Cerasoli Claudio

6 aprile 2020, L’Aquila e il CoVid-19: la crisi e la scelta

[foto di Claudio Cerasoli, L’Aquila 2019 – dal progetto “X”]

di Alessandro Chiappanuvoli

Una catastrofe, sia essa causata dalla natura o dall’essere umano, pone sempre gli individui e i sistemi sociali davanti a un cambiamento traumatico, davanti a una crisi – sull’orlo del baratro dal quale sembra non possa esserci altro esito che precipitare a fondo o risalire la china. La crisi (dal greco κρίσις, decisione) è quel preciso momento in cui si percepisce l’urgenza della scelta, tra l’una o l’altra via, tra la vita e la morte; è una radicalizzazione antropologica che pare non lasciare altro spazio possibile, prende alla gola, estremizza l’emotività, schematizza la ragione.

11 anni fa, L’Aquila, i suoi cittadini, le persone che la vivevano, tutti gli abitanti dei 56 Comuni del cratere sismico vissero la catastrofe, si trovarono catapultati nella crisi, si sentirono attanagliati dall’urgenza di dover prendere la loro decisione radicale, e oggi, nel giorno dell’anniversario, forse può essere utile trarre alcuni spunti, fare circoscritte considerazioni, condividere quell’esperienza come fossero i consigli appena più navigati, e un po’ sfrontati, di un fratello maggiore o le raccomandazioni transgenerazionali, dunque non perfettamente calibrate sulle istanze attuali ma comunque cariche, si spera, di saggezza, di un nonno. Vorrei, dunque, che il 6 aprile 2020 potesse trasformarsi da giorno di commemorazione (passivo, passionale) a giorno della memoria (attivo, riflessivo).

Paragonare un terremoto che ha avuto effetti in una limitata regione con una pandemia globale che oltrepassa i confini geografici è come paragonare una ferita, per quanto profonda, a una malattia che infetta e corrompe più o meno gravemente tutti gli organi del corpo; da un lato, la ferita non inficia il complessivo funzionamento del corpo, dall’altro, un corpo sano ha maggiori probabilità di guarire la sua ferita. Ma il terremoto e la pandemia, in quanto stati di emergenza, interruzioni drastiche della società e del normale sviluppo del tempo, in quanto momenti di crisi, hanno tuttavia anche molti aspetti simili, contingenti, se non in tutto speculari.

Così come oggi siamo tutti costretti a vivere chiusi dentro casa, tutti i terremotati furono costretti a uscire dalle proprie abitazioni. Il mostro, che si chiami CoVid-19 o terremoto, pone gli individui e le società davanti a qualcosa di immensamente grande, pericoloso, repentino, imprevedibile, spaventoso, incontrollabile, noto solo in linea generale ma sconosciuto davvero fino in fondo e dagli esiti mai del tutto ponderabili. La fase della prima emergenza, che si tratti di curare i contagiati negli ospedali e nelle case o di scavare con le ruspe o a mani nude sotto le macerie, pone in ambo i casi un unico obiettivo: salvare vite umane, la salvezza del corpo fisico. La catena di comando si verticalizza. La velocità diventa sinonimo di efficienza. Le decisioni si sostituiscono alle opinioni. La lucidità soppianta la lungimiranza. La precarietà della vita umana si fa urgente, reale. D’altro canto però, mentre la prima emergenza dopo un terremoto si esaurisce nel tempo dei soccorsi e della messa in sicurezza dei cittadini che dura ore, giorni, quella al diffondersi di un virus si estende invece per un periodo continuativo, esponenziale, incerto, non previsionale. Ed ecco che se nel terremoto la fase della prima emergenza lascia presto il posto a quella della gestione della post emergenza, nella pandemia questi stadi si accavallano, s’impastano, concorrono insieme alla definizione delle azioni, delle strategie, avviluppano in un’unica spirale istanze razionali ed emotive, critiche e pratiche, urgenti e differibili.

