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Il Concorso del Racconto Più Brutto

Ogni anno a Roma, in un locale che si chiama Hola Hoop, si svolge una delle manifestazioni letterarie più incredibili che avvengono in Italia. È il Concorso per il Racconto più Brutto. Se l’è inventato Carolina Cutolo, e chiunque vi abbia partecipato come concorrente o come spettatore (e dunque giuria popolare) non ve ne potrà dire altro che mirabilia. Le motivazioni che hanno portato Carolina Cutolo a concepire il CPIPRB le potete trovare qui. Ma è interessante come il CPIPRB, di anno in anno (siamo al quarto), abbia trovato una sua formula magica.

I racconti che partecipano vengono premiati a seconda del loro grado di “bruttezza vanagloriosa”. Non viene quindi apprezzata una bruttezza understated, o una bruttezza artefatta, ma vengono esaltati i sinceri tentativi artistici che si rivelano clamorosi fallimenti estetici. Più è alta la caduta, maggiore sarà la gloria.

Per la prima volta di questa serata abbiamo una testimonianza completa. Ossia i video della lettura dei racconti con relativi commenti della giuria tecnica. Dobbiamo ringraziare un paio di ragazzi che hanno realizzato tutto questo: la minitroupe di The Conference. Il concorso è un vero concorso, non ha veramente nulla da invidiare a Masterpiece e a dirla tutta nemmeno a Sanremo. Perché sì, ci sono tre premi, quello della giuria, quello del voto da casa (la serata è trasmessa in streaming) e quello – il più importante, il più prestigioso – del pubblico presente. Si vincono dei libri, che – insieme ai rimborsi per i viaggi di alcuni dei concorrenti e dei giurati – sono offerti da vari sponsor. Comunque è tutto spiegato in questi video seguenti. Quest’anno sono stato chiamato a far parte della giuria insieme al notevolissimo Claudio Morici e all’inarrivabile Sardone: sono sincero, poche cose quest’anno mi hanno reso così felice.

Insieme ai video, vi ho messo anche i testi dei racconti. Dall’ultimo classificato fino al vincitore. L’anno prossimo non potete mancare.

