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8 secondi, il viaggio di Lisa Iotti nell’era della distrazione

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Photo by Rodion Kutsaev on Unsplash

di Giorgio Biferali

Tanto lo so com’è andata, e so anche come andrà a finire. Avete letto il titolo di questo pezzo da qualche parte, per caso. Magari su facebook, perché seguite la pagina di minima&moralia, la seguite per i motivi più vari, perché in fondo vi piace, oppure solo perché vi fa sentire meglio l’idea di seguirla, vi fa sentire migliori. O magari no, ve l’ha linkato qualche amico, la vostra ragazza, il vostro professore che vi sta correggendo la tesi di psicologia, antropologia, di scienze della comunicazione, e allora voi siete costretti a leggerlo, questo pezzo, tutto, dall’inizio alla fine, per evitare poi di fare figuracce.

Ma poi, andrà come sempre, cercherete di capire se vi piace l’incipit, come inizia questo pezzo, che ritmo ha, com’è scritto, se fa ridere anche, tanto che volendo lo potreste leggere a voce alta recitandolo, quasi, e all’improvviso vi arriverà un messaggio su whatsapp, un like su Instagram, la notifica di un retweet che aspettavate da un po’, e smetterete di leggere questo pezzo, per non tornarci mai più.

Sembra una visione un po’ negativa, lo so, ma non è colpa mia, almeno non solo, è che questo è stato un anno strano, finora, un anno difficile, e leggere libri come 8 secondi. Viaggio nell’era della distrazione di Lisa Iotti, pubblicato da il Saggiatore, ecco, forse non aiuta. Sarebbe stato meglio buttarsi su un bel giallo, di quelli semplici, tranquilli, prefabbricati, con una bella storia d’amore in mezzo che fatica a sbocciare fino alla fine, uno di quei gialli che quando li leggi, piano piano, capisci come andrà a finire la storia, poco prima che finisca davvero, e allora ti senti intelligentissimo.

E invece no, io ho scelto un libro che, anche se in una forma leggera, narrativa, divertente, pop, non ha fatto altro che mostrarmi il dietro le quinte della mia vita, delle nostre vite, ma perché? C’entra la pulsione di morte o è solo semplice curiosità? Comunque, così com’era stato per Insieme ma soli di Sherry Turkle (pubblicato da Einaudi nel 2019), questo libro mi ha fatto male, e quindi, alla fine, mi ha fatto bene. Di che parla? Lisa Iotti, giornalista, autrice di docufiction, reporter, tra l’aneddotica colta, filosofica, la narrativa di viaggio, la statistica e il giornalismo d’inchiesta (in sintesi, potremmo dire, New Journalism), ci racconta di come i cellulari, gli smartphone, per capirci, abbiano letteralmente cambiato le nostre vite. Dico letteralmente, perché l’autrice, andando oltre la retorica serresiana accusatoria dei maledetti giovani sempre alienati che preferiscono il mondo virtuale alla vita vera, fa avanti e indietro tra Roma e il resto del mondo per cercare di capire cosa ci è successo in questi anni, da quando abbiamo cominciato a incurvarci e a costruire la nostra seconda vita in quel rettangolino luminoso, e cosa ci succederà.

Partiamo dall’iperconnessione. Tutte le volte che mettiamo il nostro cellulare sul tavolo, mentre siamo fuori, in compagnia, dobbiamo renderci conto che quello “non è un atto neutro”, che stiamo mandando un segnale forte e chiaro, cioè che siamo pronti a ricevere stimoli che arrivano dall’esterno, da un luogo indefinito, stimoli cui daremo la precedenza rispetto a chi si trova lì, seduto insieme a noi. Sarà per una mia strana passione nei confronti delle statistiche, ma mi ha sorpreso leggere che l’Italia, dopo la Corea del Sud e Hong Kong, è il terzo paese al mondo per numero di dispositivi mobili in rapporto alla popolazione, che un utente medio oggi sblocca il suo telefono circa ottanta volte al giorno, circa trentamila volte in un anno. Questo incide non solo sul nostro rapporto intimo, privato con il tempo, con la nostra quotidianità, ma anche sulla nostra capacità di concentrarci, di prestare attenzione.

Una ricerca della Tate Gallery di Londra ha dimostrato che il tempo medio di permanenza davanti a un’opera d’arte di un visitatore è di 8 secondi, per questo la Tate ha promosso un’iniziativa, lo slow looking, in cui possiamo entrare nel museo e selezionare alcune opere, non tutte, cui dedicare più di 8 secondi del nostro tempo, della nostra attenzione. Iotti viaggia dalle gallerie d’arte alla musica pop, che dai tempi di How Will I Know di Whitney Houston (che aveva 42 secondi di introduzione musicale, senza neanche mezza parola) è cambiata parecchio, oggi le introduzioni sono scomparse e la struttura dei pezzi, quelli destinati a diventare dei tormentoni, estivi e non, è diventata semplicissima: ritornello-strofa-ritornello.

Come se nessuno di noi avesse tempo da perdere, figuriamoci poi per ascoltare l’intro di un brano pop. La professoressa Gloria Mark, “una rockstar dell’antropologia digitale”, ha preso come oggetto di studio i luoghi in cui le persone lavorano. “Il mondo reale – dice lei – è un laboratorio vivente”. Si è accorta che le persone, mentre lavorano al pc, interrompono quello che stanno facendo, più o meno, ogni 40 secondi, per passare, magari, a un altro dispositivo, o semplicemente per “far scivolare il pollice sulla tastiera del cellulare”. Al di là dell’alienazione, dei discorsi tipo siamo connessi ma lontani, del mito del multitasking che serve più che altro per addolcire i nostri sensi di colpa, per raccontare a noi stessi che possiamo essere concentrati su più cose insieme, nello stesso momento, la questione è che dipendere tutto il giorno da un oggetto progettato per innescare “il rilascio di dopamina (la molecola del piacere e delle dipendenza) e fiumi di cortisolo (l’ormone dello stress)” non va affatto bene, ci fa stare sempre in allerta, sempre in ansia, sia quando vediamo illuminarsi il nostro telefono, sia quando lo vediamo che rimane spento, quando ci accorgiamo che non succede nulla.

Insomma, è vero che un giallo tranquillo, specie di questi tempi, potrebbe essere più rassicurante, potrebbe distrarci, ecco, in senso positivo, però leggere questo libro, soprattutto in un periodo in cui potremmo essere costretti, di nuovo, a rimanere a casa, a fare i conti con le nostre vite, con le nostre solitudini, può renderci più consapevoli di quello che stiamo facendo, più liberi, più umani.

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