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La letteratura è un’arte marziale: consigli ai giovani scrittori

Arriva in libreria, edito da minimum fax, Troppe puttane! Troppo canottaggio! Da Balzac a Proust, consigli ai giovani scrittori dai maestri della letteratura francese a cura di Filippo D’Angelo. Pubblichiamo l’introduzione e vi segnaliamo l’incontro oggi, giovedì 23 ottobre, alla libreria minimum fax di Roma: intervengono Filippo D’Angelo, Emiliano Morreale e Gianluigi Simonetti.

Se si volesse riassumere in una sola frase il magistero degli autori antologizzati in queste pagine, poche parole potrebbero essere sufficienti: la letteratura è un’arte marziale.

Lontano dai luoghi comuni che vorrebbero il critico sodale e complice degli scrittori, nobilmente impegnato nelle dispute per il riconoscimento dei loro meriti; lontano dalla falsificazione umanistica di una società letteraria pacificata, l’immaginaria République des Lettres, i cui abitanti si troverebbero a collaborare per la salvaguardia dei valori e il progresso dello spirito; lontano dalla finzione accademica di un canone nel quale, superati ormai gli agonismi che li divisero in vita, gli autori riposerebbero gli uni accanto agli altri, come gli Ave Maria e i Pater Noster di un rosario da snocciolare nelle aule universitarie; insomma, lontano da ogni rassicurante e consolatoria visione di quel magma dai movimenti indecifrabili che è la res literaria, i grandi autori di uno dei periodi aurei della letteratura francese ci restituiscono con questi scritti l’immagine credibile di ciò che è uno scrittore e di ciò che è, o dovrebbe essere, un’opera.

 
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New York cambia, ma nulla è mutato nella mia malinconia

Mi sono spiato illudermi e fallire

abortire i figli come i sogni

mi sono guardato piangere in uno specchio di neve

mi sono visto che ridevo

mi sono visto di spalle che partivo

Fabrizio De André, in questo breve passaggio di Anime Salve, riesce a definire il concetto di malinconia in maniera diretta e tangibile, dandogli una collocazione, tratteggiandone gli sfuggenti contorni in un frammento potente e dolorosissimo.

La traccia Anime Salve dell’omonimo disco, ultimo del cantautore genovese e realizzato in fortunata collaborazione con Fossati, non è altro che un canto accorato in cui viene celebrata la solitudine cosmica dell’anima, definita, quest’ultima, “bell’inganno”. Anima ormai lontana dal mondo sensibile (“ti saluto dai paesi di domani”) e finalmente in grado di visioni antiche e ricordi ancestrali.

 
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Il Calvino in fuga

Questo pezzo è uscito su Succede oggi.

di Paolo Bonari

Quella che è passata di mano in mano e che è stata letta, di solito negli anni che più contano, quelli in cui il nostro immaginario letterario è ancora vergine, è l’edizione del giugno di cinquant’anni fa, e pochi lo sanno, convinti di avere a che fare con il vero primo libro di Italo Calvino, quello che, nell’ottobre del 1947, fece la propria comparsa nei “Coralli” einaudiani, ma così non è: Il sentiero dei nidi di ragno è stato riscritto, e la versione che, in questo mezzo secolo, abbiamo conosciuto è quella “riveduta e corretta”: come e quanto? Bisognerebbe accostare i volumi, operare un raffronto testuale, ma è altrettanto utile spendere altrimenti quel tempo, impiegarlo a meditare sulla corposa prefazione che, scritta in quel 1964, non ha smesso di accompagnare la nuova edizione del libro: essa consente a Calvino di esprimere la voce più autentica, quella che abbiamo avuto modo di ascoltare poche, pochissime altre volte.

 
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HBO: del potere di un acronimo e l’eco dei suoi racconti

Fare cinema in America negli anni tra i ’30 e i ’50 del Novecento significava in primo luogo assoggettare un film alla sua casa di produzione. Allo stesso modo, guardare un film americano significava in primo luogo associarlo al suo produttore. Era l’epoca d’oro di Hollywood, quando le major si producevano i film e li proiettavano nelle loro sale.

Correva l’anno 1942 quando Orson Welles cominciò a prendere le distanze da Hollywood. Dopo che l’RKO massacrò L’orgoglio degli Amberson, tagliando ove riteneva, rimaneggiando, e stravolgendo il finale a suo piacimento. Ci interroghiamo tuttora su come qualcuno avesse potuto anche solo pensare di mettere le mani su un capolavoro come quello; che poi una casa di produzione (assolvibile in acronimo!) fosse stata davvero capace di farlo, infierendo severamente, è ormai storia del cinema.

 
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Il rumore profondo che fa un matrimonio quando si spezza

Pubblichiamo la recensione di Annalena Benini a Lacci, il nuovo romanzo di Domenico Starnone pubblicato da Einaudi. Ringraziamo l’autrice e Il Foglio.

Ora mi è tutto chiaro. Hai deciso di tirarti fuori, di abbandonarci al nostro destino. Desideri una vita tua, per noi non c’è spazio. Desideri andare dove ti pare, vedere chi ti pare, realizzarti come ti pare. Vuoi lasciarti alle spalle il nostro mondo piccolo ed entrare con la tua nuova donna in quello grande.

