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33 tesi su The Game di Alessandro Baricco

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Ora che è passato del tempo, posso finalmente dire qualcosa su The Game di Alessandro Baricco. Lo faccio attraverso le 33 tesi annotate di seguito.

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Quando ho letto The Game avevo trentasei anni. Il libro era appena uscito. All’epoca giocavo la mia partita per la sopravvivenza in un sistema capitalistico ancora acerbo da una regione piuttosto marginale del sud Europa. Mi occupavo di scritture digitali, fumavo molto, e come tutti stavo con un piede di là, nella realtà, e un altro di qua, in quello che Baricco nel libro chiamava oltremondo. Io l’avevo sempre chiamato altrove, e questo mio altrove erano il web, i pensieri, le paranoie, i libri, i videogiochi, i film.

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Giusto un anno prima avevo letto I barbari, il prequel di The Game. Ci ero arrivato con undici anni di ritardo. In quel periodo avevo letto anche L’innominabile attuale di Roberto Calasso e Questa e altre preistorie di Francesco Pecoraro: mi interessava capire come gli esseri umani, al di là della solita insopportabile crosta moraleggiante, stessero raccontando il passaggio definitivo nell’altrove. Volevo capire quanto di umano ci fosse ancora in quel passaggio.

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Nel libro di Calasso non si usciva dal Novecento: l’umanità stava scivolando sullo stesso piano inclinato di tremende sciagure del secolo precedente. In cuor nostro lo sapevamo, ma non facevamo niente per evitarlo: in fondo ci piaceva così. La tesi non mi convinceva del tutto, ma avevo trovato curioso che un essere umano del tipo di Roberto Calasso si fosse confrontato con la pornografia digitale, il terrorismo e il turismo moderno, peraltro mettendoli in relazione tra loro. Il libro restava comunque raffinato, poeticamente inquietante, fiero di esserlo.

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Questa e altre preistorie, scritto grossomodo negli stessi anni de I barbari, mi sembrò un piccolo, straniante capolavoro, in cui il pessimismo brontolone di Pecoraro mitigava l’ottimismo apparentemente incantato di Baricco. A contatto con l’umanità contemporanea, col mondo animale o con l’inorganico, l’umor nero di Pecoraro dava vita a delle prose brevi di una precisione ed esattezza commoventi. Molti anni dopo la pubblicazione, Questa e altre preistorie continuava in versione squisitamente visuale, su Instagram, dove Pecoraro postava i suoi disegni e le foto di geometrico squallore della Capitale, oltre a quelle di molluschi e altre strane animalità marine – le quali, viste da vicinissimo, sembravano richiamare proprio le creature ibride, i mutanti de I barbari.

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A proposito de I barbari non ricordo granché, a parte il fatto di aver compreso e digerito appieno la direzione che s’intraprendeva in quel libro. Lo scrissi anche su Facebook, che allora si usava molto. Il commento più carino che ricevetti si affannava a sottolineare che Baricco aveva copiato spudoratamente, anche se non si capiva da chi. Per il resto una serie di insulti da parte di amici che di rimbalzo, colpendo Baricco, lasciavano trasparire una certa delusione per il fatto che proprio io – un loro amico! – leggessi Baricco. La cosa si ripeté un anno dopo, quando sempre su Facebook annunciai che avevo intenzione di leggere The Game.

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All’inizio, di The Game mi aveva colpito un aspetto apparentemente extradiegetico: l’idea che la parte di marketing fosse un’estensione del libro stesso, in dialogo con gli account social dell’autore e con tutta la parte corporate del testo. In questo senso The Game si presentava come un sorta di opera collettiva. In ogni caso era una trappola, ed era molto dolce: fui felice di cascarci. Presi il libro, e mentre lo leggevo feci di tutto per non pensare al fatto che parlare di un libro di Alessandro Baricco significava parlare di Alessandro Baricco, molto più spesso scusarsi per averlo fatto.

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The Game conteneva diversi temi interessanti.
Uno: i videogiochi erano il mito fondativo della società in cui vivevamo.
Due: una rivoluzione mentale aveva prodotto quella digitale (non il contrario).
Tre: gli strumenti digitali erano estensioni fisiche degli esseri umani, che gli esseri umani erano in larga parte impreparati a gestire;
Quattro: l’approdo nel Game rappresentava una fuga dal Novecento, che per me, per questioni anagrafiche, non era il secolo dell’orrore quanto quello della lentezza, della fatica, della noia.
Cinque: a raccontare tutto questo era un autore mainstream e non uno scrittore di nicchia.

