A scuola di scrittura con Sandro Veronesi (II parte)

La seconda parte dell’intervento che Sandro Veronesi ha tenuto durante un corso di scrittura creativa organizzato dalla casa editrice minimum fax.

di Sandro Veronesi

Il corso è un’occasione per sbarazzarvi di cosa lo sapete solo voi perché quello che viene qua a parlare non lo sa.
Sa che c’è un ingombro in ognuno di voi ma non sa quale, è l’occasione di farvi attraversare il più possibile da un flusso che è il flusso di questa persona che è venuta qua a dirvi delle cose. Magari viene qua a dirvi come bisogna mettere il punto e virgola. Potrei stare due ore a parlare del punto e virgola. E voi potreste annoiarvi, sbagliando. Perché io anche c’ho i miei ingombri, io anche piglio una strada che è quella che posso prendere. Però non è che se sto due ore a parlarvi del punto e virgola – ripeto: cosa che ho anche fatto, ci ho scritto un saggio sopra, sicché non sto scherzando – lo faccio per farvi del male, per farvi pensare che avete buttato i soldi, se li avete spesi, che avete speso per iscrivervi a ‘sta cosa. Perché in due ore qualunque sia il pretesto, una persona che viene ascoltata è molto probabile, statisticamente, che vi dica la cosa che avevate bisogno di sentirvi dire quel giorno. Non deve essere così fondamentale, né che vi cambi la vita per sempre però limitatamente a quell’esperienza, a quelle due ore, a quell’ora e mezza, la pagnotta, questo, anche parlandovi per un ora e mezzo del punto e virgola, se la guadagna. E voi ovviamente dovete accorgervene perché se invece sono io che mi devo preoccupare – voi siete pochi – ma ci sono delle scuole di scrittura dove ci sono 20-25-30 allievi – se io mi devo preoccupare di dire a ognuno di voi e fare con ognuno di voi la cosa risolutiva che vi sblocca e che vi dà… e no, non funziona, no.

