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A proposito del futuro del libro in Italia. Prolegomeni per un’analisi cafonamente marxista dell’industria editoriale nostrana

Qualche giorno fa un simpatico blogger e esperto di new media e di narrazioni digitali che si fa chiamare Gallizio in rete e che si è prestato come consulente per Mondadori ha invitato un gruppo di persone che si suppone siano anche loro esperte di editoria e new media a discutere del futuro del libro. Si era pensato dare a quest’appuntamento anche un nome e un hashtag: #narrativa12. Mi sono ritrovato così verso le sei e mezza al superlussuoso Hotel Philosophy a Roma, a farmi versare del té da un distinto cameriere in livrea, e poi a condividere insieme a una ventina di persone una stanzetta riunioni. La ventina di persone era variamente composta: c’era Antonio Franchini (chief editor della Mondadori suddetta), altra gente sempre della Mondadori (alcuni li conoscevo di faccia, alcuni li potrei definire amici tipo Carlo Carabba), e poi c’erano consulenti di Telecom, blogger, esperti di social media… Ora, dopo un po’ di imbarazzate autopresentazioni, Nicola Lagioia ha espresso a voce quello che era l’interrogativo che ci eravamo detti prima tra noi, io e lui, camminando nel gelo verso l’hotel di lusso: “È molto chiaro perché voi siete interessati a noi, mentre è meno chiaro perché noi dovremo essere interessati a voi”. Ossia: sembra palmare riconoscere che esista una realtà fertilissima di discussione sull’editoria 2.0, il selfpublishing, il libro digitale… e forse io e Nicola eravamo stati invitati lì nella quadriplice veste di lavoranti in una casa editrice, giornalisti culturali, autori, e animatori del blog minimaetmoralia.it. Ma che cosa avremo dovuto ascoltare?

Gallizio ci ha rassicurato subito dicendo che l’avremo capito nel corso dell’incontro. Subito dopo Antonio Franchini ha fatto una interessante e malinconica storia in pillole di Mondadori editore vista da uno che ci lavora da trent’anni e che si è appassionato anche a quello che c’era prima di lui, spulciando l’archivio: Mondadori che negli anni ’60, ’70 pubblicava Nabokov, Simenon e Kundera. Mondadori che faceva fare delle schede sui manoscritti che arrivavano che oggi a rileggerle danno un’idea della qualità media molto più bassa del panorama presente articolatissimo e insintetizzabile. Di Mondadori che allora per tenere d’occhio gli scrittori napoletani, bastava dare un’occhiata a quello che facevano Rea, La Capria, la Ortese, e oggi bisogna conoscere almeno una ventina di persone. Il mestiere dell’editor Mondadori come è cambiato: è più difficile selezionare e direzionare il lavoro se il livello in generale si è alzato, se gli autori si sono moltiplicati, se l’alfabetizzazione di massa produce di più e di meglio. Mondadori che ha deciso di fare un restyling della collana Sis, perché ogni tanto è giusto che la grafica editoriale cambi: libri in brossura, e con un formato più grande.

Un sacco di notizie, ha commentato Gallizio. Gallizio che poi ci ha tenuto a dire come questo breve incontro voleva partire da una prospettiva inedita che ci accomunava tutti. Nella piccola Sala Cassiopea eravamo tutti appassionati di storie, non era così? Come negarlo? Ecco che a Franchini sono seguiti altri interventi, anche interessanti ma ovviamente molto vaghi, non essendo chiara nemmeno l’area che circoscriveva il discorso. Qualcuno portava la sua esperienza personale, qualcuno citava le classifiche effettivamente sorprendenti dei best-seller su Amazon, qualcuno tipo Giulia Blasi ragionava sugli esperimenti di libri tratti dai blog (pochi esempi commercialmente validi, tipo quelli di Pulsatilla o quello di Carolina Cutolo), qualcuno come Nicola rifletteva su come sia cambiato secondo lui il rapporto tra editor e autore, etc…

A un certo punto io ho detto la mia. Ho detto che avevo l’impressione che il tema-convitato-di-pietra non fosse il dibattito sull’editoria, la letteratura, le storie, insomma non mi sembrava che si avesse bisogno del mio umile pensiero di intellettuale letterator, ma mi sembrava che Mondadori stesse manifestando implicitamente un problema di business. Mi sembrava, restando sul generico ovviamente, che Mondadori avesse attraversato gli ultimi cinquant’anni di editoria mantenendo una posizione dominante ogni volta con una strategia diversa, e che la domanda che non veniva posta esplicitamente a questo gruppetto di cui io facevo parte era: e adesso? Fino agli anni ’70 Mondadori era una delle più importanti case editrici perché faceva ricerca: e lo faceva in fondo con un’idea di editoria forse non molto diversa da quella che descrive Calasso in un articolo per il Corriere del dicembre scorso e che – sempre secondo Calasso – ha dato la direzione dagli inizi del ‘900 in poi: “l’idea della casa editrice come forma, come luogo altamente idiosincratico che avrebbe accolto opere reciprocamente congeniali, anche se a prima vista divergenti o addirittura opposte, e le avrebbe rese pubbliche perseguendo un certo stile precisamente delineato e ben distinto da ogni altro”. Un’idea che filogeneticamente Calasso fa risalire a Kippenberg in Germania e Gallimard in Francia. Adelphi si è ispirata e si ispira ancora a quest’idea, e forse allora non è un caso che oggi gli autori citati da Franchini – Simenon, Nabokov, Kundera – siano nel catalogo Adelphi. Come forse non è un caso che la grafica delle copertine Adelphi è la più immutabile che io conosco nel panorama italiano. Ispirata all’arte di Beardsley, creata con la complicità di Enzo Mari…, confrontatela con la nuova-di-zecca della Sis Mondadori a firma di Giacomo Callo, con le solite facce di adolescenti che guardano in tralice, o pre- o post- orgasmiche, e fatevi un’idea vostra di quali siano più belle, o quali funzionino di più in termini commerciali.

