tedoldi tabù

Un estratto da “Tabù”, il nuovo romanzo di Giordano Tedoldi

tedoldi

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dall’ultimo romanzo di Giordano Tedoldi, Tabù, uscito per Tunué. Il libro sarà presentato domani alle ore 21 alla libreria Trebisonda, a Torino, per il Salone Off 365. Interverrà Nicola Lagioia.

Quando esco a cavallo con Antonia, il confronto tra i nostri modi di montare manifesta la differenza tra la scioltezza di una limitata abilità e la felicità di esercitare un dominio. La sensazione di esserle secondo non è sgradevole, al contrario, mi piace da impazzire. È uno spettacolo vederla cavalcare perennemente davanti, in pantaloncini jeans e reggiseno del bikini a maglia marrone, il laccio di seta rosa – la sua vezzosa cravattina – che sfila come un’insegna cavalleresca, le gambe tornite contro i fianchi di Julia, faisant grâce à son cheval de l’étreinte des genoux, facendo grazia al cavallo della stretta delle ginocchia, come scrive Saint-John Perse; sembra persino stucchevole la sua aderenza al modello dell’amazzone che fende l’aria come fantasma di pura energia.

Non si gira mai a guardare che fine ho fatto, intuisce che sarebbe offensivo. Benché se ne fotta altamente di essere compiacente con chicchessia, Antonia è una che sa comportarsi, non sale sopra le righe, non ha angosce sociali. Non mi farebbe mai sentire inferiore, soprattutto non lo farebbe mai fingendo un equilibrio che tra noi non c’è. Mi è difficile capire da dove abbia tratto questa saggezza, ma non credo dipenda da un qualche “lavoro su di sé”, o chissà quali solitarie riflessioni, è solo confidenza con le emozioni più semplici. Ora, mentre ci avviciniamo al santuario di Maria di Nazaret, e le guardo le spalle non menobelle e possenti delle natiche della sua cavalla, il busto lungo, curvo in avanti, tagliato dal laccio del reggiseno, e le braccia muscolose, virili, mi domando che ne sarà di tutta questa forza tra molti anni. Che delitto sciupare un corpo così, per quanto la natura sia feconda, quando tornerà sulla terra un’Antonia? Mi affianco a lei, «Allora, questo chiarimento?» la stuzzico. «Arriviamo al santuario». «Ci siamo, al santuario».

Sulla strada sopraelevata, a destra, già si vede in fondo il campanile della chiesetta sul suo isolotto. Quando c’è alta marea, l’acqua sommerge il ponticello e nuotare all’isolotto, anche se vicino, è pericoloso per via delle correnti. Antonia non è religiosa, perlomeno non in senso stretto, ma credo sia davvero quanto di più vicino abbia mai visto a una persona sinceramente – non per posa, o stupida credulità – panteista. Mi sono sempre ripromesso di approfondire la cosa, ma sono spesso stato spaventato dal timore di tediarla. Naturalmente per lei il santuario non ha alcun valore spirituale, è semplicemente un punto di riferimento, come un faro, un relitto, cose del genere che qui non ci sono. Smontati e legati i cavalli a un palo della luce, che a quest’ora dovrebbe già essere accesa, camminiamo sulle assi ballerine che conducono nel santuario, che è esattamente come l’ultima volta che ci sono entrato: una specie di grotta in pietre e mattoni rossi, una navata, un altarino e una statua lignea, quasi a grandezza naturale, se si può dire così, della Vergine. E un tanfo pungente che, da fuori, dalla spiaggia coperta di alghe marce e posidonie essiccate e appallottolate, flotta dentro trasportato dalla sabbia che copre anche il pavimento.

