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20 luglio 1969

È di qualche giorno fa la notizia della morte di Neil Armstrong, il primo uomo ad aver toccato il suolo lunare nel 1969. Per ricordarlo pubblichiamo un brano tratto da «Mister Moonlight. Confessioni di un telecronista lunatico» di Tito Stagno e Sergio Benoni.

«Best wishes, Mr. Moonlight!» La tua foto portafortuna firmata da Frank Borman è appesa allo specchio del camerino. Uno scatto amatoriale, un po’ fuori fuoco, fatto davanti al televisore di casa: ci sei tu che guardi dritto in camera, alle tue spalle un disegno descrive il percorso di una delle prime missioni Apollo.

Signor Chiarodiluna. Quel nome di battaglia ti è sempre piaciuto, l’hai sentito tuo sin dall’inizio. Chi fa il tuo mestiere, in fondo, assomiglia alla Luna. Brilla di luce riflessa, non fa altro che raccontare storie degli altri. Davanti alla telecamera – ti hanno insegnato – si deve scomparire, a parlare sono le immagini, le persone che intervisti, i fatti. Nella migliore delle ipotesi, non sei che uno specchio. Come la Luna. Come la tv fatta bene.

In camerino la luce è bassa e l’aria fresca ti accarezza la pelle. Accendi una sigaretta e ti godi il ronzio del condizionatore, l’unico rumore di fondo. Intanto sistemi con cura i vestiti nel guardaroba: l’abito di un delicato color salvia, le camicie celesti perfettamente stirate, le cravatte a motivi geometrici.

«Oggi usa quella sul blu», ti ha detto Edda, baciandoti sulla porta di casa.

Ora sei in piedi davanti al piccolo lavandino, ti sciacqui il viso tre o quattro volte con l’acqua gelata, poi lo immergi in un soffice telo bianco di spugna. A occhi chiusi ripassi mentalmente la scaletta della manovra di avvicinamento che hai letto e riletto sul librone bianco della nasa, il Manuale della Missione Apollo 11 che tutti i telecronisti lunari come te, in ogni angolo del pianeta, hanno ricevuto in cortese omaggio da Houston:

• Al termine della tredicesima rivoluzione, il Lunar Excursion Module si stacca dall’astronave madre. Frase in codice: «Aquila ha messo le ali».

• I due veicoli restano in orbita a dieci metri di distanza sino a che Collins dall’astronave Columbia non verifica che la manovra di distacco sia stata compiuta correttamente e il carrello di atterraggio del lem si sia completamente disteso.

• Collins comunica ad Armstrong e Aldrin che «Aquila può andare».

• Collins porta il Columbia su un’orbita a tre chilometri di distanza da Aquila.

• Giunto a 15.200 metri dalla superficie lunare, il lem comincia la discesa a motore, portandosi fuori dall’ellisse dell’orbita di trasferta…

Qui comincerà la fase più difficile, per loro e per te. Una lunga discesa al buio, che nessuno sinora ha mai potuto provare.

Il rischio era altissimo. Quella manovra si poteva fare solo coi comandi manuali. La superficie lunare è un campo da motocross, tutto sassi e avvallamenti. Sbagliare anche di un solo grado l’inclinazione dell’atterraggio significava non riuscire più a ripartire dal Mare della Tranquillità. E non c’è carro attrezzi che possa venirti a recuperare, lassù. Sarebbe la fine. Una morte lenta: telecronaca in mondovisione di un’agonia. Sino all’ultima molecola di ossigeno, sino all’ultimo bagliore di una spia sul pannello di controllo…

Ma Neil Armstrong era il più bravo di tutti in quel genere di manovre manuali. Freddo, di una precisione millimetrica. Avrebbe «parcheggiato» il lem con la stessa impeccabile disinvoltura con la quale infilava la sua station-wagon nel parcheggio del centro commerciale. L’avevo conosciuto nel 1966 alla base di lancio di Cape Kennedy, per la presentazione alla stampa del programma Apollo. Ci aveva accompagnato sulla rampa 39 a vedere in anteprima il razzo Saturno, il mostro da 110 metri progettato da Wernher von Braun, lo scienziato che ha reso possibile l’intero programma spaziale americano. Von Braun era un genio della fisica. Da giovane, in Germania, aveva progettato per Hitler i missili a lunga gittata v-1 e v-2, ordigni silenziosi e devastanti capaci di seminare morte e terrore a Londra. Dopo la guerra era stato convertito dagli americani a una più nobile causa e messo a capo del programma spaziale. John Kennedy l’aveva definitivamente riabilitato e ne aveva fatto una specie di nuovo eroe nazionale. Il Saturno era la sua creatura, il totem della Nuova Frontiera.