7° classificato. “La versione di Nutria” di Roberta Moretti

Quella sera, rientrando a casa, mi imbattei come al solito in Nanà, detta Nutria, lavata di fresco, il pelo candido e vaporoso portato regalmente. Le feci qualche carezza e entrai in casa, dove non feci in tempo a posare la borsa che già mi si urlavano cose tipo “aprimi il cancello, che devo portare la carriola fuori”. Prima che mi si chiedesse altro, aprii il cancello e subito dopo sentii mio padre lanciare bestemmie contro ignoti. Corsi in giardino e lì la tragedia. Nanà era presa, usurpata, defraudata. Una massa marrone la umiliava con il suo peso e i suoi gesti osceni. Gli occhi di lei imploravano aiuto e io feci per scacciare l’invasore ma lui, un cane muscoloso con l’arroganza di un giovane Claudio Amendola, si diede alla fuga trascinando con sé la vittima. Li rincorsi e bloccai Nanà per le zampe anteriori. Rimanemmo immobili, loro attaccati per i genitali e io accovacciata, finché l’ego di lui non si sgonfiò e poté andare via, lasciando dietro di sé le macerie di una virtù distrutta. Raccolsi Nanà e la riportai a casa, mentre lei mi riversava addosso pipì mista ai resti della sua innocenza. Durante la cena ero turbata. Non potevo dimenticare la scena, lo sguardo implorante. Ed ero infastidita dai miei, che cenavano sereni. Mia sorella dovette leggermi nel pensiero perché mi esortò a sterilizzare subito la cagnetta. “Come, dopo quello che ha subito!” I miei si scambiarono un’occhiata criptica e allusero al fatto che Nanà fosse stata consenziente. “Era in calore” fece mia sorella “Non la vedevi sempre davanti al cancello mentre i cani del quartiere guaivano arrapati? Mi ricorda Monica, quella che quando intercetta un uomo tira le tette in fuori e smania con le ciglia per attirarne l’attenzione. Salvo poi lamentarsi che i maschi con lei si prendono certe libertà”. Quel discorso mi ferì: uno stupro era un atto violento, ingiustificato, e io avrei tutelato Nanà a ogni costo. Spiegai la situazione al veterinario, che si limitò a darmi spiegazioni tecniche che suggerivano un rapporto consenziente. Andai allora al WWF, dove un grassone dalle mani unte di salsa barbecue sbottò in una risata “Ma come fai a dì che si trattasse de no stupro? Come che è na cosa così e no che se sieno accoppiati?” Scappai via, quel balordo aveva ferito la mia sensibilità almeno quanto l’italiano. Scrissi persino all’onorevole Brambilla, il cui amore per gli animali le fa perdonare persino quella colata rosso battona sulla testa. Ma nulla. Cercai allora gli sconsiderati padroni di quell’Amendola canino. La loro era una costruzione verde ornata da minacciosi nani da giardino. Mi aprì una tipa corpulenta. Con calma snocciolai il mio credo sul valore che l’assumersi le proprie responsabilità possiede oggigiorno. Lei mi ascoltò senza palesare emozioni. Fu da un gesto che percepii del disappunto: mi sbattè la porta in faccia. La notte, nel letto, ero angosciata. Mi alzai e andai in cucina, dove Nanà dormiva accoccolata su una poltrona. Le sedetti accanto, la accarezzai e mi sciolsi in singhiozzi “Non sono stata capace di proteggerti. Potrai mai perdonarmi?” A quel punto accadde qualcosa di stupefacente: lei si tirò su e, poggiata una zampa sul mio braccio, parlò “prima di essere accolta in questa casa, ho vissuto momenti brutti: sono stata abbandonata, ho patito la fame e il freddo, mi hanno persino picchiata. Ma questo è niente, paragonato a quello che devi aver passato tu”. Fu allora che realizzai: a 34 anni vivevo ancora con i miei, senza lavoro o fidanzato. Ed ero lì, alle tre di mattina, a parlare di stupro con un cane. Capii che mi serviva un professionista, uno bravo. Gli avrei raccontato tutto, le mie frustrazioni, il perenne senso di inadeguatezza. Avrei taciuto solo un particolare: che a suggerirmi di andare da lui era stato un cane.

6° Classificato “Io, l’eremo e suor Marta” di Carlo Antonicelli

[Il video di questo racconto purtroppo non è ancora disponibile per un problema di audio]

