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A proposito di questa cosa chiamata lavoro intellettuale

di Federica Sgaggio

Il lavoro si paga. Questo non si discute.
L’affermazione è logicamente e moralmente incontestabile, e in effetti non risulta che il cosiddetto governo tecnico o la Confindustria abbiano mai mosso eccezioni.
Tutti, però, siamo consapevoli – per averlo vissuto anche in prima persona – che nella realtà della nostra vita quotidiana quest’affermazione è smentita molto spesso dai fatti.
Sul tema della retribuzione del lavoro intellettuale, poi, si è cominciato a ragionare e a confrontarsi già da tempo, e – recentemente – anche sulla scorta delle riflessioni promosse dai Tq intorno alle questioni dello statuto identitario del lavoratore intellettuale, e della promozione della dignità e dei diritti (anche retributivi) dei lavoratori editoriali.

Un paio d’anni fa, interrogandomi sulla deriva della mia professione per così dire «storica» – quella di giornalista dipendente, interna a una redazione – mi sembrò di cogliere l’esistenza di un nesso (non saprei se di causalità o no, ma propenderei per un no) fra il depauperamento del ruolo dei giornalisti «interni» e la contemporanea superfetazione di quello dell’«intellettuale esterno», chiamato a commentare, spiegare, raccontare, definire, argomentare in editoriali e articoli di fondo alcuni dei fatti salienti della nostra vita collettiva, e non necessariamente culturale.
Quasi nessun giornale, insomma, permette che a commentare i fatti siano i giornalisti a cui paga uno stipendio: quei giornalisti sono sempre più spesso chiamati a fare desk, a diventare invisibili, a fare opera di carpenteria intellettuale, di modo che siano costruiti cornice, travature e supporti materiali (il disegno delle pagine, la scelta delle foto, la titolazione, e un’infinità di altri adempimenti) al lavoro di altri, che – non giornalisti professionisti, ma magari intellettuali diventati pubblicisti in virtù dei loro pezzi di commento usciti sui giornali – a quel punto costruiscono l’edificio vero e proprio: le solette, le pareti, i pavimenti e i tetti.
La linea del giornale viene interpretata da loro; e la «casa-giornale» ha colori e volumi che, collettivamente, i collaboratori intellettuali hanno concorso a definire.
L’«intellettuale esterno» chiede e ottiene il pagamento del suo pezzo di analisi (cosa che l’economia di mercato non consente di contestare), e viene autorizzato a credere che produrre commenti sia un lavoro con un suo autonomo statuto professionale, o – al più – una delle multiformi declinazioni della sua complessa professionalità, che si esprime nello scrivere e pubblicare libri propri, nel curare l’editing di libri altrui, nel promuovere iniziative culturali, nell’assumere il ruolo di conferenziere, di presentatore, di docente.

Questo comporta la conseguenza che i giornalisti si sono trasformati in schiere di papà Geppetti che lavorano coi chiodini e il martello, e se proprio vogliono poter sperare di tornare a scrivere un’analisi sul loro giornale devono prima conquistarsi l’identità di «intellettuale» altrove, fuori dal giornale; e a quel punto, forse, se ne riparla (o forse anche no, perché se sei voluto diventare «intellettuale» adesso puoi pure fare l’intellettuale fuori di qui, grazie, perché i nostri intellettuali di riferimento ce li abbiamo già).
Questa conseguenza non pare rilevante quasi a nessuno. E di questi tempi, d’altra parte, mi rendo conto che è difficile sostenere le ragioni dei giornalisti…

Secondo quel che vedo, però, c’è un’altra conseguenza su cui ha senso riflettere, e sottende la questione relativa alla definizione di «lavoratore intellettuale».
In cosa si sostanzia il lavoro intellettuale? Quando il lavoro intellettuale è lavoro stricto sensu, e quando – invece – rappresenta un’attività finalizzata alla costruzione di un’identità-immagine di sé come «lavoratore intellettuale»? Dove collochiamo il confine fra l’uno e l’altra? In quale misura un «lavoratore intellettuale» opera in una sfera semplicemente relazionale o conviviale che, al di fuori di ogni quantificabilità mercantile del suo specifico apporto professionale, contribuisce a fare di lui l’intellettuale che è?

