Pontificia_Università_Gregoriana

Opacità, irresponsabilità, reticenza: le abilitazioni universitarie per la storia dell’arte come ennesimo tradimento dei chierici

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Pubblichiamo un intervento inedito di Tomaso Montanari (che uscirà in libreria a fine marzo con Istruzioni per l’uso del futuro) sul caso sollevato dalle abilitazioni universitarie per la storia dell’arte.

Vista nel complesso, questa prima tornata di Abilitazione Scientifica Nazionale assomiglia molto ad un suicidio di massa. Lasciati a noi stessi, con il compito di autovalutarci senza vincoli comparativi, ma solo in scienza e coscienza, noi professori universitari abbiamo dimostrato una totale incapacità, impastata variabilmente a disonestà, faziosità, ignoranza. È il bilancio terrificante raccontato all’opinione pubblica dagli articoli del «Fatto» e di Gian Antonio Stella, cui si aggiunge la valanga di ricorsi individuali e collettivi che – per quanto spesso legittimi, e in alcuni casi sacrosanti – avrà l’effetto di commissariare de facto l’università, affidando ai TAR anche la selezione dei docenti e dei ricercatori. Si fossero assegnate le cattedre attraverso una lotteria non sarebbe potuta andare peggio di così.

I risultati del mio gruppo (Storia dell’arte, 10-B1) si potrebbero riassumere in un quadro statistico di questo tipo: un quarto circa dei bocciati avrebbe dovuto essere invece promosso, la metà circa dei promossi avrebbe dovuto, al contrario, essere bocciata. E non si dica che questa è un’opinione come un’altra: questa è l’opinione condivisa tra gli storici dell’arte italiani che contano davvero nei rispettivi campi di studio. La reputazione scientifica, nazionale e internazionale, è il tesoro più prezioso di ogni ricercatore, e tale reputazione – oggettivissima, e determinante nella vita quotidiana di ognuno di noi – diviene aleatoria, discutibile e ininfluente solo dentro le commissioni concorsuali.

In questi giorni la rete e le caselle email degli storici dell’arte italiani sono letteralmente invase da lettere, appelli, analisi che – al netto di risentimenti personali, sciocchezze o errori – documentano solidamente un numero incredibile di incoerenze, decisioni arbitrarie, errori di fatto, abusi. Singolare è, per esempio, una tabella che mostra come le idoneità vadano addensandosi nelle aree geografico-accademiche di alcuni commissari (la Sicilia, Pisa, due delle tre Venezie). Su tutto questo decideranno, temo, i giudici.

Ma ciò che personalmente trovo imperdonabile nei lavori della commissione di storia dell’arte, il motivo per cui scrivo queste righe (non dettate da ragioni personali: sono stato dichiarato idoneo alla prima fascia) è il modo con cui sono stati scritti i famosi ‘giudizi’. Un modo incredibilmente furbesco, anodino, pilatesco di riempire alcune righe senza dir nulla. Al punto che, leggendo quei testi, è spesso impossibile capire chi ha votato a favore e chi contro l’idoneità del candidato. Quel che è peggio, non si riesce a comprendere in base a quali criteri siano stati formulati, quei non-giudizi.

Nel mio caso, per esempio, la commissaria Simonetta La Barbera scrive che la candidatura «soddisfa alcuni punti qualificanti di criteri e parametri fissati dal Ministero e dalla Commissione». E, come ognuno può constatare sul sito della ASN, questa formula dei «punti qualificanti» torna quasi in ogni giudizio, adottata a turno da commissari diversi.

Ora, nell’elenco dei criteri stilato dalla commissione e scaricabile da internet non c’è nessun riferimento al fatto che alcuni punti dei criteri stessi siano qualificanti, mentre altri no. Si dice invece che non tutti devono essere necessariamente compresenti: che è ovviamente un’altra cosa.

Che cosa vuol dire tutto questo? Esiste forse un sottotesto non dichiarato in base al quale la commissione si è mossa? C’è un metro occulto, un patto non confessato, che ora emerge a tratti, preterintenzionalmente?

La domanda ha un senso soprattutto alla luce di un antefatto inquietante. Il 28 settembre 2012 il Consiglio direttivo della Consulta Universitaria di Storia dell’arte decise di organizzare un «incontro informale» dei soli ordinari, per discutere dei criteri dell’imminente abilitazione. Con una email del 30 settembre, Alessandro Tomei (poi casualmente estratto come membro della commissione dell’abilitazione) fissò dunque un «incontro di tutti gli ordinari del raggruppamento 10/B01 individuati dal MIUR come possibili commissari dei prossimi concorsi al fine di tentare l’individuazione di una linea comune di condotta».

