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Dance me to the end of love

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Questo racconto è uscito su Vicolo Cannery. (L’immagine è tratta dalla locandina del film “Non si uccidono così anche i cavalli?”)

di Flavia Gasperetti

Dance me to the children who are asking to be born
Dance me through the curtains that our kisses have outworn
Raise a tent of shelter now, though every thread is torn
Dance me to the end of love

-01.00

Davvero la festa degli innamorati quest’anno la passeremo qui nel centro commerciale Porte di Roma della Bufalotta insieme ad altre – quante saranno? – cinquanta, sessanta coppie?

L’idea è stata tua, d’accordo, ma io ho accettato. Io ho accettato.

Sarà divertente, hai detto.

Sarà una cosa che racconteremo per anni, hai detto.

Soprattutto è una cosa che mi hai presentato come fosse un regalo, un regalo di San Valentino per me. Ho aperto una busta di cartoncino rosso credendo di trovarci un biglietto della Hallmark pieno di cuoricini e invece dentro c’era l’attestato di iscrizione, con tanto di logo del Guinness Book of World Records e i nostri nomi stampigliati sopra.

Ci saranno un sacco di sponsor, hai detto tu

Alle brutte ci stufiamo e ce ne torniamo a casa pieni di roba gratis.

La roba gratis, la vediamo ora che siamo tutti in attesa di cominciare e ciondoliamo tra i vari stand tanto per passare il tempo, è soprattutto cioccolata, cioccolata a perdita d’occhio. E ovviamente fiori, bigiotteria, tariffe promozionali you&me reclamizzate da compagnie telefoniche. Strana incongruità: c’è anche un’agenzia di speed-dating, che regala preservativi e bottiglie mignon di spumante.

-00.30

C’è un presentatore imbonitore che è qui per scaldare gli animi, c’è un DJ che metterà musica d’atmosfera per tutta la durata dell’evento. Si abbassano le luci, la palla strobo gira. Ovunque palloncini. Siamo ne il Tempo delle Mele, siamo ad una festa di liceali come quelle dei film americani, quelle in cui i ragazzi si presentano a casa delle ragazze con un fiore chiuso in un cubo di plastica e glielo appuntano sul vestito.

Si è radunata una piccola folla di curiosi, gente che è venuta a farsi un giro per negozi e che ogni tanto arriva a questa porzione transennata del centro commerciale, si ferma e ci guarda.

Ci sono le altre coppie. Alcune sono arrivate equipaggiate di tutto punto, come si fossero preparate lungamente alla prova che li aspetta. Hanno acqua e succhi di frutta, da bere con la cannuccia. Una delle coppie si è dotata di una piccola pedana sulla quale lei, essendo molto più bassa di lui, potrà salire per raggiungerlo. Non capisco se le pedane siano state messe a disposizione dalla Guinness World Records o se i due se la siano portata da casa. Mi sforzo di vedere se sulla pedana c’è un logo e di capire quale, però mi chiedo anche cosa me ne importi a me di saperlo.

“Ma ce l’abbiamo noi l’acqua con la cannuccia?”

Mi sorridi e apri la giacca, le bottiglie sono già pronte, una per tasca. Chissà se basteranno.

Intravedo un’altra coppia. Ad occhio e croce entrambi settantenni. Perché lo fanno? Ma d’altronde, perché lo sto facendo io?

-00. 15

La pista da ballo d’improvviso si svuota, sono tutti in coda per il bagno. Un fulmine di terrore mi percorre da capo a piedi mentre tu mi strattoni per un braccio: “Andiamo, meglio fare pipì finche siamo in tempo”. Ma mancano quindici minuti e la fila è troppo lunga, non ce la faremo mai. Il presentatore imbonitore al microfono ci ricorda che sarà senz’altro possibile usufruire dei servizi igienici, purché le coppie restino sempre con le labbra incollate, e che un assistente sarà lì a controllare che la pausa gabinetto avvenga secondo le regole. Tutti hanno atteso l’ultimo momento utile e adesso è assalto ai gabinetti. Solo i settantenni sembrano tranquilli, sono rimasti al loro posto. Lui incontra il mio sguardo e si fa una gran risata: “Noi c’abbiamo il pannolone!”.

