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A sud di Lampedusa

In occasione della Giornata internazionale dei migranti pubblichiamo la postfazione di Stefano Liberti scritta nel marzo 2011 per la nuova edizione di A sud di Lampedusa.

di Stefano Liberti

Qualche anno dopo mi arriva una telefonata nel cuore della notte. «Mister, qui ci cacciano di casa»: dall’altra parte del filo c’è John, un ragazzo eritreo, la voce rotta dalla paura. Sono le tre del mattino, le quattro a Tripoli, da dove chiama. Nella capitale libica infuriano gli scontri. Le forze fedeli al colonnello Muammar Gheddafi cercano di arginare la rivolta esplosa pochi giorni prima a Bengasi, nell’est del paese. Sparano su chiunque protesti o partecipi a una manifestazione in città. Gli immigrati africani si ritrovano intrappolati nel conflitto. Non escono dalle proprie abitazioni, temendo di essere scambiati per i famigerati mercenari di cui si servirebbe il leader libico per reprimere il dissenso. Ma si aspettano comunque il peggio. «Il proprietario di casa ci ha detto di sgomberare entro tre giorni», mi dice John. «Non sappiamo dove andare».

Avevo conosciuto John poco più di un anno prima a Tripoli. Era il settembre del 2009. Gheddafi sembrava più saldo che mai al potere della Jamahiriya – «lo stato delle masse» in cui, secondo l’improbabile vulgata del regime, il colonnello non ricopre formalmente alcun incarico ma si limita a indicare la via al popolo, che esercita il potere direttamente attraverso vari comitati di base. Tripoli era colonizzata come sempre da immagini della «guida». La piazza Verde – il centro della città, sul lungomare – era occupata da un gigantesco palco su cui si dispiegava uno spettacolo di luci e colori. I fuochi d’artificio rimbombavano ovunque, illuminando a giorno anche il mare. Il regime libico non aveva badato a spese per festeggiare il quarantesimo anniversario della rivoluzione, ossia il colpo di stato con cui alcuni giovanissimi ufficiali guidati da Gheddafi avevano rovesciato re Idriss il 1° settembre del 1969.

La città era stracolma di presidenti e dignitari africani venuti a partecipare alla festa. Gli alberghi erano tanto pieni che il governo libico aveva affittato un’enorme nave da crociera per ospitare noi giornalisti invitati a documentare l’evento. Per di più era periodo di ramadan. Così le ore serali si rivelavano occasioni per una duplice celebrazione: l’anniversario della rivoluzione di Gheddafi e la fine del digiuno quotidiano. Di giorno Tripoli era più sonnacchiosa che mai; dopo il tramonto esplodeva invece con un fervore che non avevo visto mai in tutti i miei viaggi nella capitale libica. In una di queste giornate rallentate dal ramadan, andai a trovare John. Come molti altri eritrei ed etiopi, il ragazzo viveva nel quartiere di Gurji, a circa venti minuti di taxi dal centro città. Mi venne a prendere su una specie di cavalcavia dove mi aveva dato appuntamento e mi portò a casa sua: una stanza di quattro metri quadrati che divideva con un altro eritreo, due giacigli, uno specchio e una presa per ricaricare il telefonino. La sua stanza dava su un corridoio in cui si aprivano altre porte, tante stanze uguali alla sua che ospitavano altri migranti. John aveva un fisico minuto, un sorriso scopertissimo, da ragazzino. Aveva trent’anni ed era incastrato a Tripoli da ormai un anno e mezzo. Dopo aver riscaldato un po’ di tè, mi raccontò la sua storia. Era fuggito dall’Eritrea e da quella coscrizione obbligatoria virtualmente illimitata con cui il regime di Isaias Afewerki teneva sotto scacco la gioventù del suo paese. Aveva attraversato il Sudan ed era approdato in Libia. Qui si era messo a racimolare i mille dollari necessari per pagarsi il passaggio in barca a Lampedusa. Aveva contattato amici sparsi per l’Europa e per il Nordamerica. Quando era riuscito a mettere insieme la somma, si era imbarcato. Era il 28 giugno del 2009.

