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Abitare nel futuro – una conversazione con Marianna Martino

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di Merende Selvagge (Domitilla Pirro, Francesco Gallo)

È notizia delle ultime ore: il Salone dell’Auto lascia Torino per Milano. La chiave di lettura privilegiata? Un nuovo fallimento da parte della giunta Appendino. La percezione interna? Questa è simile e al tempo stesso un po’ più complicata — anche per chi è tra i primi ad aver messo like a questa pagina.

La prima volta che incontriamo Marianna Martino non è la prima volta che incontriamo Marianna Martino. L’abbiamo già incrociata mentre se ne stava immersa in un bicchiere di Spritz. In un’altra occasione ci è parso di vederla annidata in una casetta per gli uccelli, quelle da giardino. Ci è capitato di intercettarla mentre era agganciata a una corda per stendere il bucato, o aggrappata alla lancetta dei minuti di un orologio, o ancora a bordo di una barca fatta di carta di giornale. Una volta, addirittura, l’abbiamo vista seduta su una delle poltrone della Loggia Nera di Twin Peaks.

Ce n’è abbastanza per ipotizzare l’esistenza di un personaggio d’invenzione, una sorta di Mary Poppins meets Joan Jett delle The Runaways. E invece no. Perché queste sono soltanto alcune delle decine (centinaia?) di foto realizzate da Marianna e dalla sua squadra per raccontare le tappe e le novità della sua invenzione più incredibile: Zandegù.

Di cosa si tratta? Stiamo cercando di capirlo. La dobbiamo intervistare.

Stiamo percorrendo Via Exilles, nella zona di Parella, un quartiere della periferia ovest di Torino. È fine giugno 2019, il solstizio d’estate a un passo, e fa già caldissimo. Il sole è una palla da tennis infuocata che penzola sopra le nostre teste. Pare voglia restare immobile più del solito all’unico scopo dichiarato di arroventare l’aria; boccheggiamo non appena lasciamo l’abitacolo dell’auto. Pochi metri a piedi sopra al marciapiede, per fortuna, ed eccoci a destinazione: il 18 bis. Bussiamo. “Chi è?” “I Merendai!” Facciamo cose strane, di mestiere, dentro e attorno alle parole. Merende Selvagge è una di queste, ma un’intervista doppia tripla non ci era (ancora) capitato di condurla. In questa veste, almeno.

Il cancello si apre, attraversiamo il cortile interno della palazzina, ed ecco: Marianna. Sorride. Ci fa accomodare all’interno del suo ufficio — che è una casa e una scuola, anche, e una redazione, e una casa editrice: un altro ibrido da raccontare con calma, ma ci arriviamo tra un po’ — e ci offre del tè al limone.

“Ci sono anche delle birrette ghiacciate, nel frigo, se volete,” dice.

A dirla tutta, ci andrebbero. Ma dobbiamo declinare. È pur sempre una questione di pro-fes-sio-na-li-tà. Ci sarà da fare domande, da ascoltare, da prendere appunti. Soprattutto, ci sarà da stare concentrati. Tuttavia: stare concentrati, specialmente quando si ha a che fare con una personalità come quella di Marianna Martino, non è affatto facile. Il mondo che ha realizzato è incredibilmente vasto. E imprevedibile. E ubiquo.

Alle orecchie, per esempio, ha appeso due grappoli colorati. Che ci crediate o no, non sono composti da acini, ma da variopinti soldatini di plastica — quelli coi quali giocavamo da piccoli: c’è il militare che spara con un ginocchio poggiato a terra, quello che calibra il lancio di una granata, quello che avanza strisciando nel fango… Se a una prima occhiata, insomma, potreste aver pensato che questa ragazza — giovanissima e già piena di esperienze — debba sostenere da sola l’intervista, presto appare chiaro che invece tiene a disposizione tutto un battaglione, pronto ad intervenire al minimo segnale, intorno alla testa.

È nata nell’Ottantatré; online si definisce “battutara, super miope, fan della michetta, con problemi di equilibrio, amante della buona cucina e dei viaggi.” Con questo bene in mente, ci sediamo intorno a un tavolino. Un Mac, un registratore, una Moleskine, una Bic nera e un evidenziatore color smeraldo si contendono lo spazio con un numero di FLOW Magazine, uno di Rivista Studio e una ciotola colma di caramelle mou. Schiacciamo il tasto REC e succede questa roba qui.