La seconda fase della gestione dell’emergenza, così come l’esistenza – sospesa e profonda – in emergenza, che dura mesi, ha anch’essa caratteristiche simili e dissimili tra terremoto e virus. Lo sgomento davanti al nemico comune rinsalda i ranghi, scoprirsi tutti egualmente vulnerabili avvicina le emotività, sintonizza gli animi, la necessità di affidarsi allo Stato e alle Istituzioni rende ogni cittadino parte di un sistema percepito, fino a quel momento, per lo più astratto: esplode virulento il senso di comunità, un sentimento genuino di appartenenza. Ed è superfluo ricordare i canti, gli applausi, le bandiere, gli inni, le raccolte di fondi, gli aiuti reciproci, l’appoggio incondizionato agli angeli in prima linea. Ma non si manifestano in questa fase, nel terremoto come nel contagio, solo fenomeni edulcorati di socialità e di umanità. Nei giorni e nelle settimane seguenti al 6 aprile i molti cittadini italiani si accanivano contro i cittadini stranieri rei di non avere diritto agli stessi aiuti, gli aquilani rimasti in città e stipati nelle tendopoli ingiuriavano gli aquilani che avevano deciso di trasferirsi sulla costa Adriatica, stipati negli alberghi – avevano preferito la “vacanza” alla “resistenza sul territorio” –, le file per la distribuzione dei viveri e del vestiario diventavano spesso bolge dove le persone si accusavano di aver preso di più o troppo rispetto al necessario, e i terremotati – anche per via dell’investimento politico del Governo Berlusconi – si trasformarono ben presto in tifosi avversi o contrari rispetto alle decisioni prese, di qualsiasi tipo esse fossero. Anche la comunicazione di massa, tanto quanto quella locale o prodotta dal basso, scelse la propria trincea, da dove svuotare caricatori di parole sempre più letali. E neanche la scienza, incarnata allora dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dai geologi indipendenti, fu immune da prese di parte e da critiche. Come in questa pandemia, del resto, si sono diffusi: l’odio per i cinesi, gli scontri tra Regioni e Governo, le bandiere europee ammainate, il dibattito politico calmierato solo in apparenza e la propaganda mai doma, i dubbi sull’efficienza della Protezione Civile, la ridda sulla sospensione delle attività produttive, gli anatemi contro coloro che fuggivano dal nord, contro i runner, contro i padroni dei cani o contro chiunque, ai nostri occhi, non abbia motivo per stare fuori casa,  la caccia all’untore senza mascherina, le dispute senza fine sui social network; una sorta, anche qui, di categorizzazione binaria forzata che non lascia spazio alcuno all’ossigeno della riflessione, all’empatia.

Per i terremotati era scoccato allora, per gli esseri umani della Terra è scoccato oggi il tempo della precarietà, dell’incertezza, e, ancora più a fondo, la rottura stessa della struttura del tempo che siamo abituati a concepire: non più routine quotidiana, non più cadenze settimanali, non più cicli mensili, squilli stagionali, ritualità festive. Il continuum temporale scadenzato è infranto e già inizia a radicarsi nelle nostre menti l’epocale cesura del prima e del dopo, con annessi rimandi a quanto fosse bello o brutto il prima e quanto sarà bello o brutto il dopo: altre estremizzazioni, altre semplificazioni, altri schemi binari.

Di certo, oggi come allora, s’impone una ridefinizione del tempo sulla base di nuove priorità: un posto protetto, del cibo, la sicurezza di parenti e amici, il denaro minimo per garantire la sussistenza, i dispositivi di protezione individuale, i farmaci, le cure mediche; tutto il resto passa improvvisamente in secondo piano, ci si pensa poi, smette di avere la valenza avuta fino a pochi giorni prima. La vita diventa più elementare, più biologica, forse persino più vicina alla sua essenza primordiale. Ma è davvero così per tutti? Davvero la vita di tutti si spoglia di ogni orpello? In realtà, dipende se un tuo caro è rimasto sotto le macerie, dipende se la tua casa è crollata, se hai perso il lavoro, dipende se vivi nelle provincie di Bergamo, Piacenza, Brescia, Lodi, Parma, Padova, se sei lombardo, veneto o se sei molisano, calabrese, dipende se tu, un tuo caro, un conoscente o un compaesano sia stato contagiato, dipende se si è sintomatici o asintomatici, dipende insomma da quanto la morte si avvicina.

Come dice Papa Francesco, siamo tutti nel mare in tempesta, è vero, ma non siamo tutti sulla stessa barca. Ciascuno è sulla sua, e dunque ognuno ha una diversa probabilità di salvarsi, ognuno ha una diversa possibilità di salvare, ognuno – a eccezione della prima linea – può decidere se badare a sé o pensare anche a gli altri, e in quale misura. Sebbene la vita in tempesta sia diventata per tutti basilare, uguale non è la resistenza di ogni imbarcazione e, anzi, la tempesta rivela le differenze, l’imparità delle risorse, le disomogeneità economiche, inasprisce ancor più il divario tra le classi sociali. Tanto per i cittadini quanto, a livello macroscopico, per gli Stati.