Dopo aver scandito quella data, John si fermò per riprendere fiato. Aveva parlato per dieci minuti senza interruzione, senza una pausa, trascinato dal suo stesso racconto. Poi, sorseggiato un po’ di tè, continuò, descrivendo la nuova tappa del suo viaggio, la traversata del mare. «La barca era stracolma: a bordo c’erano ottantadue persone, tra cui nove donne e tre bambini. Non c’era spazio. All’orizzonte vedevamo solo acqua. Dopo tre giorni in mare, abbiamo temuto il peggio: non sapevamo più dove eravamo. Con un satellitare abbiamo chiamato i nostri amici a Tripoli, che a loro volta hanno chiamato alcuni eritrei in Italia. Questi ci hanno ritelefonato chiedendoci le nostre coordinate satellitari per darle alle unità di soccorso italiane. Mezz’ora dopo è arrivata una barca grande, fiancheggiata da altre due barche piccole». John mi descrisse la gioia che si era diffusa tra loro, rappresentava con la voce e le mani la scena di giubilo con cui era stata accolta la nave. Mi raccontò poi che l’equipaggio li aveva fatti salire tutti e ottantadue a bordo dicendo che il loro calvario era finito, che erano fortunati perché li stavano portando in Italia, sarebbero potuti andare a Roma o a Milano. Ma poi erano passate varie ore e non si vedeva terra. E dopo un po’ John e i suoi compagni di viaggio avevano cominciato a insospettirsi. «I nostri amici, quando gli avevamo dato le coordinate, ci avevano detto che eravamo a trenta miglia da Lampedusa. Non potevamo metterci tutto quel tempo ad arrivare sull’isola». I loro sospetti si erano poi avverati quando avevano visto spuntare una barca più piccola libica. A quel punto avevano capito: gli italiani li avevano riportati in Libia, alla casella di partenza.

John era una delle più di mille vittime dei cosiddetti «respingimenti in mare» – la politica inaugurata nel maggio 2009 dal governo italiano e da quello libico: qualunque barca di immigrati intercettata nel canale di Sicilia veniva riportata in Libia e i passeggeri consegnati alle autorità, che li rinchiudevano poi nei centri di detenzione sparsi per tutto il territorio della Jamahiriya. John mi descrisse nel dettaglio quanto gli era accaduto dopo lo sbarco. I passeggeri erano stati divisi e trasportati in due diversi centri. Lui era finito a Zuwarah, che era riuscito a lasciare dopo un mese e mezzo sganciando duecento dollari a una guardia. Gli altri erano quasi tutti ancora nel campo: la legge libica non prevedeva un tempo di permanenza massima in questi centri. Diverse centinaia di eritrei languivano in quello di Misratah da più di due anni, senza nessuna prospettiva.

I respingimenti erano il fiore all’occhiello della politica di contrasto all’immigrazione clandestina del Ministero degli Interni guidato da Roberto Maroni. Da quando erano cominciati, erano cessati quasi del tutto gli arrivi a Lampedusa. Anche perché il canale di Sicilia era diventato un braccio di mare militarizzato, pattugliato non solo dalle sei motovedette che il governo italiano aveva concesso in regalo alla Libia, ma anche da una serie di navi militari della guardia di finanza, che avevano l’esplicito compito di riportare tutti indietro in Libia. John l’aveva provato sulla propria pelle: da quella porta non si passava più. Poco importava che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati avesse criticato apertamente questa prassi, perché rappresentava una palese violazione della Convenzione di Ginevra, che vieta di rimandare indietro potenziali richiedenti asilo in un paese terzo non sicuro. L’Italia era riuscita a fermare il flusso. O meglio a dare quest’impressione alla sua opinione pubblica angosciata e impaurita da anni di immagini televisive che mostravano gli sbarchi a Lampedusa come l’epilogo di un esodo biblico. La realtà era un’altra, ovviamente, e sempre la stessa da anni: il flusso via mare era solo una porzione minima di quella che viene definita immigrazione clandestina. La maggior parte dei clandestini arrivavano – e continuano ad arrivare – in aereo con un visto turistico che lasciano poi scadere. Quelli che viaggiano via mare lo fanno perlopiù perché nel loro paese non ci sono ambasciate a cui chiedere visti. O perché non hanno un paese di riferimento. Come appunto l’Eritrea, che considera l’emigrazione senza permesso un reato gravissimo da punire con i lavori forzati.

