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A Idomeni, tra i fantasmi d’Europa

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Questo reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica: ringraziamo la testata (foto di Matteo Nucci).

IDOMENI. La vergogna d’Europa ha sede istituzionale in un’impressionante cittadina formata da case di tela impermeabile tra i binari del treno, accanto a mura semicrollate, in un mattatoio dismesso, lungo una rete di filo spinato. Oltre 13.000 esseri umani riempiono questa cittadina, poco lontano dalla manciata di case e villette che stabilmente ne ospitano invece 120. Ma la vergogna d’Europa, prima di prendere residenza alla frontiera fra Grecia e Fyrom (Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia), si aggira per la Grecia seguendo percorsi complessi: strade statali, viottoli, binari e “sentieri di mare” come li chiamava Omero.

Dalle isole di fronte alla Turchia (Lesbo, Chios, Leros, Samos) al continente (il Pireo, Volos, Salonicco), eppoi su nell’entroterra, passando per campi, montagne, fango, sole, caldo atroce e freddo improvviso. La vergogna d’Europa cammina e si trasforma, spesso diventa una vergogna diversa, un pudore delicato e gentile, e addirittura l’orgoglio e la fierezza di chi conosce la vergogna e non vuole più vergognarsi.

E così la vergogna d’Europa si allarga e si restringe e si capovolge seguendo il cammino di 55.000 persone, in gran parte donne e bambini, che affollano un paese in crisi e ne risalgono le strade fino a specchiarsi nelle pozzanghere e nelle paludi di Idomeni, mentre si aspetta l’estate e qualcuno bisbiglia: “e se arrivasse la malaria?” Non è difficile venire in visita alla vergogna d’Europa. Settanta chilometri da Salonicco. Un’oretta di macchina. Linee di bus su cui campeggia lo slogan Crazy Travels possono portarvi in visita. È un’esperienza che consiglierei a chiunque. Per vedere quel che siamo diventati.

Quel che siamo diventati è la nostra Europa. Un’entità sempre meno comprensibile che prima ha lasciato chiudere il confine greco-macedone (decisione dei Paesi balcanici su spinta dell’Austria) e più tardi ha inquinato le acque greco-turche, promettendo a chiunque voglia arrivare la perfetta accoglienza di un campo di concentramento da cui verrà con ogni probabilità rispedito indietro.

Perché oggi la Turchia, improvvisamente giudicata “paese sicuro”, è il paese dove chiunque arrivi in Grecia avrebbe dovuto prima chiedere protezione e asilo. Lì dunque si verrà rispediti. Erdogan apre le braccia in cambio di sei miliardi di euro, facilitazioni sui visti per i turchi che viaggiano in Europa, e l’immediata ripresa del percorso di entrata nell’Unione Europea.

Idomeni-Lacrimogeni

Da una parte, dunque, questo mare che migliaia e migliaia di profughi continuano a sfidare pagando caro il prezzo del passaggio nonostante un possibile naufragio pur di fuggire la guerra. Dall’altra un doppio filo spinato presidiato da poliziotti che sparano lacrimogeni grossi come bocce da un litro e proiettili di gomma come palle da golf. In mezzo, una popolazione costituita per il 46 per cento da siriani, per il 24 da afghani, il 15 da iracheni – popoli in fuga da guerre civili laceranti –, mentre il 15 per cento ulteriore raccoglie popoli che fuggono la miseria, “migranti economici” come vengono ribattezzati per distinguerli dai “profughi”.

Maggioranza relativa fra tutti i migranti, ai bambini. E quasi il dieci per cento fra tutti i minori: bambini soli, non accompagnati. In generale, gente che ha studiato, aveva un’occupazione e nessuna voglia di lasciare casa (secondo uno studio appena pubblicato l’87 per cento dei profughi in Grecia, ha lasciato un lavoro, il 78 per cento ha un’educazione scolastica superiore, un terzo la laurea). Gente che arriva con uno scintillio negli occhi che racconta la fierezza e l’orgoglio con cui si sono messi in cammino e ora aspettano.

Ne ho incontrati a decine, così. Due li ricordo meglio di tutti. Hannah, venticinquenne di Damasco, studentessa, che il giorno dopo aver avuto l’impressione di soffocare sotto i fumi lacrimogeni della polizia Fyrom lasciava Idomeni per Atene, per tentare di vivere lì, con amici trovati in questi mesi di attesa (“non sono scappata dalle bombe per venire qui a farmi sparare dai macedoni”). Eppoi Anwar, cinquantaseienne di Aleppo, meccanico, con la moglie insegnante e due figli adolescenti, l’aria fiera mentre camminava sotto al sole portandosi appresso la legna per accendere un fuoco e cucinare. Loro erano arrivati che il confine era ancora aperto ma a singhiozzo. Avevano preso il numeretto e ordinatamente avevano atteso. Finché il confine non è stato chiuso.

Ma ricordo bene anche la dignità del sarto curdo che comprava frutta all’ingrosso e la rivendeva all’ingresso di Idomeni “perché mio padre mi ha insegnato a non cercare soldi ma lavoro”. O l’orgoglio di Rezan, un radiologo siriano perfettamente anglofono che raccontava del sedicente dottore arrivato a Idomeni “per aiutare” e che alla fine si è portato appresso famiglie mai più ritrovate di cui neppure le autorità sanno nulla se non suggerire che si debba indagare nell’orrendo mondo del traffico di organi. Eppoi ricordo il pudore di tutti quelli che bisbigliano una storia ma non vogliono essere fotografati, non cercano ribalte. C’è un pudore che ha a che fare con una specie di delicata consapevolezza. Quel che è necessario a mantenere sempre saldo il vincolo della dignità.