Ora capisco perché ti sei messo questa giacca multitasche che non ti piace e che non indossi quasi mai. Le apri a turno, le tasche, per mostrarmi tutto quello che hai portato: l’iphone con le cuffie, così se vogliamo sentiamo anche la radio. L’ipod, perché la batteria dell’Iphone prima o poi si scaricherà. Bustine di zucchero, da sciogliere nell’acqua alla bisogna. Io intanto sono capace solo di farmi domande senza senso: teniamo gli occhi chiusi o aperti? Ci baciamo con la lingua, o senza?

-00.00

È finito il count-down, è partita la musica, si è acceso un display che con numeri rossi terrà traccia di quanto tempo è passato. Le mie labbra sono premute contro le tue e, come sempre, ho chiuso gli occhi. Ci stiamo baciando nel modo in cui ci baciamo io e te, con le labbra che si sfiorano, carezzevoli, le lingue che si toccano sì, ma senza particolare avidità. In una mano tieni la mia nuca, un po’ come Amleto tiene il teschio di Yorick – lo fai sempre e io non me ne sono mai accorta? O magari è la completa non spontaneità di questo bacio a falsificare un gesto che non è più quello che conosciamo.

Passano i minuti e i secondi, potrei misurarne lo scorrere come il sangue nei polsi, potrei addirittura dire che sento il tempo passare e lo misuro su di te, dentro di te, a partire dalla tua bocca o del ritmo della tua lingua che si muove insieme alla mia.

+01.00

Apro gli occhi. Il DJ non fa che mettere brani lenti, da ballo della mattonella – Celine Dion, Frank Sinatra – e noi abbracciati spostiamo il peso da un piede all’altro, muoviamo piccoli passi che servono solo a farci ruotare lentamente sul posto. La mia faccia è poggiata contro la tua faccia, le mie labbra contro le tue. Restiamo così, per il momento, affidati ad una sorta di ritrovato baricentro, un gioco di spinte e controspinte che annulla il peso delle nostre teste e ci consente di rimanere immobili, rilassati, quasi.

Piegando un po’ il collo posso guardarmi intorno, anche se questo “intorno” è un’aureola che circonda il tuo viso, un obbiettivo a raggiera che tuttavia posso puntare dove voglio, basta che io e te si giri un po’. Trasportata dal rollio e dal beccheggio dei miei pensieri senza urgenza guardo una coppia di ragazzi poco distante da noi. Vedo lei di spalle, piccole spalle a cuore separate da una treccia di capelli biondi, vedo la mano del suo uomo abbandonata in quiete sul suo culo, il pollice di lui ancorato al passante dei jeans di lei.

Sto ancora guardandomi intorno quando intercetto il tuo sguardo, anzi il tuo occhio – posso guardarli solo uno alla volta i tuoi occhi, perché sennò si uniscono trasformandoti in una sorta di incombente e nebuloso ciclope. Il tuo occhio guarda dritto dentro il mio e questa fissità di cui non avevo coscienza mi raggela. Mi chiedo da quanto tempo tu mi stia guardando così, e cosa vedi. Il fatto di non essermene accorta prima peggiora le cose, non so perché.

+02.00

If I should stay / I would only be in your way / So I’ll go but I know

I’ll think of you every step of the waaaaay…Su pochi rarefatti versi Whitney Houston intesse minuti interi di narcotici gorgeggi. Non so cosa dica realmente questa canzone che ho sentito milioni di volte ma che potrebbe non essere nient’altro che mantra, un suono fatto per essere sentito ma non ascoltato, se per ascoltare intendiamo assorbire informazioni, identificare un discorso o una trama, stabilire connessioni di senso tra una parola pronunciata e l’altra. Lei se ne va, ma lo amerà per sempre, dice Whitney Houston. Perché se ne va? Ha capito che lui non la ama più? Dice di sapere che, rimanendo, sarebbe solo un peso per lui. Ma se lui non la ama più possibile che lei lo accetti cosi, senza traccia di rancore? C’è davvero qualcuno capace di tale abnegazione? E lui piange. Please don’t cry, lo prega Whitney, We both know I’m not what you, you need.

