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1965. Una nota su Jackson Frank e la parola “Outsider”

di Marco Mantello

Il libretto nel primo e unico disco e l´intervista a una sua ex sono le uniche cose che so di lui. Nel copia-incolla da questi pochi materiali che ho consultato cinque minuti in rete per scrivere il pezzo perché non avevo tempo, leggo di un giovane americano che si ritrova 80000 dollari in tasca. La somma risarciva a livello assicurativo il fatto scatenante che a detta di wikipedia segnò la psiche. Un incendio nella sua scuola, la morte di 15 bambini. Frank, giovanissimo, va in Inghilterra in nave a comprare macchine, a seguire la ragazza anonima di diciotto anni nella fase “amo un chitarrista“. Passa il tempo e la ragazzina ex torna in America, diventa donna nel solo modo possibile, si struttura, trova un lavoro, una casa, un uomo e si riproduce. La figlia a distanza di anni ascolta per caso una canzone incisa da Nick Drake che parla del viaggio in nave di sua madre con questo ragazzo malinconico. Sul disco legge anche il nome della canzone, “Blues Run the Game”, e quello di Jackson Frank alla parola autori. Poi va di là e ne parla con la madre, lo stereo continua a mandare Nick Drake. Sorrisi, sospiri, malinconie, il cerchio si chiude così, in una cameretta che non ha rimpianti, con un “tutto scorre“ inciso su un fingerpicking, quando hai scoperto che la vita è bellissima.

