requiem

A cosa servono gli amori infelici

Confesso un’assenza ingiustificata. Nonostante da tempo mi giungessero segnalazioni intorno all’opera di Gilberto Severini, e da parte di lettori accorti e intelligenti, mancava completamente dalla mia libreria quest’autore la cui reputazione di schivo, raffinato, vagamente anacronistico, assegna alla nicchia degli scrittori per pochi: con il corredo di prestigio dovuto alla misura elitaria del suo pubblico ed il sospetto, anche, di una scrittura ardua, ostile, lontana. L’occasione è giunta infine, meglio tardi che mai, con il suo ultimo romanzo. Nella stanchezza o nella casualità che mi è sembrato di distinguere tra le narrazioni italiane di questo tardo inverno, A cosa servono gli amori infelici (Playground) ha introdotto una nota di “buon umore” (le virgolette sono d’obbligo, trattandosi di un libro dotato di una malinconia che non esiterei a definire terminale), confermandomi il valore annunciato dello scrittore marchigiano e smentendo qualsiasi pregiudizio che il suo passaggio in sordina avrebbe (se mai) potuto suscitare. Assenza ingiustificata, dicevo, soprattutto se si considera l’ormai lungo percorso dello scrittore, di cui ho potuto frettolosamente ricostruire solo alcune tappe, complice la difficile reperibilità della decina di romanzi parsimoniosamente distillati da Severini nel corso degli ultimi trent’anni. Libri pubblicati per lo più da editori piccoli e di qualità (Pequod, Transeuropa, Playground) e accompagnati da postfazioni di critici attenti come Massimo Raffaeli, Fulvio Panzeri, Pier Vittorio Tondelli. È di quest’ultimo il testo che accompagna Sentiamoci qualche volta, da cui immagino sia stato prelevato il più volte citato giudizio su Severini come “lo scrittore più sottovalutato d’Italia”. L’iperbole, più vent’anni dopo, non ha perso quasi nulla della sua attualità.

A cosa servono dunque gli amori infelici?
Intanto, si direbbe, a misurare una distanza dal mondo capace di diventare, forse, strumento di conoscenza. Forse, se non pecchiamo di malriposto ottimismo: perché il personaggio (vorremmo dire, i personaggi in generale) di Severini non sembra affatto compiacersi di una qualche dolorosa saggezza derivata dal suo molto novecentesco carattere di distaccato osservatore, se non proprio di escluso, marginale, minoritario delle grandi passioni umane: individuali e sociali. Al contrario, lui stesso vittima della propria ritrosia, e di una ritrosia a cui corrisponde perfettamente la scrittura asciutta, rattenuta, essenziale di Severini, lui stesso per primo non vorrebbe probabilmente fare altro che scontare in silenzio, senza troppe illusioni, il tempo trascorso e le occasioni mancate. Da qui la malinconia estrema così tipica delle storie di questo scrittore, quasi tutte comprese (e compresse) tra le grigie coordinate della provincia e di una sofferta, introversa omosessualità. Eppure, isolato nel proprio mondo interiore, diviso tra l’incapacità di donarsi fino in fondo e una sessualità fatta di “cose rapide, cose sordide. Per starmene lontano, se non dall’umiliazione, almeno dalla passione”, denunciando la propria inettitudine emotiva anche e soprattutto nei confronti di una società sempre più eccitata e in precipitoso cambiamento, il narratore di questo romanzo riesce a offrirci di tale cambiamento un’immagine tra le più memorabili. Tanto più autentica e originale, in fondo, quanto meno compromessa. La scena centrale, emblematica, è quella di una manifestazione di studenti, a Roma, nel 1968. Il protagonista è appena più grande di loro, attratto ma incapace di unirsi, lontano tanto dalla protesta quanto da quel “sistema da abbattere” di cui egli stesso, con i suoi vestiti eleganti e un mediocre impiego come “Addetto alle Pubbliche Relazione” presso un non meglio precisato “ente semi-pubblico”, si rende conto di apparire come perfetta, involontaria, emanazione. Questo il centro simbolico dell’esistenza nel sottosuolo di un riluttante “generico della vita”, riepilogata in tre lettere che il narratore redige nel quadro sospeso di un reparto di terapia intensiva, sorta di purgatorio dove ricomporre senza sconti i pezzi di un passato in attesa, forse, di un’ultima redenzione. In esergo al romanzo leggiamo Auden: L’uomo deve cadere per amore/ ai piedi di Qualcuno o Qualcosa, o cadere ammalato.”; e infatti, quest’uomo che non ha trovato la forza o l’umiltà di cadere davanti a nulla, condannato alle torture di un’orgogliosa intimità priva di espressione, si trova ora, costretto da una più che metaforica malattia cardiaca, davanti alla possibilità della fine: “Ho cinquantotto anni e sono alla vigilia di un intervento chirurgico che, per quanto i medici minimizzino, ha una percentuale di rischi non irrilevante. Questa è un occasione non rinviabile per parlarsi con franchezza”.
Quello della fine è il sentimento dominante di un romanzo che abbraccia, a partire dal destino medico del protagonista, il dominio completo del suo inconsolabile senso d’inappartanenza. Collocando la scrittura delle lettere nel 1999, Severini sembra lasciar coincidere questo dominio con il ventesimo secolo o con il perimetro di una più generica, indefinita, inattualità. Anche quella del romanzo epistolare è una scelta inattuale, e abituale: se pure il già citato Sentiamoci qualche volta (1984) apparteneva al genere, e come una lunga lettera si presentava Congedo ordinario (1996) da molti considerato il suo capolavoro (ne è prevista la ristampa entro la fine dell’anno, presso Pequod). Tre lunghe lettere e poco più di un centinaio di pagine per mostrarci senza traccia di esibizionismo le cicatrici nascoste di un uomo; scoprire, tra confessione e reticenza, il senso di un’esistenza consumata nel silenzio e nella solitudine. E calare sul nostro presente l’ipoteca di una differenza, di una vita diversa, che per quanto debole, autocritica e sofferta, conserva nondimeno, nel peso della sua espressione finale, il valore di una certa, scomoda, esemplarità.

Questo articolo è uscito per la rivista Alias.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
3 Commenti a “A cosa servono gli amori infelici”
  1. katia scrive:

    Una vera scoperta quest’autore dai toni crepuscolari.Dalle prime righe,lette inizialmente quasi con distrazione, condizionata da un titolo che mi faceva pensare a tutt’altro,ho pensato di avere tra le mani un piccolo capolavoro.Sevegnini mi sembra uno scrittore senza tempo,non inquadrabile nello spazio definito di una nazione.Cerchero’ di procurarmi tutte le sue opere.

  2. max favilla scrive:

    Incuriosito dal titolo d’effetto… davvero bello, intenso, scritto e strutturato ad arte. una perla inattesa…
    complimenti..

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