Il primo ballo lento della mia vita, uno dei pochi dal momento che avevo quattordici anni e solo a quattordici anni si può ancora pensare che serva un ballo lento per trovare il coraggio di baciarsi – il primo, rammento, avvenne su queste note viscose. Ero ad una festa di compleanno, era mille anni fa e ancora non ti conoscevo. Mai avrei pensato che mi sarei ritrovata a ballare di nuovo su questa canzone, mai con te.

Tu ora hai gli occhi chiusi. Ti sento esalare i piccoli respiri fitti di chi dorme però non dormi, lo so perché stiamo ancora girando lentamente, dondoliamo, su un piede e poi sull’altro. Ogni tanto ne tiri su uno, di piede, piegando il ginocchio e sollevando un tallone. Ci verranno le gambe gonfie come in aereo.

+03.00

Se esiste davvero una possibilità di superare questa prova, e indubbiamente esiste perché qualcuno in passato ha vinto, il record da battere è di cinquanta ore, venticinque minuti e un secondo – quindi al mondo sono esistite due persone che hanno fatto quello che stiamo facendo noi e hanno resistito più di due giorni – se esiste, ed esiste, essa deve avere qualcosa a che fare con il tantrismo, o la meditazione zen, un abbandono del corpo. Deve essere una qualche disciplina di annullamento del sé, qualcosa di mistico e asiatico, uno smarrire la propria mente vigile per accedere ad un luogo superiore dove il tempo non esiste. Qualcosa che forse persino io avrei potuto imparare ma che non ho mai pensato mi sarebbe servito, e quindi non l’ho imparato, non lo so fare.

Cinquanta ore e venticinque minuti sono una mostruosità a cui non ho prestato sufficiente attenzione. Adesso che le immagino, so che è persino inutile essere qui. Cinquanta ore sono due giorni; due notti non dormite; un minimo di sei pasti non consumati; due docce non fatte; molte, moltissime conversazioni non avute; sigarette non fumate.

Tu stai controllando le email sul cellulare. Da tre ore le nostre labbra sono unite, la tua faccia è pochi millimetri dalla mia, sento il tuo odore e i nostri corpi si toccano. Non mi sono mai sentita più sola.

+04.00

Siamo ridicoli. Tutti noi in questa stanza siamo ridicoli e grotteschi, se potessi riderei. Cosa facciamo qui noi due? Non siamo ridicoli noi, abbiamo lauree, famiglie, amici. Siamo una coppia normale, abbiamo un impiego, stiamo cercando casa insieme. Non dovremmo essere qui.

+05.00

Ogni tanto pomiciamo.

Lo facciamo, credo, per lo stesso motivo per cui ci si sgranchiscono le gambe e si fanno due passi dopo che si è stati a lungo seduti. Vorrei poter dire che sentire la tua lingua toccare la mia rinnova la percezione della nostra intimità, mi riporta a quello che è sempre stato per me baciarti. La verità però è che queste sensazioni non le riconosco e a tratti si fa strada la nozione che questo contatto tra noi abbia un che di osceno. Se chiudo gli occhi e se non li chiudo. Se cerco di concentrarmi sul dato o se lascio che la testa vada per conto suo. Con l’occhio della mente vedo forme e colori che somigliano alle immagini delle laparoscopie viste talvolta in televisione, vedo mucose scintillanti, tessuti dai colori impudichi, viola, scarlatti. Carne, si, ma disincarnata. Solo cruda anatomia spiata nell’esercizio niente affatto fotogenico delle proprie funzioni. Il movimento della tua lingua nella mia bocca è orrendo, grassa lingua di bue, muscolo che mi tiranneggia. La sento che tormenta la mia, la sento che mi fruga la bocca come se la dovesse pulire. Niente potrà rimanere privato, niente sarà più solo mio se dovesse continuare questa perquisizione: non la patina batterica che oggi era stesa sulla mia lingua, non le colonie di placca che in questo momento certamente vivono tra i miei denti, non le otturazioni, non quella leggera piaga rimasta dopo che ieri mi sono morsa l’interno della guancia. E tu, mi rendo conto improvvisamente che mi stai premendo contro di te. Possibile che tu abbia un’erezione?

