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43 anni dopo: un libro e un film

È uscito da poco nelle sale italiane il nuovo film di Marco Tullio Giordana, «Romanzo di una strage», ispirato (in parte, come si vedrà) al libro di Paolo Cucchiarelli, uscito nel 2009 per Ponte alle Grazie con il titolo «Il segreto di Piazza Fontana»; un film che ha l’ambizioso proposito di ricostruire le vicende italiane accorse nel breve e significativo arco temporale che va dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, il 17 maggio del 1972. Christian Raimo ha definito quest’opera di Giordana un’occasione mancata, argomentandone qui le sensate ragioni. A seguito di questo suo intervento, abbiamo deciso di recuperare e proporvi in lettura l’opinione, apertamente negativa su libro e film, di un testimone e attore di quegli anni, Adriano Sofri, che in questi giorni ha scritto un istant book, scaricabile gratuitamente, proprio per fare luce sulle importanti inesattezze della ricostruzione della realtà storica operate prima dal libro, poi dal film ispirato. Di seguito la prefazione e le conclusioni di «43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film» di Adriano Sofri.

Prefazione

Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani. (Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano).
Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti.
E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora.
Scrivo quando è appena uscito il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage. Ha il proposito ambizioso di ricostruire la vicenda che va da piazza Fontana, 12 dicembre 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, 17 maggio 1972. Al suo centro sta tuttavia la trama umana che lega, nella scelta degli autori, il destino di due uomini, il ferroviere Giuseppe Pinelli e il commissario di polizia Luigi Calabresi. Anzi, di tre uomini, perché la figura di Aldo Moro vi appare anch’essa legata. È una scelta che comporta una netta forzatura, ma è la meno discutibile, quella più umanamente suggestiva, e più connessa alla parola “Romanzo”.
Romanzo di una strage cita, variandolo, il titolo che Pier Paolo Pasolini diede a uno dei suoi articoli più famosi, “Il romanzo delle stragi”, quando lo incluse negli Scritti corsari. Il Corriere della Sera lo aveva pubblicato il 14 novembre 1974 intitolandolo “Che cos’è questo golpe”. Si apriva proclamando: «Io so…». Pasolini vi rovesciava l’accezione comune di romanzo: «Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti».
Del film, a me interessa qui l’attinenza con la realtà. Un film di tale impegno, perfino indipendentemente dalla sua qualità, è destinato a far testo sulla vicenda che racconta. Per questo ne scrivo.
E anche perché il film si dichiara “liberamente ispirato” a un libro nel quale i “riferimenti a fatti e persone reali” sono spaventosamente “inesatti”. Gli autori hanno voluto segnare una distanza dalle tesi particolari del libro, e del resto il film se ne è discostato su punti essenziali. Il libro sostiene che Valpreda andò a deporre una bomba, benché nelle sue intenzioni solo dimostrativa, nella banca di piazza Fontana. Che Pinelli era a parte di un progetto di attentati simultanei, benché nelle intenzioni solo dimostrativi, e intervenne quel pomeriggio nel loro svolgimento. Che Calabresi era nel suo ufficio quando Pinelli ne fu defenestrato, e forse fu lui a “metterlo nell’angolo con impeto”. Il film ha ripudiato queste opinioni. Tuttavia in una scena finale – la più arbitraria, ai miei occhi: quella del dialogo fra Calabresi e il capo degli Affari Riservati, D’Amato – il film ha mantenuto la tesi principale sulla quale il libro è costruito, secondo cui nella strage della Banca Nazionale dell’Agricoltura, e negli altri attentati che la accompagnarono e la precedettero, si attuò una strategia della estrema destra eversiva e degli apparati segreti italiani e stranieri consistente nel “raddoppiare” tutto: due bombe, due borse a contenerle, due attentatori. Uno anarchico, l’altro fascista. Uno intenzionato a fare il botto, l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste. Il libro uscì nel 2009, si intitola Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie), l’autore è Paolo Cucchiarelli. Offriva “finalmente la verità sulla strage”. Nella riedizione del 2012 viene promosso come “il libro che ha ispirato il film”. Alla luce del film finito (ha avuto infatti una lavorazione travagliata) la fascetta pubblicitaria sulla ristampa dovrebbe dire piuttosto: “Il libro che non ha ispirato il film” – salvo quel tic del Raddoppio universale.