La responsabilità individuale diventa dunque paradigma imprescindibile nella gestione della post emergenza, l’appello a “restare a casa” o il “divieto di entrare in casa” sono le forme più immediate di tale principio. Ma quanto deve essere responsabilizzata la popolazione? Quanto assistita? Lo spettro tra la responsabilizzazione, ossia il livello di coinvolgimento consapevole fatto da parte delle istituzioni ai cittadini, e l’assistenzialismo, dunque la gestione paternale, non coinvolgente, dogmatica e in alcuni casi repressiva, apre a sua volta un ulteriore vortice che coinvolge altri due aspetti decisivi per il superamento dell’emergenza: la comunicazione e la partecipazione. Quanto deve essere coinvolta la cittadinanza? Qual è il modo più efficace per comunicare con essa?

Non è possibile qui entrare nel merito, c’è però un filo conduttore che parte dall’Aquila e che arriva fino ai giorni nostri, c’è un effetto dominio iniziato il 6 aprile 2009 e che influenza ancora oggi le strategie partecipative e comunicative delle Istituzioni rispetto alla cittadinanza. Il processo alla Commissione Grandi Rischi ha aperto una crepa. La (pre)potente Protezione Civile di Bertolaso si è trasformata in una macchina burocratizzata dalle armi spuntate. La comunicazione in emergenza si è fatta cauta, guardinga, attenta più alla forma che all’efficacia del messaggio. L’Aquila fu campo di sperimentazione di quel modello tanto quanto lo è oggi il territorio italiano di un nuovo modello che dalle ceneri di quello aquilano nasce. Se nel 2009 si sperimentò la gestione verticistica, militarizzata, impositiva di una soluzione già data, già programmata, l’Italia oggi è terreno di una nuova sperimentazione solo in parte condivisa, allargata solo ad alcune maglie del sistema politico, meno radicale, che più si poggia su una base volontaristica del Paese, e che, credo, in qualche modo tiene in conto di alcuni errori del passato. Ma non siamo nel migliore dei mondi possibili, anzi, ne siamo ancora molto lontani. E sebbene la situazione sia “la più grave dalla Seconda Guerra Mondiale ai giorni nostri”, tanto ci sarà nei mesi e negli anni a venire da analizzare, migliorare, rivoluzionare, criticare. La gestione dell’emergenza in atto in questo presente-senza-certezze è ancora un modello altamente imperfetto, dove il confronto di rado si fa costruttivo, dove la deresponsabilizzazione istituzionale è sempre la migliore via di fuga, dove il tentativo di comunicazione democratica, paritaria, è solo uno scialbo abbozzo, dove la partecipazione dei gruppi e degli strati sociali è ancora una volta arbitraria, casuale, volontaria, non strutturata, in una parola, scarsa. E infine la gestione della post emergenza, nonché la fase delle prima emergenza di oggi sono ancora meccanismi zoppi, sistemi che si attivano con un grave handicap già in partenza, ossia la cronica, colpevole, funesta, completa mancanza di prevenzione. Dopo L’Aquila, l’Emilia, Viareggio, Genova, il Centro Italia, il nostro è ancora il “Paese della prevenzione del giorno dopo”, il Paese nel quale non si riesce a valorizzare e a sistematizzare la cultura del rischio, il Paese nel quale agli investimenti di prevenzione si antepongono ancora gli interessi della shock economy, dell’economia d’emergenza.

Dopo la fase della gestione dell’emergenza passeremo alla fase del ritorno alla normalità. Sarà un periodo complesso, e lento, attraverso il quale si recupererà parte di ciò che avevamo, di ciò che eravamo prima e un’altra parte si perderà definitivamente. Sarà un periodo nel quale forze opposte e contrastanti si affronteranno, da un lato, per il restauro del sistema sociale prima vigente, dall’altro, per il cambiamento dello stesso. Già oggi sono perfettamente visibili i due fronti: gli ottimisti e pessimisti, i rivoluzionari e i conservatori, quelli che nella pandemia colgono la leva per cambiare le storture del presente e quelli che non vedono l’ora di tornare a ingrassarne i meccanismi, quelli che prima la vita umana dell’economia e quelli che senza economia non c’è speranza per la vita umana, quelli che “andrà tutto bene” e quelli che “andrà tutto in rovina”.