Allora è vero quello che dicono i dilettanti e cioè che non si insegna a scrivere, che non si impara a scrivere, il che non è vero. È vero il contrario: si impara a scrivere e si insegna a scrivere. Si insegna tutto. E chi insegna non è detto che debba essere più bravo di quello che impara. Solo che chi insegna fa il suo e chi impara fa il suo. Se chi impara fa il suo, già siamo a metà dell’opera. Spesso chi impara non fa abbastanza la sua parte. Può benissimo capitare che noi ci vediamo al bar e chiacchieriamo e i ruoli non sono questi, ma qui sono questi, e questa che è un’impostazione di fondo che investe, come vi ho detto, fin dall’inizio, addirittura la natura della vostra passione, se è una natura professionistica o dilettantistica. E non c’è nulla di male se fosse dilettantistica. Non è che uno dive dire: eh, vabbè, io sono dilettante. No perché bisogna capire anche con quanta drammaticità uno si è posto o si è trovato addosso senza averlo nemmeno mai deciso l’obiettivo di scrivere e dunque di essere letto, e dunque di essere giudicato, possibilmente in modo favorevole, dagli altri. Bisogna vedere com’è nata ‘sta cosa. Bisogna vedere, appunto, quanti cazzi amari ci vogliono perché uno dica, vabbè, ritiro la bandierina dello scrittore, perché c’ho un problema troppo grosso adesso, e perché poi non posso, perché la mafia letteraria è troppo forte. Se invece ti va bene, con quello stesso atteggiamento che in un’opzione sfortunata ti farebbe arrendere di fronte alle difficoltà, siccome le difficoltà non ci sono, tu puoi andare, navigare, essere uno scrittore felicissimo. Felicissimo proprio nel senso del gesto. Io ne conosco – non mi chiedete nomi perché non li faccio – però io li conosco gli scrittori dilettanti, fortunati adesso, in un bel momento, ma sono persone che nel momento della difficoltà invece che smettere rincarano la dose e si fottono. Non hanno la difficoltà: buon per loro. Conosco altri scrittori, meno famosi forse di quelli dilettanti, che però si sono resi subito conto che qualunque cosa consegua alla tua vita quotidiana che finisce dentro la scrittura va vagliata e lavorata molto prima. Perché se tu hai un rapporto familiare, è ovvio che questo rapporto familiare finisce per formare quello che scriverai. Il disagio, quello che non funziona nel tuo rapporto familiare, con i tuoi genitori, con tua moglie, con i tuoi figli, finirà per formare in un modo o nell’altro quello che scrivi. Però c’è il rischio che dopo tu trasferisci sulla scrittura la soluzione del rapporto familiare. Se ti va bene il libro, perché lo pubblichi, perché viene anche apprezzato, rischi di non considerare più un problema familiare quello che è diventato addirittura la chiave del tuo successo. Ecco, allora: un professionista questo sbaglio non lo deve fare, perché è troppo fragile, lo capite, troppo fragile quello che costruisci. Ti appoggi su un problema, lo trasformi in soluzione senza avere toccato il problema, semplicemente perché nel contesto del tinello è un problema, nel contesto del romanzo non è più un problema, ma addirittura ti dicono bravo. Però sempre un problema c’è. Ci sono dei momenti in cui le cose sono veramente merdose, c’è poco da fare. Tanto più la pressione che viene dagli altri si fa forte e dolorosa, tanto più uno si deve dedicare ad arginare quella pressione. Perché se quella pressione uno si limita a deviarla sulla scrittura fa un gesto da dilettante. Ti affidi allo sbaraglio delle cose. Ora io non so quanti di voi vanno a fare la spesa al supermercato. Ci andate? Come vai a fare la spesa te? Dimmi come fai la spesa? Fai la lista della spesa.
studente: no.
Vabbè. Che fai?
