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A Firenze si sbuffa

La recensione di Giorgio Vasta al libro di Vanni Santoni, «Se fossi fuoco, arderei Firenze» (Laterza, Contromano), apparsa in forma ridotta su «Repubblica». 

A Firenze si sbuffa. Di fatica, salendo verso piazzale Michelangelo per osservare la città dall’alto, oppure di impazienza mentre in macchina si manovra per venire fuori dai viali esterni che ti tengono saldamente in ostaggio circolando infiniti intorno alla città. Per una o per l’altra ragione – e per tante altre ancora, non ultima la percezione traumatica di come Firenze sembri ormai perduta a se stessa, cinicamente concentrata sul suo destino autotrofo – a Firenze si sbuffa.
In Se fossi fuoco, arderei Firenze (Laterza 2011) Vanni Santoni – di Montevarchi ma residente nel capoluogo toscano – raccoglie in centocinquanta ardentissime pagine il senso di insofferenza e di tenerezza che deriva dall’ingaggiare un corpo a corpo con la propria origine. Il dispositivo al quale la narrazione si affida è quello della ronde: un primo personaggio arriva in città, passa il testimone a un secondo personaggio che compie un altro pezzetto di percorso cittadino per lasciare voce e spazio a un terzo personaggio ancora e così via, vagando e divagando e intersecando percorsi e figure e situazioni e luoghi, in un girotondo errante che si fa sempre più strategico e necessario, misura non solo della sostanza più intima della Firenze contemporanea ma probabilmente, tramite sineddoche, dell’Italia nel suo complesso.
Perché se Firenze è oggi la città della giovinezza come autocombustione e come eterna procrastinazione dell’età adulta, allora il legame con il Paese si fa ineludibile. A Firenze si cammina, si corre, ci si affanna (si sbuffa) in un giostra giocosa e accidiosa, tutti inseguendo quell’esse est percipi al quale si domanda la prova della propria esistenza reale (“sono come un bambino che quando si fa male vuole essere visto altrimenti non piange, cos’è questo bisogno di farmi vedere?”).
A piazza Santo Spirito e in generale nei locali d’Oltrarno si affollano personaggi sempre più disperatamente provvisori e rarefatti (e Personaggi precari, quasi a segnare continuità e coerenza di sguardo, è il titolo del primo libro di Santoni),wannabe da bancone che immaginando progetti artistici danno vita a quella “scena minuscola” – di volta in volta letteraria teatrale musicale cinematografica – tramite cui si prova a inventarsi un frammento di direzione e di senso.
Ma per questo grumo di ipotesi e aspettative Firenze si rivela matrigna, un cannibale capriccioso, una specie di Cronos affamato che si prende gioco dei corpi un po’ divorandoli e un po’ lasciandoli vagare nel proprio ventre, ognuno persuaso che lì dentro – in Borgo Pinti o in via Ghibellina, in via dei Serragli, a Porta Romana o da qualche parte nei pressi del Cimitero degli Inglesi – ci sia qualcosa, qualcuno, da trovare.
Nel libro di Santoni, dunque, Firenze genera allucinazioni. Spaziali, temporali, sociali, semantiche. Allude, promette un futuro anche microscopico, lascia supporre ma poi nei fatti scarta di lato, si sottrae e scompare. A tenerla in piedi sembra non ci sia altro che l’idealizzazione ostinata di ciò che fu, il divoramento senza fine del tempo trascorso: “Chissà, forse Firenze è ormai inadatta a produrre arte, la sua aura è ormai lisa, spanata, sputtanata. Condannata a volgersi sempre al passato.” Il Rinascimento smette di essere una risorsa e si trasforma in alibi. Per quanto – e per Santoni è una consapevolezza che innerva di sé l’intera narrazione – “sotto la guaina orribile dell’oleografia c’è una vertigine di significato”.
In Se fossi fuoco c’è un’ulteriore consapevolezza di ordine specificamente letterario: Santoni sa che se si trasforma una città in libro – e in questo libro Firenze esiste fittamente, di continuo rivelata dalle decine di voci in cui si frantuma lo sguardo del narratore – allora si dovrà andare in giro per i viali e per i vicoli della lingua, di quell’italiano al quale l’autore dà serenamente del tu, generando una sintassi che mima la convulsa topografia fiorentina per trascorrere dalle “scintille” alle “fiamme” alle “braci” (le tre forme del fuoco che nominano le parti in cui il libro è scandito).
A Firenze si sbuffa. Di fatica e di impazienza, di tensione e frustrazione, di insofferenza e tenerezza. Correndo a casaccio nel nostro tempo incendiato.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “A Firenze si sbuffa”
  1. mark scrive:

    la meglio rencensione su “se fossi” imho

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  1. […] Aggiornamento: in versione integrale su minima & moralia Like this:LikeBe the first to like this […]



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