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A freddo, per domenica.

di Christian Raimo

Dunque votiamo. Ci sarà una percentuale di astensionismo alta, dovuta non soltanto alla disabitudine alla partecipazione alla vita democratica, al fatto che le ultime elezioni non abbiano poi portato a maggioranze chiare, e che i governi spesso si siano in creati in contrasto o rimuovendo la volontà popolare. Ci sarà una percentuale di astensionismo alta, perché nella proposta politica mancano evidentemente delle figure rappresentative di diverse istanze che invece ci sono nella società. E molti dei voti che saranno espressi saranno voti di compromesso invece di voti di convinzioni, voti in qualche senso strappati in extrema ratio all’astensionismo.

C’è una destra esplicitamente fascista che rischia di entrare in parlamento. Quelli di Casapound, con tutta la loro grezzaggine comunicativa, sono stati bravi. Hanno capito che nel paese c’era un fascismo strisciante e hanno detto: con noi questo fascismo striscia meno. È un progetto infame e sgangherato il loro, ma in campagna elettorale ha pagato. Hanno una struttura partitica, più di cento sezioni in tutta Italia (non sono poche oggi, se pensiamo a formazioni tipo Possibile o Mdp per dire), e hanno avuto la furbizia in campagna elettorale di volere una sola cosa: esserci. Il punto non è nemmeno quello che dicono, ma la possibilità di sedersi nelle tribune politiche. Sapevano che una volta avuta la parola gli interlocutori sarebbero stati deboli. E quindi hanno avuto finora una doppia vittoria che mostra una tripla sconfitta delle forze antifasciste: chi li ha fatti parlare, chi ha attaccato quelli che non li volevano far parlare, chi non ha saputo elaborare una risposta convincente alle loro idiozie da ventennio rivisitato e da grande sostituzione. La manifestazione antifascista tristissima a Piazza del Popolo il 24 febbraio mostra tutta questa sconfitta, Giulio Scarpati che legge Calamandrei non è una strategia efficace.

Il centrodestra è incredibilmente in testa ai sondaggi. Si presenta come una destra plurale, come la definì Guido Caldiron. Una destra triplice: populistico-mediatica, etno-nazionalista, neofascista. La stessa destra plurale del 1994. Dove c’erano Berlusconi, Bossi, Fini, oggi ci sono sempre Berlusconi, Salvini e Meloni. Cosa è cambiato? Due cose: che nella destra degli anni novanta, Forza Italia conteneva in sé anche un orizzonte (problematico) di progetto liberale, che la Lega conteneva in sé anche un orizzonte (problematico) di federalismo, che An conteneva in sé anche un orizzonte (problematico) di destra gaullista. Insomma quella destra plurale era orripilante, ma aveva degli intellettuali che cercavano di creare una cultura politica per cui le spinte peggiori (razziste, autoritarie, reazionarie) non fossero egemoni: Antonio Martino, Gianfranco Miglio, Flavia Perina, Domenico Fisichella erano accanto ai peggiori residuati fascistoidi di varia natura. Quell’ambizione è stata chiaramente sconfitta. In Forza Italia è prevalso il partito di plastica coniugato alle piccole lobby. Berlusconi è l’uomo con i capelli disegnati in testa, sopravvissuto non tanto ai processi e al moralismo, ma alla critica femminista che ne metteva in discussione l’autorità. Nella Lega hanno vinto culturalmente i Borghezio e Boso. Tra i neofascisti la svolta di Fiuggi oggi chi se la rivendica più? Chiaramente Fratelli d’Italia sarà mangiata a breve da Casapound. La destra è questa: ha trovato una comune lettura della realtà, la paura. E ha trovato un collante, il razzismo. Nei dibattiti dove sono presenti tutti e tre, fanno a gara a sparare il numero più alto possibile di immigrati che vorrebbero espellere, o a dire come bisogna armare i cittadini indifesi.

È spaventoso a dirsi, ma bisogna ammettere però che questa destra una cultura politica ce l’ha. È questa eh, non c’è niente di più: sicurezza da regime militare, razzismo nemmeno troppo mascherato, appello alle forze dell’ordine, maschilismo, e un efficace rigurgito di neofascismo. Di fronte all’antipolitica e al gentismo, ha trovato poche efficaci chiavi per catalizzare il consenso di questi ultimi dieci anni senza Berlusconi ai servizi sociali, con la Lega devastata dalle inchieste per corruzione, di Fini ridotto a burletta.