studente: mah, prendo i prodotti. Generalmente poi alla fine diventa una cosa metodica, perché in linea di massima prendo sempre le stesse cose. Poi magari dai uno sguardo, c’è qualcosa in offerta speciale, dici, oggi, vabbè, mi concedo questo, lo metti là nel cestino, ma alla fine, non lo so, fai bene o male un resoconto di quello che ti può servire. Perché io ci vado due-tre volte a settimana a fare la spesa, quindi…
Però non fai la lista della spesa.
studente: non faccio la lista della spesa.
Vai sempre nello stesso posto?
studente: in linea di massima sì.
E però se ci sono le offerte speciali, le prendi, qualche volta.
studente: sì.
Allora, se io ti faccio su una lavagna che non c’è, ma ve la immaginate facilmente, ascisse e ordinate, c’è un 10%, c’è proprio una specie di curva gaussiana nel primo 10, da 0 a 100, nel primo 10 siamo nella parte bassissima della campana gaussiana. Poi c’è un 80 alto e poi c’è un 10. Allora che succede qui? Te sei qui, alla fine del primo 10, cioè te sei un pollo quando vai a fare la spesa. Ti pigliano. Coi tre per due. Ti chiappano. L’hai detto: poi me lo concedo… Ma te eri partito per comprarti delle cose che ti servivano e in parte quelle cose le hanno decise altri.
studente: le spiego, il discorso è un altro. Ogni supermercato ha la sua dinamica, nel senso che ogni volta che vai a fare la spesa sai che troverai un tipo di pasta in offerta, un tipo di caffè in offerta, eccetera. Tu alla fine raggiri loro, nel senso che tu, comprando le offerte che loro ti propongono, ti pigli le cose che ti servono al prezzo che vuoi tu.
Vabbè, diciamo allora che tu sei nella parte dal 20 al 90, quelli che fanno la spesa a ragion veduta. Però, la maggior parte delle persone che conosco io, compreso me, stanno qua, nel primo 10. Sono veramente grilli nell’uragano, fuscelli al vento. Poi c’è l’ultimo 10, conosco una persona, un ingegnere che c’ha la pianta del supermercato e prevede prima – sa tutto, dove sono i reparti – prevede prima il percorso che farà.
studente: ma esce una volta a settimana dal manicomio?
Sì, gli levano la camicia di forza e parte. Lui sta là. Sta nella cosa maniacale. Quindi non si accorge che c’è un’offerta vantaggiosissima, perché lui già ha deciso, la spesa l’ha già fatta a tavolino. Deve solo eseguire un gesto, risparmia tempo e tutto quanto, però se quel giorno imprevedibilmente c’è una roba che te la tirano dietro, lui non ci passa e non lo sa.
studente: al contrario di una signora con il volantino che alle otto di mattina sta là perché inizia l’offerta.
Succede anche questo. Tu hai detto una parola, hai detto, c’è una metodica che compensa la tua sprovvedutezza, – sei tu contro i geni del marketing, quindi è chiaro che sei sotto –la metodica ti dà un po’ di chance di resistere. Però la maggior parte delle persone che conosco io, degli artisti che conosco io stanno qua. Se scrivessero i romanzi come fanno la spesa… non andrebbe bene. Possono permettersi di far la spesa a cazzo. Perché così è fare la spesa a cazzo, come la faccio io, ma non possono permettersi lo stesso atteggiamento quando fanno un quadro se sono pittori o un romanzo se sono scrittori. La metodica se la devono inventare. Pure se sono le persone più scombinate di questo mondo quando sono a fare la cosa di cui sono professionisti, la cosa che potrebbero anche insegnare, lì la gaussiana si deve trovare al punto alto, non al punto basso. Perché se te fai un romanzo come fai la spesa, puoi essere Rimbaud, puoi essere Pynchon, ma non viene. Io quando vado a far la spesa non faccio altro che dare il mio contributo a linee produttive e di marketing di questi cazzoni che decidono come devo far la spesa io. Perché io non lo decido. Io sono in preda, in altre parole, all’ingombro che mi impedisce di prendere sul serio, come va preso, l’impegno di fare la spesa. È buona cosa farsi una lista, la lista della spesa.