           

Dagli inizi degli anni ’90, la situazione dell’editoria è profondamente cambiata. Lo raccontava Richard Nash in un articolo sulla Lettura un paio di settimane fa, in cui citava anche il caso di minimum fax tra le varie case editrici indipendenti che sfruttano le trasformazioni tecnologiche per nascere. Se per impaginare un libro basta un personal computer, mettere su una casa editrice sarà molto più semplice, alle volte addirittura un gioco da ragazzi (quali erano appunto Marco Cassini e Daniele Di Gennaro nel 1994). Ma Mondadori negli anni ’90 non entra in crisi, anzi. E come fa? La mia idea è che sposti scientemente la sua posizione dominante sul resto della filiera: se nel 1994 la possibilità di riconoscere e decidere di pubblicare un autore interessante è identica per una minimum fax e una Mondadori (e allora non sarà un caso che Cassini e Di Gennaro decidano di comprare i diritti di un Raymond Carver, soffiandolo proprio alla Mondadori che ce l’aveva in catalogo nei Classici Moderni, in traduzioni parziali e addirittura monche di interi pezzi che ne stravolgevano il senso), vorrà dire che la forza industriale di Mondadori si dimostrerà nella sua potenza di fuoco negli altri segmenti: distribuzione Mondadori, promozione Mondadori, librerie Mondadori, e anche per un bel po’ cartiere di proprietà Mondadori (e anche per un bel po’ un presidente del consiglio proprietario o giù di lì). Non serve aver letto Il capitale per intuire che il potere economico ce l’ha chi possiede i mezzi di produzione. E quindi minimum fax resta per vent’anni una casa editrice indipendente che deve puntare sulla qualità per emergere (fidelizzare i lettori, sperare di battere la concorrenza editoriale di qualità sempre più diffusa), Mondadori diventa sempre di più una casa editrice generalista che deve contare sulla quantità e per cui la qualità non è più un parametro essenziale. Come del resto ha ricordato Gian Arturo Ferrari, ex-amministratore delegato di Mondadori (1997-2009) e ora semipensionato a capo del cadaverico Centro per il Libro e la Lettura, in un articolo su Repubblica di luglio scorso, in cui confessava che gli editori non possono non pubblicare tantissimo e anche quindi indiscriminatamente.

Siamo agli anni ’10, e pare, si dice, che la carta non sarà più il mezzo di produzione del libro. Pare dunque che tipografia, distribuzione e librerie non siano più come si dice asset fondamentali per l’industria culturale. Resta la promozione, uno dice. E infatti c’era proprio uno in saletta che aveva detto poco prima che prendessi la parola: “Ma allora secondo voi dovremmo investire sulla promozione, sull’ufficio stampa, sulla pubblicità?”. A qualcuno in Mondadori non sarà sfuggito questo cambiamento, e a fine luglio 2011 questo qualcuno deve aver deciso di fare un accordo con Amazon, cominciando con 2000 titoli…

La questione di mantenere per il futuro l’egemonia di Mondadori allora è risolta? Pare di sì. Perché allora si respira un’atmosfera di ansia? che fa commentare me e Nicola all’uscita: sembrava una riunione di Lehman Brothers che chiedono a un centro sociale di pensionati come fanno loro a gestire i loro risparmi. Beh forse perché è chiaro rispetto ai rapporti di forza che oggi fanno apparire Mondadori in una posizione migliore rispetto ad Amazon, uno si può onestamente chiedere se fra tre anni queste posizioni non saranno esattamente rovesciate. Dato che Amazon avrà la posizione dominante nei mezzi di produzione dell’industria editoriale, i Kindle e i magazzini, cosa può offrire Mondadori? Un buon ufficio stampa? Una buona campagna di marketing? Ossia, per dirla in un modo un po’ duro, se io fossi Fabio Volo fra tre anni (mi rendo conto, è un’ipotesi per assurdo molto molto dura anche per me), e avessi appena finito il mio nuovo romanzo e le condizioni economiche di Mondadori sono se va benissimo il 15% di royalties e quelle di Amazon se va malissimo il 35%, perché io dovrei decidere di continuare a pubblicare per Mondadori? Per il marchio? Per la tradizione? Per la pubblicità sulle riviste del gruppo?

Facevo tutto questo discorso non parlando da esterno, già. Perché io sono, confessavo, un autore del gruppo Mondadori. Fra pochi mesi dovrebbe uscire, se Dio vuole, il mio romanzo per Einaudi. E allora qual è il motivo, dicevo, per cui ho deciso di pubblicare con Einaudi? Dirlo è semplice: è che ci sono persone come Paola Gallo o Marco Peano, che mi stanno aiutando a diventare uno scrittore migliore. E questa ragione, nel momento in cui l’autore diventa un soggetto economicamente rilevante, può essere una delle cose che una casa editrice può offrire. La stessa probabilmente che offriva Kippenberg nel 1910 e Gallimard nel 1920

E quindi?, mi è stato chiesto a questo punto. Come sarà il futuro? Che strategie possiamo avere? A queste domande da centomila dollari sono rimasto un po’ ammutolito. Ma dentro di me ho pensato: Cari, se parliamo di letteratura, posso sproloquiare qui tutto il tempo, ma se parliamo di business editoriali, mi viene da dire che le strategie si pagano… E quindi, ho detto, spero che nei prossimi anni Mondadori ritornerà a essere una piccola casa editrice indipendente e di ricerca come negli anni ’60.

Risatine. Qualche altro intervento. Grazie a tutti. Distribuzione gratuita di campioni della nuova collana. Aperitivo: dove ho mangiato a scrocco cose buonissime e tantissime. Non si sa mai, approffittiamone finché dura.

Commenti
55 Commenti a “A proposito del futuro del libro in Italia. Prolegomeni per un’analisi cafonamente marxista dell’industria editoriale nostrana”
  1. minimaetmoralia scrive:

    Grazie Morgan, siamo già ai Grundrisse, come vedo.

  2. Morgan scrive:

    Di più forse. Ho come l’impressione che vi sia da parte di non pochi italiani un atteggiamento ancora snobistico nei confronti dei grandi cambiamenti in atto nell’editoria digitale. Quando arriverà l’onda, sarà troppo tardi per cenacoli di confronto di intenti. Ma parleremo di questo anche dove e quando sai a luglio.

