ARTICOLO PAZ FOTO 7

1988-1990, Keith & Paz (2017-2018)

di Teresa Capello

Un parallelo – dal punto di vista, diciamo, di un fruitore attento – fra due importanti mostre Personali: Keith Haring a Milano, Palazzo Reale, nel 2017 – “About art” – e la recente “Andrea Pazienza. Trent’anni senza”, attualmente in corso al MACRO di Roma fino a metà luglio – pare necessario.

Tra i due artisti appaiono evidenti punti nodali di risonanza che si possono porre in evidenza.
Intanto, un aspetto cruciale: il loro essere artisti a tutto tondo. Il loro genio artistico va a coincidere, infatti, nella emblematica parabola delle loro brevi vite, con il loro gesto artistico. Un gesto sicuramente non convenzionale, con una direzione intensamente innovativa, che raggiunge il suo culmine di perfezione artistica nella misura di un apparente disequilibrio.

Il loro disequilibrio, però, non è mai un eccesso, bensì una sperimentazione: in quanto tale, avrà il destino di essere riconosciuta dopo che le loro ali – ora riconoscibili – di angeli, non caduti, ma che volavano troppo in alto – erano state, concretamente, ali di albatros.

Non si può che usare, senza dubbio, la misura sublime dell’arte per entrambi: che si tratti di un murale – ovvero un graffito – oppure di un fumetto.

Si può parlare di arte comprendendo senza remore anche il fumetto, poiché il tempo storico porta a farlo proprio ora, quando – archiviando e leggendo storiograficamente anche tutto il Novecento artistico – risulterà improrogabile prendere coscienza – ponderatamente e gradualmente – della grandezza di un’arte – l’arte del baloon – che alcune categorie estetiche – come Pop o Postmoderno – non possono più contenere senza privarla della sua reale profondità.

ARTICOLO PAZ FOTO 3

ARTICOLO PAZ FOTO 4
La critica d’arte e la cultura umanistica, in divenire, potranno dare, approfondendo, una ragione teorica – fondata – ad un altro aspetto che, con evidente assonanza, accomunò Haring ad Andrea Pazienza: il fatto che piacevano. Piacevano ed avevano un seguito. Le loro espressioni artistiche, segnate dalla spontaneità apparente e dall’immediatezza – sicuramente legate all’immane sforzo di segnare strade nuove – suscitarono passione fra le persone, le persone dalle quali le opere stesse prendevano vita. Che fosse un nugolo di persone radunato intorno ad un giovane con delle bombolette spray, in metropolitana – prima che venisse portato via a forza dalla polizia – o che fossero i lettori stupefatti – coetanei dell’artista, magari – di Linus, Frigidaire, Freezer… per molti, insomma, quei tratti delle loro mani-ali, sospese tra il passato ed il futuro, rappresentò un identificarsi immediato, un’empatia intensa. Quella di una generazione. Va detto che esiste uno strano pre-giudizio che spesso impedisce a forme artistiche nuove – di varia natura – di manifestarsi nella loro pienezza, oppure, questo giudizio forzato e aprioristico, è restio a conferire statuto artistico alle espressioni che vengono immediatamente riconosciute, e subito amate, da chi le fruisce con immediatezza. Come se l’anima del Pop non avesse lasciato traccia intellettuale, come se l’arte del tardo Novecento e nuovo millennio – per essere tale – dovesse aver avuto, ed avere, una fruizione primariamente elitaria o, almeno, mantenerne la parvenza.

ARTICOLO PAZ FOTO 5

E, sempre per sommi capi, ciò che spinge i due giovani artisti, in anni vicini, a produrre la loro arte – strutturalmente narrativa e quindi veloce – come il tratto della mano – si potrebbe definire una vera e propria pulsione. La tensione espressiva, in realtà una lava violenta e quasi compulsiva, fuoriesce con un contenimento formale, dato anche dalla misura seriale. Contenuto nelle piccole icone ripetitive oppure nei riquadri di una pagina – pensiamo ai fogli a quadretti che Paz utilizzò per disegnarvi “Pompeo”, tra le sue ultime opere – il magma fuoriesce, nel bianconero o nel colore, come linea che contiene nel suo confine l’anelito intenso di infinito.