Come è stata possibile che questo ritorno della destra non trovasse un argine? I due più grandi partiti italiani sono nati entrambi intorno alla crisi del 2008: il Pd avrebbe dovuto reimmaginare la socialdemocrazia a partire dall’eredità novecentesca coniugata con le spinte della società civile su temi come il mondo digitale, l’ambientalismo, l’economia dello sharing, etc…; il Movimento 5stelle aveva la stessa ambizione ma partiva dal presupposto contrario: il Novecento, i partiti, i sindacati, era tutto inservibile, occorreva un rinnovamento anche della struttura organizzativa. Di fatto per dieci anni hanno cercato lo stesso elettorato, fluido, deluso, proponendo delle soluzioni organizzative, giocando su retoriche vuote: il nuovo, l’onestà.

In questi dieci anni il disastro più grande è stato quello culturale: né il Pd né il M5s hanno prodotto cultura politica. Hanno persino chiuso giornali come l’Unità, hanno persino marginalizzato un blog come beppegrillo.it. Non c’è un intellettuale, una rivista di riferimento, un libro, un’associazione, che possa oggi dirsi che sia stata importante nella costruzione dell’identità del Partito democratico o del Movimento cinquestelle. Certo forse ce lo dovevamo immaginare quando leggemmo il testo inaugurale del Pd, La nuova stagione di Walter Veltroni, o quello inaugurale del M5s, Siamo in guerra, firmato a quattro mani da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, che non c’era nulla, nulla, una capacità di lettura del presente pari a un tema delle medie da quattro e mezzo? E oggi, chi possiamo interpellare per capire quale è il sogno politico di Renzi o De Maio? Chi, Recalcati o Travaglio, che ce la mettono tutta per accreditarsi come intellettuali organici? Quali sono le figure della società civile che dovevano cooptare? Lucia Annibali e Guido Bagatta, con tutto il rispetto? Il Pd e il M5s hanno creato il deserto di cultura politica. Non è un caso che siano spariti dalle scuole e dalle università: che i Giovani democratici oggi siano una sparuta flottiglia, e che un movimento nazionale giovanile dei M5s non sia difatti mai esistito.

Oggi pagano quest’incapacità di elaborazione di cultura politica. Pensare solo alla governabilità porta questo. A Pizzarotti o Sala, nel migliore dei casi, a De Luca o la Raggi, nel peggiore. Alla destra è bastato poco, per appropriarsi del centro del dibattito. Se l’unica opposizione che gli si può muovere è: scusate, anche per noi la sicurezza è importante.

C’è una differenza sostanziale tra Pd e M5s rispetto a questa campagna elettorale? Sì, la capacità di fare propaganda. Quella del Pd è stata disastrosa. Nessuno nel Pd ha avuto un’idea, una boutade, un colpetto di scena, un tweet geniale che diventasse virale, una battuta indovinata in un confronto, un gesto simbolico che rimanesse come immagine. Anche una roba piaciona, strumentale, scaltra. Niente. Una campagna elettorale grigia al limite della trasparenza. Le immagini che restano sono quelle dei poliziotti a tutela dei fascisti nelle manifestazioni che sono stati difesi un giorno su due dagli attacchi di chi protestava contro o delle maestre esagitate, oppure i video di fanpage che sputtanano la gestione De Luca, oppure gli spot elettorali che fanno venir voglia di evirarsi. Quelli dei Cinquestelle sono stati bravi: hanno raccolto quello che seminavano gli altri, e hanno tirato fuori dei giochini, tipo quello dei ministri, che hanno funzionato. Del resto, sono nati e sono tuttora una società di marketing prima che un partito.

