cleo

Soffia un vento tropicale su Roma

cleo

Domenica 18 dicembre, all’interno della rassegna Leggo per legittima difesa, Francesco Longo presenta Cleopatra va in prigione (di Claudia Durastanti) e Prima di perderti (di Tommaso Giagni). Di seguito pubblichiamo un pezzo uscito sull’Unità.

Quando più scrittori insistono su un carattere inedito di Roma vuol dire che la città è pronta a svelare una sua nuova identità. L’ultimo romanzo di Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione (minimum fax, pp. 129, euro 15) è ambientato in una periferia che odora di asfalto e menta, nel periodo che precede un’estate terribile, letale. È una Roma scolorita, satura di impurità, i personaggi si aggirano tra la Tiburtina e Largo Preneste.

La protagonista è Caterina, fidanzata con Aurelio. Lui gestiva un night club ed è stato arrestato durante un’operazione per ripulire alcuni quartieri da giri di droghe e prostituzione. Mentre lui è in carcere lei lo tradisce con un poliziotto. Caterina è cresciuta passeggiando sulla tangenziale chiusa al traffico dopo mezzanotte e ora si aggira tra parcheggi e depositi di autobus. La temperatura è anomala, “il caldo sta per squagliare le finestre”, prima del tramonto il sole diventa viola e rosso, “un occhio dai capillari spaccati”, e quando va giù gli edifici riflettono una luce verde, ramata.

La Roma di Claudia Durastanti è punteggiata di Bingo, Compro Oro, locali di lap dance, club a Porta Maggiore con eroinomani illuminati dai neon, trabocca locali luccicanti frequentati da sudamericani vicino alla stazione dove è “impossibile ordinare un cocktail senza ananas”. Esotismo orientaleggiante e periferia pasoliniana si sovrappongono in una sorta di “borgata Dubai” dove convivono lavatrici rattoppate con lo scotch e palme rivestite di luci rosse.

In Cleopatra va in prigione, Roma sembra aver cambiato latitudine, essere scivolata verso i tropici. Le bouganville proliferano sulle ringhiere, le case si riempiono di felci che tolgono ossigeno nel sonno e le finestre sono sigillate da zanzariere. Caterina smette di fare la spogliarellista e comincia a lavorare come segretaria in un albergo con pochissimi clienti. Aurelio esce di prigione. Le vite cambiano, ma il cielo e il sole restano gessosi e tutto pare sempre sul punto di sgretolarsi. L’umidità riempie l’aria e “il vento puzza di ammoniaca”.

Al suo secondo romanzo, Tommaso Giagni ha scritto un libro coraggiosissimo, in cui un figlio, Fausto, sta per disperdere le ceneri del padre morto quando lo vede apparirgli davanti come un fantasma. La trama shakespeariana di Prima di perderti (Einaudi, pp. 141, euro 16,50) è tutta ambientata ai margini di Roma, dove Fausto arriva seguendo gru, ponteggi, furgoni, bagni chimici. È un Pratone non lontano dalla discarica di Malagrotta, un ritaglio desolato fra cantieri che tirano su villette a schiera, il confine remoto della città.

Anche quella di Giagni è una città di vecchi che bevono Fernet e giocano al gratta e vinci. Il duello tra padre e figlio ha forma verbale perché quando si tratta di rancori, affetto taciuto e sentimenti avvolti nella reticenza, le parole sono “armi sufficienti”. La Roma raccontata da Giagni è invasa di animali, i piccioni litigano, i gabbiani sgnignazzano e beccano, le cicale sfondano i timpani, le formiche folleggiano. Il vento porta odore “di grano e finocchiella, che già velenosi i gas fanno sfiorire”. L’atmosfera è malsana, l’aria è “giallastra, simile a quella che annuncia un terremoto”. Durastanti definisce Roma una città “impaziente e batterica” e anche la diagnosi di Giagni coglie una patologia diffusa: “Il cielo ha un colore malato”. Così come è alterato tutto il tono della sua tragedia psicologica, sempre in bilico tra allucinazione e sogno, tra delirio e realismo. Le felci e le bouganvillae infestanti di Claudia Durastanti, riaffiorano qui sotto forma di edera che si arrampica e gli insetti non mancano: l’umidità porta con sé molti moscerini, che il protagonista non ha il coraggio di uccidere.

La Roma di questi romanzi si rispecchia in quella di un terzo libro uscito sempre ad ottobre, Dove la storia finisce (Mondadori) di Alessandro Piperno. Anzi è proprio qui che si trovano due preziose indicazioni per leggere gli altri due. Nella prima annotazione Piperno ricorda: “Si tende a dimenticare che Roma è una città di mare”. La seconda arriva dopo che anche Piperno ha osservato rampicanti sulle inferriate e sciami di insetti a presidiare i cassonetti: è“come se la natura avesse avuto la meglio sulla città e i suoi abitanti”, si legge.

La Roma subtropicale di Piperno – battuta da un “vento africano” –, quella di Durastanti con i night sulla via del Mare simili a templi nella giungla, e quella maleodorante di Giagni sono la stessa città. In cui i sentimenti, la politica e le visioni rosee del futuro sono ingiallite eppure nulla smette di splendere e luccicare. Una bellezza sublime e olimpica palpita ancora in una città che cade a pezzi, perché “dopotutto lo fa da millenni”.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
2 Commenti a “Soffia un vento tropicale su Roma”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] topografiche e descrivere gli angoli delle strade dei luoghi che abitaimo…); il tema è esattamente la città di Roma. I tre libri che ne parlano sono tutti recenti; io ho letto soltanto il terzo (lo confesso, non […]



Aggiungi un commento