Ho la nausea e ritiro la lingua, me la riprendo e la proteggo dietro denti serrati. Tu mi guardi, sorpreso forse ma non insisti. Chissà a cosa pensi, tu.

+06.00

Lo sai la cosa atroce qual è? È che siamo qui impegnati in un gesto che, in teoria, è tra i più intimi che esista, ci baciamo sulla bocca, eppure siamo ognuno sottratto all’altro, sospesi in un acquario di incomunicabile sensazione. Non potersi parlare è l’assurdità. Sono sei ore che vivo dentro la mia testa, a mollo nella mia testa e non mi piace. Dalla tasca dei miei jeans recupero il telefono e comincio a digitare un messaggio. Premo il tasto invio e subito il tuo cellulare vibra sui nostri cuori, è nella tasca interna della tua giacca:

Come stai tu?

Adesso è il display del mio cellulare ad illuminarsi:

Sono un po’ confuso.

+07.00

Ho bisogno di sedermi – ti dico, via cellulare

OK

Se riusciamo a non separare le labbra, possiamo piegare le ginocchia e lasciarci lentamente scivolare a terra. Ci vuole un po’ di coordinazione ma è possibile. Eseguiamo questa manovra con infinita circospezione, infine ci sediamo sul pavimento a gambe incrociate, l’uno di fronte all’altra. Anche questa posizione, immagino, tra un po’ diverrà insopportabile, avremo bisogno di stendere le gambe, ci si addormenteranno le chiappe, ma per il momento è un sollievo.

La prima coppia abbandona la competizione, riesco a darle giusto un’occhiata prima che esca dalla mia visuale e dal perimetro che ci contiene. Sono entrambi sulla quarantina, lei, mi sembra, deve aver pianto.

+08.00

C’è odore di urina. Impossibile capire da dove provenga e per un momento spalanco gli occhi.Non sono io, sembra dirmi il tuo occhio destro. Mi giro un pochino di fianco e mi appoggio contro la tua spalla, tu mi abbracci. Ho sonno ma cerco di resistere perchè se ci addormentassimo entrambi probabilmente ci staccheremmo e dormire solo io non sarebbe corretto.

+09.00

Mi prende la curiosità di sapere se i settantenni sono ancora qui. Faccio del mio meglio per guardarmi intorno e cercarli: eccoli, sono sempre in pista e sono tra le poche coppie ancora in piedi. Comunicano un senso di affiatamento così abbracciati. Forse sono di quelli che una volta a settimana vanno a ballare il liscio insieme.

+10.00

Abbiamo finito la prima bottiglia d’acqua. Se ci fossimo preparati in anticipo avremmo dovuto provarla a casa questa cosa del bere a turno con la cannuccia. Invece, ci siamo inflitti a vicenda una serie di umilianti insuccessi. In teoria uno di noi dovrebbe restare con le labbra chiuse mentre l’altro si infila in bocca la cannuccia, di lato, beve a piccoli, piccolissimi sorsi, infine deglutisce e passa la cannuccia. Nella pratica è stato difficilissimo imparare ad eseguire la manovra e tu hai ancora il collo della maglietta tutto bagnato. La prima volta che ho provato a bere io, l’acqua mi è quasi andata di traverso e tu hai premuto forte il mio viso contro il tuo, tenendomi la testa ferma tra le mani mentre io cercavo di soffocare i colpi di tosse. La prima volta che hai provato a bere tu, e anche la seconda, hai tirato una sorsata troppo abbondante e l’acqua ti è uscita un po’ dal naso un po’ dalla bocca, e da qui direttamente nella mia. La cosa mi ha disgustato in un modo che non ti potrò mai dire, e questo mi rende triste.

