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A sessant’anni da “Quarta generazione. La giovane poesia”

Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto.

di Diego Bertelli

Esistono oggi in Italia premi letterari dedicati espressamente alla poesia «giovane», così come ci sono antologie contemporanee il cui criterio selettivo non sfugge alla rigidità del dato anagrafico per sostenere selezioni di poeti che siano, prima di tutto, «giovani». Sempre in Italia, anche un recente film sulla vita e le opere di Giacomo Leopardi finisce per intitolarsi, fatalmente, Il giovane favoloso. Se a questa serie di ricorrenze si aggiunge la ristampa anastatica di Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), antologia curata nel 1954 da Pietro Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, una presenza così assidua dell’aggettivo «giovane» arriva a farsi addirittura sorprendente. La questione assume connotati ancor più interessanti se pensiamo che il titolo di Quarta generazione sarebbe dovuto essere, secondo le intenzioni iniziali, La giovane poesia.

 
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Tranquillo, non importa. Dedicato a Kurt Cobain

Pubblichiamo l’introduzione di Christian Caliandro all’ebook collettivo “Tranquillo, non importa” (Edizioni Sette Città) a cura di Daniele Piovino, interamente dedicato a Kurt Cobain in occasione dell’uscita nelle sale italiane del documentario “Montage of Heck”, e liberamente scaricabile qui (da Ultimabooks, Amazon e Kobo, o anche in pdf). 

È strano ciò che sta accadendo – mentre esce oggi anche nelle sale italiane Cobain: Montage of Heck, il documentario diretto da Brett Morgen.

È come se la generazione grunge italiana stesse, di fatto, sbocciando e fiorendo solo adesso. In Bloom.

Allora (allora significa un pugno di mesi e di anni: tra l’apparizione di Nevermind e la sua onda lunga, i mitologici concerti italiani, la performance a “Tunnel” e il coma a Roma e la fine) avevamo più o meno tra i dieci e i vent’anni: anche gli autori di questo ebook collettivo sono tutti nati tra i primi anni Settanta e la seconda metà degli anni Ottanta.

 
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Jerzy Kosinski racconta “L’uccello dipinto”

Il 3 maggio 1991 moriva a New York Jerzy Kosinski. Pubblichiamo l’introduzione a L’uccello dipinto, edito da minimum fax. Traduzione di Vincenzo Mantovani.

Successivamente

di Jerzy Kosinski

Nella primavera del 1963 mi recai in Svizzera con Mary, la mia moglie americana. C’eravamo già stati in vacanza, ma allora ci andammo per uno scopo diverso: da mesi mia moglie si stava battendo contro un morbo presumibilmente incurabile ed era venuta in Svizzera per consultare l’ennesimo gruppo di specialisti. Poiché prevedevamo di fermarci per qualche tempo, avevamo preso una suite in un sontuoso albergo che dominava il lungolago di una vecchia località di villeggiatura alla moda.

 
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Dentini

Questo pezzo è apparso su Abbiamo le prove. (Fonte immagine)

di Flavia Gasperetti

“Il tuo grande avvenire”. Ascoltalo ripetere questa frase sorridendo, osserva il modo in cui stira piccole labbra molli su una chiostra di dentini ordinati che sembrano da latte. Il grande avvenire che avrai, si suppone grazie al suo aiuto.

Che gliene viene a lui, di esercitare questo ruolo di mentore, lui che ha fatto questo e quello, un lungo, dettagliato e inverificabile curriculum che ama recitarti da capo in ogni occasione. Lui che era allievo di Tizio, assistente di Tizio, che conosce Caio anzi è stato addirittura il curatore della prima mostra di Caio, anche se nessuno lo sa, e come lo stimano Tizio e Caio! Ma in particolare Sempronia. Sempronia non muove un passo senza di lui, non riusciva nemmeno a chiudere la sua prima personale, poverina, senza il suo, di lui, rigoroso apporto. “Certo che ti aiuto Sempronia, le ho detto, ma in modo informale, si intende, resti tra noi”. E poi, tutte queste Sempronie, le sue discepole segrete, non ti vanno a esporre alla Biennale? “Siamo ancora grandi amici, io e Sempronia, ho sempre avuto una maggiore e istintiva attitudine per l’amicizia con le donne”.

 
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La cospirazione dei bamboccioni

di Angelo Orlando Meloni

Lo sport preferito dagli italiani, si sa, è il calcio, sebbene per lo meno da queste parti, cioè in Sicilia, lo sport nazionale sembra essere stato insidiato dal poker on line. Ma se lo sport nazionale dell’italiano medio è il calcio, lo sport nazionale del giornalista medio è la caccia al bamboccione. Ci sono giornalisti che se ne vanno in giro con i loro scalpi. Altri che dalla pelle levigata del bamboccione ricavano pellicce e soprabiti. Altri ancora che li fanno impagliare e li mettono in salotto. Che volete farci, il giornalista medio è fatto così. Buono e caro, fosse per lui non darebbe fastidio a una mosca. Vivi e lascia vivere è il suo motto. Ma quando vede un bamboccione gli cala la saracinesca sugli occhi. “Tutto scorre”, è solito sentenziare, ma quando sente odor di bamboccioni il giornalista medio flette i muscoli e si getta nel vuoto.