  3. Duca di Sant'Aquila scrive:

    Belle parole. Peccato che come quasi tutti gli intellettuali italiani non siate affatto credibili. Prendete le difese dell’editoria indipendente, lodate e incoraggiate l’impegno delle piccole case editrici e intanto, per vanità e brama di successo, pubblicate con Einaudi e Mondadori. Poi vi producete in giustificazioni acrobatiche, carpiatii distinguo: “Io mi trovo bene con questo, Io con quest’altro, Io mino il sistema dal di dentro, In questo Paese è’ tutto di Mr. B, è impossibile non averci a che fare…” Come se durante il Ventennio i professori che avessero firmato il manifesto degli intellettuali fascisti avessero detto che firmano perché si trovavano bene col Preside o col Rettore…
    La libertà intellettuale si paga. Con l’emarginazione, l’isolamento, la solitudine.Purtroppo non verrà mai un 8 Settembre delle Lettere in cui fare la conta tra collaborazionisti e partigiani, e anche se venisse , cambiereste tutti casacca.
    Ma sono sicuro che queste cose, nel profondo del vostro animo, le sapete già. Io un’idea su di voi me la sono fatta. E, sono certo, anche voi

  4. minimaetmoralia scrive:

    che palle duca. è difficile disincagliare certe opinioni. anche minimum fax dà soldi a Berlusconi, ogni volta che un suo libro viene comprato in una libreria Mondadori per dire, cosa facciamo non li esponiamo lì? E le librerie Feltrinelli si comportano meglio da un punto di vista dei diritti dei lavoratori? Che facciamo, facciamo un boicottaggio. E le tipografie? Tu sei mai entrata da un allestitore? Hai idea dei ritmi di lavoro che esistono nelle tipografie e negli allestitori? Che facciamo, vogliamo boicottare anche questi, e non stamparli per niente i libri? È il capitalismo la bruttezza? Per me sì. È l’acqua in cui sto? Sì. Provo a ragionarci e cambiarlo dall’interno? Sì. Anche perché un esterno non c’è. Stamattina facevo una lavatrice con il Dixan. Detersivo Henkel, aziena che negli anni ’30 in Germania faceva affari.

  5. Diego Calzi scrive:

    …non per fare il difensore d’ufficio di Raimo (che conosco per averlo visto a qualche presentazione letteraria), ma se c’è uno che ha dato tempo e talento all’editoria indipendente questo è lui: lavorando per minimum fax, pubblicando per minimum fax i suoi primi due libri, traducendo (immagino per pochi soldi) David Foster Wallace, fondando una collana indipendente (Indi), co-creando (immagino aggratis) questo blog, scrivendo (immagino aggratis) sul manifesto, pubblicando anche un libro prossimo per Einaudi, partecipando (aggratis) all’occupazione del Valle… e facendo tutto questo non per pubblicare o parlare di Fabio Volo, ma di scrittori veri, e argomenti belli pesi.

    La differenza (nel D Day evocato da Duca Aquila) sarà tra chi in questi anni non ha fatto un cazzo che non fosse lanciare anatemi sui blog, e chi si è fatto un mazzo tanto per fare cose belle e di peso.

    Alcuni fanno e, per farlo, mettono in gioco la propria vita.

    Altri scaricano sul prossimo il proprio aver contribuito poco e niente alla cultura del proprio tempo.

  6. Diego Calzi scrive:

    Ovviamente non mettevo Einaudi nell’editoria indipendente. Volevo solo dire che non è l’etichetta che fa il profilo.

    Per dire…
    William Burroughs aveva a che fare con gli indipendenti e con le major, ma sempre con un profilo indipendente. E’ quello che fa la casacca. E’ la stessa cosa. Solo che l’esterofilia infantile italiota di Duca non la capisce. Crescete!

    E poi…
    Raimo (tra le 1000 cose che fa) pubblica anche un libro per Einaudi e poi rompe i coglioni a Mondadori, che detiene Einaudi. Questo per me si chiama coraggio. Non è neanche coraggio. E’ essere coerenti con quanto sopra.

    Ma che palle. Fate qualcosa invece di stare sempre a criticare. Uscite dall’infanzia protetta, insomma.

  7. Cesare Piva scrive:

    Belle parole Chistian Raimo. mi hai reso la giornata meno faticosa. ho apprezzato, oltre al resto, quando dici che ci sono persone, nascoste nelle case editrici, che possono aiutarti a diventare scrittore. oggi gli scrittori, come gli architetti del resto, e non tutti ovviamente, si credono “i primi della classe”. mi hai fatto venire in mente la Cherchi… in bocca al lupo, spero di leggerti al più presto.

  8. Giovanni Sertoli scrive:

    Non condivido il tono polemico utilizzato dal Duca, ma credo che il problema sollevato dal suo commento non possa essere liquidato troppo facilmente. Raimo ha ovviamente il diritto di pubblicare un suo romanzo per Einaudi senza che questo delegittimi il suo lavoro di scrittore e il suo impegno d’intellettuale, ma la sua scelta (cerco di porre domande sincere, non retoriche né insinuanti) può realmente ridursi al rapporto di fiducia con gli editor dell’Einaudi? Non ci sono editor altrettanto capaci in case editrici che non appartengano alla galassia Mondadori? La scelta di pubblicare per Einaudi non è dettata anche dal desiderio, comprensibile e legittimo, di avere nelle librerie una visibilità che le case editrici indipendenti non possono purtroppo assicurare? In quest’ultimo caso, mi sembra che si potrebbe ravvisare una contraddizione di fondo fra la critica del Raimo intellettuale a un certo sistema produzione-distribuzione e la posizione del Raimo scrittore all’interno di quello stesso sistema. Una contraddizione, ripeto, a mio modo di vedere, non delegittimante, ma che andrebbe forse enunciata in termini più problematici. Non si potrebbe, per esempio, pensare a una forma d’impegno che consista, da parte degli scrittori sensibili a una certa politica culturale, nel pubblicare le loro opere per editori indipendenti? È solo un’ipotesi, una scelta di questo tipo potrebbe anche essere controproducente e marginalizzare ulteriormente l’editoria indipendente. Ma credo che il problema esista e vada affrontato più in profondità.

