Chiraru_Shiota_Labyrinth_of_Memory

A che animale assomiglia un padre. Recensione in tre movimenti de “Il grande animale” di Gabriele Di Fronzo

di Federica Graziani

Primo movimento

Datta: che abbiamo dato noi?
Amico mio, sangue che mi rimescola il cuore,
La terribile audacia di un momento d’abbandono
Che una vita di prudenza non potrà mai revocare
Per questo, e questo soltanto, noi siamo esistiti
(Thomas Stearns Eliot, da La terra desolata)

Mio padre cadde il giorno che arrivai, forse avevo aspettato troppo a raggiungerlo (…) Quando misi il piede in quel pasticcio con dentro mio padre, il giorno che cadde senza bisogno d’inciampare in nessuno scalino, sentii il rumore di un intero solaio gettato in cantina spingendolo giù dalle scale.
(Gabriele Di Fronzo, da Il grande animale)

Tutto comincia sempre con una telefonata.
Così anche nel romanzo d’esordio di Gabriele Di Fronzo, Il grande animale – edito da Nottetempo, un padre chiama suo figlio, interrompendone la vita solitamente distante, e lo muove alla decisione di trasferirsi da lui. Sarà lunga la sequenza di gesti da compiere per abituarsi a dividere le giornate con il padre malato, ideare le leggi domestiche di una nuova convivenza, imbastire i movimenti per farselo vicino. Ed è con quei gesti, con riguardi minuscoli, bagnare una spugnetta nell’acqua per aiutarlo a bere, tritare una mela per lasciargliela mangiare più agevolmente, trascorrere accanto a lui la domenica davanti alla televisione, che Francesco, il figlio, risponderà alla chiamata del padre. Se ne renderà responsabile, dal latino respondēre, una risposta appunto, promessa vicendevole di impegno, “offerta reciproca di sicurezza”.
Ma l’arte di restituire spessore alle manifestazioni di benevolenza quotidiana s’intreccia, nel libro di Di Fronzo, a evasioni in dettagli comici che sbucano fuori dalle traversie giornaliere della coppia. Il padre cade, si rompe due costole e viene ingessato. Con una serie di “capitò” che sfiorano l’anafora, Di Fronzo riesce a illuminare di ironia il racconto della moltiplicazione di attenzioni necessarie a un corpo sempre più gracile, a un’autonomia sempre più malferma di fronte all’avanzare capriccioso e inesorabile della malattia.

“Capitò che mio padre si rompesse due costole (…) e che nel frattempo, misteriosamente, una dopo l’altra, le forchette che stavano nel cassetto appena sotto il lavandino della cucina iniziassero a sparire.
Capitò anche a quelle conservate nelle ante del salotto, svanite senza preavviso (…)
Capitò che tornassero dall’ospedale per cambiargli il gesso (…)
Capitò infine che da dentro il busto schiuso di mio padre iniziassero a sbucare le forchette perdute, una, due, tre (…)
e capitò che in quel momento mi facessi le felicitazioni che per grattarsi, quella volta almeno, la sua scelta non fosse caduta sui coltelli.”

Ridiamo, possiamo anche ridere, come abbiamo riso guardando l’andirivieni fra case di cura dei due fratelli Savage alle prese con un padre affetto da demenza senile, nell’incredibile film di Tamara Jenkins, La famiglia Savage (qui una sua bella recensione), come ne Le Invasioni Barbariche, di Denys Arcand, dove un figlio tenta di comprare a suon di mazzette tutto il conforto possibile perché il padre, malato di tumore, muoia sentendosi amato (qui, ancora, una sua recensione).
Quasi un miracolo, quello del riso in mezzo alle piaghe, quasi una stregoneria.
Anche di stregonerie infatti si riempiono le giornate impiegate a curare il padre: dall’incantesimo domestico formulato per trasformare la vasca da bagno in doccia, senza avere il consenso del proprietario di casa, e messo in opera versando ogni sera mezzo litro di acido muriatico nello scolo della vasca perché alla fine fosse il proprietario stesso a chieder loro di buttarla, allo scampanellio di un sonaglio, compagno immaginario dei movimenti del padre, che Francesco fantastica di inseguire nel tentativo di prevenirne le avventatezze, rivolte contro le disposizioni del medico.

