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“1982 Janine”, la letteratura elettrica di Alasdair Gray

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Così in piena estate leggi un libro che ti lascia stupefatto. Non nel  senso (o non soltanto) per gli aggettivi che a volte usiamo nelle recensioni: meraviglioso, eccezionale, sorprendente, per non parlare di capolavoro (la più usata, la più temuta, la più sprecata).

Si tratta di 1982 Janine dello scrittore scozzese Alasdair Gray, pubblicato da Safarà (che continua a regalarci libri indimenticabili) e tradotto (magistralmente, immaginiamo le difficoltà) da Enrico Terrinoni, un romanzo che lascia senza fiato e che mina alcune certezze circa le possibilità che offre la scrittura e di conseguenza la lettura. Stando alla trama, lo scenario è semplice: un uomo, Jack McLeish, passa la notte in una dozzinale camera d’albergo, è alcolizzato, divorziato, di lavoro fa il supervisore alla sicurezza, è un professionista stimato, il romanzo dura tutta la notte, ma non esaurisce la sua geografia, né dentro la stanza, né con la parola fine, prosegue con intensità il suo lavoro nella testa di chi legge, un precipizio linguistico e concettuale interessante e travolgente; la trama, tra virgolette, semplice cui accennavamo prima, è completamente sovvertita, più volte, maciullata, fino a diventare irrilevante. Ciò che è rilevante è quello che avviene nella testa del protagonista e come Gray ce lo racconta.

È un romanzo sperimentale? Forse, ma non importa, ciò che conta è che si tratta di un romanzo pressoché perfetto. Così in piena estate, nella maniera che tenterò di spiegarvi, ho letto un libro che mi ha lasciato stupefatto.

Oggigiorno si dicono un sacco si scemenze sul concetto di “appagamento nel lavoro”, come se potessero essere in tanti a ottenerlo, questo appagamento. Le cose che rendono sopportabili gran parte degli impieghi (non appaganti – soltanto sopportabili) sono gli ingredienti extra, quelli inebrianti: la musica pop di un altoparlante, un assegno, la speranza di essere promossi, la speranza di una notte d’amore. Io mi rivolgo direttamente all’alcol, che ha iniziato di nuovo a funzionare.

Alasdair Gray è uno dei maggiori scrittori scozzesi, ma diciamo pure europei, eppure poco conosciuto in Italia, dobbiamo la fortuna di poterlo leggere proprio a Safarà, che prima ha pubblicato Lanark (considerato il capolavoro di Gray) tra il 2015 e il 2017 e, in questo 2020, appunto 1982 Janin. Uno scrittore geniale, coraggioso, creativo, un vero artista, capace di generare mondi in una pagina e sfasciarli. Uno scrittore che riesce a sondare fino in fondo la condizione umana, fino alle pieghe in cui non vorremmo scrutare per non riconoscerci. Per fare ciò Gray si affida alla visionarietà e alla forza del linguaggio, alla sua violenza, forza, alla rapidità, all’associazione di parole e immagini, alle interruzioni.

Le parole con Gray travolgono, poi si fanno intermittenti, poi corrono ancora più veloci; è come se le frasi fossero percorse da una costante carica elettrica. Chi tocca legge, chi legge tocca. La scossa è certa.

Quando si alzò, quel letto divenne il luogo più solitario del mondo. Non avevo realizzato quanto nutrimento avessi accumulato per il mero calore del suo corpo. Da allora sono diventato insonne.

Jack McLeish ha bisogno di un posto per la notte, non è una novità per lui, per il lavoro che fa gira parecchio, ha bisogno di bere, di immaginare, di pensare al futuro o di non pensarci affatto, se smettere di lavorare, se togliersi la vita. Entra in hotel e non sappiamo niente, Gray apre la porta della stanza e ci fa accedere al modo di ragionare complicato e, allo stesso tempo, lineare di McLesih. In unica sola nottata, Jack, nel tentativo di liberarsi di tutto, sprigiona le fantasie sessuali che lo hanno accompagnato per tutta la vita.

Il protagonista di Gray non è un pervertito, non è un maniaco sessuale, è un uomo complesso, di grande intelligenza, cattivo, se vogliamo, romantico, se ci piace pensarlo, uno come tanti, forse più onesto. Uno che non ha paura a mostrare ciò che è stato e ciò che è, quale strada ha fatto per arrivare in quell’hotel, nella notte che condivide con i lettori. È un conservatore figlio di un sindacalista, è una contraddizione vivente.

Sono un conservatore perché mi piacciono le luci della ribalta. Ma posso farne a meno. La morte non mi spaventerà.

Janine è il nome di una delle animatrici delle fantasie erotiche di Jack, ma il nostro protagonista non si limita, non può limitarsi solo a una persona, inventa delle vere e proprie sceneggiature, con tanto di flashback e contenuti extra. Inserisce più personaggi e varianti, si va dal sadomaso alla pura seduzione. Ogni tanto, come se avesse nella testa una videocassetta, schiaccia stop, torna indietro e ricomincia aggiungendo un dettaglio un particolare. McLeish vuole inabissarsi, raggiungere l’eccitazione totale e definitiva, magari morirci, e non vuole fallire, non vorrebbe distrarsi ma non può, c’è un altro abisso che viene a cercarlo, quello della memoria, della vita che ha vissuto, quello dei ragionamenti, dei sensi di colpa, degli addii, delle occasioni perdute, delle mancanze e dei rimorsi.

Ogni calcolo che abbia a che fare con il tempo descrive la morte termica dell’universo, uno stadio tra il big bang che ha creato il tutto e il porridge freddo a cui saremo ridotti alla fine.

Gray non lascia tranquillo il suo attore e gli intervalla la notte con l’irruzione dei ricordi, si va all’infanzia, all’adolescenza, agli della scuola, saltano fuori i primi traumi, gli amori, i tormenti. Jack appare come un uomo che si mantiene in equilibrio tra senso di colpa e l’essere se stesso, ci si è mantenuto per tutto l’arco dei cinquant’anni in cui ha vissuto. Ha saputo scegliere le donne con cui stare, come muoversi sul lavoro, quando dimenticarsi della famiglia e quando farci ritorno, ha diviso gli alcolici, preferendo quelli che non lo avrebbero fatto scoprire. Jack è solo, ci è arrivato per gradi, e in questa notte non può inabissarsi nel sesso mentale senza lasciarsi tirare per la giacchetta dall’altro abisso, il senso dell’uomo che è stato.

L’abilità di Gray sta nel creare un linguaggio della mente che ci presenta Jack in questa notte liberatoria e tormentata, alternando capitoli ordinari ad altri con punteggiature, ripetizioni di una singola parola, versi, citazioni dirette o indirette. Jack consente a Gray di parlare di letteratura, di politica, di sesso, di ambizioni, di guerra, di dopoguerra, di socialismo, di ricchezza e povertà, di separatismo, di affrontare le questioni politiche di petto, di mostrarci la Scozia sotto una luce che non conoscevamo; lo scrittore è in grado di alternare momenti drammatici a una profonda ironia. Quello che fa non è altro che grande letteratura, Jack McLeish è un personaggio degno dei grandi romanzieri russi, ed è indimenticabile.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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