  9. minimaetmoralia scrive:

    Sottoscrivo Giovanni in toto. È per questo che due anni fa cominciammo con vari autori Einaudi un dibattito interno alla casa editrice, una moral suasion collettiva per dire. È per questo per esempio che da aprile scorso si cerca in mille modi, da TQ all’occupazione del Valle di parlare in maniera critica di lavoro della conoscenza. Se non fosse problematico, non lo direi. Nessuno è puro. Figuriamoci io. Io pubblicherò per :duepunti, ma non pubblicherei per sperling & kupfer. La cosa più bella della democrazia 2.0 è che puoi sceglierti le persone e non le macchine. E c’è gente più simpatica di altra.

  10. Francesco Longo scrive:

    Cari, qualcuno sta rispondendo ai commenti, ma risulta come mittente “minimaetmoralia”.
    Già questa discussione è spinosa ed è difficile essere d’accordo con le opinioni espresse, almeno cerchiamo di far chiarezza su chi dice cosa. Grazie.

  11. Lucio scrive:

    Christian, grazie. Analisi fantastica, e quello che dici si potrebbe estendere anche ad altri settori della galassia Mondadori (dalla saggistica all’editoria scolastica, ad esempio).

  12. christian raimo scrive:

    Scusate, i precedenti commenti minimaetmoralia sono tutti a mia responsabilità.
    Christian

  13. carlo scrive:

    @christian raimo, dici tutto sul detersivo e nulla della lavatrice. Non mi sembra corretto. tutto qui

  14. christian raimo scrive:

    @Carlo non ho capito.
    Fuor di metafora? Non ho parlato di che?
    Di Amazon?

  15. carlo scrive:

    nessuna metafora, per carità di dio!; scherzavo semplicemente: “”Stamattina facevo una lavatrice con il Dixan. Detersivo Henkel, aziena che negli anni ’30 in Germania faceva affari.”””

  16. christian raimo scrive:

    Indesit, una delle poche aziende rimaste in piedi dopo la scomparsa delle aziende di elettrodomestici italiane degli anni ’70. Brionvega, Zanussi, Mivar, etc… Anche loro pensavano di vivere di rendita.

  17. Federico Cerminara scrive:

    Christian, un annetto fa ho incontrato Nicola Lagioia durante un corso di scrittura con Antonella Lattanzi. Lui parlava del suo mestiere di editor e poi il discorso è scivolato su altre cose. Alla fine, mi trovai ad esporre a Nicola una mia teoria sulla riconoscibilità delle collane editoriali. In soldoni, dicevo a Nicola che per me era più facile riconoscere in libreria la copertina di un volume dei Quindici (mfax appunto), che non riconoscere ad occhio una delle varie collane che offre la Mondadori. Cioè per una casa editrice medio piccola, credo sia più semplice lavorare sull’immagine dei propri prodotti (e questo influisce positivamente sulla fidelizzazione dei lettori) rispetto al lavoro che deve compiere una grande casa editrice che gestisce diverse collane (che poi probabilmente, proprio perché può contare su una distribuzione più potente, e altri mezzi più potenti, la Mondadori non si preoccupa tanto di fidelizzare).

    Sarei curioso di capire, come tutte queste problematiche legate alla creazione di un brand, agli investimenti che si effettuano sulla sua riconoscibilità, possano essere proiettate in un mercato nuovo (digitale, 2.0, 3.0, qualcosa punto zero) e come tutto ciò possa creare eventualmente nuovi settori di lavoro. Piuttosto che investire semplicemente sulla promozione, perché non pensare ad un modo “nuovo” di fare promozione? Magari qualcosa che vada oltre la paginetta facebook o il book trailer. Credo che queste siano le domande che possano interessare un editore come mfax, ma immagino ve le siate già poste. Io trovo la questione interessante.

  18. beppe scrive:

    ora che ci penso ero invitato a quella riunione. chissà perché non ci sono andato…

  19. gallizio scrive:

    (eccomi #lupusinfabula) ciao christian
    ho letto molto divertito il tuo post, giungendo alla conclusione che in un evento contenitore ognuno ci mette (dentro) e ci vede (dietro) i contenuti che vuole, teoria del capitale compresa 😉
    solo una nota, visto che mi chiami esplicitamente in causa.
    se pubblichi (e ti autorizzo a farlo, a beneficio di tutti e con
    l’accortezza di omettere nomi e indirizzi) la mail del mio invito a Nicola e
    alla redazione di minima&moralia, sveleremo il mistero. Vi si leggerà, cioè,
    che siete stati invitati a un brain-storming con la redazione narrativa mondadori esteso a una dozzina di altri addetti ai lavori di varia estrazione per ragionare insieme su dove sta andando la narrativa in tempi di rimescolamenti per l’editoria.
    Che cosa c’era di tanto misterioso? E che cosa ti ha spinto a partecipare, considerando che un invito si può anche rifiutare?

  20. Francesca Giannoccari scrive:

    Va be’, e perché rifiutare? Uno accetta un invito, ci va sperando si dicano cose interessanti e utili, poi le trova parzialmente utili o interessanti, o molto interessanti, o inutili e non interessanti e ne parla ad altri. Dov’è il problema? Non c’è problema se non c’è mistero, no?