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Questi temi venivano sviluppati attraverso il più classico telaio stilistico baricchiano. In superficie, questo telaio era composto da quelli che per molti erano dei semplici tic – i “voilà” e i “pazzesco” che facevano il paio con i “TAC” e i “TRTRTR” delle lezioni dal vivo di Baricco –, cioè da ammiccamenti rivolti ai lettori più ingenui. A ben guardare, proprio questi tic erano la spia dell’anima profonda della prosa baricchiana, che si agitava nell’evidente incapacità di pensarsi senza un pubblico di esseri umani di fronte. Oltre la superficie c’era insomma una sorta di drammatizzazione, di messinscena divulgativa in cui temi e concetti erano agiti come veri e propri personaggi, quando non addirittura come vere e proprie strutture narrative. La forma di The Game in particolare si basava sulla semplificazione e sulla suggestione, dunque più sulla sospensione dell’incredulità da parte dei lettori/spettatori che sulla forza degli argomenti – il che, tornando al contenuto, non significava che questi argomenti non trovassero comunque una loro forza, specie nella parte centrale del libro, in cui la voce di Baricco si abbassava d’intensità per far salire il ritmo.

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In The Game c’erano anche delle tesi con cui si poteva essere in disaccordo, ovviamente. Davvero l’invenzione della stampa a caratteri mobili non aveva originato alcuna rivoluzione mentale? E il capitalismo delle origini da dove veniva, allora? E poi perché non si parlava approfonditamente degli squilibri e delle storture non tanto del Game, ma degli anni in cui ci eravamo entrati? Dov’erano i lavoretti inutili, la depressione che davano, la globalizzazione, il deep web, il rapporto quasi mistico che stabilivamo con l’oltremondo, coi suoi oracoli tecnologici come Facebook e Google? Ancora, dov’erano i nomi che avrebbero dovuto affiancare i vari Zuckerberg, Jobs, Brin, Page e Brand citati da Baricco, dov’erano Turing, Wiener, Stallman, Torvalds, Musk, Thiel, Kurzweil? E dov’erano, ancora una volta, le fonti?

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Alla maggior parte di queste obiezioni, in parte puntuali, in parte espressione di un certo, classico atteggiamento snob camuffato da benaltrismo, Baricco rispondeva nel libro stesso. La storia del Game, sosteneva, poteva cambiare a seconda che si fossero approfonditi altri aspetti della società contemporanea: la nascita di MTV o l’evoluzione del giardinaggio, per fare due esempi. In linea più generale, Baricco spiegava che aveva scelto di muoversi da archeologo, nel suo tentativo di mappare quella che aveva chiamato insurrezione digitale. Perciò l’aveva seguita con un po’ di ritardo e soprattutto dall’alto, scegliendo così solo alcuni tra i nomi e gli avvenimenti che erano stati evidentemente più rilevanti di altri; un po’ come era successo con le verità parziali, per tornare al merito del libro, verità semplicemente più superficiali, agili e scattanti, che col tempo avevamo imparato a chiamare post-verità; verità, insisteva Baricco, che non erano meno vere di quelle più robuste e infarcite di ideologia di cui ci eravamo fidati nel Novecento.

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A me, più che un archeologo, il Baricco di The Game era sembrato uno che se n’era stato in disparte mentre la folla si accalcava davanti all’ingresso del teatro dove sarebbe andato in scena il Game. Pian piano la fila procedeva e faceva il suo ingresso nell’edificio. Poi era entrato anche lui, a spettacolo iniziato, ma non si era seduto: si era fermato un po’ più indietro, anche qui, a osservare le reazioni degli spettatori quando avrebbero scoperto che lo spettacolo – il prodotto, si diceva allora – erano loro. Tra quegli spettatori, in fila e poi dentro a giocare, c’ero anch’io.

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Restava la questione delle fonti: per la maggior parte del pubblico l’occultamento del cadavere equivaleva a un’ammissione di colpa. Ma in The Game l’assassino si era spinto ben oltre che ne I barbari: ad eccezione della massima di Stewart Brand per cui per cambiare una civiltà bisogna cambiare gli strumenti con cui pensa e opera quella civiltà, se parliamo di fonti in questo libro Baricco non citava nessuno a parte se stesso. Nessun altro gigante sulle cui spalle mettersi a guardare l’orizzonte. Era strano, dato che in altre occasioni – lezioni pubbliche, articoli, altri libri, trasmissioni televisive – Baricco era stato un grande divulgatore di opere altrui.