Vanda ad Aldo, in “Lacci” di Domenico Starnone (Einaudi)

Aldo ha lasciato casa sua, ha lasciato sua moglie, ha lasciato i bambini. Si è innamorato di un’altra donna, anche se con Vanda non userà mai la parola amore, per non ferirla oltre, per non sentirsi dentro un romanzo rosa e per l’impossibilità di strappare i lacci che lo legano a lei, che ha sposato all’inizio degli anni Sessanta, e da cui ha avuto due figli. Vanda è giovane e soffre tantissimo, gli scrive lettere rabbiose e razionali, gli chiede di tornare, lo accusa, lo minaccia e dice: “Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie”. Aldo non può scordarlo, perché a un certo punto i lacci ricominciano a tirarlo verso di lei, verso di loro, una forza invisibile ma carica di senso di colpa e sofferenza (anche paura) lo richiama indietro, gli fa credere di poter aggiustare tutto e di doverlo fare.

 
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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott’anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d’America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper’s Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

 
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A lezione di cinema da François Truffaut

Il 21 ottobre 1984 moriva François Truffaut. Pubblichiamo un estratto da Il piacere degli occhi, pubblicato da minimum fax. Traduzione di Melania Biancat.

Sono l’uomo più felice del mondo, ecco perché: cammino per strada e vedo una donna, non alta ma ben proporzionata, molto scura di capelli, molto decisa nell’abbigliamento, con una gonna scura ad ampie pieghe che si muovono al ritmo del suo passo piuttosto rapido; le calze scure sono di certo ben agganciate al reggicalze perché sono tese in maniera impeccabile; il viso non è sorridente, questa donna cammina per strada senza cercare di piacere, come se fosse inconsapevole di ciò che rappresenta: una bella immagine carnale della donna, un’immagine fisica, meglio di un’immagine sexy, un’immagine sessuale. Un passante che la incrocia sul marciapiede non si lascia ingannare: lo vedo che si volta a guardarla, fa un mezzo giro e la segue. Osservo la scena. Ora l’uomo è arrivato all’altezza della donna, le cammina a fianco e le mormora qualcosa, sicuramente le solite banalità: beviamo qualcosa, eccetera. Lei comunque gira la testa dall’altra parte, accelera il passo, attraversa la strada e scompare dietro il primo angolo mentre l’uomo va a tentare la fortuna da qualche altra parte.

 
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Sulle tracce degli scrittori selvaggi: Andrés Neuman racconta Roberto Bolaño

di Marco Gigliotti

Roberto Bolaño non ha mai vissuto a Madrid, ma è proprio qui che è atterrato nel 1977, a ventiquattro anni, proveniente dal Messico. C’è una foto che lo ritrae mentre scende la scaletta dell’aereo, con una valigia in mano, i capelli lunghi e lo sguardo smarrito di chi si ritrova per la prima volta in un altro continente. La capitale sarà per Bolaño solo un luogo di passaggio, sceso dall’aereo si dirigerà a Barcellona per raggiungere la madre.

Bolaño non ha scritto quasi nulla sulla capitale spagnola: un numero irrisorio di pagine ne I detective selvaggi e in 2666 e un articolo intitolato «Come arrivare a Madrid», inserito poi in Tra Parentesi. Nell’articolo, oltre a dire che Madrid non esiste o che forse è una città immaginaria, racconta che i suoi alberghi preferiti sono quelli tra la piazza di Santa Ana e Lavapíes, gli alberghi dove andava all’epoca in cui faceva l’autostop e riusciva a resistere diversi giorni senza mangiare  né dormire. Ho prenotato un ostello in questa zona perché nonostante sia in pieno centro, adiacente a Puerta del Sol, è molto economica. Avrei dovuto condividere il bagno con gli altri ospiti del piano, ma per una serie di imprevisti, dice la ragazza della reception, mi è toccata una stanza col bagno interno. Per raggiungerla devo andare in un altro edificio e fare a piedi sei rampe di scale. La stanza è minuscola, riesco a malapena a infilare il mio trolley nello spazio tra il letto e la parete. Dalla finestra vedo l’entrata di una discoteca che promette decibel e schiamazzi fino all’alba.

 
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Vecchia guardia, nuovi merletti

di Giacomo Giossi 

Per vecchia guardia fino a poco tempo fa s’identificava un gruppo solido e spesso vincente di una squadra. Vecchia guardia era quella del Milan degli anni Novanta (il grande Milan di Berlusconi), vecchia guardia erano Maldini, Tassotti, Donadoni per non parlare capitan Baresi (Baresi Franco, Giuseppe suo fratello, giocava nell’Inter, ma non era la stessa cosa). La vecchia guardia era insomma quella che aveva ottenuto successi stellari e poi negli anni aveva tenuto duro a fronte anche di un cambio generazionale spesso non all’altezza.

 
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Mario Luzi, cento anni di poesia. E di prosa

Questo articolo è uscito in forma abbreviata e rimaneggiata su Europa

Mario Luzi nasceva esattamente cento anni fa, il 20 ottobre 1914, a Castello, nei dintorni di Firenze, la città dove trascorse buona parte della sua vita e morì, novantenne, nel febbraio 2005. Molti sono gli eventi che stanno celebrando la ricorrenza, a testimonianza di una fortuna letteraria e critica in continua crescita: il 27 settembre, a Pienza, è stata inaugurata un’interessante mostra bio-bliografica a lui dedicata, Mario Luzi 1914 2014. Le campagne, le parole, la luce (la stessa mostra, il cui catalogo è in corso di pubblicazione, era già stata ospitata a Mendrisio, in Svizzera); si svolgeranno vari incontri di studi, tra cui uno a Roma, il 22 ottobre, sotto l’egida del Senato della Repubblica, con interventi, tra gli altri, di Giulio Ferroni e Giuseppe Langella; sono già usciti due ricchi numeri monografici della rivista «Istmi», con scritti e interventi di e su Luzi, mentre altre riviste letterarie, come «Poesia» e «Nuovi Argomenti» (versione on-line), gli stanno dedicando degli speciali approfondimenti.