Io sono ragionevolmente certa che un «lavoratore intellettuale» abbia totale necessità di vicinanza, scambio e confronto continuo con altri esseri umani, intellettuali e non.
È solo attraverso la relazione e lo scambio che un intellettuale può ritenersi in movimento. È solo incamminandosi su un sentiero aperto alla penetrazione delle idee e delle intuizioni altrui che si può creare la possibilità di contaminazioni e di fecondità.
Anche questo mi pare un dato di fatto incontestabile sul quale nemmeno il governo tecnico potrebbe dissentire, anche se – immagino – nessuno di noi lo interpellerebbe sul punto.

Tutti sappiamo quanto possa essere difficile mantenersi con un lavoro intellettuale. Le cose funzionano meglio, in genere, se il lavoro intellettuale preminente è un lavoro strutturato; se si è insegnanti, per esempio; o se si è dipendenti di un qualche datore di lavoro del settore.
Ma funzionano ancora meglio – e in molti casi, splendidamente meglio – se il prezzo del proprio lavoro è aumentato dal sovrapprezzo del proprio brand.
Una borsa di Vuitton, un abito di Armani o un foulard di Hermès valgono certamente per il materiale di cui sono fatti e per la quantità di lavoro che vi è stata impiegata, ma anche per il brand che vi è impresso. Sappiamo tutti che il gioco del mercato esige la capacità di creare una chiara identità di marchio; e a questa legge non sfuggono nemmeno le professioni intellettuali.

Ora.
Eravamo partiti dalla considerazione lapalissiana secondo cui il lavoro va pagato.
A questo punto sono in condizione di fare una domanda: a quali condizioni, l’attività di un intellettuale va pagata?
In prima approssimazione, credo di poter dire che l’attività di un intellettuale vada pagata quando si configura come prestazione lavorativa.
Incontrare «colleghi» che discutono di temi di interesse comune è «lavoro» o costruzione di relazioni, di vicinanze, di percorsi? È professione o costruzione di me come intellettuale (o come brand, se uno ci tiene)?
Partecipare a un seminario che per qualunque motivo mi pare interessante è «lavoro» o costruzione di me come intellettuale?
Scambiare opinioni e pareri, ascoltare, confrontarmi, vedere «colleghi» che mi raccontano esperienze diverse dalle mie, stringere relazioni umane e forse anche professionali con loro è «lavoro» o costruzione di me (come persona, come «intellettuale» o come brand, se – ripeto – uno ci tiene)?
Sentirsi motivati, dopo l’ascolto degli altri, a parlare di sé, a dire delle proprie esperienze, a discutere, a controbattere, a ragionare ad alta voce, a costruire reti che non siano necessariamente strategicamente rilevanti per l’incremento della propria fama e del proprio reddito, a mettersi in relazione con gli altri, è «lavoro intellettuale»?

La mia idea è che questo non è «lavoro».
Questo è l’espressione di un universo che col «lavoro intellettuale» necessariamente convive, ed è l’universo dello scambio delle idee, senza il quale nessun lavoro intellettuale si rende possibile.

Ha dunque senso ritenere che fra le prestazioni professionali di un lavoratore intellettuale vadano incluse la sua presenza, la sua eventuale attenzione, l’auspicabile implicazione del suo pensiero e il suo non obbligatorio ricorso alle parole in un contesto comunitario e non commerciale?
Ha senso pagare un lavoratore intellettuale, quando si confronta liberamente con altri, senza che gli si presenti nemmeno il vincolo di strutturare un proprio intervento su un tema specifico?
È ragionevole supporre che fra le «buone pratiche» del «mercato» del lavoro intellettuale (mi scuso per le virgolette, ma ci sono alcune denominazioni con le quali mi trovo in difficoltà) ci sia la retribuzione della presenza di un intellettuale per il solo fatto che egli c’è, e magari (se ci tiene) porta il suo nome e il suo corpo come insegne del suo «brand»?