I respingimenti erano il corollario del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato dalla Libia e dall’Italia nell’agosto 2008 – e ratificato dal Parlamento quasi all’unanimità alcuni mesi dopo. Il Trattato riconosceva i crimini commessi dagli italiani durante la colonizzazione della Libia e stabiliva come forma di risarcimento il versamento di cinque miliardi di dollari in vent’anni. Ma a una condizione: che questi soldi fossero usati per pagare lavori infrastrutturali condotti da ditte italiane nella Grande Jamahiriya. Un gigantesco accordo economico, in cui il capitolo immigrazione giocava un ruolo centrale.

Le due parti si impegnavano infatti a «intensificare la collaborazione nella lotta all’immigrazione clandestina». E allo stesso tempo disponevano la realizzazione «di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche». Tale appalto, da coprire con soldi in parte italiani in parte europei, è poi stato affidato alla Selex, del gruppo Finmeccanica, per un importo di 300 milioni di euro. La paura dell’invasione diventava pretesto per fare affari e ragione ultima per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica italiana l’approvazione di un accordo molto vantaggioso per le nostre aziende private, che penetravano in modo prioritario un mercato lucroso e quasi vergine come era quello della Libia, paese ricco di liquidità ma povero di infrastrutture. «Avremo più petrolio e meno clandestini», aveva detto significativamente il premier Silvio Berlusconi in occasione della firma del testo, il 30 agosto 2008 a Bengasi.

Poco dopo la firma e la ratifica del Trattato, l’Italia e la Libia avevano implementato l’accordo per i pattugliamenti congiunti delle coste e avevano inaugurato la politica dei respingimenti. Il mare si era chiuso, la rotta era bloccata. Migliaia di migranti come John non avevano più modo di partire ed erano condannati a rimanere in una sorta di bolla perenne, in cui non potevano andare né avanti verso l’Europa né indietro verso l’Eritrea, dove sarebbero stati condannati pesantemente per la loro fuga. Per tutta l’estate e l’inizio dell’autunno del 2009 i respingimenti erano andati avanti senza sosta. Proprio mentre parlavo con John, un’imbarcazione con a bordo alcune decine di somali e di eritrei veniva rispedita indietro dalle pattuglie italo-libiche. La notizia correva di bocca in bocca nella comunità eritrea di Tripoli: qualcuno aveva avvertito con un satellitare. I passeggeri della barca erano stati trasbordati su una motovedetta libica. Ma per non rovinare i festeggiamenti della rivoluzione, questa non si era diretta verso la capitale, ma verso Zuwarah. John scuoteva la testa mentre mi traduceva in diretta le telefonate che ricevevano i suoi amici minuto per minuto. «Li stanno portando nel centro di detenzione. Ci sono anche alcune donne tra loro».

L’accordo con la Libia era la realizzazione più compiuta di una politica che negli ultimi anni era stata perseguita da tutti i governi italiani che si erano succeduti – e più in generale da tutti gli stati europei che si trovavano in una posizione di frontiera. La parola d’ordine era la solita: esternalizzare, delegare il controllo dei flussi migratori a stati terzi confinanti. Versare loro fondi, dotarli di tecnologie spesso militari, aiutarli a blindare le proprie frontiere: lo aveva fatto la Spagna con il Marocco e poi con la Mauritania e il Senegal man mano che le partenze per le isole Canarie scivolavano sempre più a sud. Lo aveva fatto a est l’Unione Europea con l’Ucraina, costruendo centri in quel paese e dotandolo di tecnologie per il controllo frontaliero. Lo aveva fatto la stessa Italia con l’Egitto e la Tunisia, con cui aveva negoziato accordi di rimpatrio per i cittadini tunisini ed egiziani che approdavano sulle coste. I respingimenti adesso erano l’upgrading della politica anti-migranti, solo una lieve forzatura nella progressiva chiusura dei varchi d’accesso alla «fortezza Europa»; un piccolo eccesso perché implicavano una violazione della Convenzione di Ginevra e perché riguardavano cittadini di paesi terzi.