Merende Selvagge:

Dunque, partiamo da… mini-Marianna. Se ti guardi indietro, trovi indizi — una semina narrativa, restiamo in tema — del tuo futuro da giovane imprenditrice culturale?

Marianna:

Che bella domanda!

Merende Selvagge:

Sobria.

Marianna:

Per iniziare…

Merende Selvagge:

Sì, sì, sì. Facile, facile…

Marianna:

Uhhh… Beh, sì, dài. Cioè: non avrei mai pensato di mettermi in proprio. Non avrei mai pensato di fare l’editore. Nemmeno di avere una scuola: figuriamoci, mi faceva schifo studiare. Però effettivamente ho sempre letto tantissimo, fin da quando ero molto piccola. Ero super curiosa. Non avevo… non ho mai avuto la fortuna di avere quell’amico che a scuola ti consiglia, non so, gli album imperdibili, i libri da leggere, i film… quindi mi arrangiavo da sola. Non voglio dire che in classe fossimo delle capre, eh, però nessuno provava, che so, una spinta verso i film di nicchia o gruppi che non fossero i Backstreet Boys. Quindi ho iniziato un po’ a… così: ad autogestirmi. Forse questo può essere un primo seme di… curiosità — quantomeno della mia curiosità nei confronti del settore culturale, ecco.

Merende Selvagge:

E per il settore culturale, ecco — qui ci vuole la domanda di rito. Ci rispieghi per bene com’è nata Zandegù?

Marianna:

In realtà è andata così: ho finito la Scuola Holden nel 2004. Ho iniziato a mandare curriculum ovunque come una disperata. E, vabbe’: c’è da dire che era anche estate, non è proprio il periodo più fertile per… col lavoro è difficile. Magari è meglio se cerchi a settembre o in altri periodi. Lì per lì non ho avuto molta fortuna. Mi scoraggio. Un giorno mi chiama mio padre. Secondo me era terrorizzato che rimanessi per sempre attaccata alle croste parassitarie del suo conto in banca, perché mi ha detto: “Senti, ma… non hai mai pensato all’ipotesi di provare a metterti in proprio, che so, aprire una casa editrice? In fondo conosci tutti questi scrittori. È una cosa che mi sembra ti sia piaciuta molto in questi due anni. Quindi: tu pensaci. Io, se vuoi, ti do una mano.” E io sono proprio cascata dal pero, non avevo mai pensato… mi sembrava una responsabilità enorme, una fatica gigantesca. Ma come cacchio si fa ad avviare una casa editrice? Quindi sono andata da minimum fax a seguire un corso intensivo che si chiamava Come aprire una casa editrice e sopravvivere. Mi sembrava un corso che per le… chiamiamole materie, gli argomenti trattati, poteva darti una panoramica di come funzionava il mondo editoriale, e mi sono detta: “Così capisco se effettivamente può interessarmi o meno.” Sono andata a fare questo corso a Roma. Durava tre giorni. Ma forse già alla seconda ora del sabato stavo messa così: “No, vabbe’, è il lavoro più bello del mondo! Che meraviglia! Ok, voglio provarci”.

Merende Selvagge:

E ci hai provato. Ma perché Zandegù si chiama Zandegù?

Marianna:

Quando mia mamma era incinta di me, e lei e il mio papà non sapevano se fossi maschio o femmina, chiamavano il pancione “Zandegù”. Che è il nome di un ciclista veneto che correva negli anni Settanta. Tale Dino Zandegù. Non ho mai capito se lo facessero perché il nome non ha connotazioni di genere, se il nome suonasse buffo, se nella pancia di mia mamma io pedalassi davvero così tanto. Ma nel lontano 2004, credo, o 2005, adesso non lo so, per stabilire il nome di questa creatura avevo organizzato una cena con le migliori menti della mia generazione [*ride tantissimo*]. No: eravamo io, Marco Alfieri e Marco Prato. Erano venuti fuori nomi di ogni genere: Sale Rosa, Tigre di carta… poi, alla fine, quando non avevamo più idee… io, non so perché… ho tirato fuori questo aneddoto infantile, totalmente scollegato. In coro mi hanno detto: “Vabbe’, ma il nome è Zandegù!” E io ho detto: “Ma no… Fa schifo!” E invece adesso siamo la Z con l’accento.

