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_Il futuro

di Christian Raimo

La mattina di Capodanno ci svegliammo tutti e quattro con un cerchio alla testa che era il contrario di un’aureola. Facemmo colazione al bar con i cornetti appena fatti: abbozzammo dei bilanci e ci immaginammo il futuro prossimo. Marco si lamentò ancora che il voltafaccia di Carla gli scottava sempre di più e che gli dispiaceva anche di non avermi chiesto di fare il suo testimone, anche se ormai queste scuse ovviamente non contavano più nulla. Francesco disse che lui era preoccupato: il piccolo contratto di sostituzione maternità era finito, e le feste gli avevano bruciato i pochi risparmi. Gianluca era come sempre in crisi con Maria Laura e aveva appena discusso con un anno e mezzo di ritardo la tesi di dottorato. E io, vabbè, avevo finito di scrivere il mio romanzo sulla crisi, e dovevo decidere se trasferirmi a Berlino da Greta o se convincere lei a venire a Roma.

Qualche giorno l’Epifania dopo mi arrivò una telefonata di un altro mio amico, Giampiero. Mi chiedeva se potevamo vederci per un caffè, mi voleva parlare di un progetto. L’avevo conosciuto quando faceva il centro sperimentale di cinematografia ormai più di dieci anni fa, e da allora l’avevo un po’ perso di vista. Ci incontrammo in un baretto a Piazza Vittorio. Si presentava abbastanza bene, muscoli e tutto. Aveva anche un cane con sé, un setter che si teneva in braccio e che lo leccava di continuo. Mi disse: “Mi è venuta un’idea nella quale mi piacerebbe coinvolgerti”, mi disse: “Dobbiamo rigirare i Comizi d’amore di Pasolini ma ambientato oggi”. Mi chiese se volevo aiutarlo nella sceneggiatura. Mi disse che aveva un mezzo contatto con un produttore. Gli chiesi chi fosse. “Un ragazzo diciottenne che è diventato orfano da poco. Vuole investire i soldi del padre nel rifare uno alla volta tutti i documentari di Pasolini” . Rimanemmo d’accordo per rivederci di lì a una settimana.

A fine gennaio Gianluca mi cominciò a bombardare di mail. Mi voleva convincere che non dovevo mandare il mio manoscritto alle case editrici. Una sua mail diceva: “Mi è venuto in mente un modello di business editoriale. Pubblichiamo il tuo romanzo a puntate sul retro dei biglietti della metro. Per leggerlo uno si deve collezionare i biglietti finché non lo finisce”.
“Verrà lungo almeno cinquecento biglietti”, dissi.
“Andata e ritorno, non è nemmeno un anno, ho un amico che lavora a Metrebus, fidati, fammici parlare”.
Anche Greta era contenta che avessi finito il romanzo: ora potevamo finalmente vivere insieme. Lei insisteva che io mi trasferissi a Berlino. “Non fa così freddo qui”.
“Oggi ho visto su internet e sono meno sedici”, dicevo io.
“Sì, ma in casa si sta benissimo. Mi è venuto in mente un progetto che dobbiamo fare insieme”, mi diceva lei.
“Dimmi, amore”.
“Guerrilla gardening nelle case. Andiamo nelle case della gente che ha le piante dentro casa. Gli creiamo dei minigiardini dappertutto”.
“Dappertutto dove?”.
“In salotto”, diceva Greta, “nella fruttiera, nella lettiera del gatto. Ovunque ci sia uno microspazio che va restituito alla natura. Che ne pensi? Ci stai?”
Mi piaceva molto Greta ma ero preoccupato dall’idea di trasferirmi a Berlino. Cercavo sicurezze.
Marco mi chiamò agli inizi di febbraio per dirmi che gli era venuto in mente un progetto che univa Berlino con Roma. Fui tutt’orecchi. Mi invitò a casa sua per un caffè. Mi chiese se fossi disposto a accettare una sfida.

“Quanto sfida?”, chiesi.
“Il giornalista sotto copertura. Hai presente Gunter Wallraff?”.
“No”.
“Non l’hai letto?”, si stupì.
“No”.
“È il giornalista che si è travestito da immigrato per documentare le condizioni di lavoro in Germania. È il giornalista che ha indagato il razzismo latente nell’Europa e in tutti noi”.
“Tu cosa hai in mente?”, chiesi.
“Devi travestirti da donna. Fare un’inchiesta da insider sul mondo del femminicidio”.
“Cosa c’entra Berlino?”.
“Facciamo un progetto e ci facciamo dare i fondi europei. Tu vai avanti e indietro con il pullman Italia a Germania, io ti curo tutto il sistema gestionale”.
“Come funzionerà?”, chiesi.
“Io ti mappo con il gps, tu rimorchi i maniaci alle stazioni di servizio”.