Avevo sedici anni allora. Sin dal concepimento ero stato causa di dolore e fatica, per me e per gli altri. Non l’avevo poi deciso io di venire a questo mondo. E avevo visto bene.
Durante l’adolescenza passai per vari collegi, pieni di preti dalle buone intenzioni. Inutile dire che scappai ogni volta che ve ne fosse la possibilità. Quando sputai in faccia al Padre Superiore mi spedirono in un eremo dove si curavano preti stravecchi in fase terminale. E fu lì che La incontrai. Quando la vidi, l’ultima cosa che mi venne in mente fu pensare che fosse una suora. E invece cazzo se lo era! Non portava il velo e non so perché. Aveva capelli castano chiaro finissimi, tagliati corti (ancora ricordo lo sfregare delle mie dita attraverso quei diafani fili di seta). Occhi grigi, due bulbi nerissimi. Alta e longilinea. Pelle bianca. Suor Marta mi aveva preso il sonno. Desideravo mettere il mio cuore malato nelle sue mani taumaturgiche! La mia fantasia cavalcava indomita su per i fili dei suoi collant, sin dove questi finivano e la morbidezza delle sue cosce mi aspettava per cogliere il frutto della passione.
Nell’eremo ci dormivano solo i frati. E io con loro. Le suore arrivavano all’alba. Zelanti svolgevano le loro mansioni: pulire e disinfettare, spazzare e frizionare quei corpi consumati dal tempo. Alle sei di sera lasciavano l’eremo e tornavano nel loro convento. Potevo vederla solo da lontano: quando entrava e usciva dalle stanze dei malati. Sembrava non ci fosse nessuna possibilità che ci potessimo incontrare. Passò molto tempo prima che il destino (o Il Signore stesso, chi lo sa?) ci facesse incontrare. Accadeva che dopo pranzo ci fosse sempre un’ora di ricreazione per tutti. L’aria frizzante rendeva tutti più allegri: uomini e donne fraternizzavano amichevolmente. Anch’io mi univo alla ciurma: pensavo a quale scusa potevo inventarmi per parlarle, ma lei non mi degnava di uno sguardo.
Un giorno in cui l’autunno si affacciava alle porte, accadde l’impossibile. Si appropinquava un grosso temporale. Tutti correvano e si dimenavano, un po’ spaventati e un po’ eccitati dalla manifestazione di potenza della natura. Quando gli ultimi rimasti, in fila indiana, si stavano avvicinando alla porta per rientrare, qualcuno si nascose dietro il muro del convento per non farsi vedere da chi stava sul ciglio d’ingresso. Non mi sfuggì di chi fossero quei capelli che vedevo dall’alto. Uscì sparato fuori dalla cella, e mi buttai giù per le scale che portavano all’esterno. L’aprii e la vidi da lontano. Scappava, sotto la pioggia. Non esitai un momento e le corsi dietro. Fuggiva con tutto il fiato che aveva in corpo nel bosco. Inciampò e cadde e dopo un po’ la raggiunsi. Le sorrisi e invece di tirarla a me e fermarla, continuai a correrle accanto, tenendole la mano. Così, mano nella mano, continuammo a sfrecciare tra gli alberi. Per un momento desiderai solo continuare a correre, insieme a lei. Che importava la nostra destinazione? La foresta ci avrebbe protetto, sarebbe stata la nostra casa e il nostro rifugio dal mondo. Eravamo zuppi d’acqua, o di sudore, non so dirlo. Quando le risate si esaurirono, ci fermammo, fissandoci. I capelli fradici le si erano appiccicati sulla fronte. Faceva lunghi respiri per recuperare fiato e la camicetta bagnata lasciava intuire la rotondità del suo seno. Ci ritrovammo vicini e il suo volto mi parve aver smarrito l’inquietudine e il senso di colpa. Scostai i capelli bagnati dalla sua fronte. Era più bella che mai.