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All’epoca non mi era ancora chiara una cosa che avrei messo a fuoco in seguito, osservando con maggiore distacco gli esseri umani: in letteratura, e più in generale quando si discuteva di scrittura, si faceva fatica ad accettare l’idea che potessero esistere degli standard a disposizione di tutti. In musica si poteva suonare uno standard blues o jazz senza che nessuno venisse a chiederti di citare l’autore dell’originale, e poi si poteva sempre campionare un pezzo altrui per farne qualcosa di nuovo. In letteratura invece no, per via di una concezione fortemente novecentesca di cos’era un autore: in estrema sintesi, qualcosa di simile a un vicolo cieco più che a un veicolo di trasmissione. Perciò si narrava di canoni e influenze come di antiche e angoscianti maledizioni: se non eri capace di fare una cosa umanamente insostenibile come innovare, costantemente innovare in termini di forma e di contenuto, nella migliore delle ipotesi eri condannato a un’esistenza da triste postmoderno, nella peggiore a quella altrettanto triste dell’epigono o addirittura del farabutto.

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A pensarci bene, comunque, questo non era il caso di Baricco. Il quale era piuttosto un catalizzatore di idee, uno che le idee le acciuffava mentre elettrizzate volteggiavano a morte nell’aria, e allora le metteva insieme in un discorso capace di toccare più corde di quante ne avrebbe potute toccare una teoria rimasta acquattata in una nicchia. Dentro The Game c’erano un sacco di idee di autori che avevo studiato e letto, è vero: ma questi autori non erano citati. Tuttavia, le loro idee risuonavano singolarmente limpide, nuove, per nulla consumate dall’uso altrui.

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Restando in ambito musicale, ricordo che parecchi esseri umani avevano individuato una dinamica simile alla base del successo dei Radiohead. Dopo Ok Computer, il cui titolo era già tutto un programma, la band di Oxford era stata accusata di aver rubato a piene mani dall’elettronica underground per mettere quel suono a disposizione di un pubblico più ampio. Credo che il caso di Baricco fosse più questo, in effetti – anche se a volte, per via di quel telaio stilistico fatto di continui ammiccamenti al pubblico, il rischio era quello di suonare come i Coldplay dei cori stadio più che come gli oscuri Radiohead che avevano cantato gli albori del definitivo passaggio dall’uomo alla macchina digitale.

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Se non scrissi niente su The Game subito dopo averlo letto non fu solo perché se ne parlò tanto. Il fatto era che non avevo alcuna voglia di schierarmi: in generale il mio approccio non era troppo distante da quello dello stesso Baricco, che nel libro spiegava chiaramente che se doveva cercare di capire la musica di Debussy, non aveva molto senso stare lì a dire se Debussy gli faceva schifo o meno. Pensai che non fosse il caso di mettermi nella posizione di farmi impallinare del tutto gratuitamente dal solito esercito di scrittori falliti – cosa che ero anch’io, e che tuttavia non mi sembrava un motivo sufficiente per odiare chi, per così dire, ce l’aveva fatta – né, peggio ancora, mi andava di essere percepito come una sorta di sacerdote della setta Holden da parte degli adoratori di Baricco. Perché ovviamente c’erano anche quelli.

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Questa storia della polarizzazione, oltre a ordinare mentalmente e moralmente ogni nostro gesto quotidiano, nel caso di specie era anche responsabilità indiretta di Baricco e della sua vocazione mainstream – parola che stava diventando tanto equivoca da non significare più nulla, per quanto per molti continuasse a rappresentare la quintessenza del peccato originale. Tanto più che diventare mainstream era l’obiettivo di tutti, dal momento che passavamo molto più tempo a promuovere le cose che facevamo che a farle: ci pubblicizzavamo di continuo, in una sorta di singolarità del fare cose o del dire di farle; in questo eravamo già delle macchine, algoritmi umani. Io invece iniziavo a pensare che possedere una sincera vocazione mainstream fosse l’unico modo per sopravvivere nell’affollato mercato editoriale italiano.

