Nick Cave

Disegnare Nick Cave: intervista a Reinhard Kleist

Oggi Nick Cave compie 60 anni: lo festeggiamo con un’intervista di Pierluigi Lucadei a Reinhard Kleist, fumettista autore della biografia Mercy On Me, in arrivo in Italia edita da Bao Publishing.

Sessant’anni vissuti pericolosamente, quasi tutti in compagnia della sua musica, Nick Cave è il maudit per antonomasia del rock. Ovvio che Reinhard Kleist, fumettista tedesco specializzato in biografie di uomini eroici e tragici (ricordiamo almeno le sue biografie di Johnny Cash e di Fidel Castro), abbia voluto misurarsi con la sua parabola esistenziale ed artistica. Mercy On Me, che sarà pubblicato in Italia nelle prossime settimane da Bao Publishing, è una graphic novel che Kleist ha costruito come una tracklist potente ed onirica, disegnando e raccontando Nick Cave a partire dai personaggi delle sue canzoni e dei suoi romanzi. Gli abbiamo chiesto perché.

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Dopo. Il post-metal e la post-società

di Elia Pasini

Che siamo da qualche parte (nel pieno? All’inizio? Alla fine?) dell’entropico cammino della post-modernità è un dato di fatto assodato. Inutile ripetere le ormai abusate formule su relativismo valoriale, mancanza di pilastri socioeconomici, cacofonie relazionali. Se c’è un luogo dove il postmoderno dà uno sfogo di sé particolarmente sintomatico, è nel mondo – ormai anti-mondo – della musica. I talent hanno sminato il campo dalle fondamenta, lasciando una distesa sassosa fatta di youtubers in cerca d’autore, di popstar fotocopia, di rockstar appassite. Si può dire – se si eccettuano alcune frange della scena alternativa, del movimento “-tronico” e della soundtrack-music d’autore – che la capacità della musica leggera di filosofeggiare sul reale, e talvolta di anticiparlo, sia definitivamente tramontata. Eppure – da qualche parte nelle profondità di USA e Scandinavia e nelle spelonche più recondite del Vecchio Continente – qualcosa, negli ultimi venticinque anni, è cresciuto silenzioso e fuori controllo; un’eco propagata di tunnel in tunnel, di riverbero in riverbero. Dal genere più estremo, autoreferenziale e verboso della musica tutta – il metal – si è generato un aborto silente; specchio distorto, e per questo più limpido e consapevole, del metallo originale. Il post-metal; il metal del dopo.

non razzista ma

Gabbie

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal capitolo 4 dell’ultimo libro di Luigi Manconi, Non sono razzista ma, pubblicato da Feltrinelli.
Non si può escludere che dietro il mancato scandalo per l’“ingabbiamento” di due persone, come è avvenuto a Follonica, vi possa essere un oscuro e temibile retropensiero. Se la gran parte delle persone intervistate nei giorni successivi tenderà a ridimensionare l’episodio, definendolo “una burlonata” attribuita a “ragazzi” (definiti sempre ed esclusivamente con tale termine), forse c’è di che riflettere. I due tratti che abitualmente vengono attribuiti da una parte rilevante del senso comune a rom e sinti – una certa ferinità e una sostanziale irriducibilità alla vita sociale – possono suggerire come sola forma di disciplinamento la soggezione in cattività. Dunque, l’idea che quel tipo di etnia possa/debba essere “chiusa in gabbia”. Si tenga conto che oggi l’etichetta “zingaro” (o, più diffusamente, “rom”) risulta al primo posto nella classifica della riprovazione sociale. A seguire, l’elenco dei “nemici” subisce variazioni continue dovute in genere all’influenza di fatti di cronaca che abbiano avuto una eco particolare e nei primi posti si alternano soggetti nazionali o regionali, destinatari, di volta in volta, dell’ostilità sociale. Non si dimentichi, infatti, che almeno tre gruppi regionali italiani si sono trovati, nell’ultimo mezzo secolo, a contendersi il primato, o almeno le piazze d’onore, in questa speciale competizione: “i siciliani”, “i sardi”, “i calabresi”. Ma il dato costante è che “gli zingari”, persino nei momenti di maggiore successo degli “albanesi” e dei “romeni” (corrispondenti all’incremento dei flussi di queste nazionalità verso l’Italia), hanno sempre saldamente occupato il primo posto nel podio (dell’odio).