+ 11.00

Labbra. Labbra contro labbra che sfiorano labbra premute contro labbra che toccano, strusciano, umettano, mordono, lambiscono, sfregano, spingono, tormentano labbra.

Non so come ho fatto a sopportare il fatto di essermi seduta su un water con te chino su di me e una commissaria lì con noi in piedi a sorvegliarci. Non so come ho sopportato che lo facessi tu. Eppure questo è niente in confronto al fastidio tattile che provo da ore a causa del contatto con la tua bocca. So che lo sto immaginando ma mi pare di sentirle bruciare, le mie labbra, come per effetto di una delicata ma inesorabile erosione. Persino il tuo respiro, l’aria calda che esce dalle tue narici, sentirlo umido sulla mia pelle come su un vetro che si appanna, persino questo pare esercitare una lenta azione corrosiva. Immagino cose orribili, immagino che ad ogni tuo respiro un minuscolo strato di cellule che costituivano la mia epidermide possa saturarsi, impregnarsi del tuo fiato, gonfiarsi e marcire, venirsene via. La ricrescita ruvida della tua barba mi pizzica la pelle e io immagino che piano piano il mio viso e le sue fattezze saranno molati dall’azione costante della tua barba, della tua bocca, del tuo respiro. Cancellati, annullati, irriconoscibili. Finirà tutto questo, prima o poi, ma sarà troppo tardi, il mio viso sarà sfigurato, sarà carne nuda, ciò che resta di un massacro.

Conto le coppie rimaste in gara, solo dodici. Dodici se non conti me e te.

+ 12.00

Clamore, schiamazzo: quattro individui con indosso una pettorina fluorescente entrano nel perimetro con una barella. Cerco di identificare il luogo dell’emergenza ed ecco, intravedo una donna a terra e due uomini chini su di lei. Uno di loro sta cercando di sollevarle le gambe. Intendo con fatica le loro voci al di sopra di quella di Billy Joel che canta I love you just the way you are.

“Lasciatela respirare!” “ARIA! ARIA!”.

E tu puzzi. Certamente puzzo anche io, anzi forse la cosa più tremenda è pensare che questo odore che sento, di alito chetonico e sonno, di cute, sudore, è il prodotto unico di entrambi, indivisibile.

+13.00

Siamo qui dalle dieci di questa mattina e ora è notte. Lo so per calcolo aritmetico e basta perché qui siamo in un’atmosfera notturna artificiale creata dalle luci perennemente soffuse. Se rimaniamo qui non vedremo l’alba, non sarà mai mattina, non arriverà il giorno nuovo. I can feel your body move – canta qualcuno, non ricordo chi – every time you go away… you take a piece of me with you.

Voglio andare via. Ma se dovessi farlo, mi perdoneresti? Non ho modo di sapere se anche tu hai capito che stiamo facendo qualcosa di mostruoso nella sua stupidità o se invece il passare delle ore ha blindato la fermezza del tuo proposito. Sei una persona competitiva, lo so bene. Ti piace testare la tua capacità di resistenza, ami la corsa, il ciclismo, le gare di endurance. Facciamo vacanze al mare in cui tu inevitabilmente dici “Vediamo chi arriva prima a quella boa” e io rispondo “Aspetta, dopo, fammi leggere il giornale”. Facciamo vacanze in cui tu ti offendi e diventi insofferente perché non voglio fare mai quello che vuoi fare tu.

+14.00

Mi accorgo che se rimango è perché non ho voglia di affrontare la notte che è fuori da questo edificio. Se ora andassi via, mi facessi aprire dai custodi, raggiungessi l’auto nel parcheggio, troverei lo stesso buio che c’è qui, sarebbe come non essere davvero uscita dal ventre di questa balena.