  21. christian raimo scrive:

    Sono contento di questo commento di Gallizio. Mi fa spiegare un po’ di cose.
    Gallizio dice: sull’invito c’era scritto vi invitiamo a fare brain-storming sulla narrativa Mondadori. Ecco, era quello che speravo sarebbe avvenuto, ma sapevo che non sarebbe successo.
    Il punto è che io sono anni che faccio brain-storming, tutti i giorni in pratica, con la redazione narrativa Mondadori. Lo faccio recensendo i romanzi di Powers, intervistando Eugenides, leggendo e discutendo i libri con gente che si occupa di narrativa a Roma come i redattori e i collaboratori di Nuovi Argomenti. Carola Susani, Tommaso Giartosio, Raffaele Manica… Lo faccio dai tempi in cui in redazione c’era Veronesi, poi Caltabellota, poi Pavolini, poi De Siati, e ora con Carlo Carabba. Lo faccio leggendo le schede fatte benissimo da Carlo Mazza Galanti e da Francesco Longo… E lo faccio gratis. Non avendo mai preso un euro da Mondadori per questo brain-storming. Non ho preso un euro tutte le volte che ho scritto per Nuovi Argomenti, non prendono un euro i collaboratori per me essenziali oggi di Nuovi Argomenti, non mi faccio neanche mandare dagli uffici stampa i libri perché mi sentirei condizionato in qualche modo quando devo recensirli (e quindi, esplicito, non ho nemmeno quell’introito miserrimo che costituisce spesso una voce importante nel menage dei giornalisti culturali spesso sfruttati e sotto-o-non pagati: i soldi che mi recupero vendendo i libri che mi mandano le case editrici a qualche libreria dell’usato.)
    Insomma io questo ragionamento sulla narrativa contemporanea e quella pubblicata da Mondadori, io come molti altri lo facciamo tutti giorni gratuitamente e liberamente da anni.
    Qualche giorno prima avevo discusso lungamente per un paio d’ora con Francesco Longo, Francesco Pacifico e Giuseppe Zucco (tutti collaboratori di Nuovi Argomenti) in una trattoria alla buona dalle parti di Castro Pretorio. Discussione di qualità, ti assicuro. Dieci euro a testa, alla fine.
    Poi l’altro giorno mi arriva un invito in un hotel di lusso. Mi si chiede di ascoltare e di partecipare. S’imposta il discorso senza quelle decine di interlocutori che mi sembravano imprescindibili (parlando di narrativa con la redazione di Mondadori): la redazione romana di Nuovi Argomenti + collaboratori.
    E per la prima volta in tutti questi anni, mi viene offerto del caffè ottimo, e un ottimo aperitivo.
    Ho pensato, ecco, che quei gamberetti e quei formaggi erano una minima restituzione di reddito per la qualità della discussione che io, ma soprattutto molti altri (ho citato Susani, Mazza Galanti, Longo, Giartosio, Pacifico, Zucco, ma potrei fare un elenco molto molto lungo) che portiamo avanti tutti i giorni da anni, gratis.
    E la prossima volta, butto lì la proposta, se si vuole discutere di narrativa italiana, proviamo a allargare la discussione a un centinaio di persone, magari non ci saranno formaggi raffinati per tutti, ma credo che con gli stessi soldi si potrebbero pensare iniziative diverse.
    Anche – al minimo sindacale – un fondo trattoria da dividerci tra gli scrittori e i giornlisti culturali romani. O un pagamento di cinquanta (quaranta? trenta? venti?) euro per ogni pezzo che esce su Nuovi Argomenti. Che ne pensi?

  22. Luca Antinori scrive:

    No, scusa Gallizio. Una casa editrice che si chiama Mondadori spende dei soldi per prenotare una sala di un hotel romano, dove vengono chiamati come scrive raimo intellettuali e consulenti Telecom, paga il catering, forse i soldi per gli spostamenti, i camerieri che versano il tè, il tutto per un incontro a porte chiuse, insomma fa un investimento in denaro e il fine non mi sembra (com’è giusto che sia) filantropico.
    E’, chiaramente, un piccolo investimento.
    Tipo: spendo dei soldi per acquisire delle conoscenze che non ho? Per affinare un know how che mi manca? E’ una consulenza a buon mercato?
    Non so (su questo però inviterei Raimo a rispondere), magari agli ospiti questa cosa – che erano invitati per una consulenza pagata in tartine – era carino dirgliela.

  23. Luca Antinori scrive:

    Ah… egli rispose…

  24. christian raimo scrive:

    E tra parentesi invece il mio disincanto è stato smentito, perché soprattutto l’intervento di Franchini sulla vecchia Mondadori come ho detto era malinconico e illuminante.

  25. Giovanni Sertoli scrive:

    Lo scambio acceso e schietto fra Christian Raimo e Gallizio mi sembra mettere in luce un’anomalia abnorme dell’editoria italiana, e credo che dovrebbe dare spunto a riflessioni articolate. Un numero importante di autori seri, e a mio avviso di qualità, dopo aver esordito grazie alle case editrici indipendenti che fanno vera e propria ricerca letteraria, passano ai grandi gruppi che, grazie alla gestione privilegiata del passaggio fra produzione e distribuzione, di fatto mettono in enorme difficoltà l’editoria indipendente stessa. Questi autori lo fanno, sicuramente, e nobilmente, da un certo punto di vista, anche per inscriversi in una data tradizione, per il sano orgoglio di vedere nei cataloghi, o nelle riviste come Nuovi Argomenti, il proprio nome accostato a quelli di Moravia, di Calvino, di Bianciardi, di Fenoglio, della Morante eccetera, o per l’aspirazione, altrettanto legittima, di offrire il proprio contributo alla sopravvivenza di linee editoriali che, malgrado tutto, possono conservare ancora labili elementi di riconoscibilità. Ma è proprio vero, come suggerito con un po’ di rassegnazione da Christian Raimo, che non esiste la possibilità di un di fuori rispetto a questo stare scomodamente dentro. Sottolineo: scomodamente, perché credo alla sincerità e ammiro la generosità dell’impegno di Raimo, che poi sta molto più fuori di quanto non stia dentro, visto che si limita a pubblicare un romanzo per Einaudi dopo dieci anni di lavoro nell’editoria indipendente. Ma la questione, secondo me, resta la seguente: le stesse persone che collaborano, fra l’altro gratuitamente, a Nuovi Argomenti, non potrebbero creare una nuova rivista e lasciare Nuovi Argomenti alle cure dei dipendenti Mondadori? Gli stessi autori che dopo aver esordito grazie all’editoria indipendente passano a Einaudi, non potrebbero lasciare l’Einaudi da sola con Luciana Littizzetto, Giorgio Faletti, Margaret Mazzantini e compagnia? Non sarebbe questo, forse, il solo modo per far sì che l’editoria indipendente, di qualità e di ricerca possa ritagliarsi infine lo spazio che merita? Se, in quanto gruppi di potere editoriale, Mondadori e Feltrinelli non cambiano linea, non sarebbe logico cominciare a considerare come squalificante il fatto di pubblicare per loro? Uno zoccolo duro di lettori seri esiste in Italia, e credo che questi lettori si sentano sempre più a disagio quando, nelle librerie Mondadori e Feltrinelli, si ritrovano a cercare un libro di letteratura fra magliette, chitarre, tazze, poster e matite colorate. Perché non lasciare che, se non altro rispetto a questi lettori, Mondadori e Feltrinelli si sputtanino definitivamente da sé?