studente: però anche i tetragoni della spesa sono passati attraverso la fase della sprovvedutezza.
Certo. Certo. Io non ti contraddico, per carità. Il problema è che nel momento in cui voi andate a un corso di fare la spesa, i famosi corsi creativi di fare la spesa creativa, vi insegnano a usare un criterio, poi dopo il criterio ve lo dovete scegliere voi. Però ci vuole un criterio. Io vado a fare la spesa quando non ho niente in casa, questo è il problema, che torno e non ho risolto i problemi che hanno determinato la vuotezza del mio frigorifero, perché non ho usato un criterio, perché non ho metodica, perché non ho esperienza e non ho intenzione di averla. Perché se avessi intenzione di averla, e l’avrò, perché cambiando vita dovrò anche avere una metodica nel fare la spesa, io dico, vabbè, all’inizio mi piglieranno, mi pizzicheranno, per 2, 3, 4 mesi con le offerte speciali di zerbini… mi ritrovo uno zerbino, ma io non lo volevo, uno zerbino… ma era in offerta, l’ho comprato, non so dove metterlo… per un po’ ci casco, ma dopo, io so di cosa ho bisogno, so di quanti soldi dispongo, so di quanto tempo dispongo.
Però se uno va al supermercato con la stessa frequenza con cui andrebbe alle bottegucce sotto casa, sarebbe meglio che al supermercato ci andasse una volta a settimana e basta, e portasse via tutto quello che gli servirà durante la settimana salvo le cose fresche che si comprano sotto casa.
Se voi scriveste come fate la spesa, ci sarebbe veramente d’andà alla scuola della spesa: lesson one. Perché di fare la spesa a cazzo potete anche permettervelo sebbene poi dopo tra gli ingombri ci saranno anche quelli economici, no? Che uno dice, però io devo guadagnare… e non pensate che magari quando andate là a fare la spesa buttate via ‘sti soldi che poi dopo non sapete come fare a guadagnare e che per guadagnarli dovete abbandonare la scrittura e questa è una buona scusa per dire, che cazzo, eh, vedi, però, non ci riesco. Cioè fare la spesa comunque bisogna farla bene. Il messaggio è questo. O la spesa la fa qualcun altro, con i soldi suoi. Però ora non funziona nemmeno più con i genitori. Ai miei tempi funzionava ancora, erano buoni tempi per rimanere il più possibile a carico dei genitori, ma ora già voialtri siete di una generazione in cui vi mandano fuori presto…
studente: magari.
Non vi mandano? E allora questa è una grande risorsa, quella di non doversi preoccupare …
Il dilettante, siamo sempre lì, vuole andare a vivere da solo. Il professionista dice no, io sto scrivendo un romanzo, poi quando avrò pubblicato il romanzo vado a cercare di vivere da solo, il lavoro, l’affitto, dopo m’incasino. Se vado a vivere da solo adesso, già faccio fatica così… certo non c’ho la mia casa, c’ho la mia cameretta come quando avevo 14 anni, però, ‘sti cazzi, al supermercato ci va la mi’ mamma, insomma, di queste cose qua non me ne devo preoccupare. E è vero che viviamo in una società che ti spinge a considerare fico l’essere autonomi, e in un certo senso, alla fine di un percorso corretto, è fico essere autonomi, è necessario. Però è anche vero che se per te è molto più importante scrivere il romanzo e pubblicarlo che essere fico, perché comunque non puoi essere fico se non finisci ‘sto romanzo, allora stai a casa dei genitori. Ma chi te lo fa fare di andar via? Dice, ma non vado d’accordo… Ma vacci d’accordo, fa tutto parte del tuo lavoro per il romanzo, perché se no, allora vedi, c’hai i cazzi con i genitori, devi andar via, non c’hai i soldi, devi far la spesa, ti spennano, lo zerbino…