 

Facevamo spesso delle cene, nel mio appartamento a San Giovanni. Mio padre aveva convinto un suo amico a lasciarmelo senza che gli pagassi un affitto.
Discutevamo molto della situazione politica italiana, cosa sarebbe accaduto da qui a pochi mesi. Discutevamo anche di noi. Un altro mio amico, Giovanni detto Gibbo, stava messo male in arnese. I genitori non gli passavano più soldi. Il padrone di casa lo voleva buttare per strada. Disse però che aveva un progetto nel quale voleva coinvolgerci: “Ho un amico che lavora in televisione. La settimana prossima gli voglio presentare un format. Mi dovete dare una mano. Ho in mente un reality: portiamo dei bambini su un’isola tipo l’isola dei famosi, ma senza mamma e senza papà. Gli facciamo fare tutte le prove di resistenza. Loro che chiedono aiuto ai genitori via satellite. Piangono, riscoprono gli affetti, crescono. È un programma sulla famiglia”, disse. Ci chiese delle opinioni, e poi ci parlò di sé, di come la vedeva nera anche di lì a breve, e ci chiese se potevamo alzargli i soldi per la metro per tornare a casa. Raccogliemmo sette euro e glieli demmo.

Anche Greta aveva dei progetti coi bambini e me li comunicava via skype. Lei è un’artista che fa performance. Una di quelle che prima venerava Marina Abramović e ora la odia perché è troppo borghese.
“Mi è venuta in mente una grande roba interattiva. Mettiamo centinaia di annunci nei giornali di annunci di tanti paesi diversi. Diciamo che vogliamo che qualcuno ci regali un bambino. Siamo una coppia che vuole un figlio. E vediamo che succede”.
“Non rischiamo denunce?”.
“Fa parte della performance, anche la galera. Mi aiuti a tradurre l’annuncio?”
Arrivò la primavera e la gente che conoscevo faceva sempre più progetti.
La mattina di Pasqua Gibbo mi chiese se ci potevamo prendere un caffè il giorno stesso.
“Ma non puoi dirmi per telefono?”
“Ho paura che mi rubino le idee”.
Ci vedemmo, lo trovai molto dimagrito, intabarrato in un grande cappotto che mi disse che aveva preso alla Caritas. Parlammo della situazione dell’Europa. Poi mi spiegò che voleva rifare il programma tv la Corrida, ma direttamente in ospedale e con i malati terminali. “Una via di mezzo tra una trasmissione di denuncia e una d’entertainment”.
Giampiero mi scrisse un’altra mail in cui mi spiegava il suo progetto con i calzini: “Chiediamo a migliaia di persone di fare foto delle loro stanze piene di calzini sporchi. Ci facciamo dare i soldi dalla Provincia”.
Col caldo Marco si era trasferito a Frigolandia, una comune in Umbria: mi chiamava spesso e mi invitata a raggiungerlo. Aveva un nuovo progetto: “Dobbiamo creare una religione, tipo gli hare krishna, tipo Damanhur, ma con i bimbominkia. Ci dobbiamo inventare un culto. Dobbiamo codificare dei riti, scrivere delle preghiere. Quei ragazzini sono gente piena di soldi. Perché non mi raggiungi qui per un mesetto e capiamo come possiamo edificare un tempio. Tuo padre non aveva degli amici geometri a cui possiamo chiedere dei permessi?”.

Gibbo mi invitava spesso per un caffé. Quando ci vedevamo mi chiedeva se gli potevo offrire anche una piadina. Aveva tante bolle in faccia e sul collo, ed era come al solito instancabile. Quando non ce la facevamo a incontrarci, mi spediva degli sms: “Rifacciamo intervallo con la musica techno sotto, lo vendiamo a Sky”.
Eravamo praticamente in estate, ma nessuno di noi andò in vacanza, dovevamo sviluppare dei progetti rimasti embrionali. Embrionale era una parola che ci piaceva molto.

Io andai a stare da Greta un paio di mesi. Lei era tutta presa da decine di idee artistiche che condivideva con altre sue amiche: “Ho in mente una grande tela su cui raccogliere lo sperma di centinaia di persone. Una roba alla Pollock, con i piselli usati come pennelli che sgocciolano. Ci facciamo finanziare il tutto da un’agenzia dell’Onu che si occupa di tolleranza religiosa”, diceva un’amica.
“Dobbiamo costruire un grande pupazzo delle Duracell di otto metri. Funzionante, e con delle enormi pile. Ce lo facciamo finanziare direttamente dalla Duracell e lo facciamo girare per il centro di Berlino”, diceva un’altra amica.
“Dobbiamo andare a recuperare i denti estratti dai dentisti, e fare una megainstallazione su una gigantesca cartina geografica. Su ogni luogo mettiamo il dente marcio della persona a cui è stato tolto. È una sorta di Auschwitz della carie mondiale”, diceva ancora un’altra amica.
“Dobbiamo trovare una pistola e riprendere tutta la giornata con noi che stiamo in casa e spariamo a tutto quello che c’è intorno. Facciamo volare in aria la colazione, riempiamo di fori i divani, crivelliamo la libreria”, diceva Greta.
Dall’Italia Gibbo mi mandava ogni tanto delle mail allarmate. Diceva che era messo sempre più male. Aveva una piorrea che non riusciva a curarsi. Aveva messo su un sito con un paypal al quale ci chiedeva di versarci anche pochi centesimi.