  26. Giovanni Sertoli scrive:

    Ho dimenticato il punto interrogativo. Era una domanda, o forse un lapsus:

    Ma è proprio vero, come suggerito con un po’ di rassegnazione da Christian Raimo, che non esiste la possibilità di un di fuori rispetto a questo stare scomodamente dentro?

  27. maurizio scrive:

    Perché dover tenere d’occhio gli scrittori napoletani? Che prima fossero solo tre ora invece una ventina… capisco che Raimo lo riporta per dare idea del contenuto della discussione nella hall dell’hotel, però perchè hanno parlato proprio degli scrittori napoletani? E poi perché non “gli scrittori a Napoli” o “di Napoli”. E’ una categoria? E perché non dire gli scrittori romani, allora? Direste “di Roma” o semplicemente niente Roma ma “italiani”? Forse si dice “napoletani” per dire: che raccontano quella roba là o in quel modo là? E’ un giudizio? Positivo o negativo? Cioè: “malgrado tutto ci sono degli scrittori anche là” o “prima di tutto in Italia devi sapere chi sono gli scrittori napoletani”? Oppure semplicemente è la frase di un discorso contingente: degli editori chiacchierano – negli anni subito dopo l’ultimo best seller Gomorra,- e si dicono com’è cambiato il tener d’occhio gli scrittori napoletani dopo quel clamoroso caso. Ma questo è pur sempre un dire: quelli là di quella roba o di quel modo là. Se è citata la Ortese significa che non si deve essere nemmeno nati a Napoli, ma è sufficiente viverla e raccontarla per rientrare tra i napoletani.
    La verità è che questa cosa viene citata nel discorso sull’editoria nella hall per far capire come le cose sono cambiate in generale. Ad esempio Napoli ha oggi molti più scrittori di prima (anni 60-70). Chiaramente si glissa sui motivi. Eccoli, alla grossa: 1) dopo Gomorra si scrive tanto di camorra perché il mercato lo richiede (sta già scemando) quindi più domanda= più offerta, o meglio offerta più visibile, perché adesso gli editori hanno occhi per guardare il tema camorra. 2) scrivere in generale di Napoli, quindi di problematiche e condizioni a cui essa è associata, significa creare un prodotto-libro che di per sé ha già una pubblicità-riconoscibilità che di recente ha avuto picchi di visibilità sui media. 3) i motivi commerciali 1 e 2 vengono acquisiti dall’editoria e promossi però come se fossero frutto di strategie culturali o di tendenze artistiche, insomma come se fossero oggettivi e non aziendali, pur restando unilateralmente e dichiaratamente commerciali (nessuno può più dividere cultura e commercio senza fare la figura dello stupido). L’importante, per rientrare nella categoria citata, è raccontare Napoli (mimeticamente o meno), o meglio quello a cui essa è associata per cronaca o abitudine. Se quindi sei napoletano ma non racconti Napoli (il senso, l’immagine, l’associazione di idee relative ad essa) non puoi figurare tra gli scrittori napoletani. Per cui bisognerebbe dire, volendone svelare il senso, non “scrittori napoletani” ma “scrittori che raccontano di Napoli” ma si fatica di più così, è chiaro. Ho scritto questo per dire che, in definitiva, è talmente tutto così autoreferenziale, nel locale e nel nazionale, nei napoletani e negli intellettuali italiani, che se un autore riesce a creare il proprio futuro indipendentemente dal futuro dell’industria editoriale allora è uno a cui si può chiedere: quale futuro per l’industria editoriale? Perché basterà semplicemente, se ne ha voglia, che racconti cosa sta per fare. Il resto degli scrittori invece si adegua alla cultura e naviga a vista, in pratica obbedisce e quindi dirà solo di quello che deve apprendere dall’industria editoriale, cioè dal mercato o comunque da una mediazione con esso. State pensando: non è vero io il mio libro lo vado ideando liberamente? Non sarà di certo quella libertà che deriva da una resa al tutto. Oppure siete talmente liberi e talmente però sfigati che non importate a nessuno.

  28. Luca Antinori scrive:

    Caro Maurizio, hai ragione. Se solo penso a Shakespeare con Elisabetta I mi sento male. Se poi penso a Bernini sotto i Barberini mi impicco. Se penso a David Lynch con la Warner e la ABC, da impiccato, mi do addirittura fuoco. Poi, ormai carbonizzato… vabbe’, che palle. A volte mi pare che le persone siano più interessate alla purezza propria che al talento altrui. La purezza propria per sopportare il talento altrui. La purezza altrui per alimentare il talento proprio. Il proprio talento nella purezza del cielo. Il cielo è azzurro. L’azzurro del cielo. A cena con Bataille.

  29. maurizio scrive:

    Caro Luca, che simpaticuccio sei. Scrivevo che chi prova a dividere la cultura dal commercio fa la parte dello stupido, tu me l’hai fatta fare in sei righe..bravo. Chiaramente questi eccellenti esempi ti fanno scuola perché si dice che i difetti degli uomini grandi sono la consolazione degli imbecilli. E con Dante, Caravaggio, Orwell, Pasternak, Tolstoj, Weil, Camus etc come la metti? Li butti via? La purezza la lascio a te, perché implica il diavolo servendo il quale, come tu sembri rivendicare con gioia, non ci si sbaglia mai. Infatti ci sono quelli che appena pensano di avere un po’ di talento scendono subito a venderlo al mercato, perchè sanno bene che un quarto di talento, stando sotto i riflettori, luccica come uno intero, ma da vicino è sempre un quarto di talento, un talentuccio. Tu puoi solo pensare che tutto sia in vendita, infatti hai risposto fuori dal merito del post, ferito nel tuo amor proprio. Non ti ci raccapezzi che il mondo è spietato ma non è solo quella schifezza che accetti tu. Vabbè, sei ingenuo ma magari puoi migliorare.. ma Bataille a cena dove lo porti? Alla solita riunione del Rotary? E vedi che mi sto trattenendo perché, non volermene, malgrado i tuoi sforzi non so tu chi sia.