Come in una partitura musicale, Di Fronzo dirige l’esposizione del rapporto tortuoso fra padre e figlio scandendone le rispettive battute sonore. Francesco ascolta con la massima attenzione l’ansare del padre addormentato su una poltrona, temendo che non respiri più e tentando, con carezze ostinate, di trasferirgli la salute sulla pelle rimasta scoperta dai vestiti, ma nelle rarissime passeggiate della coppia l’attenzione al tratto della trepidazione sostituisce l’ombra di una vergogna.

“Mi vergognavo di quel suo timbro che era più simile a un cane che lappa dalla ciotola dell’acqua invece che a un uomo, pure se malato e anziano, che tenta di conversare con suo figlio.”

La possibilità dei due di trovarsi nel linguaggio inciampa nella voce del padre, impuntata da anni in una lingua di sole ripetizioni di quel che gli suona attorno, copia acustica di quei frammenti del mondo esterno che arrivano a infrangere la solitudine domestica, con un vocabolario a metà tra telegiornale e medico della mutua, soubrette e barbiere.

“Diceva “rovistando” come la soubrette del programma pomeridiano durante il quale prendeva il caffè d’orzo dopo pranzo, Rovistando credo tu sia puntuale, mi accoglieva così quando lo raggiungevo in salotto, diceva “soggiorno tranquillo” perché così gli augurava il barbiere mentre se ne andava e gli fissava l’appuntamento per il mese successivo, lo usava per informarmi che sarebbe andato a coricarsi o a scaldarsi il latte, Mi vado a fare un soggiorno tranquillo, diceva “fondamentalmente” echeggiando il medico della mutua che in effetti abusava di quell’avverbio, Ho mangiato fondamentalmente della pasta oggi, oppure quando aveva il gesso dentro cui avrebbe nascosto le forchette, Mi fa fondamentalmente prurito, e nel salutarmi la mattina quando ci incontravamo in cucina per colazione, come il mezzobusto del telegiornale su cui appena alzato sintonizzava la piccola televisione in camera da letto, Buongiorno e ben tornato, mi diceva.”

Come violare allora il territorio della malattia, come essere all’altezza dell’impegno verso l’altro, senza la tutela di parole comuni? Alla vertigine di questa domanda risponde anche un altro straordinario libro d’esordio, Fratelli, di Carmelo Samonà. Pubblicato nel 1978, il romanzo di Samonà preannuncia da laggiù tanti dei riti di riconciliazione con la malattia che rileggiamo ne Il grande animale. Una riconciliazione sempre da ristrutturare, sempre da tallonare, e se il figlio del romanzo di Di Fronzo s’impegna a educare il padre a una routine di azioni che ne assicurino la sicurezza, accertarsi che il gas sia sempre chiuso, mettere e togliere la sicura alle tapparelle delle finestre, spingerlo a seguire la dieta prescritta dal medico, il protagonista del libro di Samonà per tener dietro ai comportamenti astratti e discordi del fratello malato si fa cerimoniere di strategie molteplici, tutte orientate a riportarlo con sé nel suo mondo “orizzontale, stabile e piatto”. Nella complessa geometria rituale di pedinamenti e indagini, fantasie di viaggio e simulazioni teatrali che il protagonista di Fratelli architetta nelle stanze labirintiche dell’appartamento in cui vive col fratello, nel tentativo incessante di incontrarlo, almeno una figura si ripete anche ne Il grande animale.

“Da anni, mio fratello intrattiene coi propri indumenti rapporti complessi (…)
Gode (…) a scambiare con me giacche, camicie, maglie di lana, cinture, calzoni. Arriva all’improvviso, mi consegna un proprio indumento e mi supplica di indossarlo, restando in attesa, trepidante, in un angolo della stanza. Nel frattempo mette qualcosa di mio: solo allora, guardando con insistenza le giacche e le camicie scambiate, abbozza un lieve sorriso.”

Così Samonà, cui fa eco Di Fronzo con un nuovo scambio di abiti, ultima tattica possibile perché un corpo sofferente ed uno sano riescano a prendere confidenza.

“Che fosse una camicia per un maglioncino, un maglione di lana al posto di una tuta o i miei jeans per un paio di pantaloni del suo pigiama, mio padre mi chiedeva il favore di accontentarlo con quel baratto d’indumenti, ci si svestiva ognuno in una propria camera (…) Dopo uscivamo assieme dalle stanze vestiti l’uno con i vestiti di chi gli stava di fronte, era per stare quasi felici assieme.”