Ma forse sarebbe meglio: potrei mettere in moto la macchina e riprendere la tangenziale, tornare a casa. Per strada non ci sarebbe quasi nessuno. Sarebbe un modo graduale e delicato di tornare alla vita, come un parto in acqua. Potrei mettermi a letto senza chiudere le persiane e prendere sonno, domani mi sveglierei con la luce del sole e sarebbe come se oggi non fosse mai successo.

Chissà se tu hai capito che io non ci sono più, chissà se sai che per resistere devo dimenticarmi persino di te. Devo non pensare alla tua bocca, al tuo fiato, devo lanciare il pensiero al di sopra della tua presenza corporea che è qui saldata alla mia. Quando qualcosa, un micro movimento, un qualsiasi tuo mugugno mi riporta quaggiù, dentro di me, attaccata a te, mi riassale una nausea fortissima.

+15.00

Si vede che non sono l’unica a provare nausea. La ragazza con la treccia bionda ha appena vomitato, qui, a pochi passi da noi. Ha allontanato di colpo il suo compagno con uno spintone e si è piegata in due squassata dai conati come un gatto. Lui è rimasto così, imbambolato a reggerle la treccia e a guardarla vomitare una bava lunga e sottile fatta di niente. L’odore è insopportabile e mi fa venire gli occhi lucidi, anche tu ce li hai. Potrebbe finire che vomitiamo tutti, per contagio. Che bella festa questa, la festa degli innamorati.

Tu mi posi una mano tra le scapole, piccole carezze concentriche come a confortarmi. Con piccoli giri di walzer ci allontaniamo dal vomito e dai vomitanti ma l’odore ci segue, non ci dà scampo.

+16.00

Ci siamo rimessi seduti. È stato ancora più difficile dell’ultima volta perché abbiamo le gambe doloranti e ci muoviamo come orsi ammaestrati. Dal modo in cui sento il tuo peso crollarmi addosso ad intermittenza e poi ritirarsi so che stai cedendo al sonno. Ti addormenti e poi trasalendo ti risvegli.

Io penso che vorrei morderti un labbro, forte fino a farti urlare, sanguinare. Dopo averlo fatto ti volterei le spalle e correrei via da qui. E tu non mi rivedresti mai più.

+17.00

+ 18.00

+ 19.00

Ci riscuote un esplosione come di bomba. Penso ad un palloncino che magari ha colpito un faretto ed è scoppiato.

+19.25

Non è certo il paradiso terrestre qui fuori. Non è che splenda alto il sole. Non è un’alba gloriosa, anzi, è una mattina di febbraio come tante, di un grigio vaporoso, ma sento la ghiaia cantare sotto le suole e l’aria è fredda, irresistibile – effervescente nelle narici, sulla pelle, nei polmoni.

Credo di essermi semplicemente alzata e senza dire nulla mi sono ripresa il mio bacio. Separare le labbra dalle tue è stato facile, facilissimo, indolore. Tu non hai cercato di fermarmi. Forse mi hai seguita con lo sguardo mentre me ne andavo, odiandomi, o forse no.

Forse non sono qui con i piedi sull’asfalto a fare “Aaaah” e “Ooooh” per risentire finalmente il suono della mia voce. Forse non sono qui che cerco una sigaretta nella borsa. Potrei essere ancora lì, insieme a te, immersa nella notte finta a respirare l’aria che ti esce dal naso.

Sono quella che è qui, oppure quella che non è qui. Una di noi due è un sogno, ma non so dire quale.

Flavia Gasperetti vive a Roma, traduce e scrive. Ha collaborato con racconti, recensioni e articoli a Pagina 99, Il manifesto, Abbiamo le Prove, Succede Oggi e il sito dell’agenzia letteraria Vicolo Cannery. Le sue traduzioni invece appaiono sul retro delle confezioni degli assorbenti igienici per signora o nelle istruzioni d’uso degli aspirapolvere, quelli più economici.
Commenti
2 Commenti a “Dance me to the end of love”
  1. Lalo Cura scrive:

    notevole

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