Quando il libro uscì, era così pieno di errori di fatto e di interpretazioni oltraggiose che preferii ignorarlo, benché una gran pagina sul Corriere della Sera ne lanciasse sconsideratamente la rivelazione: «Due borse, due bombe…». Ho cambiato idea. Dopo il lancio del film, persone stimabili e autorevoli, ma ignare, sono state indotte a raccomandare le scoperte del libro. Intanto, procedendo nello smascheramento del Raddoppio Universale, Cucchiarelli lo andava già estendendo alla strage di piazza della Loggia a Brescia, 1974: «Un fascicolo è aperto a Milano e si sta scandagliando l’ipotesi della doppia bomba anche a Brescia».
Questo libriccino dunque non fornisce una ricapitolazione né un’interpretazione complessiva – abbastanza assodata, del resto – della sterminata materia della “strage di Stato”. Vuole invece confutare una tesi dissennata che diventa pigramente, nel medio evo della fiction, la nuova vulgata su Piazza Fontana. La “bomba doppia”: un’assurdità bevuta con naturalezza. Nel film, raccontata come una favola dal poco fiabesco capo degli Affari Riservati D’Amato, la tesi suona, oltre che cervellotica, posticcia, e non ne inficia la narrazione. Nel libro è una onnivora superstizione.
Dichiaro due mie limitazioni particolari. Della prima è superfluo che avverta: sono stato a mio modo coinvolto negli avvenimenti di cui si tratta, sono stato condannato, come l’ultima scritta del film ricorda, per l’omicidio di Calabresi. Dunque nel confronto fra testimoni e studiosi sto piuttosto dalla parte dei primi, e tendo a concedere al contesto più che non faccia chi, venendo dopo, può più leggermente ignorarlo. Si è discusso del modo in cui è presentata nel film la feroce campagna di Lotta Continua contro Calabresi. Io ne ho detto tutto quello che dovevo dirne, da ultimo nel mio La notte che Pinelli (Sellerio, 2009). Qui non ci tornerò.
La seconda limitazione è praticamente influente: ho studiato meglio che ho potuto la documentazione che riguarda la vicissitudine di Giuseppe Pinelli, e ho maneggiato la prima documentazione sulla strage nella parte pertinente con quella vicenda. Sul resto, ovvero il milione (sul serio: come Marco Polo) di fogli, atti e testimonianze varie riguardanti l’estenuante sequela successiva di indagini e processi per la strage, sono appena un lettore medio, e mi guarderò dal simulare una competenza che non ho. Vedo che Marco Tullio Giordana, regista del film, si è trovato anche lui – in modo diversissimo dal mio, s’intende – nella duplice veste di testimone e di “storico”. Ha dichiarato un investimento autobiografico forte fino al pianto: «Il fatto è che io Calabresi l’ho conosciuto. Quando da studente ho occupato il mio liceo, il Berchet. È arrivato questo signore serissimo, gentile ed elegante, circondato da sbirri minacciosi, che non aveva l’aria del poliziotto e ci dava del lei, ci trattava come figli. A me fece una specie di paternale: ma come, lei, figlio di una vedova e con quattro fratelli, che grazie ai sacrifici di sua madre ha la possibilità di studiare, si mette a occupare! Uscii dall’interrogatorio con le lacrime agli occhi». Giordana spiega che aveva sempre desiderato raccontare questa storia e sempre rinviato, fino a che: «Un giorno ho letto che gli studenti dei licei milanesi credevano in maggioranza che le bombe le avessero messe le Brigate Rosse».
Una notizia come questa mi aveva spinto a scrivere su Pinelli. Un sondaggio condotto nel 2006 fra mille studenti delle medie superiori di Milano appurava che gli studenti che dicevano di aver sentito parlare della “strage di Stato” erano il 58 per cento. Il 42 per cento la attribuiva alle Brigate Rosse, il 39 alla mafia, il 22 agli anarchici, il 18,6 ai fascisti, il 4,3 ai servizi segreti. Almeno queste percentuali ora cambieranno.
Qui mi occuperò di un certo numero di fatti, dei loro documenti, dei loro travisamenti. E degli sconfinamenti dai fatti alle illazioni e alle insinuazioni. Il mio libro su Pinelli è propriamente l’antefatto delle osservazioni qui avanzate. Poiché non posso attribuirne la conoscenza a lettrici e lettori, ne allego in appendice le pagine che trattavano minuziosamente l’alibi di Pinelli, che anche qui mi sta specialmente a cuore. In fondo troverete anche una cronologia, e un sommario indice dei personaggi ricorrenti.