  30. Luca Antinori scrive:

    Appunto. Il mondo è vario. E l’indole totalitaria per via speculare del tuo messaggio non poteva tenerne conto (il messaggio, non te, non confondo gli uomini e i loro singoli post). Le persone che citi (con l’eccezione della Weil) dovettero attraversare tutta la merda del loro tempo per diventare grandi. Cioè fare esperienza del mondo senza diventare delle merde. Ma negarsi all’esperienza, non permettersi mai di sbagliare, non mettere a prova (e dunque escludere) il proprio libero arbitrio significa commettere quell’atto totalitario innanzitutto contro se stessi. Significa rimanere (per un presunto amore di purezza) al di là del guado. Come diceva un brutto brano pop, san Francesco si diventa.

  31. Luca Antinori scrive:

    scusami: volevo scrivere “al di qua del guado”.

  32. Luca Antinori scrive:

    Ancora io, Maurizio. Scusami, alla fine, non ti volevo ferire. Mi sembra che tu ti sia offeso, e davvero, non volevo offenderti, sono stato troppo sarcastico. E’ che a leggere tutti questi commenti (il tuo in finale) mi son girate un po’ le palle. E cioè:

    Siete forse prima andati a chiedere spiegazioni a Inge Feltrinelli su come gestisce le sue librerie?
    Siete forse prima andati da Gian Arturo Ferrari a chiedergli come ha gestito il Premio Strega mentre era a capo della Mondadori?
    Siete forse andati a chiedere conto a Pietro Citati su come ha colonizzato per anni (tra l’altro autoplagiandosi in diverse occasioni) le pagine culturali dei più importanti giornali italiani?

    No. Rompete il cazzo a Raimo perché ha bevuto un bicchiere di tè da Mondadori e poi ha pure criticato l’iniziativa. Ma se non ci andava, come la criticava? L’etica delle persone non sta in chi frequentano, ma in come si comportano e nel profilo che hanno in tutte le situazioni in cui si trovano. E’ quello che chiamavo fare esperienza.
    Il quale Raimo po (a differenza di quanto farebbe una Inge Feltrinelli o un Gian Arturo Ferrari) tra l’altro si prende pure la briga di rispondere.

  33. marco mantello scrive:

    Ministero della propaganda

    Ci sono dentro, ci siamo dentro tutti
    nè colpevoli nè innocenti siamo tutti qui
    e alla fine sono io, il diverso fuori
    e li cambierò a colpi di padre eterno
    ritrovandomi cambiato dall’interno
    dai loro prossimi albergatori.
    E si d’accordo nessuno è puro
    come i calici di quei liquori
    che stillano nitida la mia presenza
    rmarcata sopra al tavolo che conta
    in un finto reportage della denuncia.
    II ricordi del tempo che fu
    e che non è più l”interferenza e
    la perenne mediazione
    di chi ciancia di se stesso alla passione
    delle parole scadute. Non c’ è nessuno.
    Nemmeno un Giuliano Ferrara. Messo a digiuno
    che possa credere al Lei e al Tu
    a uno sfracello di pensieri uguali, aziendali
    dentro un deserto pieno di gobbe
    abbandonati a un dio pari al potere
    e ai figli storpi dei loro Giobbe
    ciascuno crede alle cose che vede
    restando dentro alla sua realtà
    perché è dal dubbio che nasce la fede
    e la certezza dell’identità

  34. marco mantello scrive:

    La rimando, c’era qualche refuso ….

    Ministero della propaganda

    Ci sono dentro, ci siamo dentro tutti
    nè colpevoli nè innocenti siamo tutti qui
    e alla fine sono io, il diverso fuori
    e li cambierò a colpi di padre eterno
    ritrovandomi cambiato dall’interno
    dai loro prossimi albergatori.
    E si d’accordo nessuno è puro
    come i calici di quei liquori
    che stillano nitida la mia presenza
    rimarcata sopra al tavolo che conta
    in un finto reportage della denuncia.
    I ricordi del tempo che fu
    e che non è più. L’interferenza e
    la perenne mediazione
    di chi ciancia di se stesso alla passione
    delle parole scadute. Non c’ è nessuno.
    Nemmeno un Giuliano Ferrara. Messo a digiuno
    che possa credere al Lei e al Tu
    a uno sfracello di pensieri uguali, aziendali
    dentro un deserto pieno di gobbe
    abbandonati a un dio pari al potere
    e ai figli storpi dei loro Giobbe
    ciascuno crede alle cose che vede
    restando dentro alla sua realtà
    perché è dal dubbio che nasce la fede
    e la certezza dell’identità

  35. marco mantello scrive:

    In soldoni: questo post rischia di essere la solita, stantia rivendicazione del proprio esserci, con la propria diversità nonostante tutto, e dissimula un desiderio represso di contare qualche cosa, in ambito editoriale, non si può fare un post sulla Mondadori parlandomi di Gallizio e di se stessi al quadrato e dei propri amici che collaborano di qua e di là, tu non sei la Mondadori, Christian, e la Mondadori non ti verrà a mai a chiedere nulla, mi sto stancando di questo sito, e di nazione indiana, e di tutto questo mondo di narcisisti che si ripete nei suoi rituali di appartenenza, inappartenenza, nelle sue gradazioni di purezza e non purezza, nel suo realismo fuori dalla realtà. Mi spiace ma sono saturo, basta.