Merende Selvagge:

Un’intuizione grafica geniale, tra l’altro. È stato facile far partire il tutto?

Marianna:

È iniziato un lungo processo: parlare con altri editori per un confronto, per capire bene come funzionava tutto… la distribuzione, le rese, i costi medi… come si fa un contratto con un autore… tutte cose che io non sapevo. Poi sono andata a informarmi in Camera di Commercio, ho sbrigato tutte le faccende burocratiche che servivano, ho cercato un distributore che facesse arrivare i libri nel circuito delle librerie, ho iniziato a pensare alla grafica insieme a un mio amico che se ne occupava di mestiere e ho iniziato ovviamente a cercare i primi titoli da pubblicare. Sono andata a pescare tra i vecchi compagni di Holden, era la cosa più semplice. Poi — non ricordo assolutamente come, qui resta un buco — qualcuno mi ha suggerito di sentire Giulio Mozzi. “Ah, ma Giulio Mozzi conosce mezzo mondo, è bravissimo, fa il talent scout, sa sicuramente come consigliarti.” E lui era super preso bene. Grazie a lui sono riuscita a fare, beh, il primissimo centimetro di notorietà: mi ha intervistato in radio. Nel frattempo avevo iniziato a leggere un botto di riviste di settore. C’era una rivista online (che adesso non c’è più), Frenulo a Mano, grazie alla quale avevo scoperto Ivano Bariani. Anche Simone Marcuzzi mi piaceva un sacco, quindi l’avevo contattato, gli avevo detto: “Ma ti va di fare un libro con noi?”. E poi avevo aperto un blog… La sto facendo proprio lunga. Scusate.

No, non la scusiamo. Perché proprio non pensiamo che la stia “facendo proprio un po’ lunga”. Marianna racconta con sincerità e passione, precisione e divertimento, episodi che le sono accaduti nel 2005. Tredici anni fa. Quando Zandegù era una casa editrice di libri. Libri di carta, specifichiamo. (Sono poi spariti. A distanza di anni sono arrivati gli ebook e, a quanto pare, stanno andando alla grande: si tratta “manuali professionali molto pratici per freelance e piccole ditte. Dalla comunicazione al business plan, dalla maternità alla grafica, passando per eventi, copywriting, risparmi e SEO.” Sopravvivenza, insomma.)

L’angolo della confessione (stranamente coincidente con quello dell’onestà intellettuale) ci obbliga a ripulirci la coscienza: il fatto di conoscere Marianna da tempo, complice l’esordio in narrativa (Francesco) proprio in una delle prime Zande-collane cartacee e le docenze (Francesco e Domitilla) su creatività e lettura/visione, non ci aiutano a scansare le trappole della confidenza eccessiva. C’è persino un momento in cui, confessiamo, l’idea della birretta ghiacciata non pare più così peregrina. Ma passa subito. Giuriamo. Anche perché la conversazione vira bruscamente, così:

Merende Selvagge:

E poi?

Marianna:

Poi, lo confessiamo, ci siamo scoraggiati.

Perché nel 2010 Zandegù chiude. Mette in pausa, diciamo così, la sua prima incarnazione, quella ‘di carta’, come ancora oggi la chiama affettuosamente Marianna. Evidentemente sono stati commessi degli errori. Quali?

Marianna:

L’errore più comune che si fa all’inizio e che io ho fatto è stato: non fare il Business Plan. Io mi ero fatta due conti, ovviamente. Non è che ero andata completamente a caso. Però… Bisogna fare più conti! Cioè: secondo me. Mi ero detta: queste sono le spese iniziali. Queste sono le spese fisse. Bisogna guadagnare tot. Però non tenevo mai veramente traccia di tutto il flusso di entrate e uscite. Dopo ho iniziato ad appassionarmi al magico mondo dell’Excel. Ma bisogna guardarli quotidianamente ’sti benedetti numeri. Quando avevo 21 anni, invece, non me ne fregava niente! Forse giocavo più a fare il mecenate che a fare l’editore. Mi dicevo: “Ah, che bello! Do una possibilità a questi autori bravissimi! Che ho scovato io! Che bello fare queste cose creative!” Tutto il resto mi sembrava una noia infinita. E cercavo sempre di tenere le faccende finanziarie per ultime, purtroppo. Non dovrebbe mai succedere! Anche la casa editrice è un’impresa, un’impresa culturale, un’impresa creativa, un’impresa appassionante. Ma un’impresa. Se i numeri non tornano, non si va da nessuna parte.