Niente banchi, niente sedie, e ovviamente nessuna persona. Mai una volta abbiamo visto chi accende i due lunghi ceri rossi, ai piedi della statua, che forniscono la fioca illuminazione. Avrete intuito che di solito questo è un luogo soffocante, irrespirabile ancora più che squallido, ma ora che mi ci infilo per la prima volta con Antonia,si rivela vivibile. Anche qui dentro è lei che entra per prima, lei che mi precede, lei che guarda e tocca la statua, dicendomi che è tiglio; io non ne ho la minima idea, non avendo pari penetrazione nel mondo naturale. Però ho un’idea: che Antonia stia flirtando. Me lo suggerisce il suo camminarmi davanti mostrando i glutei virilmente gonfi, dolcemente divaricati, come i lati di un triangolo ideale; i polpacci che si sviluppano forti sopra i piedi nudi, che pestano la sudicia immondizia mischiata alla sabbia. E quando manovra la sua mano uscita dallo scalpello di Rodin, mano snella, estesa più che lunga, che vellica con le dita aperte, allargando l’indice e il pollice man mano che sale verso l’alto, il legno quasi bianco della statua di Maria. Risalite al volto mariano, ritegnose, le dita si ritraggono ma prendono la corona alla sommità e, con uno strappo secco, la svellono, scoprendo la testa della Vergine.

Un vandalismo insensato, che mi ricorda le bravate da ragazzini, con un amico più grande e forte, che mostrava così la sua esuberanza. Un gesto che, comunque, continuo a ritenere seduttivo, se non altro perché, per me, lo è. Parlo di seduzione classica, cioè di un fatto tra due e solo due persone, separate dal resto del mondo, dunque di qualcosa di insolito per la nostra comune. Comunque, Antonia con gli uomini non va fino in fondo, tranne forse una volta con Danilo. Ho provato a capire le ragioni del suo orientamento sessuale, le costanti della sua instabilità. Oltre la banalità di una rivalità tra la sua eccezionale componente virile e quella dei maschi, non sono andato.

«Se Marco sta così male, è colpa tua» mi dice, finalmente voltandosi. L’abitudine morale, mi stupisco, agisce anche in esserisuperiori. Ma forse è solo un altro modo di sedurre. Antonia restituisce a Maria la corona mozzata e, tornando a darmi le spalle come per avviarsi, tende il braccio all’indietro, e mi prende la mano che le va incontro, stringendola con la dolcezza dei forti, e la porta lentamente alla bocca. Mi bacia le nocche e mi trascina, conducendomi come la sua cavalla, e così camminando e di tanto in tanto portandosi di nuovo la mia mano alle labbra e baciandola, facciamo diversi giri incerti tutt’attorno alle squallide pareti. È un anello surreale, perché non c’è nessun posto dove andare né da vedere qua dentro. Alziamo gli occhi al soffitto e non misuriamo che il putrido intonaco verniciato e riverniciato, a macchie di leopardo, e affumicato dalle candele.

Comincio a pensare che stiamo sognando, e abbraccio forte Antonia abbassando la testa finché non le sento il cuore sotto la pelle marezzata di peletti biondi, gli stessi che ha sopra il labbro. «Quello che hai fa o a Marco, l’ho trovato molto coraggioso. E adesso quando torna Danilo, se salta fuori la cosa, ti difenderò» mi dice, smentendo la bacchettata di prima. «Grazie Antonia». Non ho più voglia di dire molto. Devo sentirle il battito, ho l’orecchio sul seno, lo scopro e lo bacio, avvicino le labbra al capezzolo, ma Antonia mi scosta la testa tirandomi per i capelli – e c’è da essere prudenti se non voglio che me la stacchi – accarezzandoli affettuosamente con una mano mentre con un minimo gesto dell’altra si ricopre il petto con la maglia del reggiseno. «Non mi va» dice. «Perché no?» «Tu non devi mai chiedere “perché no” a una donna, nessuna risposta ti può accontentare». Mi stacco e mi siedo per terra, sul luridume. Antonia si appoggia con la spalla sulla parete scrostata. «C’è una persona con cui vorrei stare da sola, perché da qualche tempo, non appena la vedo, mi riempie tutta» mi dice, guardandomi profondamente, senza timidezze. «Vuoi che provi a indovinare?» «Prova». «Dolly?» «No». «Allora non tento più, mi arrendo, mi davo solo quella chance». «Eva».

