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Nel guscio. Poesia e Shakespeare nell’ultimo romanzo di Ian McEwan

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Difficile che uno scrittore occidentale dica del proprio ultimo lavoro, pubblicato nel 2016 e commercialmente spendibile come un thriller, che ‹‹è un inchino alla poesia››. Quasi impossibile, poi, che la voce narrante del soliloquio di pura percezione che sostiene questo inchino sia un essere cieco e non senziente; un personaggio più rischioso, a ben vedere, della Helen Keller bambina: un feto.

È un capriccio letterario (perlopiù di scrittori maschi) molto raro, ma che fa capolino, di tanto in tanto, da almeno trent’anni. Che siano destinatari della narrazione (come il Signor Malaussène di Daniel Pennac, 1995) o essi stessi voce narrante (unico caso prima di Nutshell, forse, il Cristóbal Nonato di Carlos Fuentes, 1987), gli unborn children sembrano funzionali sia alla forma che al contenuto, perché promettono monologhi da prosa grave e una specie di onniscienza impotente. Ma la poesia? L’inchino, anzi, come lo ha chiamato Ian McEwan, può davvero compiersi per mezzo delle parole di un feto che rivive, non senza un certo distacco embrionale (o inglese?), la vicenda di Amleto, alternando azione immaginata e filosofia anti-esperienziale?

Certo, c’è la questione delle odi quasi inconsce alla bellezza della madre assassina e un diffuso disprezzo per il materiale, ma in che modo il protagonista di Nutshell (in Italia edito da Einaudi come Nel guscio, e tradotto con grazia e accuratezza dalla magnifica Susanna Basso) permette a Ian McEwan di inchinarsi alla poesia? Andiamo per gradi.

Nel guscio, come si è ampiamente detto, è una divertente e divertita riproposizione della storia di Amleto, qui ambientata nella Londra contemporanea e “inscenata” da Trudy (Gertrude) e Claude (Claudius), madre e zio del protagonista, che uccidendo John, marito di lei, scatenano l’esaltante (almeno per il lettore) problema di fondo del romanzo: come può, questo piccolo principe non-di-Danimarca, erede del ‹‹regno tutt’altro che unito di un’anziana regina››, vendicare il padre, da dentro il grembo materno? Inutile negarlo, è uno dei motivi per cui si andrebbe avanti con la lettura anche se il romanzo fosse meno bello, nel senso che McEwan – che sta alla casualità come Fidia alla sproporzione – riesce a estrarre una suspense cristallina dalle ceneri di una storia abusata, costellandola di elementi nuovi e dettagli da giallista: la scelta del veleno, i corpi del reato, la “falla” nel piano, gli ospiti indesiderati.

Insomma, Nel guscio sa essere un romanzo furbo, ironico e mai moraleggiante, quasi una parodia del vero Amleto più che una delle sue tante, fedeli rivisitazioni. Un mezzo miracolo di stile: è l’opera di un autore inglese serio e molto letterario che riprende la più letteraria delle opere serie del più famoso autore inglese, e ciononostante riesce a ricordare un film di Woody Allen. Chissà perché, visto che Nutshell è infilmabile: a McEwan non piacciono molto le voci narranti al cinema, e a meno che non lo prenda in consegna la Pixar (la magica storia di un feto) non se ne caverà niente. Uno splendido audiolibro, uno sceneggiato radiofonico: chissà.

Peccato, perché c’è pathos. Certo, è pur sempre una storia sul dubbio patologico, e qui in particolare ci si chiede per un po’ se sia il caso di nascere o non nascere, più che di essere o non essere, e tante altre cose sulla vita e, soprattutto, sull’amore incondizionato. Ma la scelta che si compie è da sempre la carcassa intorno a cui volteggiano i rapaci letterari di Ian McEwan. Il feto di Nel guscio non può agire se non calciando, e la sua decisione sembrerebbe focalizzarsi sui sentimenti: Amerò mia madre? Mi piacerà questo mondo che già so essere orribile? La risposta è nel ventre di Trudy, nella sua doppia tensione: un figlio che spinge per uscirne, un amante vorace che vi entra, un uomo ripudiato che desidera tornare.