Merende Selvagge:

Cosa è cambiato?

Marianna:

Ho iniziato a fare molta più rete. Ho conosciuto persone che si occupavano di imprenditoria e di marketing. Tutte queste cose hanno iniziato a rimbalzarmi in testa, io mi ero detta proprio: “Piuttosto schiatto, ma io stavolta devo tenere le orecchie sempre aperte! Ascoltare tutto quello che succede!” Siccome nella prima versione ero molto chiusa in me stessa, forse queste cose hanno iniziato un po’ a risuonarmi. E poi ho detto: “Ma sai che c’è? Proviamo ad applicarle su Zandegù e vediamo se cambia qualcosa!” E in effetti da lì la musica è cambiata nel giro di poco… Nel 2012, il 14 dicembre, Zandegù ha rivisto la luce.

Zandegù in effetti rinasce. Decide di organizzare corsi. Corsi di tre tipi: “per chi vuole scrivere, per chi vuole disegnare e per chi vuole aggiornarsi.” Ci sono poi quelli on line: “di illustrazione, comunicazione e scrittura narrativa.” Ci sono gli eventi. Come i Walkie Talkie, passeggiate a zonzo per Torino alla scoperta delle meglio realtà creative della città. E le Zandebirre, “quando apriamo le porte dell’ufficio per una birra, mettiamo su della musica e invitiamo chiunque a unirsi per quattro chiacchiere”. Il lavoro di Marianna cresce, si complica, diventa più difficile, certo, ma anche più bello. Richiede grandi capacità organizzative. Quali? Sarebbe ingiusto presentare certi scambi in sintesi pura; il loro valore, crediamo, è dato proprio dal botta e risposta, dal rimpallo di idee che rilanciano ogni volta l’empatia reciproca, così:

Marianna:

Gli strumenti che utilizzo di più sono tre: più o meno economici, alla portata di tutti. Uno è Dropbox, che anche se costa parecchio (adesso ha pure rincarato i prezzi!) mi consente di avere tutta Zandegù sul telefono. È comodissimo: mi chiedono una roba al telefono, un’informazione? Controllo in un secondo. Una pacchia pazzesca. E poi utilizzo un sacco Google Calendar. Credo sia la mia salvezza. L’ho sempre odiato, ma da due anni lo uso per tutto, mi organizzo con mesi (o anni!) d’anticipo i lanci di prodotto, i corsi in sede, i corsi online, la pianificazione delle newsletter, i post sui social, le uscite degli ebook, è tutto lì. Più o meno cerco di programmarlo una volta al mese e poi ogni settimana controllo se ci sono cose da spostare. Un altro strumento che uso spessissimo è il promemoria del telefono. Ho sveglie che suonano di continuo, per qualsiasi cosa, sennò non mi ricordo niente.

Merende Selvagge:

In aggiunta al Calendario?

Marianna:

Sì!

Merende Selvagge:

Quindi serve anche una micro gestione del tempo. Nel senso: il calendario ti dà la prospettiva generale, ma quotidianamente non riesci comunque a non usare le tue svegliette!

Marianna:

Eh, sì.

Merende Selvagge:

Per caso sei anche una di quelle persone che si mandano la mail da sole?

Marianna:

Costantemente!

Merende Selvagge:

Lo facciamo anche noi. Chissà chi è stato il primo sul Pianeta che ha pensato che potesse avere senso…

Marianna:

E tra l’altro ogni volta che me le mando dico: “Oh! Una notifica! Chi sarà mai!” E poi sono io.

