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L’invenzione della cultura eterosessuale

Questo articolo è uscito su Repubblica.

Ogni prospettiva sul mondo è cieca a se stessa. Dunque la cultura eterosessuale – sicuramente la macroprospettiva che più di ogni altra ha determinato e determina la nostra percezione del mondo – non si conosce. Esiste, agisce ma non si mette nelle condizioni di vedersi criticamente. Al contrario si dà forma e continuità pensandosi strutturale e fisiologica, “natura ‘naturale’”.
Louis-Georges Tin – docente presso l’Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi nonché ideatore del movimento antiomofobia IDAHO (International Day Against Homophobia and Transphobia) – in L’invenzione della cultura eterosessuale (:duepunti edizioni, traduzione di Andrea L. Carbone) propone un movimento laterale, un capovolgimento prospettico nel quale la cultura eterosessuale passa da soggetto a oggetto di analisi. Nel suo saggio – che di fatto è uno studio delle origini sociali e culturali del nostro presente – Tin concentra la propria attenzione sulla letteratura per comprendere in che modo nel corso del tempo un modello di relazione prevalentemente omosociale è stato sostituito da un altro modello, quello eterosessuale, divenuto culturalmente tirannico.

L’omosocialità – che diversamente dall’omosessualità, specifica Tin, rimanda all’esistenza di un legame maschile non necessariamente vincolato al rapporto carnale – è il denominatore comune delle narrazioni di epoca feudale. A prevalere sono gli ideali di fedeltà al re, dunque la morale del vassallaggio, e la Chanson de geste, con i suoi esempi di eroica dedizione al sovrano, è semplicemente lo specchio di una struttura sociale incardinata sull’esaltazione dell’amicizia tra uomini. Fin qui la coppia uomo-donna è solo relativamente percepita e trova dunque, nelle storie, uno spazio esiguo.

Con il XII secolo tutto cambia. Perché l’avvento della società cortese produce una metamorfosi decisiva: la società virile dell’età feudale lascia il posto alle logiche, ai meccanismi e soprattutto ai valori dell’amore cortese. Una lettura attenta di testi considerati vere e proprie celebrazioni della cultura eterosessuale come Tristano e Isotta o Lancillotto permette di scoprire che ognuna di queste opere è un luogo di scontro e di passaggio: laboriosamente, tra mille contrasti, la cultura cavalleresca cede il passo a quella cortese.

Nonostante le resistenze opposte a questa metamorfosi – resistenze cavalleresche, medicali, persino clericali – la cultura eterosessuale si impone facendo coincidere le pratiche eterosessuali con la cultura tout court.

Ancora una volta, applicando al meglio i criteri della sociologia della letteratura, Tin individua nei testi più rappresentativi della letteratura del Cinquecento il disagio di un cambiamento epocale, leggendo nella saga pantagruelica di Rabelais un’ulteriore critica alla cultura eterosessuale. Se da una parte il Gargantua e Pantagruele è infatti l’esaltazione di un universo ostinatamente omosociale (in particolare nel legame tra Pantagruele e Panurgo: “Pantagruele trovò Panurgo, che amò per tutta la vita”, scrive Rabelais), dall’altro in quest’opera il paradigma del romanzo cortese è di continuo messo in parodia. La donna, se anche è descritta come oggetto di una ricerca, è sistematicamente assente e i veri piaceri sono quelli che derivano dall’amicizia virile.

Trascorre un altro secolo e nel Seicento è la Chiesa a segnare a dito il dilagare della cultura eterosessuale individuando nel romanzo d’amore un vero e proprio rischio. Tutt’altro che corrispondere, come vuole la retorica attuale, a qualcosa di sano e formativo, la lettura dei romanzi è in sé pericolosa: perché – come il “caso” di Don Chisciotte insegna – induce negli uomini la mollitia, dunque una disponibilità al languore sentimentale incompatibile con la perfezione cavalleresca, mentre nelle donne veicola l’impudicizia, ovvero una dimestichezza con il discorso amoroso in grado di metterne a rischio la tenuta morale. Padre Jacques du Bosc, in L’Honneste femme, non ha dubbi: “I romanzi rendono le donne prima ardite e poi abili, poiché vi trovano la sottigliezza con la padronanza, e non solo vi apprendono il male che dovrebbero ignorare, ma anche i modi più fini di commetterlo.”

Risalendo attraverso i secoli l’indagine di Tin si connette in modo sempre più esplicito al nostro presente e rende palese l’intento politico che lo muove. Condurre uno studio di questo genere si configura infatti come un ragionamento sul potere, considerato che l’amministrazione di un potere si esprime anche, e forse soprattutto, attraverso la manutenzione degli impliciti, ottenendo cioè che quanto è normato venga percepito come normale: “Meglio che una norma, che richiederebbe sempre una spiegazione, l’eterosessualità era divenuta per le donne e gli uomini che ne erano in quel modo condizionati un non-pensato della loro personale costituzione psichica, un a priori di ogni sessualità umana”.

Ed è altrettanto chiaro che normalizzare è una pratica che fa le sue vittime. Il mondo occidentale, infatti, ha introiettato un dispositivo sociosessuale i cui due pilastri sono da un lato la sistematica discriminazione dell’omosessualità e dall’altro l’enfatizzazione del femminile, a condizione però che questa enfatizzazione produca effetti simbolici e non sostanziali, soprattutto su un piano sociale: in entrambi i casi si delinea con chiarezza che il presupposto della cultura eterosessuale – qualcosa dei cui effetti continuiamo a fare quotidianamente esperienza – è di fatto riduzionista e difensivo, determinato da un fondamentale androcentrismo; affrontarlo analiticamente chiarisce che “il più delle volte la cultura eterosessuale è stata edificata con la Donna, ma senza le donne.”

Attraverso il suo studio Tin ci domanda di provare ad arretrare per guadagnare un angolo visuale più ampio su quanto è accaduto alla cultura occidentale almeno negli ultimi nove secoli; in questo modo, ricapitolando e riconsiderando la Storia, potremo renderci conto che questo metodo, al di là del contingente, è un’occasione di conoscenza e di civiltà: un modo ulteriore per rispettare la costitutiva complessità di ogni scenario umano.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “L’invenzione della cultura eterosessuale”
  1. Lagentestamale scrive:

    Bellissimo articolo, che presenta bene un testo che mi pare molto interessante.
    Questo slittamento di prospettiva che vada ad analizzare lo sguardo di chi spesso analizza, mi piace molto. Assumere una meta-osservazione sull’occhio che più spesso si usa per guardare, è fondamentale per capire i presupposti che si danno per scontati, come ci insegna la seconda cibernetica.
    Chiudo come chiude il pezzo, che mi sembra il modo migliore: “un modo ulteriore per rispettare la costitutiva complessità di ogni scenario umano”.

    A.

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