La loro arte dunque, che nasce fra la gente, che è vicina alla gente, che vuole e chiama gente intorno per esistere, pur essendo senza alcun dubbio un gesto intellettuale, è fisicamente vicina alla gente, che passa per la strada, oppure aspetta la metro, oppure acquista, all’edicola della piazza, il tuo fumetto, lo legge e poi lo getta. Quest’arte scavalca – decisamente e con un taglio netto – il Pop, perché è uno sguardo nuovo. Nuovo: oltre la scelta formale – poiché non appartiene a quella scuola, pur derivandone – ma, dalla prospettiva a trecentosessanta gradi sul presente, porta la creatività a fluire cristallina, senza imitatio, quasi, senza nessuna retorica, dunque: cosa quasi impossibile ai più – ad un volo, che decisamente va in alto.

È certamente assai emblematico che Pazienza, osservando la metamorfosi rapida del suo tempo, in una storia dura come Lupi, augurasse, alla piccola bimba che stava per nascere, figlia dell’amico Vincenzo Mollica, tutto il bene possibile disegnandola, qualche mese prima che nascesse, bianca e pura sulle ali di una grande aquila che sorvola un paesaggio cupo e buio, come la storia narrata.

ARTICOLO PAZ FOTO 6

Ed è pure emblematico che il flusso creativo di Haring si concluda – o forse, potremo dire, purtoppo – parta, dal punto di vista di un riconoscimento critico pieno, per quel viaggio di eternità che le comunità sociali tributano a coloro i quali le sanno rappresentare – dall’Italia. Condividendo il destino dei genî che tendono a rompere con la tradizione, o piuttosto di iniziare una tradizione: quello di esser pienamente compresi – per ostracismo – solamente post mortem.

ARTICOLO PAZ FOTO 7

Foto di Carlo Tardani

Andrea Pazienza muore nel 1988, per una folle overdose implicitamente – solo implicitamente – suicida: non può che essere così, a pensarci bene, poiché Paz – quasi uscito dal suo incubo di dipendenza – quasi vi ci si tuffa perdutamente, all’improvviso, quando chi gli era vicino non se lo sarebbe mai aspettato; recentemente, la madre – nel commovente discorso di commemorazione del trentennale dalla perdita del figlio, il 16 giugno scorso – davanti alle sue opere esposte intorno ai presenti, con delicatezza ed amore, ha rivelato che Andrea, dodicenne, aveva disegnato il proprio funerale, nello sconcerto dei genitori, come per un presentimento del proprio destino: come un vedere, in lontananza, in un sogno conscio ma inconscio, i passi che percorrerai.

Come se le sue ali dovessero portarlo esattamente in quel punto, come una visione di futuro, quasi come un gesto di amour fou decisamente passionale. Ed infatti è ancora la madre a sottolineare come lo senta ancora presente, vivo nelle sue opere. E così è certamente. Mentre Haring, già malato di Aids, un anno dopo la morte di Andrea – nel 1989 giunge in Italia, a Pisa, con uno studente pisano conosciuto a New York: ed è così che letteralmente si innamora della città e – sul lato bi di una Chiesa – concepisce un’opera che, ben a ragione, si può definire civile. Alla realizzazione di “Tuttomondo”, infatti – dal titolo premonitore della propria morte e molto probabilmente del senso profondo dell’esistenza – mettono mano i cittadini pisani, mobilitatisi con entusiasmo, tanto che il murale attualmente rappresenta un forte segno di identificazione, a pieno titolo insieme all’arte antica.

