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50 anni di “Per Un pugno di dollari”. Sergio Leone, l’Andalusia e una storia da storia del cinema

per-un-pugno-di-dollari (1)Questo articolo è uscito su il Venerdì di Repubblica

ALMERÍA. Sono passati esattamente cinquant’anni dal momento decisivo. Accade tutto in una sala cinematografica che non esiste più. Ci vorrebbe una telecamera immobile sul volto per spiare i minimi movimenti delle palpebre e i tic e il sudore e le sigarette fumate e spente una dietro l’altra. Perché c’è un uomo determinato e drogato di sigarette a dare ossigeno e vita al film che avrebbe cambiato la storia del western e del cinema stesso del secondo Novecento. Si chiama Renato Bozza, è direttore generale della casa di distribuzione Unidis, e ha puntato moltissimo sul film di Bob Robertson, Per un pugno di dollari. Robertson è il nome che è stato imposto a Sergio Leone per spingere al successo un western italiano su cui in pochi sono disposti a scommettere (Gian Maria Volonté è John Wells, Ennio Morricone è Leo Nichols e così via). All’inizio, però, quel che bisogna salvare è la vita stessa della pellicola. Il film esce in un’unica sala, il 12 settembre del 1964, al Supercinema di Firenze, e nelle prime settimane è un fiasco. Rischia la morte prematura. Tuttavia se la sala è vuota, i biglietti vengono staccati ugualmente. Ci pensa Bozza. Ne compra qualche centinaio ogni sera. Il film sopravvive, la sala si riempie e il contagio ha inizio. È un successo travolgente. Il passaparola corre raccontando di un western rivoluzionario: sporco, insanguinato, dove bene e male si separano lungo fragili linee di confine e le immagini e la musica e le parole restano impresse come pietre. C’è chi torna a vederlo più volte. I giovani ne vanno matti. Diventerà quel che tutti sappiamo. Il primo «spaghetti western». Il film che avrebbe segnato un’epoca e che avrebbe cambiato la vita del regista, dell’attore principale e del compositore, ma anche di un’infinità di lavoranti di secondo piano, nonché di un’intera regione di Spagna: il deserto di Tabernas, attorno a una città andalusa allora poverissima, Almería.

Leone conosceva già l’unico deserto europeo. Aveva viaggiato da quelle parti, tra i monti dell’Alpujarra e il mare di Cabo de Gata, cercando spazi adatti a girare Gli ultimi giorni di Pompei nel 1959. Definì la regione come un «Messico che è più Messico del Messico» e ci tornò cinque anni dopo. Molte scene del film sono ambientate fra le Ramblas del deserto, nel paese di Los Albaricoques e in una fattoria che oggi è un club ippico, il Cortijo El Sotillo. Quanto alla cittadina in cui si fronteggiavano le due famiglie a cui vendette le sue pistole l’«uomo senza nome», Clint Eastwood, fino a lasciare che si distruggessero a vicenda, si trovava lontana da qui, a Hoyo de Manzanares, poco a nord di Madrid. Era un set già pronto, dal nome «Golden City», oggi distrutto. Il successo del film aprì per Almería un futuro inaspettato. Si costruirono qui i set che ricreavano i piccoli centri del west nordamericano e i pueblos messicani. Crebbero come funghi paesi che sembravano veri (disegnati dagli scenografi Carlo Simi e Carlo Leva), e finirono per ospitare centinaia di film. Una guida completa spinge qui il turismo cinematografico: Cine. Guía de Almería. Territorio, cultura y arte (Instituto de Estudios Almerienses). Quanto a pueblos e town ricostruiti da Leone, molto è andato perduto nel tempo, fatta eccezione per tre centri che oggi sono aperti al turista. Il più grande si chiama Oasys Mini Hollywood. Qui furono girate molte scene di Per qualche dollaro in più e ospita da anni una specie di zoo, oltre a balli e azioni western.

