Senza titolo

La montagna, l’incipit del nuovo romanzo di Paolo Pecere, Risorgere.

È uscito il libreria il nuovo romanzo di Paolo Pecere, s’intitola Risorgere ed è edito da ChiareLettere nella collana Altrove, curata da Michele Vaccari. È un libro che racconta la storia di due generazione famigliari tra Roma, Berlino, Pechino e HongKong. Questo che potete leggere è l’inizio. Ringraziamo l’autore e l’editore.

di Paolo Pecere

È stata un’altra notte insonne nella tenda, anche per te, ma sappiamo aspettare. Quando la prima luce ha riscal­dato i piedi sono uscito sul pratone umido circondato dalla corona di cime spinose. Tu ti sporgevi incerta, i tagli degli occhi puntati sulla spirale di fiocchi di neve. Ti ho tirata in piedi, mi sei inciampata addosso, ti sei ritratta, ti sei abbracciata forte, sul viso di luna quella smorfia di dispetto che può essere l’inizio di una lite o di uno scher­zo, e io: «Che dici, andiamo?». E tu: «Vediamo che c’è là dietro». Siamo restati ad ammirare la sella innevata del passo. Che cosa si sarebbe visto da lassù, tra i vapori gelidi? Il ghiacciaio blu, le cime color cenere, il rifugio di tuo padre, lo snodo delle nostre vite: non erano al momen­to che teorie. Forse non c’era nulla, ma volevamo andare.

La bandierina rossa della Cina popolare tremava sul mucchio di sassi sotto cui s’erano riparate le due guide. Ti sei avvicinata all’apertura da cui usciva un fumo mali­gno, li hai chiamati. I due sono strisciati fuori dal bivac­co e hanno iniziato a stiracchiarsi. Quello alto, Jian, si è messo a inzuppare i nostri ultimi biscotti nella tazza di plastica con il tè al burro. Se la rideva, parlando all’altro che piegava i sacchi a pelo. Certo già pensavano a torna­re a casa, dopo averci lasciato come una zavorra. Hai respinto la colazione. Ti sei allontanata tra le zolle d’erba con un pugno di albicocche secche. A cinquemila metri continuava la nostra inappetenza, come se il corpo osti­ nato non accettasse distrazioni.

Ed ecco che mi osservi da lontano. Forse ti chiedi ancora perché ci siamo cacciati in questa impresa. Seguo il battito delle tue ciglia, spero le solite cose. Si sta per sciogliere l’imbroglio che ci tiene imprigionati, le nostre mani s’intrecceranno, torneremo a valle.

 

Seguiamo i due montanari sul pendio di ghiaccio molle, tra cavità simili a ferite azzurre. La neve cade debole, il cuore pulsa rapido, mischia paura ed euforia. In cima al passo entriamo in un bianco senza orizzonte, il vento bruciante ci attacca i vestiti addosso. Poi l’aria si dirada, appare la spaccatura scura della valle. Jian compare nel fumo nebbioso, punta il dito verso quell’enormità, indi­ca il sottile nastro del fiume che si forma nel fondo pietroso. Ti grida qualcosa in mandarino, anche se sa che non capisci bene. Fa camminare due dita in aria: costeg­giare il fiume è poca cosa. Poi traccia con la mano un sentiero dritto, con una serpentina del polso accenna a qualche curva, a un tuffo del fiume, infine apre le braccia per descrivere una valle ampia e accogliente: «The village». Ti mostra un display grigio, per chiarire che da qui non c’è più modo di comunicare.

I cento dollari tra le mie dita battono come una vela sul punto di strapparsi. Jian fa un sorriso amaro e se li ficca in tasca. Lo tiri da parte e vedo che gli dai una busta. Vorrei chiederti che cosa sia, dirti che non mi fido più di questi due, ma la neve aumenta improvvisamente, ci punge il viso, e già srotolano la corda.

Cominciamo a calarci di spalle, i piedi puntati contro la parete ripida. Torcendo la testa guardiamo la rovina informe della roccia tutt’intorno. Il vento è un rombo scuro e lamentoso. Rotolano sassi. La parete cede sotto gli scarponi. Gradualmente si appiattisce e s’indurisce. Voltandoci verso la valle vediamo il torrente appena formato che avanza in un sipario di roccia, sempre più stretto e carico, fino a un cuneo invisibile dove s’inabissa. Comincia a piovere. Torniamo a girarci cercando le gui­de sul bordo della parete, vediamo la corda che finisce di salire. Una testa si sporge e subito sparisce.

«Se ne vanno così, giusto?» domando inutilmente.

Tu alzi le spalle: «Beati i bastardi nel regno dei cieli».

Di fronte a noi, ai due lati del punto in cui scompare il fiume, salgono obliqui i tagli di pareti impercorribili. In questa V passa la linea seghettata di cime più lontane, come un’enorme cresta d’onda congelata al momento di rompersi.

