Robert-Doisneau-6

L’impossibile equazione dell’amore
di

Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Robert Doisneau)
«Non lo sapevo, l’ho sempre saputo» potrebbe dire Alessio Medrano, protagonista di Almanacco del giorno prima, il nuovo romanzo di Chiara Valerio appena pubblicato da Einaudi. Il motto appartiene a Merleau-Ponty, che lo riferiva a Hyppolite, l’applicava all’inconscio freudiano, ma doveva infine addebitarlo a Platone. Platone: è nota... (Continua a leggere)

Robert-Doisneau-6

L’impossibile equazione dell’amore

Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Robert Doisneau)

«Non lo sapevo, l’ho sempre saputo» potrebbe dire Alessio Medrano, protagonista di Almanacco del giorno prima, il nuovo romanzo di Chiara Valerio appena pubblicato da Einaudi. Il motto appartiene a Merleau-Ponty, che lo riferiva a Hyppolite, l’applicava all’inconscio freudiano, ma doveva infine addebitarlo a Platone. Platone: è nota la sua teoria secondo cui ogni conoscenza sarebbe solo un ricordo. «Non lo sapevo, l’ho sempre saputo», cioè: io non ti conosco, ti riconosco.

 
gabrielGarciaMarquez1981-Eva-Rubinstein

Il colonnello Aureliano Buendía

Ieri è morto Gabriel García Márquez. Lo ricordiamo con un ritratto del colonnello Aureliano Buendía tratto da Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999) di Fabio Stassi.

Nacqui con gli occhi aperti e per il resto della vita conservai uno sguardo di brace accesa e il portamento altero e solivago di chi veste sempre di nero e calza stivaletti di vernice.

Sin da piccolo fui interdetto all’amore e visitato da presagi. Prima di cominciare la mia guerriglia, scrissi versi per una bambina e per uomini perduti nella pioggia e quando Macondo fu colpita dalla peste della smemoratezza inventai il metodo di segnare il nome delle cose su di un foglio per non perderle per sempre.

 
milano1973_jpg_1334754951

Ciao Gabo

Ricordiamo Gabriel García Márquez riproponendo una parte della lunga intervista rilasciata a Peter Stone nell’inverno del 1981 per la “Paris Review”.

Come ha cominciato a scrivere?

Disegnando. Disegnando vignette. Prima ancora di imparare a leggere e a scrivere disegnavo fumetti a scuola e a casa. La cosa curiosa è che ora mi rendo conto che quando ero alle superiori avevo la fama di essere uno scrittore, sebbene in realtà non avessi mai scritto niente. Se c’era un pamphlet da scrivere o una lettera di petizione, io ero quello che doveva farlo perché ero apparentemente “lo scrittore”. Quando cominciai l’università avevo in generale un ottimo background letterario, considerevolmente al di sopra della media dei miei amici. All’università di Bogotà iniziai a fare nuove amicizie e conoscenze, persone che mi introdussero agli scrittori contemporanei. Una sera un amico mi prestò un libro di racconti di Kafka.

 
pasolini

Pasolini, Roma

Questo pezzo è uscito su Studio.

Si chiama semplicemente Pasolini Roma la mostra appena aperta al Palazzo delle Esposizioni capitolino molto didascalica e affollatissima e forse già classica e fondamentale; e racconterebbe il rapporto del Poeta (e critico e romanziere e regista e poi a sorpresa anche pittore) friulano con la città, ma poi vien fuori soprattutto tutto un mondo e un personaggio abbastanza unico, al netto delle iconologie e ideologie del quarantennio successivo alla morte (1975). Un mondo di intelligenze dolenti (ma anche no) arrivato alla stazione Termini nel 1950 dopo una fuga dai dissapori e dalle discriminazioni friulane a seguito di camporelle rustiche, con partiti comunisti molto omofobi rispetto a vizi pluto-capitalistici, e strappo della tessera PCI numero 1480079, firmata Palmiro Togliatti, qui esposta.

 
Immagine8-620x350

Il Nordest di Alessandro Rossetto

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Presentato in Orizzonti all’ultima Biennale di Venezia, Piccola patria è un film di particolare bellezza che riesce a raccontare con esattezza e grazia questo nostro Nordest italiano. Primo lungometraggio di finzione del documentarista Alessandro Rossetto, ha come primo merito quello di usare la finzione soltanto come strumento di indagine e descrizione della realtà, non poi così distante come mezzo dal documentario.

Nel film non c’è nulla di artefatto, che sia solo funzionale alla trama o alla definizione dei personaggi, c’è più una sequenza di immagini, accadimenti e dialoghi in grado di esasperare la dimensione emozionale della realtà mostrata. Gli intenti del regista sono in quel suo dichiarare “fisico” l’approccio al film perché nato da improvvisazione, osservazione e ricerca. E fisici sono i corpi statuari e sentimentali, i paesaggi struggenti e rovinati, le inquadrature a piombo di strade e campi geometrici interrotti dalle fabbriche, l’uso del dialetto bellissimo, la musica (i cori alpini soprattutto), i suoni, i silenzi.