5° Classificato “Mente solitaria” di Fabio Carroccia

Avrai trovato questa lettera.
Maschio o Femmina che tu sia, ciò non cambierà che quando leggerai non ci sarà più nulla da fare per nessuno ormai.
Siamo tutti fregati. Non so se mi crederai, ma prima dell’ineluttabile voglio spiegarti un paio di cose su di me, e su di te magari.
Se sei F, voglio dirti frena, tira un sospiro e aspetta, la smania di correre ti ha portato troppo avanti, in un luogo che ora ti sembra ottimale per le tue caratteristiche, ma ti garantisco che fra poco non sarà più così. Hai voluto, ed hai dovuto recuperare il terreno perso, ma ora accontentati di ciò che hai, bramare non ha premiato mai nessuno.
Se invece sei M, voglio dirti corri, non vedi che stai arrancando, non vedi che non puoi più andare avanti in queste condizioni. Corri, raggiungi lei, e poi avanzate insieme. Insieme si costruisce, soli si può solo distruggere.
La colpa è dell’alienazione dovuta alla velocità della comunicazione globale, e alla nostra società meschina. Un’alienazione che ti garantisco, fra forse 50 anni, si studierà nei banchi di scuola.
Pensaci bene, quante volte prima di dormire avrai pensato “io forse mi salvo”, “io forse riuscirò a far qualcosa di buono nella mia vita”. Perché nella società moderna se ti realizzi vuol dire che sei un salvato, perché al giorno d’oggi ti devi salvare, e non tutti ne hanno la forza.
Io sognavo, volevo fare lo scrittore, poi ho cambiato idea.
Ho visto attorno a me milioni di persone con il mio stesso sogno, ed ho pensato che il mio era soltanto un sogno fin troppo usato.
Ho proiettato la mia immagine nel futuro, e mi sono chiesto, qualora non riuscissi a realizzare il mio sogno di scrivere, che farò?
Mi alzerò tutte le mattine per andare a fare un lavoro che mi fa schifo, che mi corrode giorno dopo giorno, un lavoro che non mi gratificherà mai?
Penserai che io sia un pessimista. Può darsi.
Riflettici un secondo però, fingiamo che io abbia ragione, e che le mie parole siano verità. Come la mettiamo?
Io non so rispondere alle mie domande, sono uno stupido, ho chiuso a chiave il cassetto perché sono stufo di nutrirmi di speranze.
Oggi ho visto una vecchietta attraversare la strada, ed ho pensato. Cosa significa essere anziani?
Quando il tuo fisico non risponde più come un tempo ed anche le cose più banali ti costano fatica. Giustificheresti la morte?
Meglio non saperlo, io ho la mia scelta, stupida certo, ma mia.
Ti prego di non seguire il mio esempio,vivi la tua vita a 360 gradi, forse tu sarai più fortunato/a di me e avrai tutto quello che desideri, spero solo di averti almeno fatto riflettere un po’.
A differenza mia, tu, combatti!
Nella vita sii te stesso, preoccupati sempre di essere qualcosa e non leccare mai il culo a nessuno.
E poi non aver paura di innamorarti, l’amore è una delle cose per la quali vale la pena di vivere.
Addio.

La penna sul fianco del foglio, i Pink Floyd nelle casse.
Fuori c’è il sole e la primavera.
La mano si avvicina alla pistola. Trova la tempia..
Colpo secco, sbuffo di fumo, puzzo di cordite, tintinnio metallico del proiettile espulso, una pioggerella calda e rossa, buio.

La lettera venne pubblicata su tutti i giornali, con il classico stupore dell’opinione pubblica.
Dopo un po’ non fece più notizia e finì nel dimenticatoio, come l’uscita di un nuovo telefonino.

4° Classificato. “Nostos mancato” di Andrea Tupac Mollica

“Andiamo incontro alla morte”. Poi non disse altro. E il sole giallo itterico affogava
nell’oceano di piombo fuso e spumeggiante, le nubi nel cielo oscuro che si accavallavano
spandendo cupi brontolii nell’aria. La spiaggia, livida, e lui, in ginocchio.
Gli occhi erano arpionati dagli ultimi bagliori di quel sole che stava spirando;
i quell’aria una grave oppressione gli velò l’anima.
“Val bene la pena di arrendersi ad un nemico si forte” Disse, e le lacrime, grigie
anch’esse gli squarciavano il viso, come schegge di vetro tagliente e infido. Pianse
per se, destinato ad un ritorno senza meta, pianse per coloro che erano vivi, allorché
non erano già morti, pianse per il dolore che avrebbe sofferto e, che aveva
sofferto già, per quello che mai soffrì. Le tenebre avanzavano con pigrizia, vaghi
arbusti a ovest straziati nelle foglie spinose dal sale, testardi protendevano le loro
braccia in alto, rivendicando la vita per loro. Finché luci le loro rare stelle, fioche
luci, come una lama d’acciaio che bagliugina, poco prima del colpo di grazia, davanti
al perdente ebbro del suo sangue e stanco. Qualche impavido flutto gemendo
aggrediva gli scogli frastagliati, che come una fila di orribili zanne si protendevano
nel mare.
Ma il vento dell’ovest sovrastava ogni rumore: signore dell’abominio della desolazione
recava i canti di morte di schiere di morti, il cozzare di lame e di legni, delle
canzoni di guerra, e poi nulla. Il fardello del sonno tiranneggiò d’un tratto i suoi
muscoli, appestando le ossa gelate dal vento e dal mare.
“Dolce spirare ancor prima di partire. Ma non una stilla di sangue, non una lacrima
mi sarà concesso di risparmiare. Cercherò di serbare: erede di nessuno, non
lascio eredi”
Poi cadde, come svenuto.