A Londra Frank conosce Paul Simon, ha una breve relazione con Sandy Denny, la voce femminile in “The Battle of Evermore” dei Led Zeppellin, e vocalist dei Fairport Convention morta giovane. Sandy si guadagna da vivere come baby-sitter. Jackson frequenta sconosciuti, fra cui Paul Simon e Al Stewart, quello di cronache dell´amore su tutte le sue ragazze dall´asilo in poi, diciotto minuti che precorrono Alta Fedeltà, il nulla dell´anno dei gatti. In quella fase il Frank presta soldi a tutti. Ha degli amici che lo aiutano a non scomparire in quel solo filmato di sei secondi su youtube dove suona lui dal vivo i brandelli di “Just like Anything”. Ci sono anche le copie, le cover in tempo reale delle sue canzoni. Nel repertorio di Bert Jansch (Pentangle) un posto fisso spetterà sempre a “My Mame is Carnival”, la stessa Sandy Denny ha inciso una versione orribile di “Blues Run the Game”, stonatissima, lontana, non empatica. Numerosi ceffoni riceve Jackson Frank, numerose copie postume o in vita di Carnevale e Blues. Ma non é questo il punto, il punto non è essere commemorati quando si respira, o i Counting Crows che ti rifanno live. Il punto secondo me è il 1965, l´anno che Jackson Frank fu inciso a Londra dietro una tendina. Ci sono “Yellow Walls”, “Just Like Anything”, “Don´t Look Back”, “Milk and Honey”, Paul Simon è il produttore dell´album, c´è anche Al Stewart che suona qualcosa non lo so, pare che Frank abbia cantato in presa diretta, tutte le canzoni di fila ma da dietro la tendina. Il libretto dice che ogni volta che gli davano l´ok c´erano uno-due minuti di silenzio, poi i brani partivano. Il palcoscenico non si aprì mai durante le registrazioni, ma la voce e la chitarra si sentivano benissimo da fuori. La vulgata reperibile su google ricorda affinità con Dave Van Ronk, una delle vittime di Dylan, uno su mille ce la fa, un bel “Darwin incontra Adamo Smith e si fanno una canna insieme”, nel blando film dei fratelli Cohen su un folksinger che insegue la sua sfiga per mezza America, la coltiva, la alimenta, la potenzia a audizioni e gatti di amici da ritrovare in strada. Certe cose sono sempre sul punto di cambiarti la vita, di realizzarsi, è così che funzionano i quattro accordi. Nella colonna sonora di questa pellicola ipocrita e finta c`è anche “Blues Run the Game”, ma la suonano Simon and Garfunkel. Amabili perché puri e incontaminati dallo show business, i figli e rigurgiti del “Mi dispiace”, in mezzo alla grande selezione naturale. Ecco dimentichiamoci questo mare di cazzate da manuali antitrust, funzionali ai pavidi e fanatici figli di nessuno che ce l´hanno fatta a fondersi ai raccomandati di tutte le razze e etnie, e a lasciare un segno nella solita storia con la maiuscola alla voce costume. Come a dire il Nobel, il Grammy Award, e appunto l´Outsider, o peggio il Loser. In questa storia per idioti e un po´idealista perché fondata sulle gratificazioni personali e le loro antitesi, uno come Frank si svaluta, diventa un rigurgito di nulla e cultura: è il nulla che genera il Loser ma è lui a generare la cultura. Il valore dell´opera lo si scopre per definizione dopo, lo si deve per forza riabilitare se non lo si ignora per sempre, e renderlo precursore di qualche cosa, anticipatore, incompreso dai contemporanei. Oppure dimenticarlo e ignorarlo se se lo meritava: il parametro è sempre il risultato di una lotta e lo stabilisce sempre qualcun altro, magari un Altman coi suoi Protagonisti adunati a un tavolino davanti alla Morte, alla fine dell´ultima puntata della vecchia trasmissione tv in sgombero. Sappiamo benissimo che succede, in questo teatrino delle semplificazioni e dei sensi di colpa indotti, avevano ragione i forti e torto i puri. Ecco con Frank no, per favore no! Non è ammissibile che succeda, con Frank l´inganno da parassiti dell´Outsider come si dice in gergo non funziona. La sua vita non ha molto da dire sulla sua musica, è solo una vita triste, tutto qui: da un esser-ci a un esser-si, una specie di deiezione permanente nella chiacchera e nell equivoco che non rende giustizia all´opera, o al fatto che non saprei davvero cosa scrivere su di lui, come persona non lo conoscevo e non lo conoscerò mai. La biografia adulta, da “Other side of this life”, a giochi fatti, quando tutto è già scritto non nel vento ma nella pietra, oscilla fra un matrimonio e una diagnosi errata di schizofrenia paranoide, fra la depressione e la perdita di un figlio, fino a uno stanco peregrinare per New York “cambiato“, “irriconoscibile“ “delirante“ come i testi incomprensibili delle canzoni nuove, alla ricerca di un Paul Simon che ha altri impegni. Un giorno mentre é seduto su una panchina, un proiettile vagante gli causa la perdita di un occhio. Da Frank a Frankenstein, come da foto di lui invecchiato, ingrassato con la chitarra che canta rocamente Tumble in the wind, forse da casa sua o da una clinica. Siamo alla stasi, a edizioni di materiali inediti modello “Fixin´to die”, dove lo vedi giovane, biondo e bello come in quel romanzo italiano di serie C che mi facevano leggere alle medie, a cui assocerei un documentario sul batterista di Frank Zappa girato in Baviera, la parola poesia maledetta, il buon cane di Cassola nel Superstite, e quell´unico accordo simile a un “Bad luck!”, che si dicono i tennisti quando la palla del match danza sul lato superiore della rete prima di cadere nel campo avverso. Devi amarlo. Devi amarlo per forza allora, ti sta ricattando con quello che è e diventa, è lui stesso che produce il risultato finale della lotta. Poi ci sarebbe anche un epilogo pacifico, e scritto proprio da Darwin, o dai forti e i feroci di tutte le epoche, un copione dei Simpson in versione malinconia occidentale, qualcosa che non é solo il prodotto di un carattere, è proprio una sceneggiatura. Cose che si distruggono in un lampo ascoltando la sua versione memorabile di “In The Pines”, bastano poche note e questa merda scompare. Jackson Frank si spegne a 56 anni, nel 1999, con l´unico album che porta il suo nome. La foto di copertina é terribile, ha una grafica oscena, la sola cosa che riesci a vedere di lui sono refusi e errori. Per esempio la “N“ di Jackson è totalmente indistinguibile dalla “K” di Frank, anche le lettere sono troppo grosse, i colori orribili sul bianco e nero del volto, danno un´idea di inesattezza, di non riuscito o come si dice oggi: di cattiva immagine e assenza di professionalità. Forse è per questo che nel disco ci sono le canzoni, e quando le ascolti sono bellissime. Intendiamoci: no opere d´arte nell´era della loro irriproducibilità estetica, o etica, con buona pace della parola tecnica, no, per favore no, non fatemi scrivere citazioni di copertine, fatemi dire solo: Canzoni. Qui ogni tentativo di ancorare la musica di Frank alla sceneggiatura della Lotta é destinato a fallire. Le canzoni non sono seriali, non appartengono agli anni ´60 del novecento e non sono nemmeno senza tempo, sono fuori dal tempo. È una cosa molto rara e bella essere fuori dal tempo, una cosa che derubrica Frank e il suo lavoro dalla moda e dalla morte, e che non ha nulla di consolatorio né per lui o per chiunque possa vederlo come un modello, o magari un presagio. Ecco la Lotta ha perso adesso, hanno perso i forti quanto più ascoltano le canzoni dell´album, o ne scrivono o ci fanno un film a basso costo. Ecco tutto questo diventa non solo, o almeno per me che ne sto scrivendo con sospetta empatia, una formidabile proiezione personale, è molto di più a dire il vero, è come un dono che non gratifica nessuno, che non ricerca conferme storiche. Per cui ascoltatelo senza commozione questo Jackson Frank, vedetevi il documentario, cercatevelo da soli il cofanetto uscito di recente con tutte le incisioni. E fatelo per favore, e se vi va di farlo, senza vederci l´Outsider perché l´Outsider non c´è, non è mai esistito. C´è solo quella tendina. La chitarra. La voce. I testi. La parola ispirazione. Brutto morire per forza puri. Brutto tornare a vivere dai genitori.

Commenti
5 Commenti a “1965. Una nota su Jackson Frank e la parola “Outsider””
  1. Ernest scrive:

    Sarebbe anche interessante leggere l’articolo per intero, ma la sintassi è talmente penosa che ho dovuto abbandonare la lettura.

  2. Marco Mantello scrive:

    “Dai Earnest, un bell´addio alle armi … ”

    “No, un addio alla sintassi…”

    Tag: Earnest. Flattering Words, Commenti, Giochi di parole, Serianni, Super io, lingua italiana

    (scherzo, davvero, ciao}

  3. The importance of being Earnest scrive:

    Consiglio : prova a leggerlo ad alta voce il pezzo, prima di pubblicarlo. Sono sicuro che possa venire molto meglio di cosi’..

  4. Marco Mantello scrive:

    Grazie Earnest. Sono incoraggiamenti che fanno bene alla mia età

  5. Oreki scrive:

    A me cmq sul menù a tendina a sinistra in Hub non compare WhatsApp, anche se funziona tutto dopo installaz di APK, ma le notifiche mi escono sotto la scritta Notifiche, e compare la scritta Whattsapp nella lista delle ultime notifiche. Mah non ho Whattsapp nella lista a tendina dell”hub..

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