Ho un sorriso di disprezzo per tanta sproporzione fra desiderio e desiderante. «Non ci sarei mai arrivato. Del resto è facilissimo stare da sola con lei, pensavo a un obiettivo più alto». «Non è per niente facile come credi, inoltre, la cosa è un po’ speciale, perché non voglio che si sappia». «Che te ne importa?» «Me ne importa, che ti devo dire. Forse perché mi vergogno, mi sento insicura con lei…» «Tu, Antonia, ti vergogni?» «Sì, mi vergogno. Non so come prenderla. Ho come paura di sbriciolarla ogni volta, come una lillipuziana. E io non sono più una ragazzina, questi imprevisti mi scuotono, mi logorano. E se vent’anni fa uscivo sotto il sole e sotto la pioggia con la stessa nuda pelle, oggi non è più così. Il mio corpo, lentamente, cede. L’unica cosa che mi resta dei miei vent’anni è questo laccio rosa. E per finire con questa lagna, quella è una finta stupidina… ha un’intelligenza piccola ma che scava in profondità, e mi farà pentire di averla desiderata». «Tu non hai solo il laccio rosa al collo dei tuoi vent’anni, ne hai anche il corpo, Antonia, che forse solo tu, per stanchezza, senti invecchiare. Non c’è centimetro di pelle che riveli i tuoi quarantotto anni». «Sì, ma quello che voglio fare con Eva è assoluto». «Assoluto?» ripeto la parola che mi sembra incomprensibile, mi obbliga a una pausa, finché non immagino una fantasia sessuale così ardita e nuova, così esaltata, che solo un giuramento segreto la potrà difendere.

Antonia cambia espressione, si fa più decisa, concreta, e cerca di allontanarsi dall’incandescenza della sua idea, per tornare a parlarmi pragmaticamente: «Se io mi schiero, e sai che sono decisiva, nella tua… chiamiamola rivalità con Marco… se spingo Danilo a cacciare Marco, tu mi aiuti con Eva?» Tiro le gambe al petto e appoggio i gomiti sulle ginocchia, valuto i gradi appena assegnatimi del sensale, da colei che più rappresenta gerarchia e potenza a Xanadu. «Se non lo fai, del resto, mi schiero contro di te, e favorisco Marco». «Quantaimportanza ti dai». «Sto solo cercando di realizzare il mio sogno». «Vuoi che ti aiuti con Eva in cambio di un favore, ma io lo faccio comunque, lo faccio perché non posso resisterti e, a proposito, continuo a pensare che non hai bisogno di me, perché non sei irresistibile solo per me, ti informo. Prenditela, sbattitela in groppa e portatela dove ti pare, la scipita Eva. È tua, è di tutti… Eva è quella che un tempo si sarebbe chiamata una donna pubblica. È una troia, una puttana, è una di quelle matte che si vogliono degradare sempre di più». «Con me ha un atteggiamento diverso. Proprio perché si concede a tutti, e io sono irresistibile per tutti, con me, resiste». Non rispondo, mi limito a scuotere la testa sinceramente incredulo. «Chi è il padre di Eva?» mi chiede. «Un prete». «Stai scherzando?» «Davvero non te l’ha mai detto nessuno? Nemmeno lei, che non manca mai di rivelarlo, e non per la prima volta, quando, dopo aver scopato, si diventa loquaci?» «Con me non si è mai aperta, è questo che cerco di farti comprendere. Ha paura di me». «Molto singolare. E, effettivamente, stuzzicante».

