capote

Il pozzo senza Orfeo

Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

Ora che la nostra attenzione è magnetizzata dagli occhi più o meno pixelati di Ruby e sull’omicidio di Sarah si sta delineando una più limpida verità giudiziaria, possiamo parlarne senza farne gossip. Il rischio fondamentale per uno scrittore nell’avvicinarsi a una vicenda come quella di Avetrana è di pensare che la propria intelligenza sui simboli del male, sullo spettacolo del dolore, possa funzionare meglio come chiave d’accesso di quella investigativa della polizia o di quella documentaria dell’informazione.

È la suggestione di poter fare A sangue freddo semplicemente col proprio intuito e con qualche mirabilia retorica; una presunzione che abbiamo tutti che ci muoviamo in questo genere ibrido tra commento, reportage, racconto, analisi. Per dire, una cantonata esemplare e memorabile la prese Gabriele Romagnoli quando qualche anno fa scrisse un lungo pezzo su Repubblica intitolato proprio La strage di Erba secondo Capote. Invitato in un liceo di Erba con A sangue freddo sotto braccio, applicò insieme la strumentazione euristica del libro arrivando a concludere che l’impianto accusatorio della polizia era un po’ deboluccio, che nell’omicidio forse non c’entrava né l’odio né la psicosi e che probabilmente il colpevole – come era stato per il delitto di Holcomb – veniva da fuori: il male, quel male, era esterno alla comunità. Cinque giorni dopo arrestarono Olindo Romani e Rosa Bazzi, vicini di casa, rei confessi.

Ma non siamo disfattisti. Perché dall’altra parte dello spettro delle reazioni può restare a un certo punto, in mezzo a tanti commenti e analisi, soltanto il desiderio di silenzio, di un silenzio che rischia però di essere mera afasia, voglia di liquidare tutta l’attenzione (anche normale per un caso del genere) come terribile morbosità. Dopo l’indigestione di informazione, ecco scaturire per contrasto un immediato richiamo all’inedia – come ha scritto Stefano Nazzi sul post.it: “Venite via, basta. Parte uno, partono tutti. Lasciate Avetrana, è ora. Scrivo di cronaca, me ne occupo per lavoro. Credo che vada raccontata: è ciò che accade, e ciò che accade va descritto, si capiscono i mondi e la gente, l’Italia è anche, e molto, quello che è successo, quello che si è visto e ascoltato in questi 50 giorni. Però c’è un limite. Ora è un gioco, una grande gioco che fa paura”. È una reazione comprensibile certo, soprattutto con i giornali on-line che propongono sondaggi del tipo: “Vi aspettavate che la cugina fosse coinvolta nell’omicidio?”. Così rispetto a una realtà iper-rappresentata e iper-narrata (da Cogne a Garlasco a Perugia a Erba a Avetrana), la tentazione diventa quella di evitare il confronto, di smettere di dire la propria, per non entrare nel circolo vizioso del gossip sulla morte. (Anche se qui il pericolo peggiore è che, per smarcarsi dal chiacchiericcio o dall’accanimento mediatico, si sprofondi in qualche altra retorica mortale – vedi il sentimentalismo necrofilo di una Barbara Palombelli e del suo “occhi di cerbiatto, Bambi che sei tu”).

Ma il timore più grosso che forse ci spinge a invocare a una fuga da Avetrana è la paura di rimanere imprigionati in questa sorta di cerchio magico che con le sue narrazioni mitiche via via sempre più avvolgenti e fuorvianti (la scomparsa della ragazzina, il mostro facebook che seduce gli innamorati innocenti, lo zio bugiardo e orco, il gineceo…) ci cattura magneticamente: non riusciamo a parlare d’altro, come si dice. Mentre sullo sfondo del nostro inconscio collettivo appare il dispositivo mitologico della piccola postmodernità italiana, la tragedia di Vermicino, con le sue giornate di infinita diretta e il suo riverbero emotivo che dura da generazioni. Nel racconto dell’omicidio di Sarah Scazzi vediamo che quest’incantesimo non solo ne replica l’immagine ancestrale (l’innocente nel pozzo), ma ne svela anche il meccanismo di senso: quel pozzo che attira verso di sé chi anche soltanto si avvicina sul bordo a guardare. Prima i complici presenti sulla scena del delitto, poi la televisione con i suoi riti, infine tutti noi, che ne rimaniamo incantati.