Chi resta? +Europa, Liberi e Uguali e Potere al Popolo. I radicali finalmente raccolgono i frutti del loro impegni. Sono stati presenti, in modo generosissimo, in tante campagne negli ultimi anni. Erano pochi, se non pochissimi, ma c’erano. C’erano per lo ius soli, sulle unioni civili, sul fine vita, sulle carceri. C’erano su tutte le battaglie civili, e spesso erano soli. Non c’erano sulle battaglie sociali, la casa il lavoro etc…, ma questa non è una novità. Almeno il panorama politico si è chiarito. Per me questa generazione nuova di radicali sono bravissimi: competenti, informati, generosi. Riccardo Magi, Antonella Soldo, Valentina Calderone, Alessandro Capriccioli, Michele Governatori, Marco Cappato sono trentenni, quarantenni, che hanno fatto politica e molto bene in questi anni. Molto meglio di una ceto politico debole se non inesistente nel Pd. Ora, propongono anche le solite cose dei radicali: tagli al welfare, liberismo sfrenato, privatizzazioni etc… È quanto di più lontano esista dalle mie idee, ma è una proposta politica e ha una cultura politica dietro che la sostiene. Qual è limite dei radicali? È lo stesso che evidenzia ogni volta Manconi: ci sono battaglie civili che hanno come presupposto delle battaglie sociali. Per esemplificare: io posso pure essere per la legalizzazione della marijuana, ma se poi non ho i soldi manco per una canna?

Liberi e Uguali è stato un passo falso. Prima lo si ammette e meglio è. È stata la fusione a freddo di tre piccole organizzazioni politiche da parte di tre gruppi dirigenti che non ha portato forse nemmeno a raccogliere i voti di quelle tre formazioni politiche. La scelta di Pietro Grasso è stata sbagliata: non è un animale politico. L’aver eletto Laura Boldrini a co-leader un’allucinazione. C’era la possibilità di aprire un campo ai progressisti delusi, ai riformisti veri, persino agli astensionisti che però, a chi in questi anni si è speso per le lotte sull’immigrazione, le femministe, il referendum, le battaglie sul territorio. Ci sono molti compagni bravi in LeU che si sono impegnati sulla scuola e sull’università, da Claudio Riccio a Claudia Pratelli, o per le battaglie ambientaliste e sociali: da Gianfranco Bettin a Giulio Marcon. Ma è poco. Mdp e Possibile sono due gruppi di fuoriusciti dal fallimento culturale del Pd, finora non sono riusciti a proporre una vera proposta culturale da un punto di vista politico, hanno fatto quando hanno potuto qualche buona battaglia parlamentare. Sinistra italiana aveva una cultura politica, quella di Sel, e la sta rimuovendo, non si capisce per quale progetto autolesionista. Il timore che LeU, risultati buoni o meno, non arrivi come progetto al 10 marzo non è infondato, soprattutto se il Pd dovesse implodere, e le ambizioni di riprendersi il partito da parte della sinistra fuoriuscita dovesse esserero l’unico orizzonte.

E poi c’è Potere al Popolo. Un partitino nato dal naufragare del progetto di Anna Falcone e Tomaso Montanari di creare un campo più vasto a sinistra, davvero aperto. Si è capito che non si poteva fare, c’era chi voleva far valere le formazioni deboli e già strutturate (Si, Possibile, Mdp) e chi invece pensava che si potesse portare una nuova classe politica nell’agone politico. Così Rifondazione ha preso la palla al balzo, e tra morire e rinascere, ha scelto la seconda, dando spazio ai ragazzi dell’Opg di Napoli di fare una campagna elettorale straordinaria dal punto di vista comunicativo. Pap è giocoforza un progetto tutto in costruzione, ci sono nodi irrisolti, l’Europa su tutti, la politica estera, etc… Ma ci sono delle scelte di campo nette su altri temi: la giustizia (la proposta più garantista che esiste, finalmente!), l’università e la scuola. Ma soprattutto è uno spazio permeabile alle forze che verranno dall’esterno. Non morirà il 4 marzo, anche se come probabile non dovesse arrivare al 3 per cento.

Commenti
2 Commenti a “A freddo, per domenica.”
  1. Mr. Wolf scrive:

    Il solito pezzo di Raimo in cui versa veleno per poi venirti a dire quanto è bello Potere al popolino. È da mesi che Raimo usa ogni pretesto per promuovere potere al popolo ricorda quelli che organizzano le gite al santuario la domenica per venderti la batteria di pentole. Dopo mesi (in cui ha attaccato in tutti i modi il M5S) ammette l’inutilità di risultato politico di potere al popolo, a denti stretti come chiunque della sinistra

  2. Antonello scrive:

    E poi si vota, escono i risultati e capisci quanto c’ha capito Raimo. Un cazzo.

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