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“In Inghilterra non ti perdonano il successo”: intervista a Ian McEwan

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Proseguiamo la nostra giornata dedicata a Ian McEwan con questa intervista allo scrittore inglese uscita sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

STRAUD (Inghilterra). Da cinque anni Ian McEwan si è trasferito nella campagna del Gloucestershire e per arrivare a casa sua tocca fare un’ora di treno da Londra, dove ha abbandonato senza nostalgie il villino di Fitzrovia che nel 2005 era diventato, con poche modifiche, la casa del protagonista di Sabato. Poi, una ventina di minuti in taxi dalla stazione più vicina.

Campi sconfinati. Alte siepi. Pecore solitarie. Cavalli e pony altolocati che pascolano col cappottino. Non si vede un bipede, a parte i corvi. La vecchia casa di pietra sembra una piccola abbazia. Nel giardino aperto sulla campagna è stato scavato un laghetto che però ha troppe alghe per farci il bagno. Dentro: sobrietà, camini, pochi mobili, una cucina accogliente con la stufa in ghisa e la ciotola per il cane. Qui si indulge nei dettagli perché non è da tutti entrare nel buen retiro di McEwan, che non invita mai a casa un giornalista inglese: «Se uscissi da questa stanza mi frugherebbe tra i libri o nei cassetti».

La stanza dove è vivamente sconsigliato frugare è il soggiorno; l’idea di Nel guscio, il suo ultimo, sorprendente, romanzo,  è nata proprio qui. «Due anni fa chiacchieravo con mia nuora Rosie, una matematica molto brillante: era all’ottavo mese di gravidanza del primo figlio e naturalmente l’argomento era il bambino o la bambina che stava per arrivare. Ho avuto la netta percezione che eravamo già tre persone, sul divano. Un paio di mesi dopo ho cominciato a scrivere».

Cosa piuttosto insolita nelle cronache letterarie, dedicare un romanzo alle nuore. Mc Ewan l’ha fatto: «A Rosie e Sophie». Perché reputa una grande fortuna che i suoi figli abbiano sposato due ragazze «così belle, intelligenti, dolci, affascinanti; e, soprattutto, innamorate». Dopo la dedica, una citazione dall’Amleto, che aleggia sulla trama molto più delle nuoreOddio, potrei anche essere confinato in un guscio di noce e sentirmi il re di uno spazio infinito –  se non fosse per la compagnia dei brutti sogni. E infine l’incipit, folgorante: «Dunque eccomi qui, a testa in giù in una donna».

Un feto prossimo alla nascita, molto consapevole e dotato di un ottimo eloquio, è il narratore. E già prima di venire al mondo assiste ai piani della madre e dello zio suo amante di uccidere il padre.  (Oltre alle terrificanti performace sessuali dei due fedifraghi, vissute da una posizione davvero spiacevole).

Uno scarto vertiginoso, e vigoroso, nella carriera di McEwan che, abbandonate le meravigliose cupezze-stranezze degli esordi, aveva adottato un realismo corroborato da meticolose ricerche. Ed era finito nei programmi delle scuole superiori britanniche con Espiazione, del 2001. «Mi serviva una vacanza, un jeu d’ésprit.  Il romanzo precedente, La ballata di Adam Henry, aveva richiesto molto lavoro di documentazione, ore e ore in tribunale a parlare con magistrati e avvocati. Avevo bisogno di uno spazio di libertà».

I romanzieri possono essere di due tipi:quelli che si fanno le ricerche da soli e quelli che delegano ai negri e perfino alle agenzie. Lui appartiene alla prima specie e non sa dire esattamente quando è diventato abbastanza famoso o autorevole perché un magistrato gli concedesse un po’ del suo tempo. «Il fatto è che ho un amico giudice, un giudice importante, che mi ha raccontato molti dei suoi casi. Con le rispettive mogli andiamo a sentire concerti di musica da camera e una volta, alla Wigmore Hall, mi ha parlato di un testimone di Geova minorenne che rifiutava le trasfusioni, come prevede la sua religione. Lui lo andò a trovare, rimase lì una quarantina di minuti, discutendo di calcio. Poi decise di imporgli il trattamento. Già questo mi fece effetto, ma il punto è che otto anni dopo, il mio amico giudice trovò negli atti di un altro caso una nota in calce su quello stesso ragazzo: si era riammalato e aveva rifiutato la trasfusione. Alla base della Ballata di Adam Henry c’è questa vicenda con pochi elementi cambiati. Adesso ci fanno un film».

