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Gianni Brera, un grande fiume senza mai problemi di siccità

Torna in libreria, per Il Saggiatore, Il principe della zolla di Gianni Brera, antologia curata da Gianni Mura. Pubblichiamo di seguito l’introduzione originale alla prima edizione, anticipata su La Repubblica, e ringraziamo l’editore e l’autore. (Fonte immagine)

Curare antologie non è il mio forte, sono abituato a scrivere cose che durano al massimo un giorno. Nel caso di Brera, so che i suoi scritti dureranno ma mi pareva, in qualche modo, arbitrario stabilire che cosa proporre e che cosa no. E, ancora: scegliere con la testa o col cuore? E, una volta fatte le scelte, come ordinarle? Devo spiegazioni al lettore. Mi sento troppo breriano per indossare i panni di chi sta sopra le parti.

Qualcuno dice che sono l’erede di Brera e una volta di più io dico che non è vero. Per onestà ammetto che in un periodo della mia vita ho pensato che potevo essere come Brera, anche meglio, perché no? Avevo diciannove anni, ero passato direttamente dai banchi del liceo Manzoni a una piccola scrivania della Gazzetta, in via Galilei. Ero già un lettore di Brera ( Giorno e Guerino ) e, a dirla tutta, l’idea che esistesse Gianni Brera mi faceva accettare la realtà, per me agli inizi poco piacevole, di lavorare in un quotidiano sportivo (io, destinato a fioriti elzeviri). Dopo un po’ di gavetta, il direttore decise che era tempo di vedere come me la cavavo a scrivere. Andassi a Milanello, c’era il brasiliano Germano fermo per un infortunio, raccogliessi il suo sfogo.

 
2015-03-IoLeggoPerche

Perché fare un’inutile campagna tipo #ioleggoperché?

di Mario Fillioley È partita da qualche giorno una nuova campagna di proselitismo per la lettura. È orchestrata da una serie di istituzioni: l’AIE (associazione italiana editori), il Mibac, le scuole pubbliche, le università, l’AIB, la Rai , il centro per il libro e la lettura. Si chiama #ioleggoperché, andrà avanti per un bel po’ [...]

 
10-04

Al limite estremo della finzione: Ben Lerner, o di come il meta-romanzo può diventare poesia

di Fabrizio Spinelli

Uno dei pensieri fissi che faccio quando sono a letto e non riesco a dormire, esattamente tra le aspirazioni igieniche e la formazione che schiererei per la prossima partita della squadra per cui tifo, è l’immagine dei faldoni di fogli che Marcel Proust riempirebbe parlando di Facebook e Whatsapp se qualche scienziato lo riportasse in vita. Tutte le sue riflessioni su assenza e presenza (assenza nella presenza e presenza nell’assenza), su essenza e rappresentazione, sugli infiniti spettri semantici irradiati da un nome, avrebbero trovato nei social network un ambiente biologico unico. È un’idea banale, ma di notte mi rilassa. Ci ho ripensato, insolitamente in un’ora diurna, leggendo lo straordinario 10:04 di Ben Lerner (uscito in Italia il 19 febbraio per Sellerio, con il titolo di Nel mondo a venire, traduzione di Martina Testa), e più nello specifico questo passo: una mail ricevuta da una vecchia amica che annuncia che il marito, Bernard, un anziano professore di letteratura, cadendo si è rotto una vertebra del collo, scatena nel narratore una riflessione in cui tempo e spazio si scambiano metonimicamente, procedimento proverbialmente proustiano.

 
settebagni

Cristo delle peggio borgate, delle vite sprecate

di Andrea Pomella

Sono nato quarantuno anni fa in una borgata a nord di Roma. La borgata si chiama Settebagni, sorge in una zona che dista un chilometro dal Grande Raccordo Anulare, tra un’ansa del Tevere e un tratto della A1, ed è trafitta dalla ferrovia Roma-Firenze. Il nome deriva dal latino Septem Balnea, che compare per la prima volta in un atto risalente alla fine del XIII secolo. Terra abitata fino agli anni Trenta da agricoltori e pastori, sostituiti progressivamente da un ceto di piccoli commercianti, operai, artigiani e sottoccupati.

Italo Insolera, in Roma Moderna (Einaudi), a proposito della parola borgata ha scritto:

“C’è qualcosa di dispregiativo in questo termine che deriva da borgo: un pezzo di città cioè che non ha la completezza e l’organizzazione per chiamarsi ‘quartiere’ […], un pezzo di città in mezzo alla campagna che non è realmente né l’una né l’altra cosa”.

 
Miami Nights '84 Turbulence (2014)_copertina

Dreamwave, synthwave, new retro wave: appunti sulla nostalgia sintetica

Questo pezzo è uscito su “Artribune”: www.artribune.com. (Immagine: Miami Nights ’84 Turbulence, 2014)

Quasi per caso, qualche mese fa ho scoperto una strana sottocultura musicale. Strana, perché a differenza del passato non sembra fondarsi sulla prossimità fisica e in un luogo materiale (una città: Manchester, New York, Londra, Seattle, Chicago…), ma piuttosto sulla pura immaterialità. E su un tipo molto specifico di nostalgia sintetica.