Ahem. Ve l’avevamo detto cosa si rischia, a sentirsi in eccessiva confidenza. Ma per amor vostro — vostro e di quel che ci siamo prefissati, ovvero pescare da vicino professionisti che costruiscono — proviamo subito a rialzare il tenore della conversazione, rimettendo sul tavolo un tema per noi cruciale. Marianna stessa ha ammesso di usare una serie di strumenti pur di non staccare mai; pur di “avere tutta Zandegù sul telefono”. È sano tutto questo? Lo scorso 10 dicembre lo scrittore Ivan Carozzi s’interrogava qui su una faccenda che chiama neurosostenibilità cognitiva: un pezzo prezioso, il suo. Perché dà nome alle cose. Scrive Carozzi: Con lo scorrere del tempo, che interessa tanto le trasformazioni del lavoro, lo sviluppo dei device e degli strumenti professionali, quanto i nostri corpi che cambiano e le generazioni che invecchiano, si pone però il tema di un terzo tipo di sostenibilità: quella neurologica. Eccoci al punto. […] È semplice, quasi matematico: la precarietà e l’autoimprenditorialità costringono a lavorare il più possibile, a imbarcare più lavori e progetti contemporaneamente, a sovraccaricare il corpo e la mente di obiettivi e scadenze, a impegnare il cervello nella soluzione di più compiti, a dotarsi di più strumenti, ad aggiornarsi infinitamente, a vivere insomma in uno stato di ansia e allerta dentro un mercato del lavoro culturale e cognitivo che somiglia a una morbida e paludosa arena darwiniana; ma intanto il corpo invecchia. Per questo chiediamo a Marianna: qual è la parte peggiore di un lavoro che obbliga alla performance creativa continua?

Marianna:

Facile: il fatto che nonostante tu ogni anno impari un tot di cose su come si sta in piedi come imprenditore, l’anno dopo… ti tolgono il tappeto da sotto i piedi. E tutto è da rinegoziare. È vero che i tempi sono sempre più veloci, il funzionamento dei social cambia ogni cinque minuti, la gente si stufa in fretta, perché tutti offrono contemporaneamente milioni di contenuti, c’è un bombardamento. Da un lato è molto stimolante perché mi forza a essere costantemente iper-creativa, iper-propositiva, eccetera, dall’altro è enormemente stancante, perché… si ha il cervello sempre a mille. E quando si sbaglia ci si sente uno schifo. Sì, l’incertezza è la cosa peggiore.

Merende Selvagge:

E la parte migliore?

Marianna:

La comunicazione. È la parte più creativa e quella più varia, se volete: video, foto, contenuti testuali… Si coniuga bene col mio essere metodica, organizzata, “precisetti”: il fatto che tutta quest’esplosione di creatività io debba poi andarla a mettere nel mio Google Calendar, organizzarla per benino (perché la comunicazione improvvisata va uno schifo, ecco), mi piace molto. Alla fine si tratta di paletti necessari per crescere: sono i paletti stessi che aiutano a tenere la creatività ancora più alta, secondo me. Un po’ come, non so, gli esercizi che facevi alla Holden, in cui dai docenti ricevevi un botto di paletti, e dicevi: “Che palle! Ma io voglio scrivere quello che mi pare!” E invece no, cavolo, era proprio lì che si vedeva chi aveva la stoffa, chi se la cavava nelle situazioni di… impiccio. Di limite.

Limiti. Ce la immaginiamo, questa Marianna ventenne (identica a ora, peraltro) che briga e s’impegna e s’impiccia e combatte. E lo fa per dieci anni, e un po’ di più. Viene spontaneo, conoscendo un po’ il tabellone di gioco e figurandoci questa pedina in mezzo, chiederle di ragionarci su:

Merende Selvagge:

Essere te è mai stato un limite? Farsi prendere sul serio dagli interlocutori è mai stato difficile — dal fatto di essere femmina, per dire, al modo… non così sobrio di vestirsi?