Per raggiungere la cima del razzo ti facevano entrare in un minuscolo montacarichi di servizio, che risaliva costeggiando lentamente il fianco di questa colonna bianca alta quanto un grattacielo di trenta piani. Il primo stadio non era che un enorme serbatoio con 2000 tonnellate di propellente. Il resto veniva caricato con idrogeno e ossigeno liquido, un mix di potenza devastante in grado di imprimere a quel siluro la forza per bucare l’atmosfera terrestre e proiettare l’astronave Columbia nello spazio, per un viaggio di 400.000 chilometri sino alla Luna.

Arrivato lassù, potevi affacciarti e spiare l’interno del modulo di comando, l’astronave vera e propria: la punta di una matita, a confronto con l’immensità del razzo. La cabina era poco più grande dell’abitacolo di un’auto: come potessero viverci e lavorare tre uomini per una settimana me lo chiedo ancora. Centinaia di spie, bottoni dai colori accesi, monitor incassati nei pannelli di controllo costellati di file di interruttori: l’effetto era da fantascienza. Dietro quelle apparecchiature, le operaie della McDonnell-Douglas, che avevo visto all’opera a Long Beach tre anni prima, avevano fatto passare 123 chilometri di fili elettrici. Ma la potenza di calcolo di uno di quei primordiali computer General Electric era molto inferiore a quella che ci può offrire oggi qualunque telefonino portatile. A proposito, fu in quella missione che la Motorola sperimentò i primi prototipi di cellulari, per consentire le comunicazioni tra gli astronauti durante la passeggiata lunare.

Le tecnologie ancora rudimentali non erano che una delle sfide da affrontare. Durante la fase di lancio gli astronauti, in quell’inferno di fiamme e scossoni, dovevano trovare la lucidità per eseguire in rapida sequenza una serie di manovre manuali delicatissime. Chi non ha mai assistito dal vivo a una partenza del Saturno non può immaginare che cosa si scateni attorno a quel vulcano in eruzione: le fiamme si vedono a centinaia di chilometri, il ruggito del mostro ti fa tremare la terra sotto i piedi. E pensi a quei tre, lassù in alto, chiusi nella loro Smart superaccessoriata, con la più grande bomba mai creata dall’uomo che gli esplode sotto il sedere. Pensi alla spinta micidiale, alle vibrazioni, agli scossoni tremendi in quella minuscola cabina, al rombo assordante dei motori, ai battiti del loro cuore. E tutta quell’iradiddio di fuoco e potenza e alta tecnologia per poi finire tra una settimana a mollo nell’oceano, su un canotto da profughi albanesi sballottato dalle onde…

Armstrong, Aldrin e Collins sono partiti dalla rampa 39 di ­Cape Kennedy alle 15.32 ora italiana di mercoledì 16 luglio 1969. A occhi chiusi, seduto in poltrona davanti allo specchio del trucco, rivedi le immagini trasmesse quattro giorni fa sul circuito internazionale: più di un milione di persone stipate sulle spiagge intorno alla base di lancio, gli sguardi rivolti al cielo a seguire la traiettoria di fuoco del razzo di Von Braun. Secondo stime ufficiali, 590 milioni di persone hanno assistito all’inizio della missione Apollo 11 davanti alla tv. Stasera saranno ancora di più. Forse un miliardo. Un miliardo di donne e di uomini, dal Giappone all’Alaska, dall’Africa alla Terra del Fuoco, milioni di case illuminate solo dal riverbero azzurrognolo di un piccolo televisore.

«Il nome dell’astronave Columbia», avevi spiegato nella tua telecronaca, il giorno del lancio, «è un tributo alla testardaggine del navigatore italiano che cinque secoli fa scoprì l’America. E al genio di uno scrittore francese, Jules Verne, che diede quel nome al razzo su cui viaggiavano i protagonisti del suo romanzo più famoso. Storie fantastiche, teorie filosofiche e scientifiche, canzoni, commedie e tragedie», avevi concluso, «hanno preso spunto dalla Luna nel corso dei millenni, ispirando pensatori e visionari come Luciano di Samostata, Plutarco, Galileo, Voltaire, Isaac Newton, Keplero…»

Ma la diretta dell’altro giorno non era che il preambolo. Il momento della verità è adesso. Vietato sbagliare.

«La fase di maggior pericolo», aveva spiegato Armstrong nell’intervista rilasciata prima di salire sull’ascensore della rampa, «è quella che nessuno ha mai vissuto prima di te. Le cose nuove, insomma. Ogni volta che esiste un unico modo di compiere una certa operazione, quello è il momento preoccupante e rischioso. Durante una missione come la nostra, per esempio, il razzo del lem deve assolutamente funzionare. Così come deve funzionare il motore di risalita, quello che serve a imprimere al nostro mezzo l’accelerazione necessaria a sfuggire alla gravità lunare e a riportarci in orbita attorno al satellite. Poi, naturalmente, deve funzionare il motore principale di Apollo, per farci ritornare tutti sulla Terra».

Deve funzionare. Sulla Luna e sulla Terra. Sul lem e nello studio tv3 di via Teulada. «Tutto deve funzionare…» È il mantra che continui a ripeterti ossessivamente, pensando alla sfida delle prossime ore.

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