43 anni

Finisco di scrivere prima di sapere che accoglienza abbia incontrato il film presso il pubblico. Le reazioni delle “anteprime” sembravano risollevare questioni ereditate, e avevano una vivacità un po’ di maniera. La mia reazione è inaffidabile, perché sono mediocre spettatore di cinema, e all’opposto troppo “informato dei fatti” per non osservare continuamente lo scarto fra le cose come andarono e come sono raccontate. Poiché il film non è un documentario, e la soluzione non sta nell’evocare la parola che metta d’accordo tutto, docufiction, è naturale che quello scarto ci sia. La storia nel suo insieme racconta una ampia vicenda di poteri, di armi usate nella lotta politica, di tipi e maschere umane nei diversi ruoli sociali. I personaggi, e gli episodi in cui figurano, raccontano invece le vicende particolari che sono diventate esemplari dentro quella storia d’insieme, le più laceranti. Nel loro caso, l’intervento della finzione condiziona in modo decisivo la comprensione di chi guarda. A una simile difficoltà si può rispondere chiamando in scena un personaggio di fantasia, nemmeno importante, un passante, un cavallo alla battaglia di Waterloo, per guardare da lì alla mischia generale e ai generali e agli imperatori. Qui i personaggi privati sono anche protagonisti pubblici del dramma: Pinelli, Calabresi, e, a suo modo, ma un modo che lo rende loro fraterno, Aldo Moro. Personaggi di tragedia, di ognuno dei quali si sono scrutate mille volte frasi, espressioni, movimenti, azioni. Che le frasi e le azioni che compiono nel film corrispondano alla realtà, e fino a che punto, o se ne discostino per l’invenzione, e fino a che punto, cambierà sostanzialmente la conoscenza e l’atteggiamento dello spettatore. Non se ne potrà dire semplicemente: «È un film». Del resto, si fa fatica a dirlo anche dei film che non hanno a che fare con nessuna realtà, e si pretende che la frontiera sia diventata talmente sottile da finire con lo scomparire, perfino quando nel film ci sono due grandi torri che bruciano e rovinano, e persone vive che ne cadono giù nuotando nell’aria.
Sono molti i punti del film in cui succede. Pinelli viene interrogato su Sottosanti, ma in quello che sappiamo degli interrogatori di Pinelli questo non c’è, e si dice anzi che l’interrogatorio su Sottosanti avrebbe dovuto cominciare dopo la mezzanotte del volo. A Licia, nel film, Pino dice uscendo con Sottosanti: «Vado in banca a ritirare la tredicesima». Frase naturalissima, se non che in realtà la tredicesima, ritirata non in una banca ma alla cassa della stazione di Porta Garibaldi, mentre alla banca di Pinelli è Sottosanti che va a riscuotere un assegno, è un pezzo essenziale della questione dell’alibi. Il perito Teonesto Cerri che dice: «Ho trovato un pezzo di miccia» e la sbandiera, risolve di netto una questione controversa come l’esistenza o no della miccia, secondo una concatenazione che nel film non è stringente, ma è tesa alla conclusione della bomba raddoppiata. Del dialogo fra Pinelli e Calabresi nella libreria Feltrinelli ho detto. Il fatto è che un film, a differenza di un libro, non è fatto per tenere nel dubbio quello che mostra, e lo può fare solo, nelle scene cruciali, decidendo di non mostrarlo se non indirettamente: come il tonfo della caduta di Pinelli sentito da Calabresi in un’altra stanza, che è un modo per dire con certezza che Calabresi non c’era, e per rinunciare, com’è giusto, a far vedere con certezza com’è andata.