Old vintage typewriter, close-up.

Lettere a un giovane scrittore: da Rilke a McCann, tutti consigli per trovare, da soli, la propria voce

Il 17 febbraio 1903 Rainer Maria Rilke scrive a una lettera a un giovane poeta che gli aveva inviato i suoi versi in lettura. Rilke glieli restituisce, schernendosi dal ruolo di critico («Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico») e ancor più da quello di ‘promotore’ della presunta capacità letteraria del giovane poeta. Ciò che regalerà però a Franz Xaver Kappus (questo il nome del giovane autore) sarà il privilegio di un consiglio sincero: «Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice ‘io devo’ questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità».

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Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray

La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di Lanark di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981. Pubblichiamo qui la prefazione di Jeff Vandermeer1 […]

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La storia siamo noi. La drammaturgia partecipata di Short Theatre

(fonte immagine)

La fiction è in crisi oppure no? A guardare il successo delle serie tv verrebbe da scuotere vigorosamente la testa. In letteratura si decreta ciclicamente la fine del romanzo nonostante se ne sfornino a migliaia ogni anno, e si guarda a generi ibridi come l’autofiction e il reportage narrativo. In teatro la guerra alla mimesis è storia vecchia quasi quanto nelle arti figurative, tanto che la messa in crisi del testo ha fatto praticamente il giro e oggi si torna alla scrittura drammaturgica ma sperimentando presupposti che si situano radicalmente altrove rispetto all’idea di “rappresentazione”. A dirla tutta, chiedersi se la crisi della fiction sia effettiva, e se sia definitiva o transitoria, è una domanda legittima ma oziosa (la fiction ben scritta non è affatto in crisi, mentre i modelli ripercorsi mille volte probabilmente sì, come accade per ogni forma estetica). È vero però che attorno a questo interrogativo si sono sviluppate delle tendenze che oggi – almeno in teatro – rappresentano probabilmente alcune delle punte più avanzate della ricerca drammaturgica. Degli assi di ragionamento che vale la pena approfondire.

Uno di questi è la partecipazione. Tre degli spettacoli più belli visti quest’anno a Short Theatre – che si conferma una straordinaria galleria del nuovo teatro europeo, un’autentica boccata d’ossigeno per una città culturalmente martoriata come Roma – erano legati da questo filo rosso. Si tratta di “Guerrilla” della compagnia catalana El Conde de Torrefiel, che era lo spettacolo di apertura; “Trigger of happiness” dei portoghesi Ana Borralho e João Galante; “Nachlass” della formazione berlinese Rimini Protokoll, presentato in collaborazione con il Romaeuropa Festival. Diversi per temperatura, sensibilità, sguardo sul mondo, ma accomunati da un coinvolgimento di soggetti esterni per la realizzazione della propria drammaturgia. Un teatro che si apre alla realtà, la accoglie e le delega il fardello della storia, creando allo stesso tempo un elemento di racconto e un dispositivo affinché esso non diventi “messa in scena”.

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“Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini: un’introduzione

La casa editrice di Tirana Botimet Dudaj ha deciso di pubblicare in lingua albanese l’opera di Pier Paolo Pasolini. Benché in Albania siano stati pubblicati molti autori italiani, un libro di Pasolini non era mai stato tradotto prima d’ora. Né negli anni della transizione, né tanto meno prima, quando – sotto il regime di Enver Hoxha – le sue pagine e le sue poesie erano considerate frutto di “deviazionismo piccoloborghese”. Grazie all’intelligenza e all’attenzione di Arlinda Dudaj, che guida l’omonima casa editrice, viene ora colmato un vuoto. Il primo volume pubblicato è Ragazzi di vita, con il titolo Djem jete, e con la prefazione di Alessandro Leogrande. Ringraziamo l’editore per averci permesso di riproporla.

