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L’altra faccia di Pannella
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Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo. «Tenace come un vecchio arteriosclerotico, mi situo lì dove sono da quarant’anni, lì dove c’è l’alternativa liberale alla maniera di Gaetano Salvemini e dei fratelli Rosselli». Così diceva Marco Pannella a Giampiero Mughini nel 1997, in un’intervista ora raccolta nel libro La rosa nel pugno (Kaos edizioni), che mette insieme... (Continua a leggere)

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L’altra faccia di Pannella

Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo.

«Tenace come un vecchio arteriosclerotico, mi situo lì dove sono da quarant’anni, lì dove c’è l’alternativa liberale alla maniera di Gaetano Salvemini e dei fratelli Rosselli». Così diceva Marco Pannella a Giampiero Mughini nel 1997, in un’intervista ora raccolta nel libro La rosa nel pugno (Kaos edizioni), che mette insieme dialoghi, articoli, interventi del leader radicale tra il 1959 e il 2015.

Per capire cosa resterà del pensiero eretico, e spesso alieno alla politica italiana, di Pannella, un libro come questo è uno strumento utilissimo. Il riferimento a Salvemini e ad Ernesto Rossi, a un socialismo liberale e libertario di matrice giellista, è uno dei fulcri del suo pensiero, tanto che fanno sorridere quei necrologi delle ultime settimane che lo hanno dipinto come un saltimbanco fra gli schieramenti e le idee politiche.

In un testo scritto per Il Mondo alla vigilia del congresso del Partito radicale del 1975, accanto a Salvemini, Rossi, Gobetti, Matteotti, Capitini, Dorso, Levi, Silone, Calogero, Danilo Dolci, nel pantheon pannelliano figura anche il socialista riformista pugliese Giuseppe Di Vagno, il primo deputato a essere ucciso dallo squadrismo fascista nel 1921.

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Punto d’ombra: le fotografie di Teju Cole

(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.

Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

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Note necessarie. Una conversazione con Enrico Rava

(fonte immagine)

Enrico Rava è uno dei più stimati, prolifici e versatili jazzisti europei.

Nella sua lunga carriera ha incontrato e collaborato con alcuni dei più grandi nomi a lui contemporanei: da Michel Petrucciani a Richard Galliano, da Pat Metheny a John Abercrombie da Gato Barbieri a Steve Lacy, da Roberto Gatto a Stefano Bollani, virando spesso sulla musica leggera d’autore (si pensi alle collaborazioni con Ivano Fossati e Paoli/Vanoni).

Ora la vita artistica di Rava è celebrata dal film di Monica Affatato, Enrico Rava. Note Necessarie, che segue l’ominimo libro autobiografico, scritto con Alberto Riva, uscito per Minimum Fax nel 2004 .

Il titolo ricorda il consiglio che l’amico João Gilberto gli ripeteva: “suona solo le note necessarie”.

Con l’occasione abbiamo avuto una lunga conversazione col musicista, in cui abbiamo ripercorso le tappe della sua straordinaria carriera, parlando anche di un evento particolare: il concerto di oggi alle 21.30 al Teatro Romano di Fiesole, in cui suonerà col talentuoso pianista Giovanni Guidi e il guru dell’elettronica Matthew Herbert.

Un incontro artistico fuori dagli schemi, che rispecchia la personalità esuberante e generosa di Rava.

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Lampedusa è un grumo

Ecco quel che ho capito, alla fine, dopo aver trascorso una settimana a Lampedusa per il progetto di residenza letteraria #sconfinarealampedusa. Tutte quelle voci e quelle verità di Lampedusa che raccontano timori e spaesamenti.

di Evelina Santangelo

Lampedusa è un grumo, un gomitolo inestricabile. Appena ti sembra di averne preso un capo, quello ti sfugge di mano o ti porta verso un nodo da cui parte un nuovo capo della stessa matassa. È uno di quei luoghi in cui arrivi convinta di aver capito abbastanza, e da cui te ne vai carica di incertezze e verità prismatiche che, a secondo da dove le osservi, ti restituiscono impressioni e pensieri in fuga, impossibili da ordinare in un discorso pacificato e cristallino. Lampedusa è, a suo modo, lo specchio deformante in cui si riflettono contraddizioni e conflitti di questo nostro tempo in cui passato e presente deflagrano.

Già il paesaggio ti spiazza.

Da una parte, il paese asserragliato su un’estremità dell’altopiano che, tra panchine, bar, negozietti alla moda assiepati lungo una pavimentazione perlacea («marmo tunisino» mi spiega qualcuno), scivola verso il porto con il suo traffico di pescherecci e camion frigorifero destinati ai mercati ittici siciliani e di mezzo mondo.

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Il mondo è come te lo metti in testa: le storie di Giovanni Truppi

di Francesca Barca (foto di Salvatore Landi)

Giovanni Truppi ha 35 anni ed è al suo terzo disco (omonimo) uscito nel 2015 per Woodworm: l’album è un trittico di personaggi, storie e facce – che ritrovate sulla copertina, nata da una felice collaborazione con l’illustratrice Cristina Portolano – che hanno una vita autonoma rispetto al loro autore: un pilota zoppo, Eva che riflette sulle cacciata dal Paradiso con un Adamo piccolo e fragile, un scema incinta, Papa Francesco, un alieno, Dio e Superman. E poi c’è Giovanni, naturalmente.