Idomeni-Protagonisti-Anwar

Di fronte a tutto ciò, accade che la vergogna cambi completamente segno. Dovete girare per queste strade per capirlo. Dopo lo sbalordimento di fronte alla vergogna d’Europa infatti viene l’ammirazione per chi la vergogna sa provarla. E allora ecco i greci.

Quelli che vivono qui, in questo Paese stremato da sei anni di crisi feroce, memorandum, grexit, elezioni, delusioni, catastrofi imminenti e austerità, austerità e austerità. Quelli che ora vivono in un Paese libanizzato: un piccolo ombelico del mondo dove sono state rinchiuse 55 mila anime in fuga. Come reagiscono i greci? Li vedi al Pireo, affrettarsi per aiutare con una raccolta di indumenti chi vive in condizioni disumane. Li vedi scendere dai condomini grigi tirati su negli anni Sessanta a Victoria, portando pentoloni pieni di zuppe bollenti. Offrono quel che hanno.

A Trikala, nell’entroterra continentale, dalle parti delle famose meteore, i cittadini collaborano col sindaco e assistono i profughi distribuiti nelle case del comune, addirittura nel castello medievale. Chiedete loro perché lo fanno. Chiedete il motivo per cui in Grecia non conquisti consensi il partito xenofobo. Ovunque vi daranno la stessa risposta. “Siamo stati profughi. Ce lo ricordiamo bene”. È una storia di nemmeno cent’anni fa, nel 1922, quando un milione e mezzo di greci furono costretti a lasciare le case dove avevano sempre abitato lungo le coste dell’Asia Minore, la Turchia greca. “Sappiamo cosa significa non avere più nulla”.

Idomeni-Orizzonte

A dirvelo meglio di tutti potrebbe essere la donna esemplare di Idomeni, Panagiota Vasileiadou, ottantaduenne, che ospita chi può, offre un pasto, un bagno, una doccia, in nome di quel che passò lei stessa e di chi volle aiutarla. Storie analoghe ne troverete ovunque, girando per le strade di Grecia. Capita a chi sa quanto importi vergognarsi. Allora la vergogna cambia segno. Non è più un grido di sdegno. Ma una consapevolezza di cui essere fieri. Gli spagnoli usano il termine nel modo migliore. “Chi ha vergüenza è chi ne riconosce il senso. E può dunque rispettare se stesso”. Spagnoli sono molti dei cooperanti, qui. Ma ce ne sono da ogni paese, anche dal nostro (Intersos è l’unica ONG italiana a operare in Grecia. Ci si rivolga a loro – www.intersos.org – anziché chiedersi cosa fare per dare un contributo di fronte a una delle più immani tragedie europee del secolo) e rappresentano la nostra capacità di vergognarci e di dare un senso allo sbalordimento che proviamo.

Che sbalordimento? In teoria dovrei raccontare eventi strazianti. Ma è più significativa la normalità. Perché alla fine è la normalità a sbalordire davvero. Il bar della stazione zeppo di gente che ricarica il telefono. Il barbiere siriano che fa il suo mestiere da mattina a sera. La coppia di giovani ragazzi che abbandona il campo e mano nella mano si avventura tra le case di Idomeni per aprire un pacchetto di patatine lontano dalle tende.

Il litigio che scoppia tra due donne in fila a una delle mense approntate dai cooperanti. I bambini che si specchiano in una pozzanghera. Gli afghani che dominano a pallavolo. Il siriano cristiano che la domenica va a messa a Polykastro. I tassisti appollaiati per le strade pur di prendere su chi sia stremato dal cammino. La musica che inonda il prato nascosto dalle orrende recinzioni macedoni e tutti quelli che arrivano correndo per ballare. I fuochi che si accendono di sera.

Una bambina afghana che beve aranciata. Quelli che giocano a domino. Quelli che si attaccano al wifi gratuito approntato dalle ONG e fanno videochiamate con i parenti in Germania. Quelli che leggono. Quelli che non ce la fanno più, tirano fuori i bastoni e vanno a sfondare la finestra di un treno dove vivono afghani che hanno guardato una ragazza nel pomeriggio.

Confine

Alla fine, nella normalità, ci si accorge dei due più grandi pericoli in agguato. Innanzitutto l’oblio. Lo sanno bene, queste migliaia di esseri umani che aspettano notizie quotidianamente e che non ne ricevono mai. Il mondo può dimenticarsi di loro. È per questo che in molti sono recalcitranti di fronte alla possibilità di essere inseriti nei campi profughi approntati dall’esercito, campi più organizzati epperò anonimi, dove nessun giornalista è ammesso. Ma accanto all’oblio, in agguato c’è un altro pericolo. La frustrazione dell’immobilità. Ossia quell’esasperazione che man mano potrebbe minare una convivenza per ora sostanzialmente pacifica.

Religioni, popoli, particolarismi rischiano di esplodere. E una guerra fra disperati potrebbe distruggere ogni cosa. Anche l’accoglienza, la disponibilità, la solidarietà di chi ricorda un passato da profughi. “A volte sembra che il disegno sia questo: renderci la vita ancora più difficile così da obbligarci a lasciare Idomeni”. Lo ripetono in molti. Ma a me pare che il disegno sia ancora più raffinato: far esplodere le tensioni e radere al suolo l’unico senso di vergogna di cui l’Europa può ancora essere orgogliosa.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
Un commento a “A Idomeni, tra i fantasmi d’Europa”
  1. nuccio viglietti scrive:

    Genere umano no smentisce mai…mai.

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