Due coppie di “solitudini laboriose”, con la felice espressione di Samonà, i suoi due fratelli ed il padre e il figlio di Di Fronzo. Due coppie tiranniche, quasi claustrofobiche, la cui vita ci viene snocciolata davanti in una cronaca che è tutta appannaggio del lato che dispensa le cure. Leggiamo solo le parole di Francesco, come leggiamo solo le parole del fratello “sano” di Samonà. Eppure il racconto in prima persona di una vita così appartata, così intima, in cui il tempo pare eternamente raggomitolato in un’unica giornata simbolica che somma in sé tutte le ore di resistenza alla degenza ci riguarda, ci coinvolge. È in un’esperienza di tutti che siamo trascinati, interpellati ad ogni pagina sul senso di quelle microscopiche incombenze quotidiane che ci assegniamo nel tentativo impossibile di pararci contro il dolore.

(una scena da Son frère, di Patrice Chéreau)

Secondo movimento

La fulgurante I
in fondo trafugata
in granai-smemorie disgregatisi
per liquefazione de cerèbro
(così squisito dicono e poetico!);
già un crebro pulsare
di microidee affluendo vive
correnti di colpi vitali – frantumi o ciarpame
trovarobato; in che ambulacro
i lapilli del cervello “che fu sì vivo”
(un pulsare emetteva
radiazioni messaggi millenari);
dove si sarà depositata quell’ombra nulla
mobilia scranna bibelot di famiglia
mentale: ciò che non fui e non scrissi;
epperò eredità dell’Altro
motto siderante enunciato olim
e per sempre
la fulgurante console
(Giuliano Gramigna, da Quello che resta)

Saggia apostrofe
a tutti i caccianti

Fermi! Tanto
non farete mai centro.
La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.
(Giorgio Caproni, da Il conte di Kevenhüller)

Un giorno, il padre chiede a Francesco di fargli una fotografia mentre indossa i vestiti barattati. Quello che vien su dal rullino non è però un’immagine, ma uno stridio. Lo stridio emesso da quella parte del cervello del padre dedicata ai ricordi nello sforzo di diradarsi, ennesima trasfigurazione sonora che Di Fronzo diffonde nel romanzo, permettendoci un secondo giro di chiave al viluppo dei legami fra padre e figlio. La memoria del padre si sfalda, si polverizza in ripetizioni monocordi, sta svanendo. Dipenderà dalla disponibilità del figlio a esercitarsi nel ricordo la possibilità, per entrambi, di riorientarsi tra le asperità, i rilievi e gli strapiombi della regione, impossibile da mappare univocamente, del passato. L’esercizio di memoria impegna i due in una lotta sfibrante, in cui ogni sforzo di avanzata su una terra comune è condannato a essere pagato con il riposizionamento di ognuno dietro le proprie barricate.

“La sua voce si frastagliava, svelava insenature e confessava fiordi che mai avrebbe ammesso, la voce di mio padre mentre tentava di ripeterne due di seguito, delle volte che mi aveva picchiato, prima parlavo io e poi parlava lui, le sue corde vocali si specchiavano nelle mie, mio padre che scandiva di seguito a me, rigorosamente sotto dettatura, le volte che mi aveva alzato le mani addosso, a schiaffi in casa o inseguito per strada mentre andavo a scuola.”

Di Fronzo aspetta quasi la metà del romanzo per far deflagrare nel racconto della cattività di Francesco e suo padre l’ordigno segreto, incistato al fondo del loro rapporto. Le angherie subite da Francesco quand’era bambino vengono dolorosamente ripetute al padre – e poi dal padre – a mo’ di liste, di nudi elenchi. I due compilano tappa dopo tappa l’inventario catastrofico dei loro ricordi. E sono proprio l’esattezza e la brevità continuamente reiterate nell’esposizione di quei momenti a rinnovare l’idea inaccettabile della loro violenza. Lo stesso approdo, un’enumerazione asciutta e tuttavia minuziosa dei maltrattamenti, delle percosse, della paura, degli insulti sopportati da un bambino, lo ritroviamo nell’ultima scena del film El bola, di Achero Mañas, uno dei pochi film in cui la violenza fisica di un padre verso il figlio è al centro della narrazione.


