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Abel Ferrara: la mia partita con Pasolini

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo la testata e l’autrice.

Roma. «#?*˜¥! % #* ßΩ√!». Turpiloquio americano bello forte, ma non blasfemo. Quando non riesce a contenere la rabbia, Abel Ferrara va sul pecoreccio. Poi non è detto che sia rabbia, la sua, forse è solo un modo di fare, o di dirigere. Alla stazione Ostiense di Roma si gira una scena del suo Pasolini (titolo provvisorio). Che racconta le ultime 24 ore di PPP. Dovrebbe arrivare un treno, ma quello dei fratelli Lumière a La Ciotat in confronto era un Frecciarossa: «E che cazzo! Ho preso non so quanti fottuti treni in vita mia, ma nessuno così lento!». Poi si dispiace, lancia ai collaboratori sguardi indifesi e acquosi da fratello buono della Bibbia, elargisce nodose carezze o manate, sospira: «Sul set di Salò Pasolini non ha mai alzato la voce, ma lui era cresciuto a Casarsa, io nel Bronx».

La scena, e anche il clima, è abbastanza surreale. E non c’entra niente con le ultime 24 ore di PPP, prima della notte fra l’1 e il 2 novembre 1975 in cui fu ucciso. Dal treno scende Ninetto Davoli in papillon e marsina, con un pacchetto regalo in mano e gli occhi (a 65 anni) ancora ridarelli che amava Pasolini. Dice che gli fa strano, che gli sembra di rivivere Pier Paolo. Lo segue Riccardo Scamarcio in assetto coatto-fricchettone, trascinando cinque valige apparentemente molto pesanti. È una sequenza di Porno-Teo-Kolossal, film incompiuto che il regista voleva realizzare con Eduardo De Filippo nel ruolo di un re magio deciso ad affrontare un lungo e avventurosissimo viaggio per adorare il Messia, in compagnia dal suo schiavetto: all’epoca doveva essere interpretato da Davoli. Oggi Davoli ha la parte di Eduardo, e Scamarcio quella di Davoli. Tanto per capirsi.

Nel suo Pasolini, che pronuncia con la esse doppia, e che cova da più di vent’anni, Ferrara ha inserito tre scene di Porno-Teo-Kolossal e due di Petrolio, l’altra opera incompiuta: «Posso entrare nella sua mente solo attraverso questa sceneggiatura e questo romanzo, non so nulla della sua ossessione sessuale e non so neanche se chiamarla ossessione, o dipendenza, ma quella morte all’idroscalo di Ostia, in un posto sprofondato nel nulla, è il risultato della sua esistenza. Nell’ultima intervista, quella a Furio Colombo, diceva: Con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Io non giudico, questo è il mio viaggio, non il suo».

Non giudica, ma di ossessioni e dipendenze se ne intende, Abel Ferrara: «Ti portano in galera o all’idroscalo, a morire schiacciato da una macchina». Se ne intende perché dai sedici ai sessant’anni ha condotto una vita sostanzialmente Sex & Drugs & Rock & Roll (soprattutto le prime due voci, corroborate dall’alcol). E, passando da Ian Dury a Lou Reed, il suo cinema è stato soprattutto una passeggiata nel Wild Side. Da L’angelo della vendetta a King of New York, da Il cattivo tenente a Fratelli a Go Go Tales, sono tutte esplorazioni nei bassifondi della città e della coscienza: sesso, violenza, dipendenze, follia, oscurità. È considerato un regista concentrato sul peccato, la fede, la redenzione, ma lui non è d’accordo. «Non vedo redenzione nei miei film, i miei personaggi non cambiano mai. Io invece sono cambiato: ero un tossico e non lo sono più. Pulito da un anno e mezzo».

Ha smesso in Italia, in una comunità dalle parti di Caserta a mezz’ora di macchina da Sarno, la cittadina da cui partì suo nonno Abele, che andò a piedi fino a Napoli per imbarcarsi verso il sogno americano. Da anni Ferrara bazzica l’Italia per cercare le sue radici («A New York non ho trovato niente su mio nonno, è impossibile cercare qualcosa su uno di un secolo fa. E pure per il mio certificato di nascita c’è voluto un anno»), ma anche la libertà creativa che, dice, a Los Angeles è ormai una chimera. Trova i fondi, in Italia e in Europa, e questo, vista la condizione del nostro cinema, ha del miracoloso. Su Pasolini ci ha messo qualcosa anche il ministero dei Beni culturali.