Sarà una lotta, alla quale qui all’Aquila abbiamo assistito ogni singolo giorno di questi 11 anni incarnata nel processo di ricostruzione (ancora molto lontano dal dirsi compiuto), in cui al tentativo di cambiamento si è contrapposto il principio del “dov’era-com’era”, in cui ai nuovi bisogni si opponevano i vecchi potentati; sarà una lotta di sistema, una lotta di potere, una lotta fratricida. Ma sarà in quella fase che l’esempio dell’Aquila potrà rivelarsi ancora più utile, ancora più determinante. La mia città non è la stessa di 11 anni fa. La mia città è profondamente uguale e profondamente diversa da allora. Uguale nelle dinamiche di potere da piccolo feudo, uguale – o persino peggiorata – nella iniqua distribuzione della ricchezza, uguale nell’urbanistica già prima disomogenea e disfunzionale, nei servizi alla persona antiquati, nella mobilità inefficiente e al collasso economico, uguale nella sanità sempre più vilipesa e defraudata, uguale nella mentalità retrograda, provinciale, incapace non già di realizzare ma anche solo di immaginare uno possibile sviluppo economico, sociale o culturale che sia. Ma L’Aquila è anche una città completamente diversa, ed è mutata nei cittadini, nelle singole persone, nelle istanze individuali perché mutati sono i desideri, i bisogni, le aspettative, mutato è l’amore per il nostro territorio, mutato è lo spirito cooperativo tra le micro realtà, mutato è il valore che diamo al nostro tempo, mutato è il valore che diamo alle nostre esistenze, mutata è la nostra consapevolezza; mai come in questi anni ci siamo sentiti così protagonisti del nostro destino. L’Aquila è, insomma, un’occasione persa a livello sociale, sistemico, e insieme un grande laboratorio di esperienze, di innovazioni, di passioni a livello individuale. L’Aquila è l’esempio di come le cose possano e non possano essere fatte, L’Aquila è l’esempio di come le cose vogliano e non vogliano cambiare.

Ad attenderci, dunque, ci sarà sicuramente una crisi, non soltanto economica, ma politica, culturale, etica, climatica, umana, spirituale. E ogni crisi lascia sempre dietro di sé un segno indelebile, una cicatrice, nei sistemi sociali tanto quanto negli essere umani. Avremo tutti, tutto il mondo avrà il suo prima e il suo dopo CoVid-19, una frattura che non ci permetterà di essere più gli stessi, che non permetterà al mondo di essere più lo stesso, e che al contempo spingerà disperatamente per somigliare a com’era, a com’eravamo. La crisi porta con sé il seme del cambiamento, ma questo seme deve essere curato, coltivato. La crisi – come dicevo all’inizio – porta con sé una decisione, una decisione, sì, radicale, ma per quanto radicale possa apparire, la scelta non sarà mai tra il bianco o il nero, non sarà mai tra la strada di destra e quella di sinistra, non sarà mai biunivoca come siamo portati a credere soprattutto nel momento dell’emergenza. La scelta, come dimostrano questi 11 anni, come dimostra L’Aquila, è un processo, complesso, lento, faticoso, da compiersi giorno dopo giorno, passo dopo passo. La scelta è una lunga strada in salita. E, dopo la crisi, scegliere è inevitabile. Perché al terremoto come alla pandemia segue, sempre seguirà una nuova vita, una rinascita, una nuova creazione: la palingenesi, insomma; forse l’unico vero tratto distintivo del genere umano.

Per queste ragioni mi auguro che il 6 aprile 2020 sia un giorno diverso dagli altri 6 aprile che abbiamo commemorato negli scorsi anni. Per queste ragioni vorrei con tutto me stesso che questo 6 aprile possa essere – con ciò che rappresenta e con ciò che porta dietro di sé – un giorno utile, un giorno costruttivo, seppur nelle sue mille sfaccettature oscure e luminose, per tutti, per l’Italia intera. Per queste ragioni spero che questo 6 aprile non sia l’ennesimo giorno sprecato, l’ennesima occasione mancata, proprio ora che una nuova crisi mette noi e mette tutto il mondo di fronte alla scelta più difficile, la scelta più importante.

 

 

 

 

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