Anche per Nel guscio gli hanno chiesto l’opzione: «E pensare che quando ho finito il libro pensavo che per una volta non mi sarei dovuto preoccupare della riduzione cinematografica, mi sembrava irrealizzabile. Invece un simpatico produttore americano si è fatto avanti, gli ho chiesto come pensa di cavarsela e ha risposto che non ne ha la minima idea. Mentre la scrivevo mi sembrava una storia così folle che ho proposto a mia moglie di andarcene un po’ all’estero, alla vigilia dell’uscita.  Se hai la premessa di un narratore che è un feto, il romanzo si scrive da solo perché ci sono un bel po’ di situazioni limite, anche se ho mantenuto un profilo di lievissima plausibilità. C’è la sua cultura vasta ma raccogliticcia, visto che se l’è formata ascoltando le trasmissioni radio della Bbc, i podcast o gli audiolibri che sente sua madre; c’è il fatto che può riflettere su quando era più piccolo, che può sentire e immaginare, ma non vedere, e descrive quel che avviene intorno e lo rende credibile come una sorta di eco».

McEwan dice che è un gioco in cui chiedi al lettore di attraversare una linea:«L’istante dell’attraversamento è quello buono per mollare: se hai problemi con l’antirealismo o l’irrealismo, lascia perdere. Uno dei momenti di irrealtà che amo di più nella letteratura europea è La metamorfosi di Kafka. Un uomo si sveglia dopo un incubo e si ritrova trasformato in un insetto gigantesco: lì c’è la linea da attraversare. Ma cosa pensa Gregor Samsa? Che farà tardi al lavoro. Sono molto attratto dalla possibilità di avere il reale, il banale, e il fantastico che scorrono assieme. E, se accetti che un feto intelligente possa riflettere e preoccuparsi come me per i destini del mondo che sta per raggiungere, sei libero».

McEwan pensava sinceramente che un feto narrante in letteratura non si fosse mai visto, ma non aveva fatto i conti con le accuse di plagio che la stampa gli scaglia a ripetizione, praticamente un vezzo. («In Inghilterra non ti perdonano il successo». Peggio che in Italia? «Non so come vada da voi, però vorrei un passaporto italiano per rimanere cittadino europeo, dopo la Brexit»). Comunque anche la stampa americana si è data da fare, pur apprezzando molto il libro. Sulla New York Review of Books Siddhartha Mukherje ha tirato fuori dal cappello Abhimanyu, personaggio del Mahabharata che nel ventre della madre aveva ascoltato il padre raccontare una famosa strategia di battaglia, ma si era perso l’ultima mossa perché mammà s’era addormentata.

Sul NYT, invece, la solita Michiko Kakutani ha volato più basso: ha attribuito a Nel guscio una qualche parentela con il filmetto Senti chi parla. Per non dire della scatenata caccia allo scopiazzamento o, più nobilmente, all’influenza in molte altre recensioni, che I.ME. evita accuratamente di leggere, come molti suoi amici colleghi della stessa generazione. «Julian Barnes non guarda le recensioni da anni. Elencare riferimenti o eventuali plagi è solo ostentazione: il giornalista vuol far capire che ha letto tanti libri, che ha una cultura, ma non serve a illuminare il lettore. Per me il plagio è il furto consapevole dell’invenzione di un altro, non la ricerca di documentazione su come si vestivano i greci nell’XI secolo o che medicine si prendevano nel 1939. Poi è vero, ci sono romanzieri finiti nei guai perché hanno annotato qualche appunto e magari due anni dopo lo hanno ripreso in mano e, vedendo la propria scrittura, hanno pensato fosse farina del loro sacco».