La droga. Salvatore Ruocco da Scampia, uno degli attori di Napoli Napoli Napoli, docufiction sulla città girata nel 2009, gli ha dato l’indirizzo giusto: la comunità Leo Amici a Vallo di Maddaloni. «Salvatore non si è mai fatto, ma queste cose le conosce. Napoli e New York sono le due Disneyland della droga e il risultato è una tonnellata di ragazzi distrutti, la distruzione si è infiltrata nella gente. La differenza è che da voi sanno come aiutarti, mentre in America usano la severità al posto della compassione e i ragazzi muoiono. Io non ero mai stato in comunità e qui, per quattro mesi, persone che non mi conoscevano mi hanno dato amore, comprensione, tutto il sapere di un Paese antico come l’Italia, il Sud d’Italia. Mi hanno dato un posto lontano da dove ero abituato a vivere, fra ragazzini di 14 o 15 anni già intossicati da tutto: droghe classiche e moderne. Una vita fantastica, in comunità. In mezzo alla bellezza, cibo buonissimo con i sapori di quando ero bambino, niente internet. Ho passato il tempo a coltivare dei fottuti pomodori come mio nonno».

Appena entra nell’appartamento che lo ospita dalle parti di piazza Vittorio, diventata ormai la Beverly Hills del cinema italiano, Ferrara si leva le scarpe. Pulito dentro e fuori: «Le strade sono così sporche! Qui laviamo i pavimenti tutti i giorni». Vuole mostrarmi un po’ di girato, Willem Dafoe che interpreta PPP. Sullo schermo del computer campeggia l’immagine del Lama Yeshe, maestro tibetano che, per capire la cultura occidentale, si avventurava con monacale innocenza negli strip club ma anche a Disneyland e nei casinò di Las Vegas. Già, il regista che la critica definisce intriso di cattolicesimo, in realtà è buddista. «Da sei anni. Era buddista la mia fidanzata Shanyn Leigh. Un buddista non può drogarsi. Solo quando ho smesso di farmi ho capito che il buddismo è compassione, amore, essere e vivere per altri. Non preghi Gesù o il tuo maestro, ma lo incarni e lo fai tuo. E non credi più alla grande bugia che una striscia di coca, un bicchiere di vino, tante donne e macchine di lusso sono l’unica cosa che ti cambia la vita. L’aspetto incredibile di Pasolini è che aveva questa lucidità, anche se viveva la sua ossessione per i ragazzini di strada. Lui era in mezzo a tutto. E prima della violenza di strada degli anni Ottanta e Novanta, con i ragazzi che si ammazzano per una catena d’oro, aveva già previsto, o forse anticipato, ogni cosa. Era questo che lo terrorizzava».

Dice che, come con Gesù e con il suo Lama, ha assunto dentro di sé anche Pasolini, perché è un suo maestro: «Quando crescevamo e vedevamo i suoi film ci ha portato nel buio, anzi no, nella luce. Il suo cinema è stato un salto spirituale. Non avevamo mai visto cose simili, eravamo venuti su con i film americani, noi. E poi era veramente come Gesù. Il profeta, il martirio non c’entrano niente. Non c’è una croce sulla sua tomba. Ma ho parlato con cento persone che lo hanno conosciuto e lo piangono ancora, nessuno mi ha detto una cattiveria su di lui. Era attento, compassionevole, chiedeva a tutti come stai? hai mangiato? vuoi un caffè?».

Ferrara ricorda quando ha visto Salò al Paris, un cinema elegante sulla cinquantottesima a Manhattan. «Era un bel pomeriggio di sole, eravamo quindici spettatori, c’era anche la principessa Ruspoli. Avevamo portato del vino e del formaggio. Quando siamo usciti eravamo rimasti solo in sette. E nevicava».

Arrivano le immagini di Dafoe, attuale attore feticcio di Ferrara. È la scena dell’intervista francese su Salò. La somiglianza con l’originale è lancinante. «Will è capace anche di levitare se glielo chiedi». Probabilmente non lo doppierà: «Will vive da sette anni in Italia, è sposato con un’italiana, abbiamo confrontato la sua voce con quella di Pasolini. Identica». Poi c’è un’altra scena entrata nell’iconografia pasoliniana: lui che gioca a pallone con dei ragazzetti di periferia, vestito da signore, mica da calciatore. «Nelle ultime 24 ore non credo proprio che abbia giocato, ma lo faceva sempre. Se era in macchina e vedeva una partita, accostava e scendeva in campo».