A differenza degli altri stati frontalieri, la Libia aveva accettato di riprendersi tutti i migranti che partivano dalle proprie coste, rendendo possibile il respingimento indiscriminato di tutte le imbarcazioni nelle acque internazionali. Nonostante le proteste dell’onu, del Consiglio d’Europa, di quanti facevano notare che in Libia non erano garantiti i diritti delle persone rimandate indietro, la stessa Commissione Europea guardava con un certo interesse all’esempio italiano. Era quel salto di qualità che avrebbe permesso all’Europa di chiudere definitivamente il capitolo dei boat people, degli sbarchi sulle coste italiane, spagnole e greche. Una specie di soluzione.

Nel frattempo a Tripoli la comunità eritrea, costituita da circa duemila persone, rimaneva in attesa che si sbloccassero gli eventi. Aspettava improbabili programmi di reinsediamento promessi dall’onu, che si dispiegavano con il contagocce: ogni tanto, di solito una volta l’anno, qualche decina di fortunati venivano fatti salire su un aereo e portati in Italia o in qualche altro paese occidentale. La stragrande maggioranza viveva nascosta come John, a Gurji, senza documenti e con il terrore di essere catturata e finire nuovamente in uno di quei centri che il regime libico aveva costruito apposta per compiacere l’Italia. «Io sono stato in tre centri», mi disse John, che conservava una vera e propria topografia dei campi di detenzione. «I peggiori sono quelli del sud, nel deserto del Sahara. Quello di Zuwarah invece è il migliore. C’è una maggiore libertà. Ed è più facile uscire».

Tutti gli altri eritrei che vivevano in quella specie di comprensorio di stanzette senza finestre in cui abitava John a Gurji avevano la propria esperienza dei centri libici – e il proprio racconto di violenze e di soprusi. Tutti vivevano la situazione in cui si erano venuti a trovare, bloccati nel mezzo di un cammino impervio, come un ostacolo temporaneo. Speravano che qualcosa sarebbe successo, che qualcuno si sarebbe fatto carico del loro caso. Che la possibilità di arrivare in Europa non fosse tramontata del tutto.

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Invece, solo qualche mese dopo, nell’estate del 2010, la situazione è improvvisamente degenerata. Un giorno di fine giugno, John mi ha chiamato al telefono. «Contatta questo numero nel centro di Misratah. Sta succedendo il finimondo». Al cellulare mi ha risposto un ragazzo terrorizzato – Ghirmay – che nel corso dei giorni successivi avrei imparato a conoscere molto bene. «I militari stanno circondando il campo». Gli eritrei si erano rifiutati di firmare dei formulari scritti in tigrino, la loro lingua, temendo a ragione che sarebbero serviti per un rimpatrio forzato. Ne era seguita una bagarre. C’era stato un incendio. Era intervenuto l’esercito. La mattina dopo, all’alba, 205 reclusi eritrei venivano caricati su tre camion piombati e trasbordati nel centro di detenzione di Braq, nel sud del paese, in piena zona sahariana, con una traversata di quindici ore che mi è stata descritta in diretta in decine di telefonate. Nei giorni successivi ho letteralmente passato ore al telefono con Ghirmay, che mi chiamava ogni volta che poteva. Le guardie carcerarie libiche tendevano a non sottrarre i cellulari ai reclusi, per una precisa ragione: il telefonino era il mezzo con cui potevano sollecitare i pagamenti grazie ai quali le guardie gli avrebbero concesso la libertà. Braq era un inferno, secondo il racconto di Ghirmay. «Ci danno pane e acqua sporca di sabbia una volta al giorno. Stiamo in due stanze: circa cento persone in ognuna. Ogni tanto vengono, prendono a caso alcuni di noi e li picchiano. E poi il caldo è terrificante».