Quando nel 1955 Pier Paolo Pasolini pubblica il suo primo romanzo, Ragazzi di vita, si è trasferito a Roma solo da qualche anno. Per lui che viene dal Friuli, l’incontro con Roma costituisce la progressiva scoperta di una città-mondo sedimentata nei secoli, una città-lingua in cui immergersi, inabissarsi, per poi risalire a galla con il desiderio di raccontarla. Il desiderio di narrare Roma, la sua grazia e il suo sfacelo, la sua gente e il suo brulicare, pervade tutta l’opera dello “straniero” Pasolini (straniero sia rispetto alla metropoli, sia rispetto ai dettami ufficiali della cultura italiana dell’epoca). E la pervade fino all’ultimo, fino all’anno della sua uccisione, avvenuta esattamente vent’anni dopo, nel 1975.

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CiùCiù. Intervista impossibile con Giovanni Domenico Cassini

Questo pezzo è apparso sull’ultimo numero di Linus, che ringraziamo.

di Edoardo Camurri*

Giovanni Domenico Cassini, visto oggi, è irriconoscibile. È più o meno grande come un minibus e non credo abbia molte cose da dire in un’intervista. Non si può neanche affermare che abbia conservato una forma fisica riconducibile a quella di un uomo; il tempo pare averlo trasformato in una specie di insettone di metallo, pieno di antenne, di parabole. Non ha un buon odore, è affaticato, e non solo perché ha trecentonovantadue anni, questo è il meno, ma a settembre ha deciso che si ammazzerà, togliendosi di mezzo una volta per tutte, trovando questa vita, sempre lontano da casa, diciamo con la testa tra le nuvole, ormai troppo faticosa e insensata. Forse il suo è l’odore della paura e d’altronde come non capirlo. Quanti animi forti, cristiani, hanno ancora voglia di dire di sì alla vita quando, dopo quasi quattro secoli, si ritrovano alti sette metri, larghi quattro, con in testa un’asta lunga tredici metri, vestiti di dodici chilometri di cavi elettrici? Le gambe che lo portarono dalla ligure Perinaldo a Parigi e poi a Bologna ora sono diventate inutilizzabili e Cassini si sposta, a dire il vero a grande velocità, grazie a sedici motori a idrazina e alle leggi di attrazione dei pianeti.

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“The Deuce”: ascesa e caduta dell’industria pornografica americana

Questo pezzo è apparso sul Venerdì di Repubblica.

Negli anni settanta la “Deuce” era il nome con cui i newyorchesi chiamavano la Quarantaduesima strada di Manhattan, a pochi passi da Times Square: un lungo marciapiede affollato di prostitute e un’infilata di cinema grindhouse aperti tutta la notte che davano film in programmazione continua e un rifugio temporaneo a senzatetto o piccoli criminali in fuga. Ambientata in quegli anni e in quella strada, The Deuce è la serie tv con cui è finalmente risorto il “dream team” di The Wire (artefici dell’operazione sono i produttori, scrittori e sceneggiatori David Simon e George Pelecanos) per raccontare ascesa e caduta dell’industria pornografica americana.

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Dunkirk è già un classico hollywoodiano

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Christopher Nolan è ormai da quasi un decennio (per la precisione dal 2008, quando ha inventato il cinecomic d’autore e girato il miglior action/thriller à la Michael Mann del nuovo millennio, tutto in un solo film, Il Cavaliere Oscuro) quel genere di mostro sacro che può permettersi di fare ad ogni film cose che normalmente farebbero scappare a gambe levate spettatori e produttori, tipo creare multimondi talmente complessi e formalizzati che praticamente richiedono allo spettatore di entrare in sala con un blocchetto per gli appunti, oppure adescare il pubblico con McConaughey/Hathaway nello spazio e poi rifilargli tre ore di meditazioni non troppo filtrate su tempo, morte e libero arbitrio, continuando però a sbancare il botteghino ed estasiare i critici con la puntualità di un orologio svizzero.