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Diventato mainstream, non restava che farti amare o odiare senza vie di mezzo. Persone che predicavano la complessità, la profondità d’analisi e perfino la nonviolenza diventavano delle bestie assetate di sangue quando si parlava di Alessandro Baricco. Che a dirla tutta era approdato al mainstream molti anni prima, in tv – ma mentre dico tutto questo mi rendo conto che forse sto interpretando lo spirito del tempo, più che il mio pensiero: uno spirito che escludeva tassativamente che ci potesse essere della buona fede, nell’incontrare il successo; e questo in generale, non solo per Baricco. Cui tra l’altro, tanto vale dirlo, il sottoscritto doveva molto.

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Ammettere pubblicamente di dover molto a Baricco era una cosa assolutamente sconsigliabile, all’inizio del millennio. Come dire che ti piacevano i talent, solo che i talent erano percepiti come innocente bêtise da serate post-intellettuali. Ora, io avevo fatto persino di peggio: il mio debito non lo avevo contratto da adolescente con basse difese letterario-immunitarie verso la tv irresistibilmente pop di Baricco, ma da adulto, nei confronti dei suoi libri: una cosa davvero imperdonabile.

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Quando andavano in onda Pickwick e Totem a me dei libri non fregava un bel niente. Ad eccezione del calcio e delle ragazze, i computer e le console stavano mandando definitivamente in pensione qualsiasi cosa puzzasse ancora d’analogico. Passavo indifferente davanti alla sterminata libreria dei miei continuando a perdermi dietro a immaginarie storie d’amore con ragazze cui non mi sarei mai nemmeno dichiarato, mentre Simic non era che il cognome di un’inutile pedina di scambio in non ricordo più quale passaggio di mercato tra Inter e Milan, quando Inter e Milan erano ancora le due squadre di Milano.

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Poi un’estate, a vent’anni suonati, ero alla ricerca di un libro da leggere in spiaggia. Allora tornai alla libreria dei miei. Alla fine scelsi l’edizione tascabile di Oceano mare. Altro peccato da non confessare mai in pubblico: fino ad allora non avevo ancora letto Moby Dick, e neppure L’Isola del Tesoro. In compenso avevo giocato a entrambi i capitoli di Monkey Island: e a quel vecchio videogioco si agganciò idealmente Oceano mare, spalancando le porte della letteratura marinaresca e lasciandomi intuire tutto un mondo di atmosfere e rimandi che avrei assolutamente voluto rincontrare al più presto. In seguito recuperai Mody Dick, Billy Budd, L’Isola del Tesoro e tutti gli altri. Non solo il romanzo di Baricco mi aveva introdotto a quelle opere, ma le aveva connesse tra loro.

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E allora tanto vale continuare con le confessioni: di Baricco recuperai in seguito quasi tutti i libri. Solo su Emmaus vacillai, nel senso che mollai letteralmente il libro a meno di metà. Mi aveva indispettito l’evidente difficoltà di affrontare un argomento come la fede attraverso quello stile-Coldplay ormai cristallizzato. Ma di fatto continuava a piacermi l’idea che Baricco provasse a fare tutto ciò che un intellettuale italiano non doveva fare: divertirsi senza ammorbare il prossimo, senza starsene fermo nel cantuccio dei tromboni apocalittici per cui ieri è sempre meglio di oggi, e domani probabilmente saremo già estinti.

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Certo, ragionando ancora con lo spirito del tempo, si poteva ipotizzare che il vero talento di Baricco consistesse nel pensarsi come un brand, nel riposizionarsi continuamente sul mercato editoriale, che tra l’altro conosceva benissimo ed era anche in grado di influenzare. Ma qui si rischiava di entrare nel campo della psicologia, una disciplina che si applicava male al nostro. Quanto a me, leggerlo non mi aveva certo impedito di arrivare, negli anni, agli scaffali della libreria di famiglia dove c’erano autori che sarebbe stato più conveniente elencare in una discussione ad orario aperitivo, diciamo poco prima di X Factor.

