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L’uomo che dice no

di Albert Camus Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì. Osserviamo nel dettaglio il movimento di rivolta. Un funzionario che ha ricevuto ordini per tutta la vita giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Insorge e [...]

 
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La lunga storia della democrazia diretta in Grecia arriva fino al referendum di oggi

Una versione più breve di questo pezzo è uscita sul Fatto quotidiano.

In questi giorni, dopo che Alexis Tsipras ha deciso di indire un referendum popolare sulla proposta di accordo ricevuta dalla troika, molti commentatori hanno giudicato il Premier greco come un Ponzio Pilato pronto a scaricare sui Greci la responsabilità del fallimento.

Al di là delle valutazioni politiche crescute di ora in ora e al di là della discussione –sempre aperta – sullo strumento referendario, un deficit di conoscenza rispetto a storia, tradizioni e ideali politici greci ha seriamente minato il dibattito. Si stenta a ricordare che quello che andrà in scena domenica prossima sarà un referendum greco, un referendum in Grecia.

 
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L’università, tra marketing e baronia

Nella foto i migranti bloccati sugli scogli a Ventimiglia da quasi venti giorni. Indossano la maglietta di Reunion, offerta loro dai gruppi arrivati da Bologna per sostenere il presidio. #labuonauniversità

di Cecilia Ghidotti e Paolo La Valle

Provo nei confronti dell’università nella quale ho studiato sentimenti ambivalenti: da un lato riconosco di aver ricevuto un’istruzione ottima ad un costo irrisorio se confrontato con quello di altri paesi europei (Regno Unito, ad esempio) e addirittura ridicolo se comparato con quello delle università statunitensi. Nello stesso tempo sono consapevole di aver dato molto al mio ateneo, soprattutto negli anni del dottorato di ricerca, e di aver ricevuto in cambio pochissimo.

Problema tuo, dal momento che hai potuto permetterti un dottorato senza borsa, dirà qualcuno. Problema di molti, a giudicare quanti siamo ad aver optato per questa scelta, probabilmente viziati dall’ottima istruzione di cui sopra e dalla convinzione che non tutte le scelte possono essere ricondotte a motivazioni di carattere economico (d’altro canto vogliamo finalmente esaurire l’eredità dei baby boomers che ancora ci mantengono?)

 
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La Grecia è quel posto dove si discute invece di fidarsi delle semplificazioni mediatiche

Atene.

La guerra civile greca va in scena al caffè Esplanade di Varkiza all’una del sabato. Sono sei amici. Condividono da venticinque anni la compagnia e gli scherzi, gli aperitivi, i pranzi in riva al mare. Ma adesso che si tratta di votare e di dividersi fra i due corni del dilemma, iniziano a litigare. Si chiamano Odysseas, Giannis, Stelios, Nikos, Lucas, e del sesto non so il nome perché, dopo pochi minuti, prende tutto e se ne va. Cosa è successo? Odysseas, che tiene le fila della compagnia, ride e mi spiega: “Non siamo mica politici! Non sappiamo mediare”. E la mediazione in cosa consisteva? “Nulla. Non si sente rappresentato da quel che dice Stelios”. Cosa stesse dicendo Stelios di diverso da lui però è difficile capirlo, perché qui a Varkiza, sul mare meridionale di Atene, tra i quartieri più ricchi e più conservatori della capitale, i sei amici sceglieranno tutti lo stesso voto, un bisillabico ben ponderato: Ochi. No.

 
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Il nuovo libro di Johnny

Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

“È come se chi è diventato adulto negli ultimi vent’anni in Italia fosse cresciuto in un tempo postumo”, scrivono – con qualcosa che definirei come “cognizione di causa” – Alessandro Gazoia e Christian Raimo nell’introduzione all’antologia che hanno curato selezionando alcuni tra gli scrittori italiani under 40 più brillanti. Del resto già nel 1992 Francis Fukuyama (attenzione, di professione economista) aveva espresso una sentenza tanto definitiva quanto irriguardosa: siamo alla fine della storia. La tesi ha subìto confutazioni e vari ripensamenti; di sicuro c’è che qualcosa, in questo mondo in bancarotta, continua a muoversi… E in ogni caso vedremo come andrà a finire, è il caso di dirlo.

 
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Nicola Lagioia vince il premio Strega con La ferocia

Il nostro Nicola Lagioia ha vinto il premio Strega 2015 con il romanzo La ferocia, edito da Einaudi. Lo festeggiamo ripubblicando l’incipit del romanzo.

di Nicola Lagioia

Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taran­to a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo ver­so nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immagi­nario, lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto compariva una stazione di servizio. Non ce n’erano altre per parecchio, e oltre al self-service erano da poco attivi i distributori automatici di caffè e cibi freddi. Per segna­lare la novità, il proprietario aveva fatto piazzare uno sky dancer sul tetto dell’autofficina. Uno di quei pupazzi alti cinque metri, alimentati da grossi motori a ventola.