Vedete, io è questo che dicevo, tutta questa roba qua poi va a finire – voi non volevate parlar di questo – ma va a finire che rispunta anche nelle cose che scrivete perché vi porta via tempo, vi porta via soldi, vi porta via risorse, sono maniere con le quali voi affrontate la pressione che vi dà la vita e poi l’unico modo per digerirle, tutte queste cazzate, perché son cazzate, per non aver avuto il coraggio di dire: io sto scrivendo il romanzo. Non mi rompete i coglioni finché non ho finito questa missione non ce n’è per nessuno. Io son nato qua e resto qua in camera e mi date da mangiare come prima.

studente: Quando ti sei accorto di essere diventato un professionista?
Per me… la cosa più audace che ho fatto io, naturalmente non la vedevo così all’epoca, quindi è uno sguardo retrospettivo… è stato dopo la bocciatura del mio secondo romanzo scritto e presentato. Perché io m’ero preso del tempo dopo finito di laurearmi a Firenze in architettura, con anche una fortuna, cioè possibilità di lavoro subito… via da lì, a Roma, parassita più che potevo, scrivo, scrivo, scrivo e alla fine ce la farò. Primo romanzo, segato. Era ancora un residuo della vita, l’errore di portarsi appresso il manoscritto di quando eri giovane. La vuoi picchiare la capata? Va bene, capata. Allora, se ne fa un altro da capo, pirpim, purupum, parapà… BOM anche quello me lo rifiutano. Passato un anno io ne scrivo un altro. Lì è stato il momento – perché lì veramente puzzavo come il pesce marcio – perché ero proprio veramente… non guadagnavo una lira. M’ero distanziato dalle possibilità di guadagnare. M’ero distanziato anche da casa mia quindi non è che direttamente io pesassi sui miei genitori o almeno non sembrava, certamente poi è ovvio che in un modo o nell’altro ti aiutano. Però io cercavo di essere parassita di persone nuove, qui a Roma. Quindi io andavo a cena… non lo sapevano, ma tutte le sere andavo a cena da qualcuno, nessuno sapeva che questo era sistematico da parte mia, quindi tutti pensavano d’invitarmi a cena, così, invece io mi procacciavo tutti i giorni queste cose qua, un po’ perché non c’avevo i soldi, ma un po’ perché non c’avevo il tempo né la voglia d’andar al supermercato per fami gli spaghetti a casa mia… via gli spaghetti. Io devo scrivere ‘sto romanzo, se no qua mi tocca tornare a fare l’architetto. Allora il momento è stato quando la seconda bocciatura era già passata, volendo essere un dilettante, come scusa… per dire, io c’ho provato, cazzo, me n’hanno bocciati due ‘sti stronzi, mafiosi, son tutti che se non conosci quello… vaffanculo vado a fare l’architetto, sono imbufalito col mondo. E poi a scrivere il sabato e la domenica e riprovarci magari negli anni, lì invece fu proprio il caso di dire, no, porca troia, a me mi ci devon portar via col cellulare…. [risate] ora son qua e sto qua, e che cazzo! E ci riproviamo. E alla terza è andata. Però è lì che inconsciamente io ho stabilito, dovendomi sbilanciare, io sono un professionista, non sono un dilettante, non è che adesso il problema è che siccome non m’è andata bene, non me l’hanno accettato… il giocatore di poker professionista… badate che questi sono i modelli… il giocatore di poker professionista gioca tutte le sere. Te giochi una volta. Il professionista gioca tutte le sere. Quindi il professionista regge il bluff. Perché, ok, m’hai inculato, m’hai portato via 10 milioni in una botta sola, ma io domani rigioco, io me lo potevo permettere di vedere. Perché metti caso che bluffavi, mi pigliavo i 10 milioni miei. E vabbè, oggi ho perso, ma siccome gioco 360 giorni l’anno, è il mio mestiere, so come fare adesso per rientrare di questi 10 milioni che ho perso da te. L’altro che gioca forte, che è anche molto bravo, ma gioca una volta a settimana perché poi c’ha i bambini, la moglie, le cose, ecc. ecc., è cera nelle mani del professionista. Alla fine dell’anno quello che gioca per divertimento ci perde e quello che gioca per lavoro ci vince, per forza, è giusto. La sua forza sta nel fatto che lui lo fa tutti i giorni. Quando lo lascia la donna, c’ha un lutto, lo massacrano di botte, gli rubano la macchina, smette di giocare, finché non si rimette da ‘sta botta. Perché andare a giocare vulnerabile, nel fisico o nel morale, non se lo può permettere. Non è che dice, vabbè non voglio pensarci vado a giocare. Perché lì ti fanno ancora più male.
Se non sei lucido, se non sei forte, se non sei in grado di controllare quel poco che si può controllare, sia nel gioco d’azzardo che nella letteratura … perché ‘sto mito del controllo è un’altra cazzata, si controlla proprio poco. Però quel poco, dico io, cerchiamo di controllarlo. Se poi quel poco che si può controllare ce lo giochiamo con i problemi, dopo alla fine non controlli nulla. Però il professionista, sempre tra virgolette, nell’accezione che abbiamo impostato, sa, almeno sa, che lui tutti i giorni si espone a questo imprevisto che è la scrittura. Controlla quello che può controllare – è detto nel Corano: prega Allah, ma lega il tuo cammello. Ecco: te leghi il cammello, tutti i giorni, e preghi Allah, e qualcosa succede. Quando non puoi più permetterti nemmeno di legare il cammello perché rischi di legarlo male perché sei distratto, perché sei prostrato, perché sei frustrato… quando arrivi lì vai da tizio e dici, mi tieni il cammello, per piacere, perché io ho paura che non lo so più nemmeno legare…è meglio aspettare…

 
Commenti
Un commento a “A scuola di scrittura con Sandro Veronesi (II parte)”
  1. Matteo Bellesi scrive:

    …devo dire che “ascoltare” le parole di chi scrive è sempre interessante, io sono ancora un dilettante che sta inviando il mio romanzo in qua e in la sperando di non ricevere un no….credo in alcune cose: la disciplina, la fatica nello scrivere, la costanza, vedere nella scrttura un atto nobile di cui dobbiamo avere un gran rispetto. Grazie

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