Non avrebbe più senso immaginare che le occasioni che ho definito comunitarie siano ciò a cui il mio reddito di lavoratore intellettuale mi rende possibile partecipare, come attività volontaria e non mercantile?

Non sto parlando dei rimborsi spese, che meriterebbero altro tipo di riflessioni a cui faccio qui solo un breve cenno: per esempio, a me e chissà a quanti altri è capitato di partecipare un’infinità di volte, anche dietro invito, a incontri, riunioni, reading e conferenze anche ben distanti da casa mia, senza aver chiesto nemmeno il rimborso dei biglietti del treno o dei pernottamenti; ma questo accade quando c’è un interesse autentico nelle cose che si fanno, e per quelle cose si vive una passione; e quest’interesse ognuno lo spende legittimamente – insieme ai soldi veri e propri! – nelle iniziative che più gli vanno a genio (o, magari, meglio gli consentono di definirsi «brand»).

Mi rendo conto che non aver mai chiesto nessun rimborso e nessun pagamento – e, anzi, avere spesso insistito affinché le associazioni o i gruppi che organizzavano gli incontri tenessero per sé, a scopi di autofinanziamento, qualunque cifra potessero aver pensato di destinarmi – potrebbe avere autorizzato una lettura di me come donnina naif di scarso profilo intellettuale.

Dice: ma tu hai uno stipendio, e questo ti dà la possibilità di fare la generosa.
Sì, prendo uno stipendio. Ma questo non mi dà di per sé la possibilità di fare la generosa: un po’ perché, come diceva sempre mia nonna, «ognuno conosce i fatti suoi»; un po’ perché nel momento in cui ci si definisce «lavoratori intellettuali» bisognerebbe aver chiaro il fatto che è grazie al «lavoro» intellettuale – dipendente o no – che ci stiamo mantenendo.
Se con il lavoro intellettuale non riusciamo a mantenerci, forse sarà il caso di ammettere che quel che facciamo non è un «lavoro» intellettuale.
Obiezione: non è colpa nostra se ci pagano troppo poco; se dai libri non ricaviamo abbastanza per vivere; se i nostri contratti co.co.co o come si chiamano o si chiameranno d’ora in poi ci fanno arrancare.
Vero. Giusto.
Però, cionondimeno, la distinzione fra i momenti in cui facciamo lavoro intellettuale in senso stretto e i momenti in cui operiamo in una sfera relazionale e conviviale, al di fuori del nostro specifico apporto professionale, dovremmo poter continuare a vederla.

Altrimenti, tutte le parole d’ordine della nostra alterità al sistema cozzano contro il muro di una contraddizione che a me pare esplosiva: siamo contro le logiche del mercato editoriale, che premia la quantità a discapito della qualità (oh, quanto avrei da dire su questo), e poi però chiediamo che quando si tratta di noi la qualità venga data per scontata, a tal punto che riteniamo giusto sempre e comunque venir pagati.

(Le riflessioni qui sopra nascono a margine del fatto che insieme ad altri sto organizzando, col patrocinio dell’ambasciata irlandese in Italia, la seconda edizione dell’Italo-Irish Festival Exchange, e sulla questione del rimborso e/o pagamento mi sto interrogando molto seriamente. Non solo perché mi rendo conto della difficoltà di organizzare incontri non avendo a disposizione nient’altro che se stessi, le proprie idee, un gruppo di amici, e i propri conti correnti in rosso; ma anche perché le vedo collegate al tema del «brand» su cui da tempo esercito i miei neuroni un po’ naïf).