(dal minuto 12.05)

“C’era un freddo da spaccare le mani e non volevo mettermi i guanti, Non mi piacciono, dicevo, Non sempre quello che dobbiamo fare ci piace, grugnisti prima di colpirmi la schiena. Ogni volta che mi lavavi i pantaloni e ci lasciavo nelle tasche le monete, così che poi la lavatrice si ruppe e ci fu bisogno di molti soldi, Prendiamo quelli che ci sono finiti dentro, scherzai, ma a te non divertì per niente e mi rincorresti per tutta la casa. Quando nei jeans mi trovasti un accendino e non ti accontentasti di una ramanzina lunga quanto la cena. Ero uscito dal bagno dove mi ero rintanato perché avevo paura, la faccia seria e i pugni stretti.”

Una violenza che non è mezzo a nessuno scopo, pura manifestazione di se stessa, castigo gratuito di infrazioni insondabili. Di Fronzo insegue i suoi due personaggi indagando nelle miniere dei loro caratteri ogni tratto, ogni snodo, la caparbietà, la prepotenza, la collera del padre e lo stupore, la vergogna, la paura del figlio. È un’estrazione che esclude ogni valutazione morale, un pedinamento che in virtù della sua lucidità può permettersi di non risparmiare nessuna oscillazione, nessuna ambiguità dei loro atti e dei loro pensieri. Come reagire, come comportarsi di fronte a una pena così feroce, a “un dolore da levare via la pelle dalle ossa, che prima la corrode e poi la sbuccia usando giusto il pollice e l’indice”? Con una vendetta fatta di scherni, si chiede Francesco, vagheggiando di deridere il corpo disastrato del padre, le sue parole sbeccate, le sue abitudini maldestre? O invece con una compassione figlia della pietà per quello stesso corpo ora inerme, del desiderio di assottigliarne le colpe, di restituirgli la pace? Non decide, Francesco. E non decidiamo noi, che assistiamo al disvelarsi dell’inseparabile controcanto di ogni sua reazione possibile.

“Un figlio ha in dote un futuro di canzonature, mi succedeva a volte di pensare così, a mio padre, spaurito invece che iracondo, il contrario di carnefice che non è vittima ma inerme.”

Se la vendetta paga il suo prezzo ancorandosi alla colpa di non risarcire di cure il padre, ora disarmato, anche la compassione tradisce un suo spettro.

“Impaurivo a pensare che alla fine mi sarei indotto a credere che le sue botte erano state per me sacrosante. (…) E come un tempo mi lasciavo assorbire fino a prendere alcune sue opinioni, anche allora modificai le mie perché si accordassero con le sue e, quando me ne accorgevo, avvertivo che tutto quello che gli stavo sacrificando nella nostra nuova convivenza era il proseguimento più naturale di quanto era successo anni prima.”

La volontà di Francesco dovrà imporsi regole inderogabili per proseguire nella trasmissione di memorie che vorrebbero, ma che non possono, essere dimenticate. Dovrà ostinarsi ad accantonare le tante interruzioni, le ritirate, le fughe anche fisiche, muscolari del proprio corpo, lo strabismo delle orecchie che vorrebbero portarsi altrove, i fremiti sulla schiena come fosse percorsa da un coleottero intestardito nella ripetizione inesauribile dei ricordi più crudeli.

“Tra i figli alcuni, me compreso, non si abituano ad avere a che fare con il proprio padre, e passano invece tutta la loro vita a indagare l’unico modo che esista per vivere senza.”

Ma è possibile abitare l’oblio? Cosa rimarrebbe allora di noi?
E se non questo, come risalire all’indietro la nostra esperienza del dolore per sperare in una sua consolazione, in una sua catarsi, come tornare a quel tempo paradisiaco in cui tutto sarebbe ancora possibile?
Resta, a lanciare dalle pagine di Di Fronzo uno sguardo sulla possibilità di dare risposta a queste domande, l’unica richiesta che Francesco rivolge al padre:
“Perché vuoi che ti ricordi solo queste cose?”