Era un’iniziativa inaudita, perché l’unica linea di condotta possibile è ovviamente il rispetto della legge e la valutazione del merito individuale, in scienza e coscienza. I commissari sono sovrani, non sono rappresentanti di qualcuno, e il loro lavoro deve entrare nel merito della qualità dei candidati: qualunque mandato corporativo è, perciò, illegale e immorale. In più, un simile mandato (qualunque cosa avesse contemplato: anche le migliori intenzioni) sarebbe stato conferito da tutti gli ordinari, anche da coloro che, per insufficienza di titoli, non meritavano di essere sorteggiati: in tal modo, i non degni di giudicare avrebbero legato le mani di coloro che sarebbero invece stati giudicati degni di farlo. Ce n’era abbastanza per provocare un’ondata di ricorsi e per suscitare l’interesse della magistratura: come infatti oggi sta puntualmente accadendo.

Appena venni a conoscenza di queste pessime manovre, scrissi una lettera aperta a tutti i soci Cunsta dicendo ciò che ho appena esposto, e chiesi al Direttivo di inoltrarla alla mailing list. La risposta del Consiglio direttivo, giuntami attraverso una mail della segretaria Elena Di Raddo (ora neoidonea alla seconda fascia), fu la seguente: «Caro Tomaso, dopo essermi consultata con la presidente Rosanna Cioffi, abbiamo ritenuto non idonea la casella di posta Cunsta per inviare un messaggio così personale come il tuo». Preso atto dell’involuzione oligarchica della Consulta, me ne dimisi subito, con una lettera aperta a tutti gli storici dell’arte che è poi stata pubblicata in un libro di Bruno Zanardi (Un patrimonio artistico senza, Milano, Skira, 2013, pp. 103-105). Noto per inciso che nessuno di coloro che oggi giustamente si indignano, protestano, fanno ricorso ritenne allora di alzarsi per dire che forse quelle obiezioni avevano un fondamento. Tutti, come sempre, pensavano alla propria salvezza personale, e temevano – aprendo bocca – di comprometterla: dei principi, della responsabilità, del bene comune si preferiva parlare – forse – in privato.

Col senno di poi uno si chiede: ma quei fantasmatici, quanto decisivi, «punti qualificanti» da chi, dove e quando sono stati decisi? La loro esistenza non ha forse qualcosa a che fare con quella famosa riunione?

Ma accanto a questo punto oscuro, anche giuridicamente sensibile, ce n’è un altro che mi sconcerta, sul piano più propriamente culturale e morale. Ed è che troppo spesso i giudizi della commissione non argomentano affatto, ma si limitano a descrivere, elencare, prendere atto.

La commissaria Serena Romano scrive che la candidata Mimma Pasculli «è studiosa di arte in Puglia e nell’Italia Meridionale, nel contesto geografico ampio del Mediterraneo e anche con prospettiva storiografica e attenzione alle fonti letterarie». Grazie, questo lo sapevamo: ma queste cose le studia bene, o le studia male? Siccome la Pasculli diventa ordinaria con quattro voti su cinque, e siccome un’altra commissaria, Donata Levi, scrive – questa volta nettamente – che «la produzione scientifica, frammentaria quanto a risultati, ma nello stesso tempo ristretta ad un ambito locale, non appare adeguata all’abilitazione», ne deduciamo che la Romano deve aver votato a favore. Perché allora non farlo capire attraverso il giudizio? In questi casi, il dubbio è che i commissari siano i primi a non esser convinti dei loro voti, e che dunque ci sia una trama di accordi che garantisce equilibri che nulla hanno a che fare con la scienza e la coscienza.

Ancora. Prendiamo il giudizio della La Barbera su Giovanni Agosti. Per chiarire la situazione occorre dire che la prima ha circa un quinto dei titoli del secondo (stando al conto, sommario ma indicativo, della più completa banca dati del nostro campo, il Kubikat); che nessuno sa chi sia la prima fuori dei confini della Sicilia (la professoressa si è sempre occupata di cultura artistica siciliana dell’Ottocento, salvo che per un libro sul paragone tra le arti nel Cinquecento, che però è sotto la soglia minima della decenza), mentre il secondo è uno dei migliori, più noti e più incisivi storici dell’arte italiani di oggi. Ora, Agosti ha avuto l’idoneità da ordinario, ma con quattro voti su cinque. Chi non l’ha votato, e soprattutto perché?

