«Analizzava tutto nei minimi dettagli»: ricordo di Gil Scott-Heron

Questo articolo è apparso il giorno successivo alla morte di Gil Scott Heron sul blog NewBlackMan. La traduzione è di Dario Matrone.

di Adam Mansbach

Sono passati quindici minuti da quando ho saputo che Gil Scott-Heron non c’è più. Un tempo sufficiente per riascoltare «Winter in America» e «Pieces of a Man», e piangere, e convincermi che la sua morte è una delle più grandi tragedie che io abbia mai vissuto. Probabilmente sembrerà ridicolo, e può darsi che lo sia. Certo, Gil è morto al rallentatore: non c’è niente di cui stupirsi, nessuna violenza improvvisa che abbia strappato il tessuto di una vita. Ma il fatto resta: il più incisivo e importante musicista politico che questo paese abbia mai prodotto – in assoluto – non c’è più.

Il fatto che sia stata la droga a trascinarlo nella tomba – e non intendo oggi, intendo lentamente, nel corso del tempo – rende tutto peggiore; mi fa infuriare in maniera verbosa, forse irrazionale: mi porta a pensieri farneticanti, tipo che se fosse stato riconosciuto come la preziosa risorsa nazionale che era, se quelli («quelli») gli avessero dato una merdosissima borsa di studio MacArthur, allora se non altro Gil sarebbe stato uno di quei tossicodipendenti abbastanza-ricchi-da-condurre-una-vita-normale, e sarebbe ancora con noi, e pazienza se sarebbe stato l’ombra di se stesso.
Ma tutto questo c’entra poco. Quello che conta è che la profondità e l’ampiezza del messaggio politico-musicale di Gil Scott-Heron va al di là di ogni possibile paragone. Niente e nessuno gli si avvicina: né Bob Dylan, né KRS-One, né nessun altro. Durante la prima e più feconda fase della sua carriera (1970-1984) è stato in prima linea praticamente su qualsiasi tema politico importante, non solo a livello nazionale, ma planetario. I suoi commenti erano incisivi, ricchi di sfumature, divertenti, e puntualmente lungimiranti. Ha vivisezionato l’intera amministrazione Nixon con un bisturi d’acciaio inossidabile, ha psicanalizzato Reagan e l’America reaganianamente felice meglio di chiunque altro io ricordi. Ha contestato il governo sudafricano, denunciato i pericoli del nucleare, sfidato i poliziotti razzisti. Parlava di ambientalismo nei primi anni Settanta. Di controllo delle armi nel 1980. La rivoluzione iraniana, la legge sulle irruzioni della polizia senza mandato. L’aborto.

E queste erano soltanto le sue prese di posizione sull’attualità; è più difficile dire di cosa parlino «Ain’t No Such Thing As Superman» o «Winter in America»… a meno di non saltare direttamente alle conclusioni e cominciare a tirare in ballo parole come «zeitgeist» o espressioni come «l’anima tormentata dell’America». E se non è stato Gil a inventare la battuta paradossale e pungente che attinge alla cultura pop con libere associazioni mentali, sicuramente è stato lui a perfezionarla nella sua canzone più famosa.

Tutto ciò però non basta ancora per capire la sua grandezza. Il contraltare della visione politica a tutto campo di Gil era la profondità della sua autoanalisi, la finezza dei suoi ritratti umani: per ogni inno rivoluzionario, per ogni «Johannesburg», c’è un’altra canzone sepolta più a fondo nel suo catalogo, canzoni che tratteggiano i più silenziosi e intimi momenti di tristezza con sublime bellezza, cruda onestà, libero sentimento.

Ho conosciuto Gil nel 1994, quando avevo diciassette anni e lui era in tour per promuovere l’uscita del suo primo disco dopo dieci anni. Andai ad ascoltarlo al Regattabar di Cambridge, e dopo il concerto lo approcciai, con un faldone di mie poesie in mano. Lui continuò a camminare imperterrito – evidentemente stava andando da qualche parte con una certa urgenza – però lo prese. Qualche ora dopo, ben oltre la mezzanotte, squillò il telefono a casa mia (o meglio, a casa dei miei genitori). Era Gil. Aveva letto le mie cose. Per le due ore successive lo ascoltai parlare, e intanto prendevo appunti. Ce l’ho ancora quel foglio. Ci sono scritte cose come Alce nero parla o Autobiografia di un ex uomo di colore. La parola «Skippy» è sottolineata un sacco di volte; a metà della conversazione, decisi che Skippy doveva essere Jimmy Carter, il coltivatore di noccioline [la Skippy è una delle marche più famose di burro di arachidi; l’ex presidente Jimmy Carter era uno dei maggiori produttori di arachidi d’America, n.d.t.], e la vasta, intricata ragnatela del monologo di Gil iniziò ad avere più senso – una quantità spaventosa di senso, a dire il vero.

Era fuori come un balcone? Probabile. Ma non importava. Analizzava tutto nei minimi dettagli, e io avrei voluto che quella telefonata non finisse mai. Quell’anno mi trasferii a New York, e poco tempo dopo lo incontrai per caso, all’angolo fra la Centododicesima e Broadway, di fronte a una bancarella di cd usati. Non si ricordava della nostra telefonata, ma io non l’ho mai scordata.

Ci sono tante altre cose che mi piacerebbe dire, ma è l’una di notte e sospetto di avere ancora lacrime da versare. Scrivere così tardi forse è uno sbaglio, ed è uno sbaglio anche scrivere così presto, così a caldo dopo il fatto. Vorrei che quest’articolo non finisse con un’espressione fiorita, o con una benedizione, o con un cliché; vorrei che non finisse mai.

Commenti
Un commento a “«Analizzava tutto nei minimi dettagli»: ricordo di Gil Scott-Heron”
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  1. Vitaminic scrive:

    […] Un altro ricordo di Gil Scott Heron, su Minimum Fax […]



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