Terzo movimento

I famas, per conservare i loro ricordi seguono il metodo dell’imbalsamazione: dopo aver fissato il ricordo con capelli e segnali, lo avvolgono dalla testa ai piedi in un lenzuolo nero e lo sistemano contro la parete del salotto, con un cartellino che dice: «Gita a Quilmes», oppure: «Frank Sinatra».
(Julio Cortázar, da Storie di cronopios e di famas)

L’alme stolte nodrir non aman punto
Il pensier della loro ultima sorte,
E che solo ogni dì morendo appunto
Può fuggirsi il morir, non fansi accorte.
Così divien come invisibil punto
Il confin della vita e della morte;
Onde insieme compor quasi n’è dato
Di questo, e del venturo un solo stato.
(Ippolito Pindemonte, Ultime lasse de La Sera)

“Mi chiamo Francesco Colloneve e di mestiere sono un tassidermista, le ragioni per cui imbalsamo animali sono le ragioni che le persone che a me si rivolgono hanno per domandarmi di farlo (…)
Il mio lavoro, facile capirlo, ha a che fare con la parte viva dei morti.”

Una questione di vita e di morte.
È questo il centro nevralgico de Il grande animale. Di Fronzo destina il suo protagonista al mestiere dell’imbalsamatore, di chi sottrae i corpi alla loro naturale dissoluzione, di chi imprime, appunta, fissa sugli organismi l’istante del trapasso, quell’istante che è il più vicino all’esistenza stessa, in una forma estrema di trasmissione di vita alla morte. Nei 125 brevi capitoletti di cui si compone il romanzo, 125 stazioni di posta nel viaggio di Francesco e suo padre per vivere quel che resta, ogni tappa dedicata al racconto della loro convivenza coatta subisce l’intromissione, la cesura della descrizione dei dettagli del lavoro tassidermico. Saggiare la resistenza della pelliccia dell’animale, tamponarne gli orifizi, inciderne le carni, spelarlo, snudarlo, scegliere e poi montare gli occhi del giusto diametro nelle cavità orbitali opportunamente svuotate, imbottire e modellare la forma dell’esemplare ormai pronto: il testo di Di Fronzo inocula nel suo procedere agglomerante anche una vocazione da manuale d’istruzioni sull’arte dell’imbalsamazione.

E la lingua creata nel romanzo accoglie e supporta i tempi della formazione professionale di Francesco, dal suo preludio tremante all’apprendimento via via più competente, scarnificandosi anch’essa nell’elencazione meticolosa degli strumenti necessari al suo lavoro. La lettura delle continue perlustrazioni degli aspetti più materiali, più deperibili, più grotteschi dei relitti animali sottratti alla transitorietà è faticosa, stentata, disturbante. Si sente il bisogno di stornare lo sguardo dal libro, di sospendere la propria esposizione al dilatarsi di una familiarità con la morte che sembra eccessiva, di darsi sollievo, tornando a se stessi.

Eppure Di Fronzo riesce a trascinarci – e a farci sostare – tra lacerti di carne e formaldeide, tra crani svuotati e teche espositive, tra piume cucite e soluzioni alcoliche. La stessa capacità di coinvolgimento ad una visione profondamente spiacevole, infetta, sanguinolenta, che però ammalia e ipnotizza, la ritroviamo nel formidabile film dell’ungherese György Pálfi, Taxidermia (qui una sua recensione). L’ultimo dei tre capitoli in cui è divisa la pellicola racconta del rapporto disgraziato di un figlio imbalsamatore, esile e oppresso, con suo padre, ex campione di abbuffata veloce nell’Ungheria comunista, ridotto poi a informe ammasso di carne inchiodato alla sua poltrona. La magistrale scena del loro congedo restituisce la profondità del coraggio necessario a resistere alla morte e a prefiggersi lo scopo inevadibile di ogni vita umana: l’immortalità.

Francesco non si arrende, addestrandosi con acribia alla serie di operazioni da compiere per “tenere assieme la recita del vivo e la figura del lutto”, e della fitta trama di regole e compiti necessari al risultato finale affiora il lato gentile, di chi non fa agli animali “meno o più male delle manciate di terra che … altrimenti riceverebbero addosso”, di chi lascia i suoi “occhi spalancati a bagnomaria” nei loro, di chi li accoglie come “chi si desidera ricevere al meglio delle proprie possibilità”. E così non ci arrendiamo noi, ritrovandoci – nel formulare la stessa domanda di tutti i clienti di Francesco “Me lo può far sembrare ancora vivo?” – a scoprire nell’imbalsamazione uno dei tentativi possibili di rendere umana la morte.