Da una lettura comparata dei giudizi sembra che sia stata proprio la La Barbera. Ma leggiamo il giudizio da lei formulato su Agosti: «Associato dal 1999 di Storia dell’arte moderna all’università di Milano, con precedente attività quale funzionario di soprintendenza dal 1993 al 1999. È stato responsabile di unità locale di un progetto PRIN (2005) e di un altro in qualità di coordinatore (2008). È membro del comitato scientifico di alcune istituzioni; dal 1998 fa parte del comitato scientifico di ‘Prospettiva’; ha vinto due premi. Non presenta attività di didattica o di ricerca presso istituzioni o enti di ricerca stranieri. Sottopone a valutazione 18 pubblicazioni, non sempre recenti, anche se interessanti, quali quella del 2001 sui disegni del Rinascimento in Valpadana e quella del 1990 su Bambaia. Presenta più contributi su Mantegna, su Bramantino e sul classicismo lombardo ambito delle sue ricerche. Candidatura di buona maturità scientifica che soddisfa alcuni punti qualificanti di criteri e parametri indicati». E dove è l’argomentazione? Come faccio a capire perché La Barbera ha deciso di votare contro l’idoneità di Agosti (se davvero è stata lei)?

Si potrebbe continuare a lungo. E il punto non è che la commissione ha fatto scelte per me (e per molti altri) spesso incomprensibili, e a tratti sconcertanti. Il punto non è che sia stata data l’idoneità da associato ad un Giovanni Carlo Federico Villa e non ad un Gabriele Fattorini, o ad un Alessandro Brogi o a molti altri ed altre. O che sia stata data quella di ordinario a una Chrysa Damianakio ad una Mimma Pasculli e non ad un Saverio Lomartire; ad una Nadia Barrella o ad un Valter Curzi, e non ad un Michele Dantini. No, il punto è che non si capisce in base a che cosa tutto ciò sia stato deciso: perché le decisioni non sono state argomentate in modo trasparente, verificabile, esaustivo. Spesso non sono state argomentate tout court.

Prendiamo due esempi-limite: tutti e cinque i giudizi sulla candidatura di Paul Tucker (che ha avuto l’idoneità alla seconda fascia) si limitano a descriverne i titoli, mentre quelli relativi a Gabriele Simongini (che pure l’ha conseguita) si dividono tra quelli anodini (2), quelli positivi (2) e uno negativo. Insomma, i giudizi raccontano spesso una storia diversa da quella decisa dai voti. E più spesso non raccontano nulla se non la reticenza dei loro estensori.

Ebbene: questo è un vero tradimento della nostra missione. Il problema principale del nostro discorso pubblico, e dunque della stessa democrazia in Italia, è che alla tradizione retorica che identifica le prove, costruisce le argomentazioni e le difende in modo rzionalmente comprensibile, sono subentrati da una parte una retorica emotiva ed evocativa da venditori di tappeti (la retorica di Vanna Marchi, oggi incarnata da un Marco Goldin, o da un Matteo Renzi) che non spiega e non argomenta, ma seduce e incanta, dall’altra un piatto pastone burocratico che egualmente non spiega e non argomenta, ma svia, depista, copre (e a questa degenerazione appartengono i testi di cui scrivo). Personalmente, userò i giudizi dei miei colleghi per spiegare ai miei laureandi come NON devono scrivere le loro tesi. Mi pare l’unico modo di trasformarli in qualcosa di utile.

Se i ricercatori e i professori universitari vogliono dare un minimo senso etico e politico (nel senso più lato possibile: quello della costruzione della polis) al loro lavoro, devono difendere, praticare e radicare un linguaggio argomentativo e dimostrativo, misurabile e verificabile. Un linguaggio che espliciti premesse e metri di giudizio, che dia conto di ogni snodo, che dimostri ad ogni passo di obbedire solo a trasparenti regole di scienza e coscienza. Dovremmo farlo nei nostri saggi, ma anche scrivendo sui giornali; parlando in aula ai nostri studenti: ma anche prendendo la parola in televisione, o nelle piazze.

Ma intanto dovremmo ricominciare a farlo quando decidiamo della vita dei nostri colleghi, e del futuro delle nostre discipline. Come possiamo provare ad essere utili a questo povero Paese se non riusciamo nemmeno a render conto del modo in cui governiamo noi stessi?