Il primo non ha ragioni per nascere, il secondo per meritare le preferenze di lei, il terzo per non vincere sul fratello. Eppure va così: non si ama per meriti, ma per curiosità. Per resa, per speranza, per bisogno. E questa, qualora Nel guscio ne abbia una, sembrerebbe la morale saggia voluta da un sereno McEwan.

Talmente sereno da giocare con la sospensione dell’incredulità come mai prima d’ora. Nel guscio, fin dal titolo (che fa pensare anche alla curiosa locuzione inglese in a nuthsell, ovvero in breve), ricorda La tana di Franz Kafka, che pure aveva accezioni patologiche, lì di natura paranoide, un contenitore protettivo e un narratore anomalo. Ma se in Kafka si trattava di una scappatoia autobiografica, la scelta di McEwan sembra rendere onore allo stesso Shakespeare, che a proposito del coming out di Caludius fa dire ad Amleto, nella seconda scena del secondo atto, che ‹‹il delitto, privo di lingua, parla con voci miracolose››. È un primo segnale di poesia.

Il secondo è John Cairncross, padre del protagonista, un (edito)re che di maestoso ha soltanto la stazza e una certa sensibilità culturale: è poeta, poverissimo, a volte patetico, non si sa se talentuoso: un buono. Intorno a lui si srotola il problema del tempo e delle generazioni, tipico di McEwan. John è nell’età di mezzo in cui tutti i personaggi dell’autore di Amsterdam e Sabato fanno, perlopiù, pena. Sono impotenti, confusionari, non brillanti, sconfitti. John è il capofila di questa categoria, in Nutshell. Lo seguono Claude, il fratello scemo e noioso che tuttavia conquista Trudy, e la stessa Trudy, una Julija Tymošenko per maiesiofili. È lei, il pastorello intagliato meglio in questo presepe spoglio: una Raperonzolo forse disillusa, affatto pratica, a tratti incosciente. Sappiamo con certezza che non prova più amore per John, che gli preferisce (per comodità?) l’ardente fratello minore e che, in un climax di autodistruzione, è tentata di abbandonare il bambino che aspetta: di certo non se ne cura, vista la quantità di vino che beve, incinta all’ottavo mese. Trudy è una femmina non necessariamente londinese, e non necessariamente del Duemila. Parlato, bikini rosa e fisicità a parte, potrebbe essere una silhouette iper-sessuale e rancorosa dai noir di Raymond Chandler: una che prova rabbia un po’ a casaccio, dubita spesso di sé e degli altri e nonostante questo (o proprio per questo) genera tragedie.

E se la controparte di John è Claude, quella di Trudy è Elodie, la poetessa delle civette amica di John. È il solo personaggio moderno presente nel romanzo, una comparsa destabilizzante che ci ricorda che sì, la società surgelata e dubbiosa che McEwan racchiude nel guscio sta per lasciare il posto a un mondo (pubblico, extra-guscio) fatto di intellettuali tremebondi e pensatori poco riflessivi. Come lei, che riconosce il cadavere di John mentre Trudy e Claude dormono, colpevoli, chiusi nell’appartamento: il vero, unico guscio.

Questo romanzo lascia molti dubbi sulla fiducia di Ian McEwan per gli adulti contemporanei. Già lo sappiamo: per lui, i trentenni sono deboli, i vecchi confusi, gli adolescenti crudeli e i feti, si scopre adesso, ipercoscienti. Nel doppio incontro di Torino, il primo con blogger e giornalisti nella sede di Einaudi e il secondo, aperto al pubblico, alla Cavallerizza Reale, l’autore inglese ha spiegato più volte che stavolta non voleva, non ha pensato al fatto che quello che si accingeva a far parlare – ‹‹Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna›› – sarebbe stato il protagonista più giovane tra quelli dei suoi romanzi, se non il più giovane personaggio letterario di tutti i tempi: voleva parlare del guscio, della postazione, del mondo percepito attraverso una membrana umana – e della consapevolezza che non è mai facile sentirsi dentro qualcuno, anche se quel qualcuno è la madre che ci ospita.

E con questo, forse, raccontare lo scrittore, e spiegare perché perde la battaglia col poeta, privo di limiti e comunque maestro di brevità. Se in Espiazione i primi erano Dio, qui, di riflesso, sono creature impotenti e isolate, che offrono la loro versione del mondo producendone un altro, più piccolo, che somiglia forse alla propria mente: in a nutshell, a nutshell.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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