 
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Raccontare il dolore: “I miei piccoli dispiaceri” di Miriam Toews

La bella copertina, disegnata da Lorenzo Lanzi, mostra una scena impossibile, surrealistica e allo stesso tempo famigliare. Un gruppo di passeri – chi canta, chi plana, chi si poggia, chi vola – sopra la misura di un pentagramma musicale. È un’allegoria esatta di ciò che racchiude, un’immagine che copre e rivela «qualcosa di potente» – per usare le sue stesse parole – come «l’abbraccio forte e stretto di un estraneo». Qualcosa di potente come il sesto romanzo di Miriam Toews, canadese cresciuta a Steinbach in una comunità mennonita di stampo patriarcale. Si intitola I miei piccoli dispiaceri (All My Puny Sorrows), da un verso della poesia di S.T. Coleridge To a Friend, together with an Unfinished Poem; lo ha tradotto Maurizia Balmelli per Marcos y Marcos.

 
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L’inaugurazione di Expo e la mancata educazione italiana all’ascolto musicale

Mediocrità, buonismo, falsità, pressappochismo, talento e arte di eccezionale bellezza: la serata Expo – The Opening, in attesa della Turandot (non Turandò) scaligera che coronerà l’inaugurazione ufficiale dell’Esposizione Universale, concede al mondo un ricco sguardo sui vizi e sulle virtù del Bel Paese.

La mediocrità non aurea ci avvolge fin dal principio: Paolo Bonolis, nel porgere i saluti agli stati “amici”, si trova in difficoltà già con il francese. La butta in burletta, avvalorando il sempre più azzeccato motto estrapolato da Flaiano: “La situazione è grave, ma non è seria”. Battute trite e ritrite si susseguono a ritmo incandescente. Senza remore, Bonolis le condisce con razzismo, maschilismo e chi più ne ha più ne metta: la“grande madre Africa” ha una sola lingua, così astrusa da essere l’unica di cui non termina la lettura; la Clerici è “un padiglione, andrebbe visitata”, e viene ripetutamente presa in giro per la presunta grassezza e golosità (ma Benigni faceva ridere!); lei, per non essere da meno, risponde in modo altrettanto bieco alle staffilate del collega-avversario; eccetera. Le risate, con una platea così numerosa, si misurano col contagocce. Vanno ringraziati i redattori del breve excursus storico, grazie ai quali almeno un paio di informazioni sul colonialismo e l’Esposizione Universale risuonano nelle case di molti italiani.

 
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Non elogiate la depressione. Riflessioni a margine della manifestazione No Expo.

di Christian Raimo Dopo aver assistito, con un senso di frustrazione talmente conosciuto da essermici quasi assuefatto, all’esito abbastanza fallimentare della manifestazione No Expo dell’altroieri a Milano, ho cercato le reazioni, anche quelle a caldo, di persone che s’impegnavano a riconoscere questo fallimento e a ragionare sui motivi in termini politici. Il primo articolo che [...]

 
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La letteratura e il fumetto sono una forma di resistenza: intervista a Baru

Questa intervista è apparsa su Repubblica Sera. (Immagine: La canicola, Baru)

«Letteratura e fumetto non hanno la forza per cambiare il mondo, ma sono una forma di resistenza». Lo dice con l’amaro in bocca, il fumettista francese Baru (all’anagrafe Hervé Barulea, classe 1947). Figlio di operai, padre immigrato italiano, madre bretone, dal 1984 a oggi ha portato nel fumetto il mondo operaio in cui è nato, da cui si è allontanato rinnegandolo e a cui è tornato per raccontarlo con disegni e nuvolette. «Un mondo che è profondamente cambiato», ammette oggi, mentre in libreria arriva la sua ultima fatica, La canicola (Coconino press – Fandango), tratto dal romanzo omonimo di Jean Vautrin. Una storia nera, di emarginati, «che scava a fondo nell’animo umano», dice Baru, che al fumetto è arrivato tardi, negli anni settanta, e quasi per caso.

 
Author Ben Lerner visits the the Metropolitan Museum of Art in New York.

“Nel mondo a venire”, un oggetto narrativo di incerto statuto

Questo articolo è apparso su alias/il manifesto. (Fonte immagine)

di Luca Briasco

C’è una parola insolita che ricorre con cadenza regolare in Nel mondo a venire, titolo, meravigliosamente infedele, con il quale Sellerio propone ai lettori italiani 10.04, secondo, acclamato romanzo di Ben Lerner (292 pagine, 16 euro, traduzione, davvero eccellente, di Martina Testa). Si tratta del termine “propriocezione”, mutuato dalla neurologia, che indica la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista. Fondamentale al fine di mantenere il controllo dei movimenti, la propriocezione è una virtù imprescindibile, per il protagonista di questo strano oggetto narrativo, sospeso tra realtà e invenzione della realtà, tra passato e futuro, tra morte e vita.