3° Classificato. “Amore nel metrò” di Davide Schito

Non dimenticherò mai quel breve eterno istante in cui i miei occhi si persero nelle sue iridi sfavillanti. Come ogni mattina ero uscito presto di casa per recarmi al lavoro con i mezzi pubblici, nonostante il mio odio dichiarato per i mezzi pubblici in particolar modo la metropolitana. Migliaia di persone strette nella morsa di un tubo senza aria, nessuno che si parla, tutti con l’iPod nelle orecchie a volume altissimo, nonostante Milano sia una città con tantissimi abitanti e bellezza ma col vizio che allontana gli individui, distratti dall’eccesso, dall’ostentazione, dai vizi.
Ho sempre avuto l’abitudine di scrutare il più singolo movimento ed espressioni della gente, domandandomi cosa pensino tutto il tempo, e in fondo al cuore sono convinto che anche molti di essi quando guardano il sottoscritto sono portati a pensare le stesse cose.
Ero intento a portare a termine quest’attività quando la intravidi al centro delle porte della metropolitana. Fu allora che i nostri sguardi toccarono vicendevolmente le nostre anime e ci legarono l’uno all’altra in maniera indissolubile. Eppure non avevo mai visto quell’angelo del cielo e non ero il tipo di ragazzo che si lascia andare così negli innamoramenti subitanei e incontrollati. Era successo quello che avevo sempre sognato e immaginato, nei pomeriggi che passavo annoiati e pensierosi, nel buio fra le quattro mura della mia stanza. Incontrare la ragazza dei miei sogni, il quale era sempre stato solo un’impresa impossibile, un miraggio nel deserto delle mie emozioni. Esse, fino alla vista di quella bellezza extraterrestre, erano sempre state un rebus persino per me, il loro possessore.
Ora avevo un nome per quella sensazione di gioia incommensurabile: amore. Era la prima volta che lo provavo. Così, quando la vidi scendere, anche se non era ancora la mia fermata non ci pensai neanche per un singolo secondo e mi fiondai attraverso la porta che si stava inesorabilmente per chiudere.
Lei, l’angelo che mi aveva rapito per sempre il cuore, non si era accorta di niente, non immaginava che dietro di qualche metro il suo principe azzurro, io, la stavo seguendo. Avevo assolutamente bisogno di un motivo per fermarla e conoscerla, ma la mia mente ottenebrata dall’amore non riusciva a concepire un’altra azione che non fosse camminare dietro a lei stando attento a non farmi scoprire.
Poi successe un avvenimento che doveva per forza essere opera di qualche potenza soprannaturale. Dalla tasca posteriore del suo cappotto cadde un pezzo di carta, non riuscivo a vederlo bene ma in fondo al mio cuore ne ero certo, era il suo biglietto, senza il quale non sarebbe riuscita ad uscire dai tornelli.
Avanzai verso avanti a lunghissime falcate e riuscii ad abbrancarlo con le dita della mano destra prima che fosse troppo tardi.
La chiamai e lei si girò verso di me.
“Ehi il biglietto!” le dissi. Lei sorrise e fu come se un’orchestra della Scala cominciasse all’unisono il suo concerto più importante.
“Grazie!” mi disse, al che io le risposi: “Ti va un caffè?”
Ma il suo sorriso, lì, svanì come nebbia e mi rispose: “Mi spiace sono in gravissimo ritardo” e se ne andò, svanendo nei tortuosi meandri della fermata del metro’.
Ecco, questa è la storia del mio vero innamoramento per un’angelo donna, il primo, che nonostante non si sia poi concluso in modo lieto mi ha dato la spinta decisiva per cercare la ragazza dei miei sogni, che sono sicuro è in qualche anfratto del mondo che mi aspetta.