Commenti
6 Commenti a “A proposito di questa cosa chiamata lavoro intellettuale”
  1. azzurra d'agostino scrive:

    mi sa che l’intellettuale lo fa chi se lo può permettere.

  2. chiaradavinci scrive:

    Io mi sono un po’ persa nel mezzo, ma leggendo l’introduzione e la conclusione mi sento di distinguere, per quanto riguarda le manifestazioni culturali, tra pagamenti e rimborsi. Quando mi invitano a parlare in pubblico è raro che chieda un pagamento, ma do per scontato che ci sia un rimborso per le spese che sostengo. Altrimenti sembra una di quelle lettere che spedivano a mio padre negli anni Ottanta in cui gli dicevano di aver vinto il primo premio a una lotteria a cui lui non aveva giocato, ma per riceverlo doveva comprare una batteria di pentole.

  3. giulio savelli scrive:

    “Se con il lavoro intellettuale non riusciamo a mantenerci, forse sarà il caso di ammettere che quel che facciamo non è un «lavoro» intellettuale.” Giusto. Io distinguerei “attività” da “lavoro”. E “intellettuale” da “professionale”. Di solito viene retribuita l’attività professionale, a prescindere dal fatto che sia o meno, e in che misura, “intellettuale” (calzolaio, giornalista, medico, professore, maestro di sci ecc.). Poi c’è chi vende il proprio brand, ed è anche questa un’attività professionale, che può essere variamente intellettuale o non esserlo affatto (per es. Vittorio Sgarbi). Direi che si tratta di marketing (dunque commercio) di quel bene che sostanzia la società dello spettacolo. Poi c’è l’attività intellettuale, cioè pensiero originale e creazione, che è propria dell’essere umano e non prevede di essere lavoro né di essere retribuita. Il problema, mi pare, è che ci sono attività professionali assai poco remunerative ma congeniali all’attività intellettuale, e questa risulta soffocata in mancanza di un reddito decente. Quindi: come far convivere l’attività intellettuale con un ambiente sociale “ostile”? Questo, mi pare, il problema.

  4. Paolo Cingolani scrive:

    La lunga, impacciata riflessione potrebbe essere ben zippata nell’universale – nel senso di trasversale a tutte le categorie professionali – sintetica locuzione: “prima vedere cammello”.