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La Roma fumettona di “Giallo banana”

Questa recensione è uscita in versione leggermente diversa su Succede Oggi (fonte immagine).

di Paolo Bonari

Nel corso di questi mesi, Giallo banana di Giovanni Di Giamberardino e Costanza Durante ha ricevuto elogi pressoché unanimi, a partire da quello di Antonio D’Orrico, che presentava e lanciava i due autori chiedendosi, non senza buone ragioni ed evitando, almeno per una volta, certe appiccicose iperboli alle quali ci ha abituato, se non avessimo trovato “i nipotini di Fruttero & Lucentini”: ad accomunare le due coppie, il gusto della parodia sociale, della satira di costume, dell’occhiolino intelligente a chi sia in grado di capire, nonché la pagina molto “scritta”, e scritta con eleganza formale e dispendio di forme espressive.

“La Roma bene”, insomma, dispone di un altro romanzo che ne documenti, più dei rapidi fasti, le lunghissime cadute: è nell’ancien régime dell’aristocrazia cittadina che ci muoviamo, apprendendo che il party più esclusivo, le animate terrazze romane, la festa immancabile, “esistono”. Tutto ciò che avviene, però, è osservato o potrebbe essere osservato dall’occhio inquisitore del “Cafonal” di “Dagospia”: il botox delle “facce traslucide”, la miseria etica dei marchesi “decadutissimi”, quella estetica della “giovane rampolla” dai modi angelici “che sorride a trentadue denti scoprendone uno aggredito da una foglia di prezzemolo” e la spietatezza della onorevole che avanza verso il buffet “sputando a terra il chewing gum che stava ciancicando per contrastare i morsi della fame”.

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Opera come “stato”

…abbandonandosi ancora al potere di una visione che una volta aveva percepito con chiarezza, e ora doveva cercare a tentoni tra siepi e case e madri e figli – il suo quadro. Il problema, si ricordò, era come connettere quella massa sulla destra con quel volume a sinistra. Virginia Woolf, Al Faro L’opera come “stato”, […]

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Venezia o Castalia? La Biennale fa danzare la città

(foto di Andrea Avezzù)

Mentre sull’Europa soffia un vento di disgregazione con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, Venezia grazie alla Biennale Danza torna a trasformarsi in quella città delle arti di taglio internazionale che ambisce ad essere per sottrarsi al destino di svendita a cui il turismo di massa sembra averla destinata. Un’utopia concreta e percorribile, allo stesso tempo affine e diametralmente opposta alla Castalia di Herman Hesse nel suo Giuoco delle perle di vetro, chiusa nel sogno di un’arte isolata dal mondo.

Qui il segno invece è l’apertura: dei palazzi storici, delle performance offerte allo sguardo del pubblico causale che si accalca lungo le calli. Col progetto “college”, che permette ai giovani danzatori di entrare in contatto con il lavoro di coreografi affermati, i campi di Venezia si riempiono di performance di breve durata che la gente si ferma a guardare incuriosita e – quel che più conta e stupisce – in religioso silenzio.

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©Archivio Publifoto/Olycom

Mors Tua, il romanzo ritrovato di Matilde Serao

Stroncata da Renato Serra, apprezzata da Benedetto Croce, esaltata da Giosuè Carducci, la scrittura di Matilde Serao torna alla nostra attenzione grazie allo Studio Garamond, che riporta in vita l’ultimo grande, oblìato, romanzo della scrittrice indissolubimente legata a Napoli (benché nata a Patrasso), Mors Tua (1926).

Il romanzo nacque come denuncia delle conseguenze devastanti della guerra sulla vita quotidiana delle persone comuni.

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Il complottismo italiano

Riprendiamo un pezzo uscito su Doppiozero, ringraziando la testata e l’autore.

di Manuel Anselmi

Qualcuno sicuramente ricorderà quella scena del Dottor Stranamore di Kubrick in cui il generale Ripper, uno dei migliori esempi cinematografici di tipo autoritario paranoide, chiede all’ufficiale della Raf Lionel Mandrake, interpretato da Peter Sellers: “Ha mai visto un comunista bere un bicchiere d’acqua?” per poi aggiungere: “Nessun comunista berrà mai acqua e sanno bene quello che fanno. […] Non sa che la fluorocontaminazione è forse il piano più mostruoso che i comunisti abbiano mai concepito ai nostri danni?”.

Probabilmente oggi pochi sanno cosa sia la fluorocontaminazione, anche detta fluorizzazione. Si tratta della semplice aggiunta di ioni fluoro all’acqua per diminuire l’incidenza di alcune malattie dentarie. Una pratica molto diffusa in Nord America che nel pieno della guerra fredda divenne una delle ossessioni complottiste più note: i comunisti l’avrebbero usata per avvelenare l’acqua degli americani, producendo menomazioni fisiche e mentali. Un’arma chimica che era anche una ipotesi perturbante per le coscienze americane, poiché avrebbe agito nella quotidianità e nella completa invisibilità direttamente nelle viscere delle vittime. Qualcosa di agghiacciante anche per i meno paranoici, ma che per fortuna non è mai accaduta.