L’arte di strada di Keith Haring, dunque, corrisponde, anche in questo aspetto, all’esplosione creativa, incontenibile, che si era avviata, parallelamente, nel fertile contesto creativo bolognese in cui fiorì il genio di Paz. Nella sua opera-testamento, Haring pose infatti una figura piatta, gialla – proprio come un personaggio di fumetto – raffigurata nel gesto di uscire di scena, di uscire dalla scena, come sentiva, certamente, avvicinarsi il compimento del proprio destino: tuttavia, chiaramente, oltre a sé stesso, l’artista sapeva che ciascun passante sarebbe stato, a sua volta, rappresentato in quella figura, mentre, dopo aver osservato la sua opera, se ne sarebbe andato per la sua strada. È qualcosa di vertiginosamente metareferenziale, poiché è la sua vita che continua, nella nostra. E lui lo sapeva, dipingendo insieme ai volontari che si avvicendarono sui ponteggi: è quasi un rituale, andando a Pisa, fotografarsi vicino a quel passante: era quello che l’artista stava narrando: la propria storia. L’arte di Haring è un’arte in movimento. Nella produzione di Andrea Pazienza, il movimento narrativo è elemento costitutivo, così come tradizionalmente accade, nel fumetto: lo spazio bianco, tra i riquadri, è lasciato all’intervento del lettore, ma pure sottolinea – ed umilmente, rappresenta – la sua presenza, poiché – leggendo – sarà il lettore a dar vita all’opera d’arte. La serialità delle narrazioni, in Pazienza, porterà poi la fusione tra parola e disegno ad un punto assolutamente eccezionale: le due dimensioni narrative si compenetrano, in una forma compiuta, con un’immediatezza che assorbe lo sguardo, quasi rapito a cogliere quella stessa velocità del gesto – conquistata con una fatica da rigorosissima autodisciplina – dove l’eccesso prolifico del disegno viene, a tratti, contenuto nella misura, trattenuta ed ellittica, della parola che non dice, mentre il disegno urla – o viceversa.

ARTICOLO PAZ FOTO 8

Concludendo questo parallelo – dove le stesse immagini, di per sé, sono eloquenti – è necessario sottolineare che i due artisti appartengono ad una stessa generazione, con uno spazio temporale di due anni di scarto: Pazienza nasce nel 1956 e morirà nel 1988 – Haring nasce nel 1958 e muore nel 1990. Entrambi muoiono per una questione, a volerlo dire, legata alla metamorfica – per nulla indolore – trasformazione dei costumi e dei consumi della seconda metà del secolo: nell’arte, potrebbero far parte di un ipotetico “Club dei trentadue” – non ancora compiuti, da Haring – tragicamente affine a quello “dei ventisette”, alludendo a una serie di morti premature, come è realmente accaduto ai grandi della musica, tra cui Jimi Hendrix e, tra gli ultimi, Amy Winehouse.

Quindi, riassumendo: aprite youtube, mettete su “Heroes” di David Bowie ( 1977 ), con un discreto volume di ascolto. Come sto facendo io:

Potete ora portare a termine la lettura, con questa musica in sottofondo.

Andrea Pazienza (1956-1988) e Keith Haring (1958-1990).

Siamo alla fine di un Millennio. Pensate, infine, ai due grandissimi che se ne vanno, con la leggerezza della loro mirabile disperazione, addomesticata e seriale, ma mai e mai sopita. Forse Pazienza avrebbe usato, sorridendo, il termine “portale”, anziché la parola “porta” per indicare questo passaggio… ma entrambi questi artisti hanno oltrepassato, in quei due fondamentali anni, il muro oltre al quale, un po’ prima dei soliti tempi biblici, si diventa “icone”. La morte, sì, insomma, quello scomodo pedaggio che può consegnare all’eternità, perché solo la memoria, probabilmente, può restituire al tempo la sua vera densità.

E, in questi due anni – 2017 e 2018 – se all’emozione della mostra antologica di Haring a Palazzo Reale di Milano, curata da Gianni Mercurio – con la collaborazione della Keith Haring Foundation – risponde – più che idealmente, concretamente, pare – l’ulteriore grandissima intensità di questa grande Mostra romana, che resterà aperta fino al 15 luglio in un ex Mattatoio, pensata e voluta da ARF! Festival con Comicon, con i commenti efficaci quanto ispirati di Adriano Ercolani… se c’è rispondenza tra le due, si sente il bisogno – questo è il termine – di un doveroso inventario, considerato che solo da poco “PAZ” è stato tradotto per gli U.S.A.. Secondo le parole di Marina Comandini, la compagna d’arte e d’amore dei suoi ultimi anni, Andrea Pazienza “è stato un precursore”. Sarà, forse, il destino dei grandi.

 

Aggiungi un commento