Tomaso Montanari (1971), storico dell’arte, ha pubblicato per Einaudi i saggi A cosa serve Michelangelo e Il barocco; per Skira, il pamphlet La madre di Caravaggio è sempre incinta. È editorialista per la Repubblica. Con minimum fax ha pubblicato Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (2013) e Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (2014).
Commenti
4 Commenti a “Opacità, irresponsabilità, reticenza: le abilitazioni universitarie per la storia dell’arte come ennesimo tradimento dei chierici”
  1. Teresa Pugliatti scrive:

    Non ho letto i giudizi. Ma ho avuto conoscenza di alcune abilitazioni “indecenti” e di alcune bocciature inspiegabili: in ambedue i casi dimostrative di insensatezza, incompetenza e grave scorrettezza da parte dei commissari. E, data la valanga dei ricorsi, il ministro della P.I. e della Università del governo Renzi che si dice decisionista, dovrebbe annullare questo concorso fasullo !
    Potete anche rendere pubblico questo mio commento perchè sono indignata, e, com’è mio costume, non mi nascondo.
    Teresa Pugliatti storica dell’arte, già prof.ordinario Università di Palermo

  2. Alessandro Martoni scrive:

    Ancora una volta devo complimentarmi con l’incisività, la puntualità e la stringente capacità argomentativa di Massimo Montanari, che, abilitato alla fascia da ordinario, non esita ad affondare il bisturi sulla piaga indecente delle abilitazioni, ennesimo vulnus inferto alla cultura italiana e che molto ci dice sullo stato comatoso di una classe docente che dovrebbe formare la classe dirigente di domani.
    Un vivo plauso a Montanari e alla sua capacità di tenere viva la fiamma sull’ineludibile necessità di porre l’etica pubblica al centro del dibattito culturale.

    Io purtroppo, a differenza della prof.ssa Pugliatti, i giudizi li ho letti e riletti e condivido ogni virgola dell’attenta e impietosa analisi di Montanari.
    Abbiamo bisogno di tante voci come le sue che si levino contro gli scempi, che anche nel mondo accademico, come nell’industria culturale, rendono agonizzante la disciplina della storia dell’arte e di conseguenza il nostro fragile e straordinario patrimonio.

    Un ultimo pensiero: salviamoci dalla retorica stomachevole sulla ‘grande bellezza’ e sul film, mal inteso, di Sorrentino, ennesimo alibi nevrotico ad occultare tra lazzi pulcinelleschi e peana dell’ultima ora, le inettitudini, l’incuria e la mala gestione indegna del nostro patrimonio culturale.

    Un saluto

    Alessandro Martoni, Venezia

  3. Michele Danieli scrive:

    Il prof. Montanari si chiede se “c’è un metro occulto, un patto non confessato, che ora emerge a tratti, preterintenzionalmente”.
    E’ uno scherzo?
    Con la mediocrità di pensiero inevitabile di un non abilitato, mi pare che la situazione sia molto semplice.
    Il “metro” è sempre lo stesso.
    Chiunque abbia mai sostenuto un concorso (diverso da quello per lui appositamente bandito, si intende) ha provato sulla sua pelle che ogni concorso universitario è sempre il frutto di accordo preventivo sottobanco, è sempre un esercizio di forzatura della logica meritocratica. In una parola: è sempre un abuso di ufficio e un falso ideologico.
    Ma finché, un passo alla volta, si cammina sui cadaveri dei precari per un posticino da ricercatore a Perugia o a Ravenna, a nessuno interessa nulla.
    Quando, come in questo caso, si raggiunge la massa critica e il sistema è nudo sotto gli occhi di tutti, allora comincia la corsa all’indignazione, per rimarcare la propria estraneità a questo sistema mafioso.

    Ma no, ma no. Non facciamo di ogni erba un fascio. L’Università è sostanzialmente un corpo sano .C’è solo qualche caso isolato. Qualche mela marcia. Generalizzare è un errore.
    Come no.
    Si è visto.

    Michele Danieli

  4. Claire scrive:

    Mah, secondo me ricorsi, appelli, indignazioni e proteste ci sarebbero con qualunque metodo di selezione e con qualunque genere di commissione. Parlo senza interessi, perché non ho i titoli per alcuna abilitazione. Nelle classi di concorso che mi sono più familiari, le valutazioni delle commissioni corrispondevano in larga misura all’opinione che anch’io avevo dei candidati, per avere letto i loro contributi e per averli anche, in diversi casi, conosciuti personalmente. Non che la mia opinione valga qualcosa, ma questo è ciò che ho notato.

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