“Fin lì nessun’aureola di suono, poi tutto fa rumore e si trasforma.
Graffi nell’intonaco sopra la porta d’ingresso, il pavimento preso a unghiate, strisce di ruggine nel lavandino della cucina, i muri storti, mio padre è in terra, il soffitto del salotto marcito, una fanghiglia schiumosa che spurga dal frigorifero, aloni verdi a chiazzare la poltrona su cui sedeva a leggere e a guardare la televisione, e gelosie divelte, muffe grosse come ombrelli aperti (…) una fanfara tutta d’ottoni, un borbottio che è la somma di tutti i borbottii del condominio, sfrigolii di cucine, rubinetti a sgocciolare, una gazzarra di serrande che si alzano e si abbassano (…) al ventiseiesimo giorno che versa l’acido muriatico nella vasca da bagno (…) è riverso, come già la scorsa volta, nell’ingresso di casa.”

Il padre di Francesco muore in una scena assordante.
Arriveranno due uomini a prepararne la salma. La descrizione impeccabile dei loro gesti, abili, controllati, indifferenti, che si confonde quanto a minuzia con quelli diretti sui preparati montati, contrasta crudelmente con i moti delicati, premurosi, amorevoli rivolti da Francesco al padre durante la loro convivenza.
Cosa fare ora?
Come assuefarsi all’idea della morte?
Quale azione opporre all’impotenza?
Un vento prepotente, spigoloso prende a soffiare nella camera da letto del padre, e solo lì, spazzando via vestiti, lenzuola, lampadine. Come quel vento, Francesco si rinchiuderà nell’appartamento e, dopo aver preparato scrupolosamente le vettovaglie e i materiali di cui avrà bisogno, inizierà a disfare una dopo l’altra tutte le stanze fino a trasformarle in crateri. Svellerà gli arredi, sparecchierà le mensole, sradicherà dal pavimento gli elettrodomestici, pelerà via piastrelle e moquette, smantellerà le finestre, frammenterà, disintegrerà, farà sparire.

“Il vuoto inizia a realizzarsi così, dopo aver accettato che il contatto ordinario tra te e le cose è peggio che una graffiata di ortiche, ti metti dentro a quello che vuoi svuotare e prelevi quel che c’è e che ti sei imposto per il bene tuo che non ci sia più, con la mano medica rimuovi, senza concedere margini allo sconforto (…) il vuoto esiste, inizia a vedersi, e c’è da non rinunciare a niente per realizzarlo del tutto.”

Francesco consegna la casa del padre e se stesso al vuoto, spiccando il volo oltre il ricettacolo di esistenza esterna della morte fermata nei corpi imbalsamati. Come a suggerire che l’unico apparire adeguato della morte di una persona cara è un apparire deserto, Di Fronzo lenisce la sofferenza legata al lutto del suo personaggio impegnandolo nell’esecuzione di una “liturgia del vuoto”, e recuperando così al racconto il termine cristiano per lo svuotamento, quella kenosis paolina che combina in sé i significati di “negazione di sé” e “donazione di sé”. Francesco riconoscerà, ubbidirà e si voterà al ritmo del vuoto, sostenendo il pensiero di “un domani sempre meno comodo”, sopportando il freddo necessario alle operazioni di smantellamento, le ferite, il buio, il dolore e la paura per realizzare la sua impresa.
E, finalmente, il compito sarà adempiuto.
Un ultimo sguardo alla casa del padre mentre la polvere si fa nuvola dietro i suoi passi facendolo scomparire in una danza di nebbie e Francesco completa la sua magheria, pennellando con il suo elisir spalmabile di eternità tutti gli accessori, i passatempi, gli strumenti, i mobili e incastonando in ognuno di loro un ricordo del padre, come mangiava, come si insaponava, come si intratteneva, come piangeva, come tentava di trattenere la vecchiaia.

“Il mio grande animale, la mia balena con le finestre, il mio elefante con le porte, è finalmente vuoto, prima di adesso non avevo mai visto la casa di mio padre senza che nulla ci fosse dentro, l’ho svuotato io ed è pronto a non morire mai, ora il suo corpo fondo non avrà deperibilità, non esistono più crepe da cui possa intrufolarsi qualcosa che lo mandi a male: infine, niente più spoglie che possano stormire e chiamare il mio nome quando sarà la notte.”

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