Amore prigioniero. Su “Fiore”, il film di Claudio Giovannesi

Un fiore è una cosa semplice, dice il regista Claudio Giovannesi, naturale, spontanea e innocente come il sentimento d’amore che si prova quando si è adolescenti. Da qui, l’idea del titolo.

Fiore è la storia di Daphne che, insieme a un’amica, ruba cellulari alla stazione, puntando un coltello alla gola di ragazzi come lei, ma più ricchi, più fortunati di lei, sembra dirci per come si muove sicura e forte la bellissima Daphne che la strada la conosce, e sa farla sua come se ne avesse diritto. Anche se poi quei soldi finiscono in desideri infantili al supermercato a riempire un carrello di merendine e patatine. Anche se al secondo furto viene presa, e messa dentro. Come a dire, la legge c’è, e vale anche per quelli che sembrano solo avere avuto una cattiva sorte, gli sfortunati, dice ancora il regista parlando al pubblico di un cinema di Ginevra.

Un mash-up letterario: Fantasmagonia in una Fiaba d’amore

Un mash-up è un brano musicale costruito mescolando due brani, per lo più con la base strumentale di uno e la voce dell’altro. Una sorta di collage sonoro, insomma. MTV dedicò a questa tecnica un’intera trasmissione, MTV Mash, YouTube è generoso in esempi e possiamo anche spingerci a considerare un mash-up la miscela fra l’inno inglese e quello americano suonata da Glenn Gould.

Quello che segue è un mash-up fra due libri. Per la precisione, fra un romanzo breve (una fiaba?) e un racconto (un manuale?).

Amore & Whatsapp

Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, si produce qui in una barthesiana disamina di Whatsapp. Questo pezzo è uscito su Studio.

Aggiorna! A breve arriverà whatsapp 3.0, nuova versione del più grande generatore di ansie contemporaneo (con nuove importanti funzioni come l’invio di immagini multiple, e tre diversi tipi di abbonamenti) mentre dei giorni scorsi è il dato “storico” del superamento del datato sms, con relativo crollo di fatturati telefonici, ma soprattutto prospettive di crolli nervosi diffusi.

Con whatsapp infatti è ovvio che tutta una serie di comportamenti ossessivi sta diventando palese soprattutto nel Discorso Amoroso: l’infame sistema acutizza soprattutto dinamiche tendenzialmente patologiche tra Soggetto Chiamante (SC) e Oggetto Desiderato (OD).

Azzardando una lettura barthesiana* e strutturalista del Discorso Amoroso su whatsapp e cominciando dall’avvertenza necessaria («Sapere che non si scrive per l’altro, sapere che le cose che sto per scrivere  non mi faranno mai amare da chi io amo») e dalla messa in guardia sugli abusi di Emoji: («L’innamorato è dunque artista e il suo mondo è effettivamente un mondo alla rovescia, poiché ogni immagine vi ha la sua propria fine – niente al di là dell’immagine»), naturalmente non sfugge che centrale è il topos dell’assenza – («L’altro è assente come referente e presente come allocutore. Da tale singolare distorsione nasce una sorta di presente insostenibile»). È un’assenza defatigante, peraltro: sempre Barthes: «L’assenza si protrae e bisogna che io la sopporti. Io devo perciò manipolarla: trasformare la distorsione del tempo in un movimento di va e vieni, produrre del ritmo. L’assenza diventa una pratica attiva, un affacendamento che mi impedisce di fare altro».

Uccellini

Colla, una rivista letteraria che ciclicamente propone nuove voci e nuovi racconti, è da poco online con il numero 28. Ringraziando la rivista, pubblichiamo qui uno dei racconti. Il dipinto è di Albrecht Dürer.

Ho come un battito d’ali nel petto.
Victor Hugo

Eravamo così poveri che, ogni sera, invece di restare seduto guardando i piatti vuoti, mio padre batteva un pugno sulla tavola, e urlava che ero stata cattiva, ed elencava la lista interminabile delle cattiverie commesse a casa e a scuola, e concludeva che se avevo il male dentro, non c’era altra soluzione, e mi spediva a letto senza cena.

Io mi alzavo dalla sedia, e fissavo la faccia rossastra di mio padre, cosa infinitamente migliore che fissare il biancore dei piatti vuoti, e dicevo scusa, dicevo non lo farò mai più, anche se non avevo fatto nulla di cui farmi perdonare, e a capo chino infilavo la via del corridoio.
E una volta in camera mia, chiudevo subito la porta, e cercavo di non sentire le urla di mio padre e di mia madre, i piatti che si schiantavano contro le pareti, e prendevo i libri dallo zaino, e legavo i capelli in una coda, e continuavo a studiare scienze naturali, almeno fino a quando la stanchezza non faceva di me una piccola alga fluttuante nella piccola luce della lampada.
Ma non c’era modo, poi restavo tutta la notte con gli occhi aperti, e mi giravo nel letto, e non riuscivo a prendere sonno, e tutto questo per via del mio stomaco, che a volte emetteva oscuri brontolii, altre volte veri e propri discorsi con una voce che non sapevo che sesso avesse.

Un certo tipo di notte

di Elisa Poli Il faudra endormir pour de vrai un soir, les gens heureux, pendant qu’ils dormiront, je vous le dis et en finir avec eux et leur bonheur une fois pour toutes. Louis-Ferdinand Céline, Voyage au bout de la nuit La Fase Due è il lato B di un disco inedito che rievoca memorie […]

Aldo Moro e il memoriale: un’intervista a Miguel Gotor

Realizzai quest’intervista per Il Mucchio ai tempi in cui Miguel Gotor aveva appena curato per Einaudi Il Memoriale della Repubblica, vale a dire gli scritti di Aldo Moro durante la prigionia: la ripropongo oggi, considerando l’oscurità che ancora avvolge diversi aspetti del sequestro toccati nella conversazione (LC).

