sala-dattesa

806

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di Nadia Terranova

La differenza è tutta lì, nel fatto che entri al reparto oncologia e non sei il paziente ma quello che lo accompagna. Il figlio, la nuora, la migliore amica, il cognato: non importa. Tu sei quello che accompagna e ti siedi accanto alla persona accompagnata. Una linea spacca la sala d’attesa a zigzag e separa gli accompagnatori dagli accompagnati. Non cercare solidarietà nel tuo insieme di riferimento: non la troverai. Non chiederti se quelli dell’altro insieme, fra loro, sono solidali. Probabilmente no o forse sì, di sicuro non ti riguarda. Ti siedi e parli, dici delle cose, delle cose come «compro una bottiglietta d’acqua» oppure ti giri a guardare la libreria con i libri donati e le regole battute a macchina, bisogna comunicare a un infermiere la data in cui si prende in prestito un titolo. E tu che titolo prenderesti? Come sono brutti quei titoli. Un Moccia del 2006, strenne di giornalisti, doppioni di Coelho. Il tutto dà un’idea di scatolone del 26 dicembre, quello con i regali che ci hanno fatto schifo: ricicliamoli anzi no, diamoli via per una buona causa, sai che mi hanno detto che puoi donarli a una biblioteca del reparto oncologia…? O invece no, quelli sono veramente i libri che leggono le persone e tu non hai nessun contatto con il paese reale, sono stati regalati con amore e convinzione. Hai voglia di sfasciare la libreria, di prenderla a calci. E che ci metteresti, sentiamo? Il principe Myskin? Harold Brodkey e il suo aids? Romanzi e memoir a tema? Sentiamo con quanta buona letteratura arrederesti l’attesa di un malato di cancro.

Trrr, trrr, trrr.

Il numero 806 lampeggia in rosso, 806, 806.

«Dai, su»

Hanno esaminato 805 pazienti e adesso tocca a noi? Come ce l’avranno il cervello, dopo 805 incontri? Perché dovrebbero soffermarsi proprio sull’ottocentoseiesimo? Scema, il tabellone è partito direttamente da 800. Vorresti entrare e chiedere subito: scusi, perché partite da 800? Cosa le interessa, signora? No, io lo voglio sapere. Se non ci capiamo su queste cose come possiamo capirci… Signora, è lei la paziente? No. E allora? Ecco, tu questo dialogo non lo vuoi fare. Entri e dici solo buongiorno, ci sono due tizie in camice bianco, non le hai mai viste prima. E il dottor A.? Il dottor A. sta arrivando, accomodatevi. E il dottor M.? Sì, sta arrivando anche lui. Il dottor A. è l’illustre primario che hai soprannominato Lo Stronzo e il dottor M. è il suo assistente, che invece fa sempre i sorrisi alla Persona Accompagnata. Non gliene frega niente, alla Persona Accompagnata, di questa differenza che hai inventato tu, né di puntare il dito contro i modi più o meno gentili di chi ha solo il compito di tenerla in vita. E nemmeno a te fregava, un tempo: non voglio un medico empatico, voglio un medico bravo, affermavi con sprezzo bioetico quando eri una giovane e cinica studentessa di filosofia.

Ora vorresti chiamare quella ventenne e chiederle per favore: siccome sono ancora sicurissima che tu abbia ragione, potresti interagire al posto mio con lo Stronzo? No, perché io nel frattempo ho scoperto che se si rivolge un’altra volta alla Persona Accompagnata con quell’aria di sufficienza e quel sorrisetto del cazzo, gli metto le mani al collo. E vorresti farlo davvero, mentre entra seguito dagli assistenti e dai laureandi come un feudatario con dietro il vassallo il valvassore e il valvassino, mentre entra e ti saluta con quella vocina, mentre entra e dice buongiorno allora come andiamo la trovo bene, con quella vocina che si è dimenticata un dettaglio: dottore, venga da quest’altra parte della linea, venga qui, coraggio, dismetta quell’aria da stronzo e si sieda dal mio lato, perché anche lei è una Persona Che Accompagna e nulla più. Invece non appena va in scena l’ennesimo atto della commedia, barcolli. Perché i ruoli non puoi ridiscuterli e non potrai ridiscuterli mai: lui decide, tu ascolti, la Persona Accompagnata esegue. Puoi girarla come vuoi, puoi gridare, domandare, protestare, tirare calci, puoi sospettare, non fidarti, chiedere spiegazioni o terapie alternative (e allora che fai, te la prendi tu la responsabilità di trovare un’altra cura per la Persona Accompagnata? Auguri), ma comunque da quel gioco non esci. Accomodati, iniziamo.