Che io trovi sbagliato lo scioglimento del colloquio fra Calabresi e D’Amato lo dicono tutte le pagine che precedono. Calabresi racconta la convinzione che si è fatto – menti di destra e mani anarchiche, e due bombe, una di Valpreda, l’altra fascista, Sottosanti o un altro – e D’Amato contrappone al suo “romanzo” la propria favola, delle due cordate, delle due bombe, ambedue di destra, una fascista e l’altra pure, più o meno (la parte più oltranzista della Nato, servizi americani, ambasciata Usa, estremisti veneti, settori delle Forze armate) e lui, D’Amato, a coprire tutto… Bastava una bomba. C’erano le mene dei servizi atlantici e la complicità e la connivenza dello Stato con quegli “estremisti”, veneti e non solo. Gli autori hanno obiettato che la tesi è riservata all’apologo di quella scena. In realtà gli indizi che vi portano sono seminati lungo il film. Tuttavia quella conclusione non basta a inficiarne il racconto. Gli autori, non so fino a quando, ribadiscono di credere a quella ipotesi. Peccato: perché essa conferisce una gratuita assurdità a uno svolgimento accertato. Farei a Giordana l’obiezione che invece riguarda il suo film, e non la residua dipendenza da un libro sventato. Proprio quella conclusione che addensa attorno alla trama di una “guerra appena cominciata”, dal 12 dicembre all’uccisione di Calabresi, una tal adunata di potenze nere e occulte – la cosa che probabilmente resterà più memorabile per i giovani che andranno a vedere il film – spiega lo stato d’animo dichiarato da Giordana, che “tutto passava sulle nostre teste”. Tutto quello che avvenne allora, tutto quello per cui la sua generazione pensò di battersi, fu giocato sopra la testa sua e della sua generazione da poteri troppo forti e ubiqui. Una piovra, diciamo. Io non sono d’accordo. Se fosse stato davvero così, se tutti, nelle fabbriche, nelle strade, nelle università, nelle galere, fossimo stati giocati da quell’onnipotenza tenebrosa, allora saremmo privati di tutto, anche dei nostri errori e delle nostre colpe. Il mio amico Mauro Rostagno andò a Trento, nel ventennale del ’68 e poco prima d’essere ammazzato. Ci andò e disse: «Meno male che abbiamo perso». Io sono d’accordo. Meno male che abbiamo perso. Però, Giordana, mi voglio tenere la coscienza di avere perso anche da solo, per mio conto, con le mie forze. Di non essere stato espropriato di tutto, anche della benedetta sconfitta, da quella tenebrosa cospirazione. E, per concludere, un’altra cosa. Giordana e i suoi coautori e attori si sono proposti, mi pare, di fare un film “monumentale”, alla lettera, di fare un’opera di memoria repubblicana. Non so se fosse un proposito appropriato, né se potesse riuscire. Verrebbe da dire che è troppo tardi, o troppo presto. Forse viene sempre da dire così. Ho cominciato la prima pagina dai 43 anni, e così finisco. 43 anni, l’età media degli italiani del 2012. Non è vero che quella storia continua: è consumata, ed è bene che lo sia. I ventenni, è bene che la sappiano, ma non è e non sarà più la loro.
Quando il presidente Napolitano – cui il film si è ispirato, direi – compì lui l’atto monumentale di ospitare insieme le famiglie di Calabresi e di Pinelli, e quando arrivò a nominare l’anarchico ferroviere, la sua voce si incrinò. Era il 2009. Fu inevitabile sentire e pensare molte cose: anche che ci sono lacrime trattenute per quarant’anni.

Commenti
7 Commenti a “43 anni dopo: un libro e un film”
  1. Gianfranco Pellegrino scrive:

    Chi ha fatto il refuso della testatina in corsivo – “scaricabarile gratuitamente” invece che “scaricabile gratuitamente” – è un genio. Complimenti.
    Gianfranco.

  2. Vincenzo Ostuni scrive:

    Posto anche qui la riflessione che ho postato su FB.