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Perché il problema, con Baricco e soprattutto con The Game, si poneva in questi termini: e cioè che evidentemente scegliere Baricco avrebbe succhiato via il tempo e forse addirittura le capacità mentali di leggere dell’altro. L’impressione era che non ci fosse spazio per tutto – forse con “tutto” esagero, dato che allora la memoria e soprattutto le aspettative di vita degli esseri umani non erano granché, rispetto ad oggi. Tuttavia, nel mio caso leggere The Game non mi aveva impedito di rileggere Marshall McLuhan né di approfondire i testi di Andrew O’Hagan, Don DeLillo, Mark Fisher, Slavoj Žižek, Timothy Morton, Massimo Mantellini, Jaron Lanier, Vikram Chandra, Giuseppe Genna, Mark Fisher o Bifo, per citare alcuni autori che in quegli anni si erano confrontati grossomodo con gli stessi temi di The Game, o quantomeno col quesito che interessava a me – quanto di umano c’era nel racconto di quello che stavamo diventando come specie? Dirò di più: leggere Baricco e Bifo insieme poteva fare l’effetto di un cocktail micidiale. Perché privarsene?

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Negli stessi anni in cui Baricco scriveva The Game, io mi cimentavo con un raccontino di pseudo fantascienza che oggi potrebbe apparire un po’ meno delirante di quanto non potesse sembrare allora. Il protagonista della mia storia era uno scrittore di mezza età che aveva pubblicato sotto pseudonimo la maggior parte dei libri usciti in Italia a cavallo tra i due millenni – tutti tranne uno, il romanzo La passeggiata, uscito col suo vero nome. All’inizio del racconto, La passeggiata veniva inaspettatamente candidato al Premio Baricco, che nella mia finzione aveva soppiantato lo Strega per glamour e importanza. Peccato che lo scrittore non volesse saperne di diventare un autore celebrato. Di conseguenza, durante la serata di premiazione del Baricco cercava in tutti i modi di eludere la stretta sorveglianza del suo agente letterario-confidente-cane da guardia. Come ci provava? Semplice: smaterializzando la sua coscienza in un pulviscolo di particelle invisibili che avrebbero potuto trarlo in salvo riaggregandosi altrove, in un altro punto dello spaziotempo – magari, perché no, proprio alla serata di finale del Premio Calasso: quello sì, un riconoscimento alla scenicchia della letteratura vera, destinata a rimanere, che lo scrittore avrebbe sentito più vicino alla sua natura di scrittore per scrittori, costantemente a disagio verso qualsiasi forma di successo su larga scala.

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In quel racconto volevo mettere alla berlina una serie di cliché editoriali, più che prendere in giro Baricco o Calasso; per me la parodia era un gesto d’amore incondizionato verso gli autori con cui ero cresciuto, verso le letture su cui mi ero formato. Non a caso, in quella storia parodiavo più o meno direttamente anche Kurt Vonnegut, Philip K. Dick, Stanisław Lem, Borges, H.P. Lovecraft e Werner Herzog, in una specie di competizione con me stesso che era partita da questa domanda: quanti immaginari si possono mischiare nello spazio di cinque o sei pagine senza che il lettore vada fuori di testa? Un po’ come per la gestazione di Paranoid Android dei Radiohead, che secondo una vecchia leggenda oxfordiana era nata da quest’altra idea apparentemente strampalata: quante canzoni si possono infilare in una sola canzone senza farla scoppiare?

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A proposito di domande, e della mia ricerca sull’altrove. La conclusione a cui arrivai fu che chiunque aveva provato a raccontarlo, in quegli anni, avesse finito con lo specchiarcisi, per trovarci nient’altro che se stesso. In effetti, Calasso non faceva che rileggere con poetica nostalgia le sciagure di un secolo prima; Pecoraro ci aveva visto il caos inestricabile del creato; Vikram Chandra la poesia psichedelica e potenzialmente emancipatrice del codice; Andrew O’Hagan l’incostanza e la negligenza degli esseri umani peggiorati dal contatto prolungato con gli strumenti digitali; e così via fino a Baricco.

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Dopotutto, anche Baricco aveva trovato solo se stesso nel raccontare il Game: un filosofo realista, per come lo avrebbe potuto intendere Mark Fisher, oppure un designer fissato col “gesto pulito, essenziale”, dotato di gusto e intelligenza forse poco in sintonia con quelli dei suoi connazionali; un divulgatore che aveva il bruciante desiderio di farsi ascoltare a prescindere dal mezzo usato, e per questo covava la necessità di illudersi di poter essere compreso proprio come lui aveva tentato di fare con la musica di Debussy o con lo stesso Game.