Antonia fa una smorfia, credo dovuta a una certa mia aggettivazione volgare, e non posso darle torto. Lei, nonostante conosca meglio di ogni altro tutte le pieghe di quella lisa trama erotica che si articola in peccato e redenzione, non la trova interessante. Così torna al suo scopo: «Danilo torna domenica, hai tre giorni per riflettere alla mia proposta». «Senti Antonia, di Marco non me ne frega niente, quindi non posso accettare l’offerta di alleanza contro di lui. Piuttosto ho idea che Barbara ora, per una ragione che davvero ignoro, mi consideri un corpo estraneo, e mi voglia espellere dalla sua vita». «Sono le tue solite impazienze». «Può darsi, ma allora aiutami a dissiparle. Se vuoi rendermi un favore, per fare un patto con me, ti chiedo questo: se un giorno la distrai, la tieni da parte, voglio andare in camera sua a cercare delle cose. Dovrò chiudere la finestra, che lascia sempre aperta quando non c’è. La cosa potrebbe insospettire chi passasse in corridoio, sapendo che lei è fuori con te, quindi cercate di uscire in modo che nessuno se ne accorga. Andate col vento. Tu ci riesci». «E come fai con la chiave?» «Danilo ha le doppie vero?» «Non di tutte le porte, ma penso che della stanza di Barbara, che in fondo continua a considerare un’intrusa, abbia la doppia». «Bene, allora mi devi fare il piacere di procurarmela». «Gliela devo prendere in camera, non so se sarà possibile». «Prova, devo assolutamente sapere una cosa o impazzisco».

Un silenzio troppo lungo mi fa intuire che Antonia ha mangiato la foglia. «Quanto a Eva, se fai questa cosa per me, ti aiuterò come posso, anche se, te lo ripeto, devi solo dirle la cosa, o le cose, che vuoi fare insieme con lei, e lei obbedirà». «Non credo. Innanzitutto voglio deportarla qui» dice Antonia, riprendendo a usare parole eccentriche, dato il contesto, e a misurare il piccolo santuario, come un ufficiale che ispeziona il campo di prigionia.

Di ritorno, al buio, con un mare che sembra un’immensa palude, Antonia è nervosa, non riesce a evitare di lasciarmi indietro. Quando si accorge che il distacco è eccessivo, rallenta bruscamente per farsi raggiungere. Ha fretta, o è agitata, persino sconvolta. Come la capisco. Scoprire di desiderare Eva: che sorpresa deve essere stata. Come si può desiderare chi desidera solo di appagarci completamente, di dire il più convinto dei sì a qualunque pretesa, piccola o grande? Ma se, pur dicendo sì, quell’individuo scegliesse di fare delle preferenze, per cui alcuni saranno beneficiati di un coinvolgimento più potente, come se la loro richiesta, uguale nella forma, fosse nella sostanza più esigente, mentre altri di una concessione passiva, remissiva, gelida, allora non sarebbe angosciosamente incerto l’esito? E se ci rifletto, se mi metto nei panni di Antonia, è proprio in questa contraddizione che si può sprigionare un’eccitazione mai provata, conseguenza di una logica emotiva assurda. Cogliere le riposte pieghe di uno stesso e diverso abbandono del corpo di Eva. Cavalca, fantasma nero di Antonia. Ti sento sorella. Sono tutti così i rapporti più vitali, hai ragione. Scoprire il desiderio di ciò che più facilmente può essere posseduto, che non ci resiste, ci viene incontro come una cosa destinata, e che per questa ragione ci sfuggirà per sempre. Lancio Hans al galoppo, accosto Antonia che, nemmeno il tempo di pensarci, scatena Julia, di cui, nel buio, a malapena vedo la schiuma che dal morso mi schizza in faccia.

Giordano Tedoldi è nato a Roma nel 1971. Nel 2013 ha pubblicato per Fazi il romanzo I segnalati. Nel 2016 minimum fax ha ripubblicato la raccolta di racconti Io odio John Updike.
Aggiungi un commento