    Vorrei dare pubblicamente un mio primo giudizio sul pamphlet di Adriano Sofri “43 anni” (disponibile su http://www.43anni.it), scritto contro il libro di Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana, pubblicato da Ponte alle Grazie grazie ai miei auspici. Ricordiamo una cosa: Sofri è in una posizione tutt’altro che imparziale al riguardo dell’intera vicenda, e scrive per propria stessa ammissione con l’intenzione aprioristica e sentimentale di difendere Valpreda (che nel libro è il principale indiziato per la deposizione della prima bomba, quella che doveva esplodere a banca chiusa e non fare vittime) e Pinelli (che nel libro è del tutto innocente, ma che, si ipotizza con parecchi e dovuti condizionali, e non con la sicumera che Sofri attribuisce a Cucchiarelli, era forse venuto a conoscenza di una parte del piano anarchico di bombe dimostrative e aveva forse persino contribuito a prevenirne l’esplosione). Detto questo, una parte delle sue argomentazioni sono serie, e abbisognano di una chiara risposta di Paolo, che sono certo la fornirà: tuttavia, queste sono per lo più relative ad aspetti secondari del libro, le cui tesi portanti, e in particolare quella della doppia bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, ne rimangono pressoché illese; parte sono molto poco articolate, come ad esempio quelle che avanza contro la tesi fondamentale della doppia bomba, di cui a mio parere non riesce a intaccare le basi d’evidenza – piuttosto articolate – offerte da Paolo; a tratti, infine, gioca colpi decisamente bassi, ispirati da un’irritazione personalistica, da una provocatoria irrisione, quando non da un atteggiamento di franca e diffamatoria insolenza. Va inoltre sottolineata una semplice cosa: il libro è composto da ventuno capitoli e da settecento pagine; le critiche analitiche di Sofri ne toccano soprattutto quattro: il 2, l’8, il 9 e il 10; critiche ad altre tesi, anch’esse centrali nel libro, mancano del tutto o sono in pochi casi espresse con molta fretta. Gli argomenti principali (e non gli unici!) a sostegno della tesi della doppia bomba si estendono dal capitolo 2 al 7: già questo solo dato rivela quanto insufficiente sia la controargomentazione di Sofri su questo aspetto. Manca poi del tutto qualsiasi commento alle parti che riguardano Sofri stesso, la cui responsabilità nel delitto Calabresi risulta nel libro alleggerita rispetto agli esiti giudiziari ma complicata dai rapporti con D’Amato, il capo dell’ufficio Affari Riservati, attribuiti a Sofri stesso.
    Può darsi che un riesame della documentazione e delle critiche, condotto con l’onestà che gli conosco, porti lo stesso Cucchiarelli a riconoscere alcuni errori nella propria ricostruzione: bene, questo dovrebbe essere considerato augurabile ed onorevole, mentre per Sofri ogni presunto errore diviene ipso facto occasione d’anatema e causa del crollo complessivo dell’enorme edificio argomentativo del volume: il che è logicamente falso. Come sono logicamente improponibili decine di passaggi argomentativi che Sofri propone, con il piglio retorico che gli conosciamo, come perfettamente autoevidenti. Una decina di gradi di giudizio non sono riusciti a ricostruire la verità sulla strage: questo implica che chiunque abbia indagato su Piazza Fontana, sia a livello giudiziario sia a livello storico sia a livello giornalistico, abbia commesso errori: sarebbe ben strano che Cucchiarelli ne fosse rimasto esente; è del tutto lampante che lo stesso valga per Sofri.

    Aggiungo ora che Cucchiarelli sta preparando una risposta dettagliata, che comparirà nei prossimi giorni.