Insieme a un pugno di altri colleghi, ho cercato di rendere pubblica la situazione dei reclusi di Braq, di ricordare le responsabilità dell’Italia. In fin dei conti, se gli eritrei erano finiti in quel buco in fondo al deserto era perché noi li avevamo rispediti indietro, no? Il governo ha risposto che non era possibile provare che qualcuno dei 205 fosse stato oggetto di respingimento e che la questione era un affare interno libico. Ha poi aggiunto che i migranti eritrei rifiutavano di farsi identificare ed era quindi difficile stabilire chi fossero. A quel punto Ghirmay e tutta la comunità eritrea, informati di quello che si diceva all’esterno, hanno mostrato una capacità di organizzazione fuori dal comune. Collegandosi a internet con il telefonino, mi hanno mandato una lista con tutti e 205 i nomi dei reclusi e un’altra con i nomi di quanti erano stati respinti, con la data e il nome della nave che li aveva riportati in Libia. 103 dei 205 eritrei, esattamente la metà, erano stati vittime di tre operazioni di respingimento tra il luglio e il novembre del 2009. L’attivismo dei reclusi, insieme all’uso delle nuove tecnologie, ha cominciato a risvegliare l’attenzione dei media, non solo italiani. Tanto più che la comunità eritrea, sia pur nelle ristrettezze, sembrava dotata di una tenacia infinita. John è riuscito a mandarmi un video che alcuni suoi compagni di viaggio avevano girato con il telefonino quando erano stati intercettati dalla nave italiana e riportati indietro.

Nel video si vedevano immagini di festeggiamenti alla vista della nave – un enorme scafo militare – e di un gommone che si avvicinava per trarre in salvo i migranti. E per riportarli in Libia. Il clamore che stava suscitando il caso, con appelli di Human Rights Watch e Amnesty International al governo italiano, stava diventando imbarazzante, sia per l’Italia che per la Libia. Dopo una ventina di giorni, in cui i 205 eritrei sono rimasti rinchiusi a Braq temendo un imminente rimpatrio, il colonnello Gheddafi ha rovesciato il tavolo. Ha ordinato la loro liberazione e la chiusura di tutti i centri. «Ci costano soldi e non servono a niente», ha detto. Tutti i migranti reclusi nei campi, compresi i 205 di Braq, hanno ottenuto un permesso di residenza di tre mesi. Il regime libico voleva mandare un segnale all’Europa: non vi conviene troppo protestare, perché noi possiamo tranquillamente venire meno alla nostra funzione di gendarme, non occuparci dei migranti in transito e lasciarli di nuovo partire verso Lampedusa. Fate voi.

Il segnale è stato accolto. Spentisi i riflettori sulla storia di Braq, dopo poche settimane la Libia ha riaperto i centri, probabilmente anche su sollecitazione europea. Scaduto il permesso di tre mesi per gli ex reclusi, questi sono diventati di nuovo clandestini, soggetti agli arbitrii della polizia libica e all’incertezza di una situazione che sembrava senza via d’uscita. Alcuni di loro hanno quindi cambiato rotta, dirigendosi verso l’Egitto e da lì in Israele, attraverso la penisola del Sinai, dove sono finiti nelle mani di tribù beduine senza scrupoli che li hanno presi in ostaggio e li hanno liberati solo dopo il pagamento di somme astronomiche. Altri sono rimasti a Tripoli, in attesa che qualcosa accadesse.

Ed ecco che quel qualcosa è accaduto con la rivolta anti-Gheddafi esplosa a febbraio. Al telefono nel cuore della notte, la voce di John è davvero preoccupata. «Non sappiamo che fare. Abbiamo paura a uscire di casa». Alcuni eritrei sono andati a rifugiarsi nella chiesa cattolica di San Francesco, altri stanno rintanati nelle proprie abitazioni. Secondo quanto mi dicono sia John che altri eritrei, diversi migranti sono stati attaccati da oppositori di Gheddafi, che li hanno identificati con i mercenari e le truppe scelte del colonnello. Il leader libico intanto manda minacce all’Europa: «Senza di me, sarete invasi da milioni di immigrati». Il governo italiano raccoglie la minaccia e la rilancia: «Siamo in attesa di un esodo biblico», tuona il ministro Maroni. Nel frattempo, immaginando una rapida caduta di Gheddafi, Roma denuncia il Trattato di amicizia e pone fine ai pattugliamenti. Le coste sono libere. Ma sul terreno si combatte. Nessuno parte dalla Libia.