  5. Chandan scrive:

    Trovo questo aitrcolo di Costanzo Preve estremamente interessante, e8 quasi scontato sottolinearlo, e largamente condivisibile, ma non del tutto, per lo meno dal mio punto di vista.Prima di entrare nel merito, perf2, una doverosa premessa. Considero Preve uno dei pif9 lucidi e intelligenti pensatori contemporanei, cosec come Barcellona e anche Tronti (senz’altro pif9 ortodosso rispetto ai primi due), autori di quella famosa lettera che ha dato lo spunto allo stesso Preve per questo suo intervento. Il sottoscritto sta a questi intellettuali (veri, non da salotto) come una mosca ad un elefante, e nei confronti di quei filosofi di cui si accinge in modo ultra sintetico, rozzo e immodesto a commentare alcuni passaggi del loro pensiero, come una pulce a dei dinosauri .Cif2 detto, azzardo qualche riflessione. Vado per punti.Intanto condivido del tutto l’opinione di Preve su Hume, che e8 il vero e principale teorico della concezione borghese del mondo. Hume infatti scarta completamente l’idea contrattualistica (Hobbes, Locke, Rousseau) che sarebbe alle fondamenta della nascita della societe0 civile (leggi “borghese”, nella lettura humiana) cosec come, nello stesso tempo, le soggettivite0 potenti, autorevoli, progettuali (da un punto di vista sia politico che etico) rappresentate dalle filosofie kantiana e soprattutto in seguito hegeliana (e8 una mia interpretazione ma la vedo cosec). E lo fa per una ragione semplicissima e cioe8 che queste istanze etico-politiche , in particolare l’Imperativo Categorico kantiano e l’Autocoscienza hegeliana (mi fanno ridere le femministe che hanno mutuato e volgarizzato il concetto di autocoscienza hegeliano applicandolo ai loro ridicoli circoli, per poi considerare il suo ispiratore filosofico come il massimo dell’empiete0 maschilista, lasciamo perdere va, che e8 meglio…) avrebbero potuto (e cosec e8 senz’altro, dal mio punto di vista) rappresentare un freno all’espansione illimitata della concezione individualistico-utilitaristica, che e8 il fondamento dell’ideologia borghese capitalistica, fino addirittura ad arrivare a rivendicare la supremazia dell’elemento politico su quello economico; concetto assolutamente insopportabile per la concezione capitalistica del mondo in tutte le sue diverse salse.Non solo. Questa stessa concezione utilitaristica, secondo Hume, appartiene allo stato di natura, ne9 pif9 e ne9 meno che la sessualite0 o la religione. Qualsiasi tentativo di eradicare queste ultime o anche solo di modificarle-trasformarle, e8 destinato a naufragare. Non dimentichiamo che Hume e8 stato anche definito, non a caso, come “il grande scettico”, e pur tuttavia egli stesso riconosce all’afflato religioso quella dimensione ontologica che successivamente Hegel ha in qualche modo “storicizzato”, inserito, anche se non del tutto all’interno della dimensione storica (filosofia della storia). Quella stessa dimensione che, con un’analisi infinitamente pif9 puntuale e approfondita di quella del sottoscritto, riconosce anche Preve (e gli intellettuali firmatari di quella lettera).E qui arriviamo ad un altro nodo fondamentale (e anche in questo caso sottoscrivo l’interpretazione di Preve) . A mio parere, sebbene Marx fosse un ateo nel senso “feuerbachiano” del termine, il suo materialismo, proprio perche9 figlio della dialettica hegeliana, non partiva da presupposti rigorosamente ateistici (non certo perche9 essere atei sia un colpa, sia chiaro, e8 solo una constatazione). Infatti il presupposto scientifico a cui faceva riferimento Marx non era quello “asettico”, scientifico in senso classico, matematico, freddo, e filosoficamente libero da “valori morali”, ma affondava le sue radici nella concezione hegeliana e prima ancora fichtiana della Storia e dell’Essere. Non a caso la categoria filosofica centrale in Marx e8 quella di “alienazione” che si inserisce idealmente, volendo semplificare fino all’inverosimile, all’interno di un percorso e di una tradizione filosofica antichissima che va da Platone a Hegel, passando naturalmente per Spinoza e Kant.Da questo punto di vista il Marxismo (mi riferisco al pensiero di Marx, non alle sue declinazioni operate prima dalla Seconda e poi dalla Terza Internazionale), cioe8 la filosofia della prassi, concepita come