Conviene ricostruire queste 24 ore, limate dagli inserti cinematografici e romanzeschi che servono comunque a trovare il senso di una fine, visto che Ferrara non ha girato la scena della morte come l’ha riferita, in versioni peraltro contrastanti, Pino Pelosi, l’unico condannato per l’omicidio. Complotto o no? «Me ne fotto. Questo è un film, non un’indagine. Non me ne frega niente di chi l’ha ammazzato e come. Io mi occupo della tragedia, di quello che abbiamo perduto. Pasolini è morto a 53 anni, avrebbe potuto continuare a dire e a fare tantissimo. Molti suoi contemporanei sono ancora qui». E allora la sua morte viene letta attraverso la scena orgiastica, o eucaristica, del pratone della Casilina di Petrolio. La sceneggiatura, scritta con Maurizio Braucci (collaboratore di Matteo Garrone per Gomorra e Reality), ricostruisce il ritorno da Parigi, dove aveva presentato il suo ultimo film, la mattutina lettura dei giornali, il lavoro su Petrolio, il pranzo con il cugino Nico Naldini e Laura Betti, l’intervista con Furio Colombo, il rapporto con la madre Susanna, la cena con Ninetto e i suoi bambini da Pommidoro, il rimorchio di Pelosi alla stazione Termini… «Insomma, i due mondi di un intellettuale borghese che di giorno viveva con la mamma e scriveva sui giornali e poi di notte se ne andava a cercare quello di cui aveva bisogno. Pasolini era l’ultimo hippy, o forse l’ultimo freak. La libertà individuale incarnata».

Ferrara guarda le immagini girate fra i marchettari. Street dogs, li chiama: «Guarda questo: ha una faccia da fottuta movie star. Non erano e non sono omosessuali: ragazzini affamati e liberati, come i soldati romani che saccheggiavano, stupravano le donne e scopavano fra di loro quando di donne non ce n’erano».

Paola Zanuttini è nata a Roma nel 1954. Lavora a La Repubblica dalla sua fondazione e da oltre vent’anni è inviato del Venerdì per il quale si occupa di società, esteri e cultura. Per minimum fax ha scritto Nato a Casal di Principe. Una storia in sospeso insieme ad Amedeo Letizia.
Commenti
Un commento a “Abel Ferrara: la mia partita con Pasolini”
  1. Francesco scrive:

    SI POTREBBE DARE UN NOME A QUESTO MAGISTRATO ?
    SAREBBE UN BUON PUNTO DI PARTENZA PER SCOPRIRE LA VERITA’ ?
    MA POI CHI LA VIOLE LA VERITA’ ?

    E’ quella del magistrato che per primo mi interrogò dopo gli articoli dell’Europeo, che mi convocò in procura e io andai da bravo cittadino – ho l’ingenuità dei bravi cittadini – non pensai di portarmi l’avvocato, andai, dissi, sentiamo, forse è interessato a quello che noi dell’Europeo abbiamo scritto. E trovai questo barbuto, maleducatissimo, che si dava un mucchio di arie, seduto dietro la scrivania squallida di una stanzuccia squallida, che mi trattava come una delinquente, sgarbato, aggressivo».
    Voleva sapere i nomi dei testimoni ai quali Oriana Fallaci si riferiva nei reportage. Lei si appellò al segreto professionale, allo statuto dei giornalisti, alla norma deontologica che impone di tutelare le fonti, specialmente se rivelarne l’identità può metterle in pericolo. Era certamente quello il caso, e la Fallaci lo ripeté al processo, sia in primo che in secondo grado. Ma non le evitò la condanna e nemmeno le procurò la solidarietà, dovuta e sacrosanta, dell’Associazione della stampa. Non si tratta soltanto dell’ingiustizia: «Io so cosa significa essere condannati ingiustamente: è una delle cose più ributtanti che esistano». Si tratta anche di una questione di dignità. La tracotanza del pubblico ministero, l’aria di sufficienza di giudici maldisposti, l’alterigia e la villania degli avvocati a lei contrari. Le provò su di sé e «dopo quella duplice esperienza, davanti all’ingiustizia della giustizia non mi sono più stupita: il mio battesimo l’ho fatto in seguito alla morte di Pasolini».

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