Una dura battaglia è stata combattuta, nel corso degli anni, intorno alle decine di pagine del memoriale, giunte a noi in momenti diversi – dilazionate con cura, diciamo. Le forze in campo, che fossero in opposizione tra loro o talvolta unite da interessi convergenti, si sono rivelate da sempre attratte da quelle carte, come oscuri magneti umani preoccupati per quanto Moro aveva scritto. Nel suo lungo e documentato saggio, il Memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia e l’anatomia del potere italiano (Einaudi), Miguel Gotor traccia un discorso articolato, complesso, come è inevitabile per una tale ingarbugliata vicenda, un viaggio nel potere immune da oscillazioni dietrologiche – sempre bene precisarlo, trattandosi di una materia, quella del sequestro Moro, tuttora invasa da zone opache e nodi irrisolti.

Desidero di inventare i luoghi dove vivo

Forma che così pura t’arrotondi,
là dalla pura falce delle reni,
e nella man che ti ricerca abbondi
avanzando in tua copia tutti i seni,
la parabola io solva della Cruna
e del Cammello, o specie della Luna!

Questi versi, che nel 1927 Gabriele d’Annunzio dedicò al fondoschiena di Elena Sangro, non sono solamente l’indizio di un amore appassionato, audace ed eminentemente carnale, ma anche la testimonianza di un animo perennemente stregato dalla forma, dall’aspetto puramente materiale della realtà, dalla commovente esattezza dei contorni che impongono la bellezza sulla grigia indistinzione. È ciò che la critica tradizionale definisce – in maniera un po’ semplicistica – «estetismo dannunziano», ovvero l’esaltazione della forma come valore assoluto, criterio fondamentale di valutazione dell’esperienza, riferimento non soltanto artistico, ma anche etico ed esistenziale.

Salvatore Scibona e il peso della storia

Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Lo scrittore americano, di origine italiana, Salvatore Scibona, classe 1975, era nato da meno di un mese, quando fu evacuata l’ambasciata statunitense a Saigon, evento che rappresentò simbolicamente la fine della guerra. Il Vietnam è stato per lui anche una questione di famiglia.

Il conflitto che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha lasciato il segno più forte nella nostra cultura è lo scenario da cui si sviluppa il secondo e potente romanzo, Il volontario (66thand2nd, 439 pagine, 20 euro, traduzione di Michele Martino), di Scibona è tra le voci più interessanti della letteratura nordamericana. La ricerca fondamentale, che il libro esplora, è come una persona possa diventare realmente sé stessa e comprendere il mondo, non cercando qualcosa ma perdendo tutto.

Intervista a Rodrigo Fresán, l’ultimo romantico tra Roberto Bolaño e Nicola Di Bari

Pubblichiamo un’intervista uscita originariamente su Altri Animali, che ringraziamo. (fonte immagine)

di Marco De Laurentis

Per parlare di Rodrigo Fresán è quasi inevitabile chiamare in causa lo spirito di Roberto Bolaño. Uno dei meriti collaterali dello scrittore cileno è stato quello di aver recuperato o addirittura introdotto alle nostre latitudini alcuni grandi scrittori latinoamericani poco o nulla conosciuti in buona parte del cosiddetto Occidente (si vedano Parra, Saccomanno, Lemebel, Pron, Alan Pauls, solo per citarne alcuni). Rodrigo Fresán fa parte a pieno titolo di questo gruppo. I due, come è noto, erano legati da una profonda amicizia.

Argentino, classe 1963, Fresán ha avuto successo in patria nel 1991 grazie alla sua raccolta di racconti Historia argentina. Al contrario del suo amico cileno però, Fresán ha un carattere mite e sornione, non è stravagante né usa iperboli ma è sempre schietto, ogni sua risposta finisce con una battuta ironica ma mai amara. A differenza di Bolaño ama la letteratura nordamericana, ma come lui è un bibliomane incallito, sembra DAVVERO che abbia letto di tutto. Un lettore prima che uno scrittore.

Il principe Myškin e altri idioti. Appunti per un’ipotesi anagrafica

Pubblichiamo un testo di Remo Rapino, in libreria con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, uscito per minimum fax.

di Remo Rapino

Sono Gimpel l’idiota. Non che io mi senta un idiota. Anzi.
Ma è così che mi chiama la gente.
Isaac Bashevis Singer, Gimpel l’idiota

Bonfiglio Liborio[1] è l’ultimo ad entrare nel cortile. Il cortile ha una forma circolare, ma non sempre il cerchio è rotondo. Liborio si mette in un angolo, ai margini di quell’insolito universo. Ermanno Cavazzoni lo definirebbe dotato di una idiozia esemplare[2]. Liborio guarda ma non sa – lo saprà mai? – che i suoi occhi stanno osservando il principe Myškin e altri idioti, con le loro vite più o meno brevi, miracoli compresi, matasse di parole non dette, pensieri d’aria.

Dal greco idiòtes (uomo privato, inesperto, incompetente, contrapposto all’uomo pubblico, in grado di rivestire cariche politiche, colto, capace, esperto) al latino idiota: così la parola idiota, nel XIV secolo, entra nella nostra lingua. Nell’età medievale il folle, l’idiota, pur incarnando devianze e trasgressioni, era in qualche modo ammesso all’interno della comunità.