A pochi chilometri c’è invece Western Leone, creato per C’era una volta il West. E qualche chilometro più a nord, Fort Bravo, che ha conservato le strutture più originali e sembra affogare in un mondo perduto. Si dice che quando Clint Eastwood arrivò da queste parti, i gitani che si accalcavano come cicale attorno alla troupe in movimento strabuzzarono gli occhi. «Faranno sul serio?» si chiesero ridacchiando di indolenza e disincanto. L’idea che circolava – me lo racconta Rafael Molina, ex stuntman, co-proprietario di Fort Bravo – era che fossero tutti pazzi, uniti da una colossale presa in giro, anche perché si parlava italiano, inglese, tedesco e spagnolo e nessuno dava l’idea di seguire cosa dicesse l’altro. Clint Eastwood lo ha confermato. «Chiedevo un’insalata e mi portavano un gelato». Lui non se la prendeva, anzi. Era stato chiamato per uno di quei casi straordinari che confermano l’esistenza di un ordine dietro la sorte. Leone voleva Henry Fonda o Charles Bronson, ma erano inarrivabili. Ripiegò su James Coburn, che costava ancora troppo per una produzione a bassissimo costo come la sua. Cercò allora fra attori di seconda fascia e uno di essi – Richard Harrison – rifiutò consigliando Eastwood («il mio contributo alla storia del cinema» avrebbe poi detto Harrison con perfetta autoironia). Quello che sarebbe diventato «l’uomo senza nome» dava allora il proprio nome a una serie di qualche minimo successo (Rawhide) e accettò nonostante l’agente lo mettesse in guardia: «è un passo sbagliato», un «malpaso» gli disse. Anni dopo, Eastwood avrebbe chiamato Malpaso la sua casa di produzione. Il passo era stato così sbagliato infatti che ci si era tuffato: aveva accettato di comprarsi da sé gli indumenti mentre Leone contribuiva solo con il celebre poncho (mai lavato per tutta la trilogia del dollaro) e con il sigaro che a Eastwood non piaceva affatto e che secondo il regista lo avrebbe aiutato a metter su quella faccia contrita e amara. La storia ha reso celebre una frase pronunciata da Leone – «ha due espressioni: una con il cappello e una senza» – e ha lasciato correre su un’altra definizione, romanesca e molto più significativa: «Mi piace: c’ha du’ occhietti da fijo de na mignotta». Forse proprio in quegli occhietti videro muoversi qualcosa i gitani accorsi per accaparrarsi una comparsata, un lavoro, qualche spicciolo, certi che si trattasse di un gioco di qualche «matto italiano».

«Quando poi si rividero al cinema, tutto cambiò» racconta l’altro proprietario di Fort Bravo, un caratterista dallo sguardo magnetico, Paco Ardura. «Durante il lavoro Leone era nervoso, concentrato, molto preciso. Si aggirava aprendo e chiudendo le mani in un pugno. Agli andalusi pareva che facesse il gesto flamenco di suonare le castañuelas, le nacchere, e così lo chiamarono Er Castañuela», un nomignolo che nella cadenza gitano-andalusa che storpia le elle in erre, sembra prestarsi perfettamente alla traduzione romanesca: «Er nacchera». «Er nacchera divenne temutissimo. All’inizio forse anche Clint Eastwood aveva dubitato di lui». La storia di quell’inizio è diventata parte di un immaginario da cultori. Nove ore e mezza di strade polverose da Madrid fecero crescere in Eastwood il dubbio che il suo agente ci avesse visto lungo. Poi quando Leone, che non parlava inglese, cominciò a mimare le espressioni con cui il protagonista doveva rompere sulla scena, tutto cambiò. Il fatto è che, nella storia tratta da La sfida del Samurai di Kurosawa, Leone aveva voluto mettere un po’ dell’Arlecchino di Goldoni e un po’ della scaltrezza con cui gli eroi omerici si fanno strada fra il bene e il male. Ma, oltre Goldoni e Omero, Leone aveva in mente il disincanto dei romani che hanno visto e vissuto tutto. Uno come Eastwood era perfetto. «Uomo-gatto» lo chiamava il regista per la sua andatura lenta. La caricatura romana in mano a un americano capace di mescolare «pennica» e «siesta». Da queste parti ha detto sempre di voler tornare, Eastwood. Riconoscerebbe la banca, la main street e il saloon dove pistoleri gitani mettono in scena sfide rocambolesche mentre i turisti ridono a crepapelle. Stapperebbe una birra andalusa con loro, probabilmente. E immagino che preferirebbe andarsene a cavallo verso il monte Alfaro anziché appennicarsi sui lettini che oggi circondano la piscina. L’«uomo-gatto» sembra lento ma non può mai fermarsi. La battuta con cui divenne celebre non deve averla dimenticata. «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto. Avevi detto così? Vediamo se è vero. Raccogli e spara».

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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