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Anatomia di una scomparsa

Questa recensione al romanzo di Hisham Matar, «Anatomia di una scomparsa», è uscita per «il Riformista».

Vergogna, desideri e addii. Sensi di colpa che durano una vita, bugie che non verranno mai alla luce e rivalità. Moltissime rivalità. Il romanzo di Hisham Matar, Anatomia di una scomparsa (Einaudi, pp. 187) ha la capacità di riconciliare il lettore con la Letteratura. In una fase storica in cui i romanzi spesso cedono al puro intrattenimento, oppure, andando fuori strada dalla parte opposta, cedono alla denuncia sociale, la lettura di un  romanzo vero, letterario, è l’occasione per accorgersi che quando la letteratura ha come unico scopo se stessa riesce anche magicamente a intrattenere il lettore e a farlo interrogare sulla realtà. Anatomia di una scomparsaparla di un padre, e del vuoto che lascia un padre quando svanisce nel nulla. L’incipit è un terremoto: «Ci sono volte in cui l’assenza di mio padre mi pesa sul petto come se ci stesse seduto sopra un bambino».

Matar è uno scrittore libico, suo padre “scomparve” grazie agli uomini di Gheddafi. La vicenda e lo stile sono una lezione sulla nostalgia impegnati a colmare quel baratro: «Tutto ciò che avevo amato e tutto ciò che era andato perduto un tempo era lì. E adesso io mi ricongiungevo a un’assenza, dopo che tutti se n’erano andati». È il tentativo di ricongiungersi ad un padre assente e misterioso, il motore della scrittura di Matar. La madre di Nuri (il narratore) muore quando lui è giovane. Il padre, Kamal, si fa crescere la barba e il figlio piange. I due, come due «scapoli», lasciano il Cairo e vanno in vacanza ad Alessandria. In un albergo incontrano Mona, una ragazza tremendamente bella. Il primo a vederla è il figlio: «Mona aveva ventisei anni, papà quarantuno e io dodici: quindici anni separavano loro due. E quattordici separavano me da lei». Kamal la sposa. I tre vanno in crociera sul Nilo. Il cuore di Nuri è una fornace, la passione scoppia senza potersi manifestare: «Indugiai accanto alla specchiera a guardare le sue boccette e i suoi gioielli. Presi la collana e lasciai scivolare a una a una le perle nel palmo. Le avvicinai al naso. Il profumo di lei mi provocò una fitta di dolore in un punto preciso del petto. Affondai il viso nella sciarpa di seta e sentii crescere la sete. Questi erano gli oggetti che la possedevano». La gelosia e il risentimento allontanano padre e figlio, Nuri viene spedito a studiare in Inghilterra.

È qui che, lasciati gli ambienti caldi dell’Egitto (un Egitto malinconico come quello di André Aciman), Nuri le scrive lettere e in cambio riceve messaggi pieni di banalità, «ma dietro quelle banalità io cercavo di leggere significati profondi». E non sbaglia Nuri a cercare nelle disattenzioni di Mona «espressioni involontarie del suo desiderio». È adesso che il padre scompare, rapito per ragioni politiche in una casa di Ginevra, dove dorme con l’amante. Da questo momento in poi, c’è spazio solo per i rimorsi. Alcune pagine di Matar raggiungono l’intensità del Museo dell’innocenza di Pamuk. I luoghi parlano, Ginevra, Londra, Alessandria e il Cairo sono paesaggi perfettamente complici di un’emotività in cerca di rifugi. Ogni parte della realtà è attiva e partecipa ai tormenti. Le suggestioni investono i personaggi e si riversano nei lettori. Tutto tace e tutto scalpita: «Le foglie dovevano vedersela con una leggera brezza. Sembravano esauste nella loro immobilità».

Anche i gabbiani non passano senza conseguenze: «La vergogna e il rimorso mi tormentavano, più insistenti delle strida dei gabbiani sospesi in quel momento sul lago». La verità sale dalle profondità del passato. Nuri percepisce ovunque l’odore del padre, ordina i suoi piatti preferiti, osserva al polso le lancette guardate un tempo dal padre. Scopre che quell’uomo l’aveva amato. A quindici pagine dalla fine, Matar prepara l’ultimo colpo di scena. Anatomia di una scomparsa è fatto di frasi fulminanti, di sguardi e di silenzi. Perché tutto ciò che è taciuto è la vera linfa vitale della letteratura: «Il mio cuore strepitava come una creatura intrappolata. Ma trovai solo il coraggio di passarmi le dita sulle labbra».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
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