  36. christian raimo scrive:

    Marco, non utilizzerei questo blog per dirti delle cose che ti direi al telefono.
    Ma prendo questi termini: “solita”, “stantia”, “dissimula il desiderio represso di contare qualcosa”, “il mondo di narcisisti”, “i rituali di appartenenza”, “il realismo fuori dalla realtà”. Non mi riconosco in nemmeno uno di questi.
    Forse non sono trasparente a me stesso.
    E tu riesci a vedere oltre le mie intenzioni e di molti di questi interlocutori.
    Non vedo quello che tu vedi.

  37. marco mantello scrive:

    Si appunto, è questo il problema, che non vediamo le stesse cose, e i telefoni alla lunga. costano

  38. Luca Antinori scrive:

    Caro Mantello,
    veramente, la prenda come la semplice opinione di un lettore.
    Se il suo duro-e-puro le fa produrre versi della qualità di quelli che ha messo qui, mi tengo centomila volte l’Eugenio Montale impiegato del “Corriere della Sera”.
    E se pure vuole prendere uno dei meno integrati dei nostri poeti, ma si immagina che rottura di palle se Dino Campana avesse fatto ruotare tutti i “Canti orfici” intorno al problema che Papini e Prezzolini gli avevano perso il manoscritto originale?
    Magari i suoi intenti sono anche nobili (a me sembra un po’ accecato dal fanatismo, ma posso sbagliare e se sbaglio avrò preso un abbaglio e avrò giudicato male mi dispiace) ma la letteratura è veramente un’altra cosa, fa un’altra cosa, si occupa di un’altra cosa praticamente da millenni.
    Faccia politica attiva, allora. Faccia giornalismo di denuncia. Faccia politica editoriale. Ma lasci stare la poesia e la letteratura.
    La letteratura scandaglia il cuore dell’uomo. Lei mi sembra (in versi forse ancora di più che nel siparietto Sandra-Raimondo con Raimo) più interessato agli slogan e agli scazzi tra amici.

  39. marco mantello scrive:

    Ah ecco certo, mancava anche il critico letterario che ti da del lei e ti chiama per cognome…

  40. marco mantello scrive:

    …La letteratura scandaglia il cuore dell’uomo.

    Sulle sentenze, sul cuore dei giudici e le loro vicinanze c’è una bella canzone di De Andrè

  41. Luca Antinori scrive:

    peccato allora che lei sia niente cuore e tutto vicinanze

  42. marco mantello scrive:

    Siamo passati a Marzullo, certo è così. E i sogni aiutano a vivere.

  43. Adriano scrive:

    Solo l’ascolto può contrastare la velocità delle immagini.
    La lettura consuma tempo, e tempo non ce n’è più.
    Io punterei sugli audio-libri, almeno li mettiamo nell’Ipod.

  44. Mi sono permesso di linkare l’articolo sul ns forum-lab letterario. L’argomento è molto interessante e l’articolo di Chistian fa molto riflettere.
    http://www.pescepirata.it/aspiranti_scrittori/viewtopic.php?f=75&t=1347

  45. Il fu GiusCo scrive:

    Vendere le proprie cose sull’ Apple Store, come applicazione per iOS, rende il 60% pulito. Inoltre Apple mette a disposizione da dieci giorni iBooks Author per fare da se’ e arriva anche a fornire codice ISBN per i formati ibooks. Lo stesso materiale puo’ poi essere prodotto e distribuito sotto altri formati, in Android e Amazon per Kindle. Non si cedono diritti d’autore a nessuno, ne’ primari ne’ secondari.

    Il futuro prossimo e’ il ridimensionamento dell’editoria classica, dei middlemen alla camera cafe’. Voi letterati di mestiere dovrete proporvi come editor indipendenti e aiutare la committenza a partorire quel che poi pubblichera’ da se’. In questo senso, le tartine Mondadori sono ancora piu’ umilianti per la giornata spesa in riunione.

    Aprire una srl di servizi, ora, e’ possibile con un euro di capitale e non servono notai, ne’ burocratici ne’ alla soglia della cittadella: per fare “filtro” non occorre la patente in forma salario al minimo, occorre fluttuare nel libero mercato (vastissimo) e crearsi la propria nicchia senza dar retta a pachidermi imbolsiti in giacca, cravatta e aperitivo aziendale.

  46. Sonia scrive:

    Per me è invece allarmante che su questo blog (sui blog letterari in generale) si attraggano più discussioni sulle questioni editoriali che su quelle letterarie.

    Forse perché son tutti un po’ aspiranti scrittori o scrittori-manager-di-sé-stessi (come gli orizzonti evocati dagli ultimi messaggi sembrano far intravedere).

    Ma essere interessati quasi più al medium che al messaggio non realizza le teorie di McLuhan ma quelle appunto del Capitale. Che è il maggiordomo della Tecnica.

    Non credo di essere ingeua o stupida a dirvi che, ancora oggi, la mia (voglio sperare) non inumanità la sento garantita nel ritrovarmi nelle pagine di Anna Karenina o dell’Ulisse che non in questi discorsi.

    E’ anche vero che anche il mio (come il vostro) è un messaggio su questo tema. E’ vero. Però è un messaggio di paura. Non ho paura di questi discorsi, ma della loro incredibile popolarità nell’ambiente della Rete.

  47. christian raimo scrive:

    Sonia: Bernhard, Hadot, Mari, ce ne hai per il tuo giusto feticismo delle lettere.

  48. Sonia scrive:

    Ok, hai ragione. E’ vero. Grazie.

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  1. […] comincio a pensare. Qualche settimana fa, per esempio, ha fatto il giro della rete (letteraria) un post dello scrittore Christian Raimo, dove si racconta della convocazione da parte di Mondadori di alcuni […]

  2. […] molto basso e vendendo direttamente sul mio sito web personale? Mi era sfuggito questo lungo articolo di Christian Raimo dal titolo eloquente che risale allo scorso 6 febbraio e che esorta a riflettere […]

  3. […] sta succedendo la stessa cosa, l’intermediario si avvia a scomparire. Di questo, e non solo, ha scritto Christian Raimo in un pezzo il cui titolo questo mio post omaggia e […]



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