Iniziamo, e anche finiamo. I controlli periodici sono brevi, sono palpare domandare confermare, continuiamo con la terapia. Non avrei osato sperare, dice Lo Stronzo, e ci penserai per giorni alle sfumature di quella frase senza speranza, la speranza è stata abilmente occultata, la speranza non c’è mai, non si fanno promesse, non si illudono i pazienti né le persone che li accompagnano. «Non avrei osato sperare» non precede «e quindi ora spererò». Significa solo: non speravo e invece tutto sommato le dirò, non si spera ma qualche volta va meglio, possiamo ritenerci già soddisfatti. (Già è un anno in più del paziente). Già. Già, ha ragione dottore.

(Stronzo)

La Persona Accompagnata sorride, saluta, stringe la mano. Ti fa cenno di andare. Tu non ti muovi, non riesci a muoverti. Il vassallo il valvassore e il valvassino si accorgono di quella immobilità e ti guardano come si guardano i pazzi e gli scemi, quelli che non applaudono alla parata, quelli che salgono a sorpresa sul palcoscenico di Sanremo, quelli che rompono i coglioni senza un’idea precisa. Anche la Persona Accompagnata ti guarda così, vuole solo uscire, andare al bar e mangiare un gelato, vuole andare via di lì, attraversare la sala d’attesa e fuggire lasciandosi alle spalle la linea a zigzag, vuole tornare nel mondo dove gli uomini si dividono in biondi e bruni, ricchi e poveri, fighi e cessi, non in accompagnati e accompagnatori. Anche tu vuoi tornare là fuori in fretta, ha ragione, cosa ti è passato per la testa. «Qualche problema?» Lo Stronzo ti guarda con compassione, sa che hai mille domande, sa che ne hai una sola, sa benissimo che non la farai. (Dottore, scusi, per quei libri non possiamo fare niente? Quelli in sala d’attesa, intendo) (No, la domanda è: vivrà? Dottore, mi dica che vivrà per sempre). «Allora? C’è altro che vuole chiedermi?». Non c’è altro. Da qualche parte, in sala d’attesa, sta lampeggiando il numero 807.

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha scritto diversi libri per ragazzi, tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo, 2012; edizione economica, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016), e il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero, 2015; Super ET, 2016; vincitore di numerosi premi tra cui Bagutta Opera Prima, Fiesole, Brancati e del premio americano The Bridge Book Award). È tradotta in francese, spagnolo, polacco, lituano e in corso di traduzione negli Stati Uniti. Collabora con la Repubblica e altre testate.
Commenti
10 Commenti a “806”
  1. Anna scrive:

    Un ritratto vivo. Molto bello, grazie.

  2. Antonella scrive:

    Bello. Crudo. Straziante. Brava Nadia.

  3. Lalo Cura scrive:

    notevole
    anche stilisticamente

    lc

  4. Davide scrive:

    Brivido, ricordi, paralleli, rilettura. Brivido.

  5. Anna scrive:

    Anche meno.

  6. franzecke scrive:

    Bellooo :)

  7. Monica scrive:

    brava Nadia. :-(

  8. Monica scrive:

    (sbagliato faccina, scusa, molto bello) :-)

  9. lita scrive:

    E mi dica, dottore, che farà un giorno, quando anche lei diventerà un accompagnato o un accompagnatore?
    Forse sarà meno stronzo, no?

    Bellissimo racconto

  10. Rosalia Messina scrive:

    Per fortuna non tutti i medici sono così. Lo giuro.
    Bellissimo racconto.

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