2° Classificato. “Annegare” di Angela Galvan

È quasi sera e il sole sfiora il confine tra mare e cielo, così confuso… indora la spiaggia e mi chiedo quanto distante sia quel punto. Voglio raggiungerlo. “attente alle mie scarpe”, grido alle mie amiche che con un gelato godono dell’ultimo chiarore prima che la brezza si porti via anche la voglia di osservare quel miracolo. Avevamo passato un intero pomeriggio tra tuffi asciugandoci al sole;, era stato divertente, ma, ma c’è sempre un ma; un particolare inadatto talmente piccolo da non poter essere superfluo. M’attira verso l’ignoto calmo, il mare, dotato di una forza misteriosa; sono sicura, tra poco le onde si faranno voraci e ingoieranno il mondo.
M’avvio, m’addentro, vestita. Gli abiti mi si attillano, poi si gonfiano. Passo minuti soavi nell’acqua fredda che carezza i miei piedi, passo dopo passo: sto bene. Mi avvolgo di quei brividi come fossero una coperta, le onde, e non nuoto; cammino, ancora un po’. Poi non tocco più ed è come volare, prendo una boccata d’aria e guardo il sole rosso, il mare dello stesso color sangiue, il cielo che si riflette in esso. Venere compare, io m’immergo. Inganno gli uccelli che volano sopra la mia testa, essi credono io stia danzando. Invece anelo. Una flebile figura solitaria che ascolta il frastuono del silenzio… Tengo gli occhi aperti e vedo i miei lunghi capelli disperdersi intorno. Intorno, oltre i miei capelli: acqua. Quanto tempo posso stare senza respirare? Anelo ancora nel tentativo di restare in superficie ma scopro di essere troppo in basso, e forse, va bene lo stesso. Non tocco il respiro, ingoio sale e lacerazioni, ma nonostante sprofondo sinuosa, nel profondo… l’acqua è nera e bella, dimentico pene e peccati in un cupo sorriso che sfiora l’eterno. L’acqua che mi chiamava non mi restituirà, la corrente mi trasporta al largo e non posso resistere.Percepisco quasi l’oblio ritrovando pace di paradisi lontani.

1° Classificato e vincitore del Racconto Più Brutto 2014. “L’uccello del malaugurio” di Giuliana Mazzei

