricevuti dal tristemente celebre “dottor mimetica” o della promozione dell’allora capo della polizia De Gennaro alla guida di Finmeccanica.