La dreamwave (o new retro wave o synthwave che dir si voglia) è riuscita a ricreare una versione ideale degli anni Ottanta. Struggente – perché più vera del vero. Musicisti come i Timecop1983, i Miami Nights ‘84, Com Truise, Perturbator – singoli autori che suonano come gruppi, costruendo la loro musica integralmente al computer – si sono infatti impegnati a creare qualcosa che non esisteva (: se non, appunto, nel mondo dei sogni) a partire da elementi già dati. Un immaginario molto resistente, efficiente e potente. Nostalgia di un’era che contiene il vero inizio della crisi attuale, le sue premesse. Quando tutto era o sembrava più semplice. Un mondo fatto di molteplici riferimenti, che si integrano e si completano a vicenda: Ocean Drive della mente; Rocky sulla spiaggia con Apollo, o che medita triste sulla morte mentre guida la sua Lamborghini; la breakdance; Ritorno al futuro; i colori fluo; i pattini a rotelle e lo skateboard; la BMX; Mannie in Scarface; Miami Vice; le spalline.

 
Paolo Nori

Repertorio dei matti della città di Roma

di Paolo Nori

Qualche mese fa ero a Genova a fare un seminario di letteratura, e a me a Genova, non so perché, la gente, hanno un modo di parlare, mi sembrano tutti un po’ squinternati, e poi, tra l’altro, quando vado a Genova mi vien sempre in mente un romanzo di Matteo Galliazzo che si doveva intitolare Il rutto della pianta carnivora, bellissimo titolo, secondo me, che però poi gliel’hanno cambiato è diventato Il mondo è parcheggiato in discesa e è un romanzo che si svolge a Genova e si racconta che i genovesi, quando hanno aperto il McDonald’s, il ristorante, ai ragazzi che stavano alle casse gli avevan dato le istruzioni che danno a tutti i ragazzi che stanno a tutte le casse di tutti i McDonald’s del mondo cioè di sorridere, e i genovesi, racconta Galliazzo, questa cosa che i ragazzi che stavano alle casse del acDonald’s sorridevano non è che gli piaceva tantissimo: «Ben ma, – pensavano i genovesi, – perché sorridono, prendono per il culo?».

 
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I ragazzi italiani che il Regno Unito non vuole più

di Marco Mancassola

L’allarme antincendio è scattato mentre David Cameron pronunciava il suo discorso, definito da vari osservatori come uno dei più importanti della sua leadership, nel quartier generale della Jcb a Rochester, Inghilterra del Nord, qualche settimana fa. L’allarme in realtà era partito per errore e Cameron ha reagito con una battuta: “Devo aver fatto scattare qualche campanello alla Commissione europea”. Probabilmente aveva ragione. Il discorso aveva a che fare con l’Europa, o meglio con l’immigrazione. Due temi che nel dibattito politico britannico sono diventati da qualche tempo quasi sinonimi.

 
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Lo show di Renzi nelle università private

di Francesca Coin Circondato da guardie del corpo e accolto da una folla di giovani alla ricerca concitata di un autografo, Renzi è arrivato ieri alla Luiss, l’università di Confindustria come una popstar degli anni Ottanta, una di quelle per cui le fan gridavano e si strappavano i capelli, un po’ come in quel film [...]

 
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Intervista a Franco Battiato per i suoi 70 anni

Questa intervista di Malcom Pagani è uscita su Il Fatto Quotidiano il 23 marzo in occasione dei 70 anni di Franco Battiato. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

La voglia di vivere a un’altra velocità, la stessa di sempre: “Ora cammino con le stampelle, ma tra un po’ le butto. Mi dicono ‘Franco, calmati, ci vuole ancora un mese’. Si sbagliano. Penso che nel giro di una settimana la mia frattura non sarà che un ricordo”. Ragionando nell’imminenza della celebrazione su quelli di un’esistenza intera: “Io lavoro sulla spiritualità, cosa vuole che me ne freghi del mio compleanno?” Franco Battiato non si emoziona per il dato anagrafico. Oggi (ieri per chi legge, ndr) compie settant’anni, lo fa guardando in faccia Milo, Catania e il suo passato. Anche se il tempo cambia molte cose, e opinioni e amicizie non sono necessariamente più quelle di ieri, di tanto in tanto un grido copre ancora le distanze: “In effetti rompendomi il femore al Petruzzelli un po’ devo aver urlato”. Era metà Marzo e Battiato – tornato da un lungo viaggio europeo tra Londra, Parigi, Oviedo e Barcellona e l’Irlanda: “Una cosa pazzesca, a Dublino, introducendo il concerto in inglese mi interrompevano dalla platea ‘ parla italianoooo’”- chiudeva la tournée in Puglia cantando di ritmi ossessivi e danzatori bulgari: “A bordo palco c’era un certo fanatismo. Un entusiasmo impossibile. Cerco di ringraziare e durante la canzone vado a toccare le mani delle ragazze in prima fila. Quelle mi prendono per il braccio. Perdo l’equilibrio, inciampo e cado all’indietro. Ciao Battiato. Una cosa allucinante”.

 
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D’amore e traversine

È in libreria il nuovo numero di Granta, edito da Rizzoli e diretto da Walter Siti. Di seguito pubblichiamo il racconto di Luca Rastello contenuto in questo numero dedicato a “L’invisibile“, ringraziando la rivista e l’autore.

D’amore e traversine

di Luca Rastello

Ci sono strade che le città dimenticano, passaggi e transiti nascosti negli angoli fra gli spazi di chi vive lungo i marciapiedi. Io sono uno dei custodi ma fino a poco fa non lo sapevo. Aleggiavo in una mia nuvola incerta, quasi senza memoria, mi accontentavo di una sensazione confusa, la sensazione di esserci. Stavo qui perché era naturale. Poi ho incontrato loro e in quell’incontro ho avvertito di nuovo, dopo tanto tempo, l’odore famigliare del bitume.