Chi sei?
Come non lo hai ancora capito? Sono il tuo uccello del malaugurio. Le nostre strade si intrecciano sempre. Chi ti manda? Forse quell’affascinante diavoletto che viene a trovarti nei tuoi sogni ricorrenti.
Lacrime che sgorgano, nere impresse lì, su quel quadro buttato là e forse obliato. Fogli svolazzano nell’aria, impregnata di odore acre di fumo e alcool.
Forse troppa solitudine? Vivere senza chiedersi in continuazione il perché.Voragine, vuoto incolmabile. La vita per Camilla è poesia. Quanti deliziosi turbamenti nella sua mente maldestra e disordinata. Foglietti sparsi in giro.
Camilla sognare si è bello, ma a volte la realtà ti schiaccia.
Reagire alla monotonia!
Imperativo solenne che echeggia. Veramente fai parte della terza specie? Ma che animale sei? Forse un bel gattino, che solo con una carezza comincia a fare le fusa. Come sei incredibile e bizzarra!
Chi ti ha mandato qui?
Il nulla impetuoso uccide il mondo. Soccombi. Poi però per qualche strana forza di gravità ti rialzi sempre. Ma a cosa aspiri davvero alla luce o alle tenebre?
Io ti vedo così: raggiante e cupa allo stesso tempo. La tua ancora di salvezza i sogni che custodisci lì, in quella soffitta segreta, angolo nascosto della tua mente.
Pensi e ripensi ai torti subiti. Poi ti lamenti per giunta del tuo ultimo corteggiatore. Vabbé aveva l’alito cattivo ma poverino che colpa ne aveva?
Dici di te stessa cose assurde: Addirittura che sei romantica!Calpesti i fiori e te ne freghi della raccolta differenziata! Non hai scuse. Morirai sola.
E vuoi pure essere cremata per non lasciare tracce di te sulla terra, però scrivi e dipingi, chissà per chi, se non per i posteri! Il tuo talento é nascosto, quasi invisibile; o incomprensibile?Sei così. Mutevole. Lunatica. Impavida.
Adesso si fa sul serio però devi concludere qualcosa. Devi arrivare a un traguardo, uno qualsiasi.
Che farai? Pensa positivo. Tutto passa Camilla. Anche il dolore? Certo! O lo vuoi custodire gelosamente come se fosse il tuo “salvatore”? Beh soffrire è stare strettamente agganciati alla realtà.
Ti innamori troppo. O tutto o niente, non è tutto bianco o nero Camilla. La vita è anche fatta di sfumature. Quelle che lasci là impresse nei tuoi quadri? No, non quelle e lo sai. Quelle dell’anima e della psiche.
La vita è lunga e emozionante, lo sai? Tanti dicono che è un “mozzico”, ma per noi no, vero Camilla? A volte guardi fuori, sposti la traiettoria dell’osservazione e scopri di non essere tanto sola.
Hai mille interesssi che parcheggi lì. Artista? Ma de ché. Incompresa sempre, da una vita.
Aspiri all’emancipazione e ti ritrovi in camera a leggere libri tipo: “Su con la vita Charlie Brown.” Bizzarrie…….Follia. Quando ti innamori impazzisci.
Sei proprio un personaggio. E canticchi in continuazione per farti compagnia. E il rapporto con Luca? Ingarbugliato sempre.Ma dove vuoi andare a finire?
Nel letto di chi? Di nessuno. Ho chiuso con l’altro sesso. Ma ne siamo proprio sicuri, Camilla? Adesso rilassati e pensa. E’ questa la vita che avresti voluto: confusa e piena di dubbi?
Sono sempre il tuo uccello del malaugurio. Te ne sei dimenticata? Sono troppo buono con te. La negatività ti rimbalza. Soccombo. Hai vinto. La vita un lungo viaggio pieno di contraddizioni, dove a volte emerge l’amore.
Stare con te è stimolante, è bizzarro è già tutto vita. A me va bene così. Uccello del malaugurio ti ho incastrato e riconosciuto.
Penso per tua sfortuna che non ti abbandonerò mai.

Ed ecco, infine, la premiazione.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
6 Commenti a “Il Concorso del Racconto Più Brutto”
  1. benedetta piola caselli scrive:

    E’ BELLISSIMO!
    cmq il racconto della cana stuprata ha il mio applauso ininterrotto!

  2. RobySan scrive:

    Orpo! Devo partecipare anch’io. Me la caverei benone, anzi: benissimo. E devo suggerirlo anche a un sacco di gente. L’anno prossimo sì che vi divertirete!

  3. pococurante scrive:

    A me sembrano uno più bello dell’altro.

  4. Bandini scrive:

    Antologia subito!

  5. Pax scrive:

    Di questo concorso anche le motivazioni del premio sono interessanti da leggere. E anche utili, oltre che divertenti, alla fine

  6. chiara scrive:

    potete chiamare veltroni a leggere qlc brano della sua produzione. ho appena letto “noi” pensando che forse un bravo romanziere, a causa della propria sensibilità, non fosse in grado di prendere decisioni dure e quindi non fosse troppo adatto ad amministrare. mamma mia che libro!

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