«Ti devo parlare» dici, ansimando. Continuiamo a camminare sulla spianata, in bilico tra rocce spezzate. Lo scarpone mi scivola in una fessura, faccio una giravolta e cado. Solo una storta, ma il tuo discorso non inizia.

Giungiamo al punto in cui il fiume s’ingorga in una cascata. Ricompare in un’altra spianata trenta metri in basso. Evitiamo il salto salendo sul fianco roccioso della valle, tanto in alto da vedere l’esplosione di schiuma senza suono. Ridiscendiamo per una scala naturale. Ci avviciniamo a quello che sembra un rifugio ricavato sotto un masso gigantesco che sembra averlo schiantato. Ma è solo un mucchio. La linea d’ombra pomeridiana già nasconde metà della nuova conca di pietre. Immagino crolli nell’oscurità. Finito il vento non si sente nulla. Non ci sono uccelli, insetti, moscerini. Le piante sono arbusti spinosi, con fiori chiusi e ostili. Gettiamo gli zaini sulla ghiaia lungo la riva, stendiamo la base della tenda dov’è più asciutto. Continuo un po’ da solo per osservare lo strapiombo successivo e addormentarmi con un buon auspicio. Ma trovo un susseguirsi sconfinato di salite e lunghi scivoli di roccia. Torno indietro nella luce lunare. Si vedono soltanto i tagli dei riflessi sull’acqua. Un altro passo falso, la gamba affonda nella corrente. Salto fuori impaurito, disorientato. Quando ti trovo stai tremando nella tenda, puntandoti la luce della torcia sulla pancia.

Apriamo le scatolette di tonno senza parlare. Inutile prendercela con quei due, che non ci hanno avvertito di portarci altro cibo. Dicevano che si arrivava in giornata a fondo valle, almeno così avevamo capito. Ma il fondo valle non si è visto. Lecchiamo a turno l’interno dorato della latta. Aspetto che attacchi discorso, restiamo in silenzio. Ti ammiro la fronte, la linea calma e concentra­ta delle sopracciglia, mentre spegni la luce. Mi avvicino per concentrare il calore dei corpi. Mi addormento in un pensiero inconfessabile: sarebbe bello vivere altri giorni come questo, se solo sapessimo di uscirne.

 

L’indomani riprendiamo la discesa: dieci ore di cammino al sole, gli occhi bassi, e a un certo punto quella linea di escrementi, la traccia che riaccende le speranze, ma fini­sce in polvere. Saliamo sullo sperone con il rifugio di sassi, appostato a lato della valle. Osserviamo il teschio di stambecco sull’ingresso crollato, le bandierine tibetane in terra come stracci sporchi, le sale pavimentate di ster­co antico. Troviamo segni di presenza più recente: il focolare con i tizzoni bagnati, il tavolo con la teiera di ferro e la tazza, la sedia rivolta al vuoto. Non è chiaro se sia questo il rifugio di tuo padre Chen di cui ci hanno parlato e del resto lo stesso pensiero di Chen, che abbia­mo incontrato qualche settimana fa a Hong Kong, è remoto. In effetti non pensiamo a nulla, ritirati nei cor­pi impegnati a salvarsi, ad avanzare, a spegnere il brucio­re nelle gambe. Ti raggiungo sulla punta dello sperone: da lì si vede meglio quello che ci aspetta.

I cristalli delle vette spariscono in un bianco indistin­to da cui scende il ghiacciaio, come un’emorragia bianca su una pancia nera. Più in basso ricompare il fiume, che dopo un altro salto si getta in altre onde di roccia, poi non si vede più. Qui la logica a cui ci affidiamo vorrebbe un’altra apertura tra i monti, lo sbocco finale. Ma sembra che il fiume non si prolunghi più come aveva promesso il dito del montanaro, verso l’ampia vallata verdeggiante, il villaggio, la vita. La valle s’avvita e si chiude su sé stes­sa. Il fiume sembra non avere fine.

Siamo abbattuti, svuotati. Scendiamo lentamente dal­lo sperone con le ginocchia che tremano. Mi brucia la testa, ho la vista annebbiata. Tu ti massaggi la pancia per scaldarla. Saliamo ancora allontanandoci dal fiume, riscen­diamo tenendoci agli arbusti pungenti. Percorriamo inci­sioni rosse scavate nella montagna, da cui sbocca fango denso. Due volte guadiamo, rompendo l’acqua che tra­scina giù. Restiamo a riva a tremare e asciugarci sui sassi, a sfogare i mantici dei polmoni. Al terzo guado c’è il moncherino di un ponte di corda che finisce in acqua, al suo posto una carrucola con secchio. Scarico lo zaino floscio, gli do uno stupido calcio, bestemmio, mentre tu aspetti. Poi ci tiriamo lentamente lungo il filo metallico, pochi metri sopra la corrente impetuosa.