processo di trasformazione dello stato di cose presente, come superamento dell’alienazione, dello sfruttamento, della divisione in classi, della mercificazione assoluta degli esseri umani a cui conduce inevitabilmente il capitalismo (mi sembra che la realte0 attuale dimostri, da questo punto di vista, l’attualite0 del suo pensiero), e contestualmente l’aspirazione alla giustizia sociale, all’eguaglianza, alla liberte0, al superamento delle contraddizioni, possa essere considerato come una filosofia che poggia le sue basi su delle istanze di tipo “umanistico” che anch’esse fanno parte a pieno titolo dell’”Essere” , cioe8 della dimensione ontologica dell’”Umano”, cosec come per Hume lo erano l’individualismo “borghese”, lo scambio delle merci (e la religione). Che poi ci sia una contraddizione in tutto cif2 e8 evidente ma probabilmente anche quest’ultima appartiene all’”Umano”, o alla stessa dimensione ontologica dell’”Essere”. Non chiedetemi di pif9 in tal senso perche9 non sarei in grado di darvi una risposta (e credo, sinceramente, che non moltissimi sarebbero in grado di darla), ne9 se sia possibile eliminare questa contraddizione.Si evince di conseguenza come la filosofia marxista affondi le sue radici in un retroterra filosofico di tipo “idealistico”, e ancor pif9 precisamente in quella che Hegel definiva la “coscienza infelice” della borghesia, o di una parte di essa (cioe8 la consapevolezza che lo sviluppo capitalistico e8 destinato inevitabilmente a produrre e a perpetrare diseguaglianza e ingiustizia e la necessite0 di un suo superamento) e che soltanto la sua “secolarizzazione” (figlia del positivismo, dello scientismo e delle necessite0 storico-politiche dell’epoca) ha voluto rendere conoscenza scientifica in senso classico, mescolando insieme conoscenza filosofica, conoscenza scientifica e ideologia (di cui Marx stesso era un critico feroce), fino a ridurre a dogma assoluto un pensiero e un approccio interpretativo, proprio perche9 “dialettico”, fondamentalmente aperto (anche al principio di contraddizione) . Poi e8 vero che al contempo il pensiero marxiano fosse impregnato di una visione teleologica e finalistica ma questo lo addebito alla sua lettura della dialettica storica e al fatto che anch’egli, nonostante il suo genio (come Hegel e come tutti gli altri pensatori) fosse figlio dei suoi tempi. Hegel perf2, pif9 “furbo” (e soprattutto, a differenza di Marx, non preoccupato di elaborare una filosofia della trasformazione…), si ferma al suo tempo e non va oltre, come fa invece Marx , che in questo caso (non essendo un inviato di Dio sulla Terra bensec “solo” una grande mente filosofica come altre ,poche,a quel livello, per la verite0) va incontro ad un errore strategico nel momento in cui crede di pre-vedere nel futuro la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico cosec come precedentemente era stato quello feudale e prima ancora schiavistico (quando in realte0 il sistema di produzione capitalistico si e8 dimostrato il pif9 potente fino ad ora). Mi fermo, da questo punto di vista, perche9 il discorso potrebbe diventare interminabile.Tutta questa improvvida e certamente maldestra filippica per dire che, per le ragioni che ho cercato di spiegare sopra) concordo con lo spirito che ha animato i firmatari di quella lettera e anche il commento successivo di Preve, sulla necessite0 dell’apertura o della riapertura di una discussione su temi che non possono essere ignorati, quali quelli della dimensione spirituale dell’”Umano” e dei cosiddetti valori non negoziabili”, che sono quelli della vita, intesa nella sua pif9 ampia accezione. Lottare quindi per il superamento dello sfruttamento, della diseguaglianza, dell’alienazione, della riduzione dell’essere umano a merce (mercificazione) non e8 e non puf2 essere in contraddizione con la lotta per il rispetto e la dignite0 della vita, in tutte le sue manifestazioni. E qui mi rendo conto che le nostre strade, lo strade di tutti intendo, non certo solo la mia o quella di altri amici o utenti del blog, ma veramente di tutti e di tutte, possono dividersi su tanti punti: eutanasia, aborto, eugenetica, uteri artificiali, adozione dei figli da parte di coppie omosessuali e via discorrendo. Sono certo che, liberi da condizionamenti e griglie