 
L'Aquila_eathquake_prefettura

Tre porte

Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati uscito a febbraio 2013 sulla rivista Opere. Domani alle 19.30 Stefano Sgambati sarà alla libreria Giufà di Roma per presentare Gli eroi imperfetti con Rossano Astremo e Lorenzo Pavolini.

«Tommaso apri! Tommaso! Tommaso apri alla mamma, apri!».

Accarezzare suo figlio le è sempre parso un atto masturbatorio: non ha mai imparato a elargirgli tenerezze senza provare l’imbarazzo di chi viene sorpreso a toccare la propria stessa carne.

Contro la porta della sua cameretta Lucia non si accorge di pensarlo ma sta pensando che non è mai stata addossata a Tommaso come a quel legno: vorrebbe girarsi verso il marito e domandargli perché gli hanno dato il permesso di chiudersi a chiave di notte, dirgli che non avrebbero dovuto farlo, ma il marito non c’è, Paolo è a Chicago e se adesso dove sta è ancora giorno può darsi che tra poco i primi lanci di agenzia lo informeranno.

 
Emmanuel

Intervista a Emmanuel Carrère

Pubblichiamo un’intervista di Valentina Della Seta a Emmanuel Carrère uscita sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

di Valentina Della Seta

Non c’è traccia di Russia nella casa parigina di Emmanuel Carrère, così francese per la luce, i pavimenti di legno, l’eleganza e il disordine. Ma c’è qualcosa nei suoi lineamenti e nel taglio degli occhi che fa capire perché, negli ultimi anni, abbia scritto due libri che hanno a che fare con l’ex-Unione Sovietica.

Carrère ha ereditato la Russia dalla madre Hélène, storica e accademica di Francia, che da bambina si chiamava, di cognome, Zurabisvili: «Georges Zurabisvili è nato a Tiflis», racconta lo scrittore a proposito del nonno materno in La vita come un romanzo russo, del 2007: «Suo padre, Ivan, è giureconsulto; sua madre, Nino, ha tradotto George Sand in georgiano. Le fotografie mostrano baffi e turbanti, tra le dita s’indovinano rosari d’ambra». Di Georges, in casa, non si parla: «Per un po’ fa il taxista», siamo negli anni Venti, quando la famiglia in fuga ha trovato riparo a Parigi, «ed è una delle rare cose che a mia madre piaccia raccontare di lui, una delle rare cose che da bambino io abbia saputo di mio nonno».

 
gifuni

Lo spazio tra pagina e scena. Conversazione con Fabrizio Gifuni

Pubblichiamo un’anticipazione dal numero dei Quaderni del Teatro di Roma in uscita in questi giorni. 

Gadda, Pasolini, Camus, Dante, Pavese. Nel corso di un decennio Fabrizio Gifuni ha dato vita a una feconda opera di dialogo tra letteratura e scena, senza però tralasciare un forte accento autorale che ha conferito al suo teatro un tratto identitario molto forte, in grado di parlare al presente senza però distorcere le parole del passato. Lo abbiamo incontrato, dopo il recente successo del film di Paolo Virzì, «Il capitale umano», che lo vede tra i protagonisti, per farci raccontare questo suo personale intreccio tra teatro e letteratura.

Dieci anni fa iniziavi con Pasolini. Cosa stavi cercando?

Lo spettacolo su Pasolini è stato uno spartiacque che ha segnato l’inizio di questo mio modo attuale di lavorare in teatro. Sentivo l’esigenza di una maggiore assunzione di responsabilità, perché il teatro mi sembrava un luogo troppo importante per continuare a lavorare da interprete puro (cosa che, invece, mi diverte moltissimo al cinema). La prima spinta è stata pensare – in quegli anni – a cosa volevo raccontare, cosa volevo portare in teatro. Così è nato il progetto “Gadda e Pasolini, antibiografia di una nazione” di cui “Na specie de cadavere lunghissimo” è la prima parte.

 
cattafi

Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte

Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

 
donna_tartt

Donna e il cardellino

Ieri Donna Tartt ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa con il romanzo Il cardellino (Rizzoli). Pubblichiamo la recensione di Nadia Terranova uscita su IL a novembre 2013. (Fonte immagine)

di Nadia Terranova

Inizia come una fiaba, con il sapore di una festa interrotta, guastata da un maleficio che cambia per sempre la vita del protagonista. Solo che The Goldfinch, il nuovo romanzo di Donna Tartt (Little, Brown & Co. 2013, uscirà per Rizzoli a marzo 2014 con il titolo Il cardellino) non parla di una principessa sull’altare o di una neonata in attesa del battesimo ma di Theo Decker, tredicenne figlio di genitori separati, che un giorno in cui è stato sospeso da scuola va a una mostra di pittura insieme alla madre; il suo castello è il Metropolitam Museum di New York («A me – un ragazzo di città sempre confinato tra quattro mura – interessava soprattutto per gli spazi enormi»); a esplodere non è l’ira di una fata esclusa dalla lista degli invitati ma la bomba di un attentato terrorista.