Un’ultima scivolata in basso e siamo al precipizio fina­le. La valle scavata dal fiume si apre in due: sul lato sinistro una duna bianca di roccia franata; sul destro la parete liscia che s’impenna. Passando tra questi due osta­coli mostruosi il fiume impazzisce e si va a polverizzare contro blocchi neri giganteschi, insormontabili.

Fa buio, rimandiamo ogni pensiero all’indomani. Mon­tiamo la tenda in un anfratto sabbioso. Consumiamo religiosamente gli ultimi ceci farinosi nel sacchetto, succhiandoci le mani, riempiendoci la pancia di acqua bian­ca, giurandoci silenziosamente qualcosa che non ha biso­gno di essere nominato.

Di notte mi sembra di sentire una voce: forse Chen ci è venuto incontro, tutto sembra possibile. Fuori non c’è nessuno. Non fa più freddo, non ho fame. Nel vuoto estremo domina un equilibrio statico, perfetto. Guardo gli scarponi asciutti sulla sabbia lunare. Sgrano gli occhi miopi seguendo la galassia bianca che divide l’universo. Forse finiremo così, in questa pace.

 

Al mattino ci decidiamo a muovere i muscoli legnosi solo quando il sole, stranamente forte, riempie la tenda di vapore. La fame si è trasformata in fiacchezza. Le dita si muovono lentamente, non riesco a stringere il pugno. Mentre restiamo a massaggiarci le gambe mi racconti un sogno. «Mio padre apre la porta e ci fa entrare in quest’anti­camera lussuosa, molto cinese. Cuscini di seta. Paraven­ti laccati. Ci porta su un terrazzo, dove sta apparecchiata una tavola piena di cibo buonissimo. Ravioli di soia, baozi al maiale dolce, costolette nere glassate, vassoi di manghi. Ci sediamo e lui è strano. Poi guardo in alto! Siamo sospesi a testa in giù, tavolino e tutto, a migliaia di metri di altezza sulle punte dei monti.»

Rimessi in piedi scrutiamo il pendio friabile e scivolo­so, ormai familiare. Il cielo è bianco e piovoso. Scegliamo di tentare la parete a destra, salendo lungo una morena. Forse giunti in alto si vedrà, dal lato opposto, uno scivo­lo di ciottoli, magari un sentiero, il villaggio: ancora queste speranze, che altro abbiamo? Dopo un’ora ci ritro­viamo su una sporgenza sottile che aggira la parete. Alli­neiamo i piedi e premiamo il petto contro la roccia per passare, finché arriviamo a quelle aperture ovali. Si apro­no su canaloni quasi verticali, mucose scure di cui non si vede il fondo. Dal bordo sporgono punte affilate come chiodi, ci si potrebbe legare una corda che non abbiamo. Sostiamo in un silenzio pesante, ipnotizzati da quei buchi. Rinunciamo, torniamo indietro. «Credevo volessi but­tarti, mi hai spaventato» dici. La paura è pur sempre un segno di vita. Due prigionieri che si parlano hanno anco­ra voglia di scappare.

Tentiamo l’altra via, la duna bianca. Attraversiamo ancora il fiume saltando su alcuni massi affioranti. Perdi la scarpa, la afferro immergendomi per intero. L’acqua non è più fredda, o sono io che non sento più. Restiamo ancora fermi, carichi di stanchezza, con le mani che pulsano a ritmi geologici. Ti alzi e dici: «Ti devo parlare». Non rea­gisco. Ti avvii sul pendio sabbioso. Ti seguo, concentrato sulle tue gambe che affondano nella roccia frantumata, quasi verticale. Come possiamo uscire dalla valle salendo? Ecco la domanda che mi disturba, ma penso a quel che devi dirmi, così ti tengo dietro, con una scarica finale di energia. Il suolo cede, scivolo in basso per qualche metro. Scende una nube di ghiaia. Mi tengo ficcando i piedi fino alle caviglie, a contemplare il salto allucinante dell’acqua che si vaporizza. La mia gamba balla come una molla, grido. Mi chiami: sei là sopra, con il culo affossato nella rena. Riesco a raggiungerti affondando le mani nell’impasto di pietra, scendendo di un passo ogni due. Ci alziamo lentamente reggendoci l’un l’altro, ci rivolgiamo alla cima.

«Marco» dici, e cominci a voltarti. Di nuovo lo sguardo bellicoso ­o­ scherzoso, stavolta la tensione del discorso che davvero inizia; e in quell’istante di torsione inciampi.

Cadi seduta e vai giù, come su uno slittino. La scivo­lata sembra indolore e controllata. Ma non ti fermi. La lingua mi cade in basso e carezza il palato, Glo-ria, ma il suono del tuo nome mi si spezza in gola. Diventi picco­la. Allarghi le braccia, un segno di vita, poi scompari in una fessura. Il monte tace e non trema.

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