  3. Girolamo De Michele scrive:

    Vincenzo, tu scrivi: «Una decina di gradi di giudizio non sono riusciti a ricostruire la verità sulla strage: questo implica che chiunque abbia indagato su Piazza Fontana, sia a livello giudiziario sia a livello storico sia a livello giornalistico, abbia commesso errori: sarebbe ben strano che Cucchiarelli ne fosse rimasto esente».
    Ti rispondo per punti, perché c’è davvero molto da dire.
    1. Non è vero che i diversi gradi di giudizio «non sono riusciti a ricostruire la verità sulla strage»: c’è una sentenza passata in giudicato, di pubblica lettura, che afferma alcune verità, e dalla quale, piaccia o non piaccia, bisogna partire. Tra queste verità: la bomba è una, l’ha messa Ordine Nuovo, l’ha progettata Franco Freda, Valpreda e gli anarchici non c’entrano. Con buona pace di Cucchiarelli, che sostiene che su piazza Fontana ci sono tante verità – storica, giudiziaria, politica… –, sui principali elementi di fatto le diverse verità non solo concordano, ma coincidono.
    2. Anche se questo non fosse, non è che chiunque può presentare una propria teoria basandosi solo sull’interna coerenza (facciamo finta che questo sia il caso di Cucchiarelli), senza dati empirici verificabili, ossia fatti, ossia prove storiche. Altrimenti va bene tutto, dalla teoria geocentrica (basta non guardare nel cannocchiale) allo Spaghetti Flying Monster, e i libri di storia li facciamo scrivere a Giacobbo.
    3. I dati di fatto di Cucchiarelli, “sulla doppia bomba”, si riducono a due “sentito dire”. Il primo è di un agente dei servizi, Russomanno, che non fornisce alcuna prova, e la cui credibilità è quantomeno discutibile, visto il ruolo che ha avuto nella strategia della tensione. Il secondo è un certo “Mister X”, «un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva»: un anonimo non verificabile mi ha detto che… – sarebbe un teste attendibile? Sarebbe una prova?
    4. Voci o non voci, un “giornalista investigativo” – Cucchiarelli questo fa: insegna giornalismo investigativo – le voci dovrebbe verificarle. Nel caso di Mister X, Cucchiarelli si dimostra nel migliore dei casi un “boccalone”: Mister X gli dice che nel 1969 ci furono “curiosi incontri” nella sede del giornale Lotta Continua in via Dandolo, a Roma, e Cucchiarelli lo scrive nel libro senza verificare. Bastava prendere una copia del giornale (del settimanale, per essere precisi) e scoprire che quella sede nel 1969 non esisteva, fu inaugurata solo 3 anni dopo. Si può essere onesti e inetti, le due cose non si escludono.
    5. L’onestà che tu riconosci a Cucchiarelli è quantomeno dubbia, alla luce del preteso avallo di Licia Pinelli che Cucchiarelli millanta in uno scambio con Saverio Ferrari, e che non c’è mai stato: come dimostra la lettera della figlia di Pinelli che Ferrari è stato autorizzato a rendere pubblica. E se nel primo caso posso pensare a ingenuità e/o sprovvedutezza, nel secondo caso di uno che dice “la moglie di Pinelli mi ha dato ragione” no, non è possibile. E, sul piano umano, il giudizio è ancora peggiore.
    6. Cucchiarelli non è stato contraddetto solo da Sofri: anche da Boatti, Stajano, Ferrari e Barilli.
    7. Sofri ha detto con chiarezza che, ad eccezione degli “incontri” di via Dandolo, non intende rispondere su ciò che lo concerne, essendo parte in causa. A me questo sembra segno di onestà.
    8. Se Sofri ha commesso errori, devi dire dove sono: non è corretto denunciarli e dedurne l’esistenza dal fatto che tutti gli altri ne hanno fatto.
    9. Sembra ti scandalizzi il tono irridente e provocatorio di Sofri verso Cucchiarelli. Provo a mettermi nei panni di Sofri: se mi si accusa di aver organizzato l’uccisione di Calabresi me ne faccio una ragione, c’è una sentenza passata in giudicato; se mi si accusa di averlo fatto in combutta con i servizi segreti no, non la prendo con calma; se mi si accusa di aver organizzato, con i signori di cui sopra, l’assassinio di uno dei miei migliori amici (Mauro Rostagno), io personalmente l’autore di queste accuse lo vado ad aspettare sotto casa e gli sputo in faccia: la signorilità di Sofri mi manca, suppongo.
    10. Non so perché a te paia che difendere la memoria di Pinelli e Valpreda dalle infamie, giuridicamente e storicamente false, affermate o ipotizzate da Cucchiarelli, sia segno di mancata imparzialità: difendere una verità storica non è “essere imparziale”, è tutto il contrario. Il tuo argomento è analogo a quello degli insegnanti di religione che fanno propaganda creazionista perché “in una scuola devono essere ascoltate tutte le campane”.
    11. Infine: difendere la memoria di Pinelli e Valpreda, che non possono farlo di persona, è un dovere etico per chi ha fatto parte di una generazione cresciuta in quegli anni. Dopo quegli anni sono arrivati gli anni Ottanta, a partire dai quali tutto è diventato falsificabile: e Cucchiarelli ne è un prodotto a suo modo esemplare, anche nella sciatteria argomentativa. Ma forse tu non te ne sei accorto.

