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Antoine Volodine e la distopia di “Terminus radioso”

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Questa recensione è uscita sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Prima di tutto – e soprattutto, dappertutto – ci sono le piante: la malguardia, la sciugda, la sparvanella, la tartassina, la berlingotta, la vertena santa, l’iglizia, la stupifragola. Talmente fantastiche da risultare plausibili, non fanno che ondeggiare, mormorare, contorcersi, sibilare, crepitare.

Poi – ma solo come sopravvissuti, residui poco più che accidentali che affiorano da questo oceano vegetale – ci sono anche gli umani: disertori in fuga, clandestini, strutturali al sistema e allo stesso tempo dissidenti, miti, violenti, visionari, fisiologicamente mutanti, eternamente moribondi come Bargusine («assai frequentemente vittima di ciò che la saggezza popolare chiama decesso»), oppure eversivamente immortali come Nonna Ugdul (che per la sua ostinazione a non morire mai, sospettata di «deviazionismo organico» nonché di «individualismo piccolo-borghese», riceve dal Partito una nota di biasimo).

Le figure che si aggirano in Terminus radioso (66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia), il romanzo con cui Antoine Volodine ha vinto il PrixMédicis nel 2014, indossano abbigliamento paramilitare o camicie bianche e pantaloni a sbuffo che li fanno somigliare a personaggi tostojani.

Nel kolchoz di Terminus radioso, in una Seconda Unione Sovietica estesa su gran parte del pianeta, tra cereali preistorici e graminacee mutanti, in un futuro fossile in cui la catastrofe è insieme reale nonché figura retorica, gioco e finzione (come se Volodine avesse immerso La strada di McCarthy nella sostanza sulfurea della parodia), a sovrastare ogni cosa se ne sta una pila atomica mensilmente alimentata con tutto ciò che c’è – «motori di trattore, maestre carbonizzate, dimenticate nella loro classe durante il periodo critico, computer, spoglie fosforescenti di corvi, talpe, lupi e scoiattoli»; un totem che è al contempo un abisso che assorbe, divora e rigenera tutto quello che l’immaginazione narrativa di Volodine – gioiosa, incoercibile, letteralmente radioattiva, capace di rivelare il comico nel tragico – è stata in grado di concepire.

Tanto che Terminus radioso fa del lettore una specie di Empedocle che sporgendosi oltre la bocca del cratere contempla il magma iridescente della narrazione fino a quando – ed è proprio ciò che deve avvenire – non finisce per sprofondare al suo interno.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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