Tutti a cercare citazioni o influenze,ma sembra sia passato inosservato che Nel guscio piazza nelle ultime pagine un uomo inesperto alle prese con un parto, come Bambini nel tempo. «Beh,  situazione e il mood sono molto diversi. Ma io ho fatto nascere il mio secondo figlio, che è arrivato così in fretta da non darci il tempo di chiamare la levatrice, a un’ora di distanza da casa nostra. È stata una delle esperienze più straordinarie della mia vita e forse questo spiega perché l’ho riportata in due romanzi nel giro di trent’anni».

Quando si legge qualcosa su McEwan, i suoi romanzi più citati sono quello d’esordio, Il giardino di cemento o quelli della maturità: L’amore fataleEspiazioneSabato. E sono finiti nel dimenticatoio i titoli che hanno segnato il passaggio da uno stile all’altro: «Quello che un critico ha definito il mio periodo di mezzo, di cui fa parte Bambini nel tempo. Era il preferito del mio caro amico Christopher Hitchens, diceva che non avrei mai più scritto un romanzo così bello. Ma i critici di 30, 40 anni non hanno fatto in tempo a leggerlo. La Bbc ne sta facendo una serie, magari lo rilancia. I critici più anziani invece devono essersi un po’ stufati di me: sono sempre qui e loro preferirebbero il caso letterario di una bella autrice sui 24 anni. È il destino dei romanzieri che invecchiano. Ma non cedo alla tentazione di pensare che se invecchio io arriva la fine dei tempi, è solo la fine del mio tempo. E non credo che l’età dell’oro intellettuale si finita con gli anni Cinquanta. Anche oggi leggo ottimi articoli sul New York Times o su alcune riviste, mentre ho ascoltato un’intervista del 1953 a Evelyn Waugh imbarazzante per quanto era cretina: tre giornalisti tronfi e upper class che lo sfinivano con domande insensate».

Di recente, il sessantottene McEwan ha avuto un’esperienza creativa più da Scapigliatura che da decano delle patrie lettere: con il delizioso racconto My purple scented novel che, guarda caso, racconta un plagio letterario. «Un artista tedesco mi aveva chiesto un contributo di un paio di paragrafi per una sua mostra in preparazione sul tema del furto senza colpa. La consegna era un anno dopo e me ne sono scordato. Quattro giorni prima della scadenza ho preso l’influenza e nei fumi della febbre mi sono ricordato dell’impegno: mi sono alzato, ho messo la vestaglia e ho comiciato a scrivere come se il racconto mi venisse dettato: quattromila parole in quattro ore. Poi, il giorno dopo,  gli ho ridato un’occhiata. Non ricordavo come l’avevo scritto. Sarebbe meraviglioso se la mia vita da scrittore fosse sempre così, con la tastiera che vola da sola come in sogno. Niente soste, scuse, caffè, come un personaggio dei Frustrati di Claire Bretécher. Ricordo una sua striscia su una scrittrice al tavolino: si alza, fa il caffè, spolvera un angolo, poi svuota la lavapiatti. Alla fine si risiede per riprendere il lavoro e sul foglio non c’è neanche una parola. Io sono più disciplinato, ma troppo lento, vorrei essere come Simenon, Dickens, Trollope. Invece appena sento il click della mail mi interrompo per vedere chi è, soprattutto ora che ci sono due film tratti da miei romanzi al montaggio: At Chesil Beach oltre a La ballata di Adam Henry. Sono i miei personaggi, le mie storie, non posso staccare. La soluzione potrebbe essere l’invenzione di una pillola che dà quella febbre creativa: né troppo alta né troppo bassa».

Paola Zanuttini è nata a Roma nel 1954. Lavora a La Repubblica dalla sua fondazione e da oltre vent’anni è inviato del Venerdì per il quale si occupa di società, esteri e cultura. Per minimum fax ha scritto Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso insieme ad Amedeo Letizia.
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