  4. Mariateresa scrive:

    Concordo con quanto scrive De Michele e il film, a quel che ho visto, mi è parso più dubbioso rispetto alle tesi del libro; certo, non fa vedere l’interrogatorio ma solo il suo esito fatale per il povero Pinelli; non distingue la figura di freda nel deporre la borsa con la bomba ma nell’individuazione della pista nera mi pare molto ben costruito. Si dovrebbe fare un monumento al giudice Spitz e anche a Guido Lorenzon che accettò di smascherare ventura. Quanto a D’Amato, come gra cospiratore e mandante dell’assassinio Calabresi, sul film questo emerge. Quanto a Cucchiarelli, come scrive Sofri nel suo libro, se uno, dopo 43 anni, cita fonti che non vogliono essere rivelate e perciò chiama romanzo quello che per lui è un documento storico, è quanto meno un cattivo storico…le fonti vanno sempre citate!

  5. Girolamo De Michele scrive:

    @ Mariateresa
    Il film si dichiara ispirato al libro, e la fascetta editoriale (che sembra scritta da Fabio Fazio: o era FF che recitava la fascetta editoriale?) lo afferma. In realtà no, non è così: ci sono molte, fondamentali differenze tra film e libro, la stessa teoria della doppia bomba (una boutade giornalistica che nessun magistrato ha ritenuto valida) nel film è formulata in modo diverso dal libro. Io non sono d’accordo con l’affermazione che fai su D’Amato, la mia impressione è che il film indichi D’Amato e altri come meri insabbiatori, e non come attivi organizzatori: ma, appunto, film e libro sono molto diversi, e andrebbero affrontati separatamente. Piuttosto: invece di pubblicizzare il mediocre Cucchiarelli, sarebbe l’occasione per riscoprire quel gran giornalista che era il “pistarolo” Marco Nozza, del quale un anno fa è stata pubblicata una raccolta di scritti intitolata, appunto, “Il pistarolo” (e anche il suo “Hotel Meina” sulla prima strage di ebrei in Italia andrebbe ripreso in mano). La sua ricostruzione dell’alibi di Pietro Valpreda è una lezione di giornalismo che andrebbe insegnata nelle scuole (non solo di giornalismo). E poi Stajano, Cederna: insomma, rileggersi i libri dei giornalisti che si vedono nel fim.

  6. Mariateresa scrive:

    Certo, il giornalismo ha fatto davvero molto in quegli anni, non è che stessero alle baggianate di Guida, un questore che continuava a fare il questore anche dopo il 25 aprile, dopo essere stato aguzzino degli antifascisti a Ventotene!!D’Amato comunque faceva parte dello Stato e dopo il colloquio con lui Calabresi viene ucciso, del resto il commissario era presente anche al traliccio di Segrate, forse aveva individuato una pista anche lui…che portava al Veneto, come ha chiarito poi Stiz, il giudice.

  7. Pereira50 scrive:

    Marziale sostiene che quello che si dice è sempe di meno di quello che si tace.
    Ttroppo “informato dei fatti” ? su quali fatti non certo più di Valitutti su chi era nella stanza quando Pinelli – per una reazione in direzione sbagliata – precipiò . Eppure anche Lei sostiene che Luigi Calabresi non fosse nella stanza. Mentre Valitutti sostine il contrario! Perchè ?

    per non osservare continuamente lo scarto fra le cose come andarono e come sono raccontate.

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