Partono invece barche dalla Tunisia. La «rivoluzione dei gelsomini» esplosa in gennaio e il rovesciamento del presidente Ben Ali hanno fatto saltare gli accordi di collaborazione poliziesca che il nostro governo aveva stabilito con il suo omologo di Tunisi. Nessuno pattuglia più niente. Sulle spiagge si riorganizzano i viaggi verso l’Italia. Lampedusa è di nuovo al centro dell’attenzione. «È emergenza profughi», titolano i giornali. «Il centro scoppia». «Eccolo l’esodo biblico», rilancia il solito Maroni. In realtà le cifre sono quelle di sempre – o meglio, quelle del periodo pre-accordi e pre-respingimenti. Qualche migliaio di cittadini tunisini arrivano sull’isola pelagia. Nulla a che vedere con i numeri della vera emergenza umanitaria che si consuma in questi stessi giorni al confine tra Tunisia e Libia: centinaia di migliaia di migranti di diversa nazionalità in fuga dai combattimenti nella Jamahiriya che si accalcano in campi di fortuna. La Tunisia non grida all’emergenza. Manda aiuti, medici e cibo. E soprattutto non chiude la frontiera e non rispedisce nessuno indietro.

Gli ultimi eventi nel Nordafrica – e l’imbarazzato appoggio che l’Italia e tutta l’Unione Europea hanno dato alle «rivoluzioni» che hanno rovesciato tiranni con cui i nostri governi avevano collaborato fino al giorno prima – inducono a una riflessione. Tutta la politica di collaborazione tra le due sponde negli ultimi anni è stata segnata prevalentemente da un’esigenza: bloccare i flussi migratori, blindare le frontiere, chiudere il Mediterraneo. Sono stati fatti accordi. Sono stati versati fondi. Sono stati inaugurati i respingimenti. Si è arrivati perfino a militarizzare le frontiere meridionali dei paesi del Nordafrica, come prevede l’appalto libico affidato a Selex: soldi pubblici italiani ed europei vengono impiegati per militarizzare una frontiera distante dalle coste italiane circa 2000 chilometri. Il tutto perché? Per bloccare, ogni anno, 25.000-30.000 persone che arrivavano in Italia via mare. Una piccola percentuale di quanti di fatto finivano a risiedere illegalmente nel nostro paese. Circa il 15 per cento, secondo la stessa ammissione del Ministero degli Interni. Con un paradosso aggiuntivo: la gran parte di questi erano potenziali richiedenti asilo, che venivano rispediti indietro in paesi che non garantivano loro la necessaria tutela. La domanda che non possiamo evitare di porci è semplice: valeva la pena spendere tutti questi milioni di euro, fare accordi con governi corrotti e repressivi, violare le convenzioni internazionali, condannare a un destino improbo persone in fuga da guerre e dittature per bloccare questo flusso tutto sommato abbastanza trascurabile?

Con il Maghreb che si rivolta, oggi questa politica mostra tutti i suoi limiti. Il governo italiano continua ad agitare lo spauracchio dell’invasione e con un riflesso pavloviano chiede ai governi del Nordafrica di rispettare gli accordi siglati dai loro predecessori e di fermare le partenze. L’Italia e l’Europa ascoltano con ansia le parole di Gheddafi, che paventa un’invasione di migranti. E si preparano a negoziare con i nuovi poteri al di là del Mediterraneo nuovi accordi di collaborazione poliziesca, nuove strette sull’immigrazione, nuovi pattugliamenti. Si preparano cioè a chiudere sempre più su se stessa un’Europa vecchia, decadente, impaurita e senza prospettive, perdendo ancora una volta la sfida per creare un autentico spazio di collaborazione e di scambio nel Mediterraneo con i poteri democratici che – ci si augura – sorgeranno dalle rivolte in atto.

Stefano Liberti (1974) pubblica da anni reportage di politica internazionale sul manifesto e altri quotidiani e periodici italiani e stranieri. Nel 2004 ha pubblicato -­ insieme a Tiziana Barrucci -­ Lo Stivale meticcio. L’immigrazione in Italia oggi (Carocci). Collabora con il programma televisivo C’era una volta ed è tra i curatori di mwinda, sito di analisi geopolitica sull’Africa. Un suo reportage è incluso nell’antologia Il corpo e il sangue d’Italia (minimum fax 2007). Per minimum fax ha pubblicato A sud di Lampedusa (2008), con il quale ha vinto il prestigioso premio di scrittura Indro Montanelli, e Land grabbing (2011). Ha ottenuto il premio giornalistico Marco Luchetta, il premio Guido Carletti per il giornalismo sociale e il premio L’Anello Debole (sezione tv).
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