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“5 è il Numero Perfetto”: il debutto di Igort alla regia

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di Chiara Babuin

Igor Tuveri, in arte Igort, è presente nella scena artistica italiana da più di quarant’anni. Con la leggiadra mutevolezza propria di ogni ricercatore che si rispetti, Igort fa del mondo la sua casa, alternando un lavoro sedentario, come quello del fumettista, a cambiamenti di dimora e continui viaggi dal sapore documentaristico. Il binomio arte-vita è un fatto consolidato.

Interessato a ogni aspetto dell’Arte, Igort si è mosso tra musica, sceneggiatura e saggistica, anche se la sua nascita e consacrazione è avvenuta nel campo delle arti figurative come fumettista e illustratore. E adesso, dopo quasi 15 anni di meditazione sul da farsi, è da annoverare anche tra i registi italiani. Il 29 Agosto 2019, in concorso alla 76^ edizione del Festival del Cinema di Venezia e contemporaneamente in tutte le sale dello stivale, è stata infatti presentata la prima fatica cinematografica dell’artista cagliaritano. 5 è il Numero Perfetto è tratto dall’omonimo graphic novel noir dello stesso Igort, edito da Coconino Press, nel 2002 e vede lo stesso autore sia come sceneggiatore che, appunto, come regista.

La storia che viene narrata è molto semplice: il guappo Peppino Lo Cicero (Toni Servillo), appresa la notizia dell’assassinio dell’amato figlio Nino (Lorenzo Lancellotti), si scrolla di dosso la polvere degli anni e dà inizio alla sua vendetta, assistito dal suo fratello in armi Totò (Carlo Buccirosso). Una uggiosissima Napoli degli anni ‘70 è il teatro di sangue di un intricato regolamento di conti, che pare non risparmiare nessuno.

Per il suo esordio alla regia, quindi, l’artista cagliaritano sceglie un film di genere (il noir appunto), come i migliori esponenti del Cinema Italiano. Questo perché i film di genere hanno da sempre permesso ciò che è la linfa vitale dell’arte filmica: la sperimentazione dell’immagine, che nel Cinema diventa sperimentazione della luce.

Ed è questo il momento di introdurre un argomento banale, quanto spinoso: il confronto tra l’opera cartacea – in questo caso, il graphic novel – e la sua trasposizione cinematografica. In realtà, qui si vuole affrontare la questione semplicemente per sottolineare il grandissimo lavoro che ha compiuto Igort nel salto dalla carta alla pellicola. La costruzione di un’immagine su carta implica materiali e strumenti diversi dalla costruzione di un’immagine su un set da catturare in inquadrature, tramite l’uso della luce (non dimentichiamo che il Cinema si basa sulla foto-grafia, quindi sulla scrittura della luce: senza luce, l’immagine filmica non esiste).

Nel primo caso, il limite è l’immaginazione e la tecnica dell’artista, nel secondo il limite è il budget della produzione, articolato in un gioco di squadra di scenografi, costumisti, attori e direttori della fotografia, che assecondano la visione del regista. E lo si vuole dire subito 5 è il Numero Perfetto è un gioco di squadra di altissimo livello, che consacra Igort come artista a tutto tondo, in grado di plasmare il proprio immaginario a seconda del medium che usa. La sua cultura visiva, coltivata per tutta la vita, non poteva che sposarsi con l’occhio pittorico di Nicolai Brüel, direttore della fotografia di un altro grande sperimentatore del Cinema italiano: Matteo Garrone.

Alla presentazione della pellicola il 31 Agosto al Cinema Eden di Roma, Igort racconta alla platea che aveva scartato sin dall’inizio l’idea di utilizzare nel film la bicromia usata nel graphic novel: “perché adesso la fotografia di film e serie tv è tutta azzurrina, io invece volevo colori saturi, volevo far emergere la materia”. E affermare che la sua volontà si è espressa al meglio è riduttivo: 5 è il Numero Perfetto è un’esperienza estetica potente, dove ogni inquadratura è curata nel minimo dettaglio, come se fosse una vignetta, e dove ogni movimento lega la sua funzione narrativa a una grazia che traspare anche nei momenti di azione più cruda. Proprio per la sua altissima attenzione all’ estetica, la prima parte del film potrebbe risultare un po’ lenta e sottotono: ma è impossibile annoiarsi contemplando la bellezza delle immagini.

La scena della prima sparatoria di Peppino e Totò è qualcosa che nel cinema italiano, probabilmente, non era stato mai fatto: l’alternanza di inquadrature di buio e luce calda, unite a raffinati movimenti di macchina, per poi terminare strizzando l’occhio all’iconica carrellata dal basso di Michael Bay in Bad Boys racchiude forse tutta la poetica di Igort: un artista eclettico, autoriale e pop, infaticabile studioso dall’enorme cultura che non fa distinzione tra alto e basso, perché il fine è sempre la potenza di un’immagine e il suo potere di racconto.

Ecco perché più che di citazione, nel film di Igort sarebbe più opportuno parlare di “riversamento”: ovvero una restituzione di un bagaglio visivo costruito da un artista onnivoro.

Ma, al cinema, una bella immagine non avrebbe potenza senza il corpo e l’uso che di questo fanno gli attori. Nel libro, uscito per Oblomov, che racconta il dietro le quinte del film (5 è il Numero Perfetto. Dietro le quinte), Igort parla del suo rapporto con tutta la squadra di lavoro, lasciando trapelare una considerevole gratitudine per tutti gli attori del set, che l’hanno non solo ascoltato nelle sue richieste, ma consigliato al meglio su come affrontare certe delicate situazioni che il set genera e che chi non è avvezzo, magari, potrebbe non degnare della giusta considerazione. La sensibilità di Valeria Golino, unica donna del film, è stata preziosa sia fuori, che in scena (la sua Rita è veramente intensa), il carisma oscuro di Carlo Buccirosso è magnetico e la napoletanità, fatta di accenti, smorfie e gesti di Toni Servillo, trova nel personaggio di Peppino Lo Cicero una sua possibile consacrazione. Servillo, verso il quale Igort riserva parole fraterne, è stato il primo a spingere l’autore a diventare regista cinematografico della propria opera cartacea.

Ogni anno, nel nostro stivale un po’ ammuffito, si sente dire che il Cinema Italiano ha trovato nuova linfa per ripartire, grazie a un qualche film, solitamente di dubbia fattura e quasi sempre privo di immaginario cinematografico.

Ebbene, dopo questa prima prova da regista di Igort si vuole affermare con forza che è proprio da QUI che deve ripartire la meraviglia del nostro cinema, ovvero da artisti che studiano e si nutrono di immagini, che sanno di cosa queste immagini sono composte, che hanno una visione, ovvero un modo di vedere, interpretare, creare e presentare la realtà. Altrimenti, il tutto si riduce a essere solo un susseguirsi di ambienti e corpi ripresi da una macchina.

Alla luce di quanto detto, è forse inutile sottolineare come sterili polemiche e tentativi di boicottaggio, infaustamente provocati da una frase infelice di un attore, non abbiano fatto altro che mostrare la differenza tra soliti sciacalli da tastiera, interessati solo a cavalcare l’onda dei 5-minuti-di-popolarità, e veri amanti, e sostenitori, dell’Arte.

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