C’è una storia raccolta nelle Fiabe italiane di Calvino che si intitola Bastianello. Ci sono a un certo punto lui e lei, i protagonisti che si sono appena sposati; e il giorno del matrimonio, al banchetto, la neo-moglie va in cantina a riempire la brocca perché il vino è finito. Mentre il vino scende dalla botte, lei comincia a divagare col pensiero fino a immaginare: “E se restassi incinta, e questo figlio si chiamasse Bastianello, e se poi questo figlio si ammalasse e morisse… oh che dolore!”, e comincia a piangere a dirotto. Passa del tempo, e siccome la figlia non risale, la madre scende lei in cantina e trovandola in lacrime, le domanda cosa è accaduto. La figlia le dice: “Ho pensato: e se restassi incinta, e questo figlio si chiamasse Bastianello, e se poi questo figlio si ammalasse e morisse… oh che dolore!”. A sentire il racconto della figlia, anche la madre scoppia a piangere, mentre il vino allaga la cantina. E dopo un po’ anche il padre, non vedendo risalire né la moglie né la figlia, decide di scendere pure lui. Chiede: “Perché piangete?”. E la figlia gli ripete: “Ho pensato: e se restassi incinta, e questo figlio si chiamasse Bastianello, e se poi questo figlio si ammalasse e morisse… oh che dolore!”. E il padre piange anche lui, mentre il vino continua a fuoriuscire e inondare tutto. Finché, visto che non risale nessuno, non scende anche lo sposo. Va in cantina, vede che tutto il lago di vino per terra, i tre in lacrime, e chiede pure lui: “Perché state tutti a piangere?”. La sposa glielo ridice: “Ho pensato: e se restassi incinta, e questo figlio si chiamasse Bastianello, e se poi questo figlio si ammalasse e morisse… che dolore!”. Allora lo sposo sbotta: “Per questo piangete! E fate sprecare per terra tutto questo vino! Ma voi siete proprio stupidi! E io dovrei passare la mia vita con gente stupida come voi? Preferisco andarmene in giro per il mondo da solo finché non avrò incontrato tre persone più stupide di voi!”.

La cantina di Bastianello che risucchia tutta la famiglia, fa sprecare il vino e manda a monte il matrimonio ricorda proprio un po’ il pozzo mediatico di Avetrana: un buco nero dove il familismo amorale dell’Italia premoderna si fonde perfettamente con la soapizzazione tossica della fiction post-moderna. Lo sposo capisce che se non vuole rimanere anche lui imprigionato in cantina a affogare nel vino è meglio che se ne scappi al più presto.

Eppure negli stessi giorni di Avetrana, abbiamo assistito a un’altra storia dal fascino mitico, quella dei 33 minatori cileni sequestrati anche loro da un pozzo nella terra e dall’attenzione dei media. Anche lì c’era un paese dimenticato, la faccia oscura di una nazione diventata ricca e ipertecnologizzata grazie al rame e ai suoi profitti. Ma nel caso del tunnel di Atacama, la differenza sta (anche indipendentemente dal lieto fine) nella risoluzione della storia: lì si è provato da subito a rompere l’incantesimo. E il pozzo invece di risucchiare l’intero Cile con le sue proiezioni emotive, ha risputato fuori uno a uno i minatori, trasformando un mito di morte in un racconto di resurrezione.

A spezzare il cerchio magico del pozzo maledetto nel caso dei minatori è stata a ben vedere la politica, ossia l’idea che un’altra narrazione collettiva fosse possibile. Il presidente Sebastian Piñera ha scelto di mettere la sua faccia e il suo corpo nella vicenda e di trasformarsi in una specie di trentaquattresimo minatore, rischiando sì di venire travolto dal fallimento se le operazioni di salvataggio non fossero andate a buon fine, ma assicurando soprattutto che il destino nazionale dovesse essere un destino comune.

Nel caso di Avetrana, quello che vediamo mancare è proprio questo genere di politica, quella di un racconto condiviso, nonostante la fame di questa co-narrazione sia evidente. Qualche giorno fa sono cominciati a arrivare anche i pullman nel paesetto pugliese, e la notizia è stata stigmatizzata. Ma forse non bisogna fare così i moralisti con i voyeur: perché non si dovrebbe voler vedere con i propri occhi quello che accade lì? Perché si dovrebbe impedire alla gente, come ha deciso di fare il sindaco, di riconoscersi in una delle poche narrazioni collettive che ci è data? Piuttosto la domanda che dovremmo farci è un’altra: perché in Italia non c’è nessun Orfeo che venga a catturarci fuori dall’averno di Avetrana? Perché non c’è nessun’altra retorica se non quella della continua mostrificazione per parlare di ciò che accaduto intorno alla vita e alla morte di Sarah Scazzi?

In questo senso la Rai, il servizio televisivo pubblico italiano continua a mancare completamente il suo ruolo, gonfiando di un devastante rumore di fondo l’unica voce di senso presente: quella di una polizia che sta indagando come in un giallo d’altri tempi – senza marcatori, tracce biologiche, ricostruzioni del dna, ma utilizzando invece il confronto delle testimonianze, l’esame delle contraddizioni… Ma ancora più della Rai, a mancare è una politica che rappresenti una voce di responsabilità, che incarni un padre capace di prendere su di sé il dolore di questa tragedia che tocca tutti. Non un uomo della Provvidenza, ma un principio di etica pubblica, un senso di responsabilità che si dovrebbe accendere in tutti noi. Noi che dopo aver assistito ai contorni terribili di questo dramma, ci sentiamo chiamati anche a dire la nostra, a non fare la figura degli sposi che scappano per paura di rimanerci invischiati, ma a essere tanti piccoli Orfeo che sappiano porgere la mano a Euridice senza voltarsi indietro.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
9 Commenti a “Il pozzo senza Orfeo”
  1. Elena Bibolotti scrive:

    Direi che anche certa editoria ha la sua responsabilità. La metafora o la trasfigurazione dei fatti danno modo di tirar fuori dalla storia una direzione diversa, altre possibilità d’essere per non dire una morale. La storia raccontata così com’è invece ci tiene dentro il gossip e non ci insegna nulla.

