cross00

13 marzo 2019

di Samir Galal Mohamed

Indurito, il corpo sociale si presenta una matassa
impenetrabile, arrugginita da decenni di fondale.
Arenaria, alghe, calcare.
Un relitto che attende d’essere recuperato, perfino dal mozzo.
Un funerale, a Ornans, dove il marrone è il colore della morte
e la prospettiva si piega all’altezza della croce.

Luiz e Guilherme, venticinque e diciassette anni, sbraitano io
in un delirio d’onnipotenza. Ordinari come nomi, conflittuali
quanto i significati. Fanno irruzione:
ora in questa giornata, ignava, soleggiata, poi in quella scuola.
In tram, sono stato gentile con una giovane madre di due figli.
Confido nel fatto che un gesto gentile, inosservato,
possa ristabilire l’ordine del mondo. Il migliore, tra i possibili,
come voleva Leibniz.
Mi percepisco traboccante, ma non provo vergogna.
Controllerò meccanicamente le notizie, leggerò dell’irruzione,
di dieci morti, studenti e docenti riversati nelle aule,
studenti e docenti riversati sulle strade.

Il corpo sociale è una sentina. Vuole e raccoglie parole d’ordine:
giacimento, sedimentazione. Sa bene cosa le parole non possono
ristabilire, sa bene cosa le parole non sanno ricucire.

(Fonte foto)

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