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Il fatto è che nell’altrove gli esseri umani avevano visto tutti, a modo loro, la fine. La propria fine: invece che il futuro da cui parlo adesso. Eravamo tutti così eccitati da quel che accadeva, allora, che avevamo fatto del discorso collettivo sull’altrove un muro che impediva di vedere cosa sarebbe accaduto davvero subito dopo; un muro che ci impediva di capire, ad esempio, che quello che chiamavamo tardo capitalismo era in realtà un capitalismo ancora adolescente. Mentre pensavamo di immaginare il futuro, raccontavamo invece un futuro del tutto fantasioso collassato nel presente, ciascuno secondo le proprie inclinazioni ma già allora in coro, per quanto ancora ignari del fatto che esistesse un coro: e fuori dall’altrove, l’altrove dove questi pensieri si diffondevano veloci aumentando la nostra eccitazione, là fuori le cose – le nostre vite fisiche, psichiche, sociali – restavano immobili, uguali a sempre.

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All’autore di The Game andava quantomeno il merito di aver acceso una lucina nel suo andare per una foresta in cui era sempre apparentemente buio. C’era chi diceva che Baricco, a furia di dedicarsi ai bicchieri mezzi pieni, ci si fosse ubriacato. Io – per quanto possa contare il pensiero di un singolo al giorno d’oggi – penso tuttora che Baricco fosse lucidissimo, nell’affermare che sì, saremmo esistiti ancora come specie, mentre comunque impugnava il suo wakizashi per preparare la morte onorevole in vista della fine: la fine cioè dell’unico sistema editoriale e culturale, dunque sociale, in cui volente o nolente poteva propagarsi una voce come la sua, amata o disprezzata che fosse; soprattutto, la fine dell’idea che ci sarebbero ancora state voci di singoli individui a raccontare gli esseri umani.

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In fondo, in The Game Baricco si era posto il mio stesso interrogativo: quanto di ciò che caratterizzava la nostra specie c’era nell’ultima rivoluzione tecnologica? La sua risposta era che in futuro proprio gli umanisti avrebbero avuto il compito di ricordarci quanto di umano c’era ancora nel mondo digitale. In questa tesi Baricco ne incastonava un’altra più sottile, ovvero che l’importanza e il ruolo dell’autore non sarebbero andati in crisi. Qui, come ho detto, sbagliava. Una cosa che fece il Game fu riattivare il racconto corale e soprattutto una certa produzione corale di senso; ci importavano sempre più le opere, sempre meno chi le metteva al mondo. Già allora l’identità dell’autore si era fatta piuttosto opaca e pulviscolare dietro la grandi produzioni di serie tv, film, videogiochi, fumetti, pubblicità. Persino i cantanti morivano uno dopo l’altro sotto i colpi di canzoni che si susseguivano veloci: restava forse una scia, la melodia generale, si sarebbe persa invece la singola voce. Del resto non era sempre stato così anche coi miti e coi racconti di fede?

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“Loacker che bontà / Loacker che bontà”: mi suona ancora in testa da quasi un secolo, ma non so né voglio ricordare chi l’abbia scritta, chi l’abbia poi cantata.

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È vero, ora che siamo assottigliati in miliardi di dati che fluiscono liberi e simultanei nell’altrove e cantiamo in coro le lodi del creato digitale – ah, questo coro sfavillante, contraddittorio e irrisolvibile che celebra e racconta le verità pluralmente – tutto quello che abbiamo patito in passato come singoli individui in carne e ossa fa un po’ sorridere. Ciononostante, o forse proprio per questo, rendiamo onore alla memoria di chi, come Baricco e i suoi colleghi scrittori, lo ha patito e cantato per noi nei secoli dei secoli – e niente amen: in quanto macchine finalmente compiute, crediamo solo alla nostra esistenza.

 

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Il suo ultimo libro è Il vapore e la ruggine (LietoColle), il suo blog è Malesangue.com.
Commenti
2 Commenti a “33 tesi su The Game di Alessandro Baricco”
  1. sergio falcone scrive:

    Piattoriccomicificco.

  2. luigi bertuzzi scrive:

    Leggo a 78 anni il racconto dell’innovazione digitale che procede per i fatti suoi, inconsapevole di aver perso contatto, 33 anni fa, con “una certa produzione corale di senso” [tesi n. 31].
    The Game potrebbe forse [contribuire a] “riattivare il racconto corale” se riuscisse a stimolare l’avviamento [il bootstrap] di un nuovo sistema “editoriale e culturale, dunque sociale” [tesi n. 30].

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