Il piazzista gonfiabile ondeggiava nel vuoto e avrebbe continuato a farlo fino alle luci del mattino. Più che altro, dava l’idea di un fantasma senza pace.

 
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Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico?

di Matteo Nucci Atene. Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica. Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue [...]

 
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Gli eredi di Citizen Kane. Il giornalismo nelle serie tv fra asservimento e civilizzazione

Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui. (fonte immagine) di Francesco Costa Uno pensa al giornalismo raccontato su uno schermo – quello del cinema o quello della tv – e probabilmente gli vengono in mente subito Robert Redford e Dustin Hoffman stravaccati sulle scrivanie [...]

 
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“Scarti” di Jonathan Miles: Conoscere il proprio destino prima di esserne travolti

di Gaia Tarini

(fonte immagine)

Elwin Cross avrebbe adorato Max, il protagonista di Perché non ballate? il mio racconto preferito di Raymond Carver. Come lui, Elwin tenta disperatamente di liberarsi degli oggetti di casa sua, quelli che gli ricordano Maura, la donna che lo ha lasciato per un altro. In Perché non ballate? invece, apparentemente non sappiamo perché Max abbia portato nel giardino di fronte alla sua casa tutti i mobili e le cianfrusaglie che si prepara a svendere come vecchi rottami. A Carver, un maestro nell’arte dell’intuizione, basta farlo entrare in scena così:

Max arrivò lungo il marciapiedi con una busta del supermercato. Aveva panini, birra e whiskey. Era tutto il pomeriggio che beveva e ormai aveva raggiunto il punto in cui l’alcol che mandava giù sembrava cominciare a schiarirgli le idee. Ma c’erano anche dei momenti di vuoto. Si era fermato al bar vicino al supermercato, si era messo ad ascoltare una canzone al jukebox e, non sapeva come, si era fatto buio prima che si ricordasse delle cose fuori sul prato.

Ce lo descrive con pochissime semplici frasi, quelle sufficienti ad intuire la sua devastante malinconia. Per Max, come quasi tutti i personaggi di Carver, il destino è una scommessa, un punto interrogativo: non sappiamo cosa farà, oltre le pagine del racconto, dove andrà, come risanerà quella voragine che (intuiamo) lo schiaccia mentre, devastato dall’alcol e dalla tristezza, regala i suppellettili superstiti di una vecchia vita. Jonathan Miles invece, coi suoi figli è più generoso: non getta la stessa magica scia di mistero sulla loro sorte; tutt’altro, li incoraggia a lottare, a scegliere, a diventare concretamente gli artefici del proprio destino, una speranza che in Carver era ancora spesso e volentieri embrionale. È in questo scollamento cruciale che Carver e Miles si distanziano: il primo ha dato tutto perché i suoi potessero intuire che oltre la staccionata di un dramma (un amore finito, un lavoro perso, un incidente di percorso) ci fosse qualcosa ad aspettarli; il secondo gli offre una panoramica sulle reali possibilità che esistono perché questo qualcosa diventi afferrabile.

 
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Era uno sguardo d’amore

Questo articolo è uscito sul Foglio. Ringraziamo l’autrice e la testata.

(fonte immagine, un fotogramma del film Breve incontro)

E di nuovo quel senso di vicinanza, come se ci si fosse ritrovati dopo tanto tempo, e un’impressione irresistibile, sconvolgente, di bellezza, la tentazione di abbandonarsi a quegli occhi, e nessun altro intorno, seppure in mezzo a tanta gente che arriva, saluta, vuole parlare e ridere. “E subito sentii in lei un essere vicino, già conosciuto, come se questa persona, questi occhi cortesi, intelligenti, li avessi già visti un tempo da piccolo, in un album che c’era sul comò di mia madre”. E’ il primo incontro tra un uomo e una donna, e Anton Čechov l’ha descritto in un racconto intitolato “Sull’amore”, è l’alba di un sentimento impossibile che deve restare segreto o venire soffocato, ma adesso è ancora presto, non si è compreso che quel turbamento, quel calore che si posa addosso come un’ombra leggera si chiama amore e nessuno, oltre a quell’uomo e quella donna, potrà mai chiamarlo così. Non ci sono ancora le lacrime, non c’è ancora la spossatezza e il tormento. Il mondo, poi, andrà avanti senza darsi pena di loro, il mare si comporterà sempre allo stesso modo, perfino loro due, messi l’uno accanto all’altra una sera, per scherzo, continueranno a vivere come hanno sempre vissuto, anche se tutto, dentro, è cambiato.