Mi scriveva anche Giampiero. Mi diceva che in Italia era un momento in cui impegnarsi. Secondo lui, dovevo tornare. Aveva un progetto per fondare un partito. “Dobbiamo recuperare i contatti degli attori delle trasmissioni anni ’80 e convincerli a candidarsi. Ti ricordi quello che faceva Mirko nei Beehive? Un mio amico conosce quello che stava dentro il pupazzo di Uan e dice che ci può dare una mano”.
A settembre tornai a Roma. Non avevamo ancora deciso cosa fare con Greta, ci prendemmo altro tempo per decidere.
Al ritorno a casa trovai decine di messaggi sulla segreteria telefonica. La maggior parte erano di amici che mi invitavano a prendere un caffè. Alcuni erano di Gibbo che mi diceva che la vedeva ogni giorno più nera: anche al ristorante sotto casa non volevano più dargli gli scarti la sera, e con un filo di voce mi chiedeva se gli potevo dare una mano.
Presi l’agenda, per cercare di mettermi in pari con gli amici che volevano vedermi.
Qualche giorno dopo andai a una festa dell’editoria indipendente, dove incontrai Gianmarco. Mi disse che aveva un progetto, se ci vedevamo un giorno di questi per un caffè poteva spiegarmelo. Gli chiesi di accennarmelo, almeno. “È un progetto un po’ folle”, mi disse. “Ci vuole dell’entusiasmo. Dobbiamo realizzare un’azione situazionista di massa. I flash mob nelle chiese. Poi troviamo diecimila persone e andiamo a fare casino durante all’Angelus”.
“E che scopo?”.
“Ricattiamo il Vaticano. Gli diciamo se non ci date dei soldi, lo rifacciamo, non vi facciamo più fare una messa tranquilli”.

La città era spesso sommersa dagli acquazzoni, quando non accadeva me ne andavo in giro e mi facevo delle passeggiate. Un giorno di fine ottobre incontrai Giulia, la mia fidanzata a quindici anni. Era appena uscita da un aperitivo e era semiubriaca, ma cercava comunque di parlarmi in modo lucido: “Era settimane che ti volevo chiamare per una cosa. Ti devo parlare di una cosa che devo fare. Sto cercando gente. Devo fare una torta gigantesca, metri e metri di torta, una roba da guinness, insieme a dei vecchi compagni del liceo”.
“Spiegami, è un progetto tuo?”.
“No, è un compito. Mi sono iscritta a un corso di scoperta del sé in un’associazione a Tor Marancia, e ognuno deve fare qualcosa che gli ha assegnato il maestro, dopo aver capito come rimuovere i rimossi. Tu hai i numeri di qualcuno del liceo, dei contatti su facebook?”
Nei giorni che ci avvicinavano a Natale sapemmo che Gibbo era stato trovato semiagonizzante su un marciapiede vicino alla stazione. Era stato ricoverato, lo diedero subito per spacciato.
Invece di perdere tempo in inutili riti del consumismo, decidemmo di passare le ultime giornate con lui.
Anche se attaccato ai tubi, continuava a mantenere la sua solita vitalità: “Appena mi rimetto”, diceva “ci dobbiamo mettere a lavorare per un progetto”.
Io lo consolavo: “Dai, che appena esci ci prendiamo un caffè e ne chiacchieriamo”.
“Non posso più bere caffè mi hanno detto”, rispondeva lui. Poi mi tirava il braccio e mi diceva: “Dobbiamo brevettare dei cateteri vibranti. Che servano a far defluire l’urina ma a dare anche del piacere sessuale. Tu non avevi un amico che si occupava di tecnologia?”
Greta non fece in tempo a salutare Gibbo. Quando arrivò a Roma, lui era già morto, lasciando un lungo testamento morale con tante delle sue idee ancora da esplorare.
Io e lei ci salutammo più calorosamente del solito. La morte ci aveva uniti. Lei mi disse che doveva dirmi una cosa e non l’aveva potuto fare per telefono né su skype.
“Dimmi adesso”, le dissi.
“No”, mi disse ferma, “devi venire a casa”.
L’accompagnai a casa dell’amica dove si stava appoggiando. Mi misi seduto, lei andò in camera sua e dopo un po’ tornò con un grande involto. Lo appoggiò sul tavolo e lo svolse. Dentro c’era un bambino. Sarà stato un neonato di neanche due mesi.
“Me l’hanno spedito”, disse. “Mi è arrivato in un pacco con dei buchi”.
“È bellissimo”, le risposi.
“È bellissimo”, disse lei. “Dobbiamo solo decidere come chiamarlo”.

 

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