thesquare

Scrivere di cinema: “The Square”

thesquare

di Mariangela Carbone

«Il quadrato è un santuario di fiducia e amore, al cui interno abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri». Così recita la targa dell’opera The Square, un quadrato dal perimetro illuminato, tracciato sul pavimento di fronte all’ingresso del Museo di arte contemporanea di Stoccolma. Partendo dal racconto delle vicende private del curatore del museo, l’affascinante quarantenne Christian, nel suo ultimo lavoro intitolato, appunto, The Square, il regista Ruben Östlund sembra interessato a parlare proprio di fiducia ed altruismo e di rapporti tra esseri umani.

Premiato con la Palma d’Oro allo scorso Festival di Cannes e candidato come miglior film straniero agli Oscar 2018, il film svedese assume i toni di una commedia dissacrante a doppio taglio, che mischia momenti di ilarità assicurata a dosi di pungente critica sociale. Come nel precedente Forza maggiore, Östlund affronta la questione della responsabilità – individuale e collettiva – e ricorda allo spettatore, non senza ironia, che ognuno è sempre responsabile delle reazioni provocate dalle proprie azioni.

È facile accusare la società attuale di indifferenza ed egoismo, di preferire il proprio smartphone al contatto con gli altri, così come è facile liquidare frettolosamente l’arte contemporanea perché spesso inaccessibile e perché “questo lo so fare anch’io”; più difficile è muovere queste accuse senza spocchia qualunquista, ma con sottile e graffiante ironia, sfruttando le contraddizioni del mondo dell’arte per muovere un discorso più ampio, dal respiro universale.

Il regista parte da uno spiacevole imprevisto, il furto di cellulare e portafogli, sufficiente a far crollare la vita di Christian nel caos, per mostrare quanto poco basti ad intaccare il decoro dell’alta borghesia e minacciare la sua quotidiana apparente tranquillità.

Il personaggio di Christian, come la classe sociale cui appartiene, incarna l’effimero e la vacuità cui la nostra vita quotidiana pare condannata. Niente è destinato a durare: dagli oggetti ai legami umani, come sembra ricordare la scritta al neon “You have nothing” che campeggia sopra l’installazione dove cumuli di ghiaia sono raggruppati a uguale distanza. E l’addetto alle pulizie che, per sbaglio, spazza via la ghiaia dal pavimento sembra darcene ulteriore conferma.

The Square vuole rivolgere allo spettatore una domanda fondamentale: ti fidi degli altri?

Il film gioca sui contrasti, sfruttando le simbologie collegate alla piazza (e al quadrato): da luogo di socialità e condivisione, la piazza può diventare giungla in cui ognuno è vittima degli inganni altrui. Il confronto tra sessi, classi sociali, generazioni e periodi diversi emerge sul grande schermo in modo originale grazie a una regia attenta ai dettagli, visivi e sonori.

L’uomo che entra in ufficio con il figlio neonato al seguito suggerisce un ribaltamento della rappresentazione del rapporto tra i sessi, la statua del Re rimossa dalla piazza di fronte al museo mostra il feroce avanzamento del nuovo, una cospicua presenza di anziani tra gli spettatori del museo stride con la giovane età degli addetti al marketing che curano la campagna pubblicitaria del museo, che ormai non può più opporsi al richiamo dei social network.

Ma il film ci pone anche di fronte alla domanda che attraversa il dibattito critico dai tempi del ready-made di Marcel Duchamp fino ad oggi: che cos’è l’arte?

Difficile rispondere, anche per lo stesso Ruben Östlund, che realizza un film atipico sull’arte contemporanea e attraverso sequenze grottesche al limite del surreale sembra dirci che l’arte è vita e la vita è performance, innescando un cortocircuito in cui arte e vita si intrecciano fino a confondersi. Così lo spettatore più di una volta non può che chiedersi: sta succedendo davvero o fa parte di un’altra installazione museale? Qui l’arte irrompe nella vita reale, quasi ostacolandola, scuote le vite dei personaggi mettendoli addirittura in pericolo, come nella performance dell’uomo-scimmia che rischia di trasformarsi in stupro. Allora si può anche essere vittime dell’arte, che invade momenti della vita quotidiana anche quando non richiesta, come nel dialogo tra Christian e la giornalista americana che non riescono a comunicare a causa del rumore disturbante delle sedie di un’installazione.

The Square demolisce il politically correct a colpi di ironia, smaschera il finto altruismo e l’ipocrisia che nasconde egoismo e indifferenza; smuove le coscienze, crea interrogativi, solleva dubbi e diverte lo spettatore.

Con immagini di forte impatto visivo, The Square costruisce inquadrature studiate nei minimi dettagli, dalle forti simbologie; sfruttando abilmente il commento sonoro, con una rivisitazione dell’Ave Maria che punteggia il film per tutta la sua durata, Östlund crea una forte suspense e spinge più volte lo spettatore a domandarsi cosa succederà nella scena successiva. D’altronde in un film dove appare una scimmia in un appartamento può succedere davvero di tutto.

Aggiungi un commento