ideologiche, ciascuno di noi ha sicuramente approcci differenti su ogni singolo punto, e sfido chiunque a trovare colui (forse solo i cattolici integralisti a tutto tondo) che abbia idee chiarissime e soprattutto certe nel merito.Aggiungo una nota. Anche l’ultimo grande filosofo di fama mondiale, cioe8 Gadamer, e8 arrivato a mettere in guardia contro l’”abuso della tecnica”, spingendosi addirittura ad affermare che “persino il fondamentalismo islamico costituisce una nicchia di resistenza contro l’abuso della tecnica e delle potenziali limitazione alla sete di onnipotenza nonche8 un segno della resistenza nei confronti dell’omologazione indotta dalla globalizzazione capitalistica e dalla cultura anglosassone”.Questo per dire che la scelta dei quattro firmatari, comunque pif9 che lodevole, in considerazione del contesto globale in cui e8 stata concepita e scritta e soprattutto della gran parte dei destinatari a cui e8 indirizzata (cioe8 il mondo della cultura “laica” e/o di “sinistra”), ha gie0 una autorevole strada aperta alle sue spalle.Parole, quelle di Gadamer (che certo non e8 un integralista religioso…), anche inquietanti, dure, se vogliamo, ma che indubbiamente fanno riflettere.Infine, un paio di note critiche all’articolo di Preve. La prima. Mi sembra di riscontrare nelle sue parole una sorta di nostalgia per una concezione “tradizionale” e molto “normativa” del concetto di famiglia. Sembra quasi, per lo meno stando a quanto scrive, che quella dei single o delle coppie gay sia una condizione “patologica”, il che mi sembra francamente esagerato e non corrispondente al vero. Non credo da tempo alla possibilite0 di definire una condizione “idealtipica” nell’ambito delle relazioni umane, affettive e sessuali e ribadire, come mi sembra che lui faccia, una sorta di primato quasi etico della famiglia “piccolo borghese normotipo” sia assolutamente fuori luogo. Felicite0 e infelicite0, sanite0 mentale o nevrosi, sofferenza psicologica o serenite0, solitudine o condivisione, amore o assenza di amore, non dipendono e non possono dipendere da una condizione affettivo-familiare che non puf2 certo essere codificata (quella “giusta” e quella “sbagliata” o “deviata”).La seconda. E’ vero che la Sinistra (anche quella con la S maiuscola) quando ha deciso di aprirsi a determinati temi, lo ha sempre fatto rivolgendosi al mondo cattolico. E’ una scuola che viene da lontano e non e8 un caso che un uomo come Vacca (ha ragione Preve nel definirlo un apologeta di Togliatti e del PCI) abbia appoggiato una simile iniziativa. Naturalmente, come ben sappiamo, esistono anche altre confessioni religiose, che hanno la stessa dignite0 e gli stessi diritti, per quanto mi riguarda, di quella cattolica. E’ quindi sbagliato privilegiare la Chiesa cattolica, da questo punto di vista. E’ pur vero perf2 che siamo in Italia, dove quest’ultima e8 larghissimamente maggioritaria rispetto a qualsiasi altra confessione. E siccome Tronti, Barcellona, Sordi e Vacca sono degli intellettuali, e8 verissimo (Tronti e Barcellona di notevolissimo spessore filosofico, Vacca e8 per lo pif9 uno storico) ma non hanno mai (giustamente, a mio parere) smarrito per la strada il senso della politica, e8 ovvio e conseguente (e figlio della ragion politica) che si rivolgano in particolar modo al mondo cattolico.Fabriziop.s. mi scuso con tutti/e per la lunghezza ma, come sapete e come ho ripetuto mille volte, la sintesi non e8 il mio forte. Ho provato a spiegarlo, senza successo, anche ad Al2011 (di cui non ho pubblicato l’ultimo commento perche9 era veramente troppo intriso di livore, aggressivite0 e anche una notevole dose di disprezzo), che mi/ci sfidava ad una ridicola quanto sciocca micro competizione da blogger…Se devo spendere energia e tempo, come ho avuto modo di spiegare, lo faccio per cif2 di cui vale veramente la pena, come e8 in questo caso la riflessione di Preve relativamente alla lettera di Barcellona e “compagni” (dovrei scriverlo senza in virgolette, in questo caso…:-) ).

  6. Paolo,
    perché mai «impacciata»?
    Perché senti la necessità di privare il mio discorso della sua credibilità? Di appallottolarlo come se fosse un’escrezione che tu ben avresti saputo sintetizzare in modi più ficcanti?

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