  2. cdm scrive:

    raimesque

  3. Larry Massino scrive:

    Aver fatto diventare la cronaca giudiziaria così pregnante nella vita del paese fa parte del disegno di incattivire tutti noi. Infatti la signora D’Urso, che recita la parte dell’arruffapopolo, e i suoi spettatori comparse mettono in scena periodicamente il coro della pena di morte per i mostri. Ancora pochi giorni fa la D’Urso gridava tra l’altro che per lei ” lo zio è ancora un mostro, anche se non ha commesso alcun altro delitto se non l’occultamento del cadavere “. Perché è brutto? Perché è povero? Perché è sporco? Mah!

    Ps: Raimo non me ne voglia, volevo solo farle notare che la nostra civiltà giuridica prevede che la confessione dei reati debba essere sottoposta a conferma probatoria. Insomma, ci vogliono le prove lo stesso. In Italia.

  4. Allontanarsi dalla cantina nella maggioranza dei casi equivale solo all’esercizio della presunzione di essere migliori di quelli che ci sono rimasti invischiati dentro.

  5. Maico Morellini scrive:

    Stupirmi del Circo Mediatico Televisivo intorno a queste vicende equivale un po’ alla sorpresa che ogni anno, sotto Natale, rinnovo quando i cine-panettoni fanno incetta di pubblico nelle sale. Alla base mi piace pensare ci sia il fascino del male, lo stesso che ci tiene incollati a uno speciale sui serial killer, lo stesso che li ammanta di un crepuscolare magnetismo.
    In tivù si può dire qualunque cosa a qualunque ora ma per fortuna le indagini, ed è stato dimostrato più e più volte, seguono il loro corso che ignora le Arene, le Buone Domeniche, i Plastici o gli Psicologi di turno.
    In tivù il Circo degli Orrori dà il peggio di se.
    Ma per fortuna, ancora, la tivù la possiamo spegnere.

  6. brulla scrive:

    Grande Christian Raimo, mi è piaciuto molto questo tuo pezzo. Ma perché ci affascina tanto questa storia?

  7. brulla scrive:

    Grande Christian Raimo, mi è piaciuto molto questo tuo pezzo. Ma perché ci affascina tanto questa storia? Perché parla della FIDUCIA TRADITA, perché quel caldo rifugio che dovrebbe essere, e che invece molto spesso non è, la famiglia, intesa anche come zii e cugini, si trasforma in un nido di vipere…quanto al tradimento, niente è più pericoloso di una donna respinta e il movente della Sabrina, ma pure di Mariangela (che detestavano la piccola Sara così più bionda e carina di loro) e compagnia brutta, è più che sufficiente…sono rimasta poi basita nel vedere come un ragazzo che ha respinto la sua coetanea che gli si offriva (ovvero Ivano) se ne sia rimasto poi tranquillo accanto a lei in tutte le interviste televisive prima della confessione in diretta tv. Ci sono stati indubbiamente degli elementi nuovi, compreso il diffondersi dell’interrogatorio e la guerra degli avvocati, in questo fattaccio di cronaca.

  8. Nicola scrive:

    Certo l’analisi di Raimo è condivisibile: Avetrana come racconto collettivo e deficit della politica. Del resto gli scrittori si sono sempre interessati a questi casi di cronaca esemplari (Bettin a Pietro Maso e Corrias alla strage di Erba) nelle conseguenze, però, il discorso di Raimo mi sembra scivoloso. Alla fine non vorrei che ci rimettessimo la testa come Orfeo, cioè che non ci finissimo affogati nel pozzo mediatico per scendere ancora più in basso. Mi viene in mente la vignetta di Altan dopo l’happy ending cileno: “Liberi i 33 minatori cileni. Si può affittare quella trivella?”.

  9. piera specchi scrive:

    Quanta gente uccisa ogni estate nei campi di pomodori, e ogni inverno negli aranceti. Quanti immigrati caduti giù dai tetti senza sicurezza, quanta povera gente affogata nel mare o assiderata nelle stive degli aerei, a causa della loro voglia di migliorare la vita.
    Quanti politici e giornalisti preferiscono sostituire queste immagini imbarazzanti con le Sare e le Ruby…
    Maroni credeva che l’imbarcazione fosse di clandestini, e per questo era giusto sparare…
    Chi sono gli assassini in Italia?
    Perché siamo già al sessantesimo detenuto suicida? Chi era che li doveva custodire e ha fallito?
    E’ l’ora di voltare pagine, è l’ora di mettere gente per bene a governare il nostro paese.

    Piera

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