Marianna:

All’inizio sì, tantissimo. Giravo come se mi fossi pettinata coi petardi. Mi vestivo in modo molto strano. Avevo cose buffe o infantili tra i capelli, attaccate addosso. [*nota che guardiamo i soldatini appesi alle orecchie, ride*] Tutto il mercato… cioè: tutto il sistema distributivo era gestito da dei matusa, quindi effettivamente lì farsi prendere sul serio era proprio tosto. E io non facevo niente per farmi prendere sul serio. Anche perché… col cacchio che mi andavo a mettere in tailleur. Magari mi vestivo un po’ meglio, ovviamente, in caso di riunioni fondamentali. Però non sembravo quella col gessato, super grintosa, arrabbiata. Ci sono stati degli episodi che ho in parte rimosso, perché mi ricordo distintamente delle volte in cui ho pensato: “Se fossi uomo non me le avrebbero mai dette.” Però ho completamente rimosso. Non voglio rimuginarci sopra. Per quanto riguarda l’aspetto… Credo che la credibilità del professionista stia da un’altra parte. Chiaramente il mio stile di vestiario s’è evoluto, ma è ovvio che non ho mai perso quella cifra lì. Sta tutto nel mio carattere. Continuo a fare battute a sproposito, dico un sacco di parolacce, quando vado a fare i corsi alla Camera di Commercio infilo anche la slide con Pamela Prati che piange. Io sono così. Se ti va bene, bene. Se no niente. Grazie a Dio, però, anche se ho un approccio ironico, credo che l’esperienza, la prova dei fatti, le competenze acquisite siano di gran lunga superiori. La reazione della gente, di solito, adesso è: “Ok, la racconta in un modo un po’ buffo, non canonico, però, cazzo, cose da dire ne ha”. Quando avevo vent’anni no. Non avevo esperienza, ero una sbarbatella, non sapevo che cosa stessi facendo. Capisco anche che la gente dica: “Oh, ma chi è ‘sta qua? Che vuole?” Giusto. Per questo la formazione e l’esperienza sono fondamentali.

Merende Selvagge:

Formazione. Ecco. Chi forma i formatori? Tu hai mentori che ti ispirano?

Marianna:

Sarà una segnalazione banalissima, ma… Seth Godin. Se non l’avete mai letto, lo posso capire. È un super guru del marketing. C’ha anche una certa età. All’interno del suo cognome c’è God, perché nel suo settore è tipo Dio. Quello che dice è veramente incredibile. E ha una capacità di dire cose complicatissime in modo super semplice, formativo e didattico. Il suo libro più famoso si chiama La mucca viola. È anche un tipo molto buffo e divertente. Sul marketing mi ha insegnato tantissimo, ovviamente a distanza.

La distanza è fondamentale. Ma noi, a chilometro zero, abbiamo Torino, non New York (e manco Milano): come la mettiamo, con questa città?

Marianna:

Non lo so, sono molto sfiduciata. A me non sembra un grande periodo per Torino. Mi sembra sia in una fase di grande ristagno, particolarmente difficile… molto difficile. Mi convince molto quella poesia di Catalano: A Torino non si scherza un cazzo. Cioè: se ce la fai a Torino, ce la fai dappertutto. Ne ho parlato tantissimo, con tantissime persone, però sono tanti che mi dicono: “Cacchio: se tu fossi a Milano, sarebbe completamente diverso. È vero che avresti il quadruplo della concorrenza, però Milano è molto meritocratica, e con le tue idee ce l’avresti fatta meglio”. Questa cosa mi dà molto da pensare. Ho come l’impressione che a Torino ci sia una fetta di pubblico illuminatissima, bravissima, incredibile, eccetera eccetera, ma: minuscola. Riuscire ad andare a scalfire la massa e convincerla mi pare sia complicatissimo. Resta una città molto chiusa, una città dove non si fa gran rete tra professionisti. O comunque si fa poco. Ci sono delle sacche di gente che si stanno sbattendo tantissimo. I nomi che ora cito possono piacere o non piacere, ma si tratta di chi in modo completamente altruista si sta sbattendo per organizzare un cambiamento di qualche tipo. Per esempio penso a Luca Ballarini, che ha un’agenzia di comunicazione qui a Torino che si chiama Bellissimo. Ecco: lui fa questa cosa che si chiama Torino Stratosferica. Convince anche graficamente, perché mettendo insieme la scritta si vede toriNOSTRAtosferica, ti dà quest’idea di condivisione: mette insieme un po’ di imprenditori culturali per discutere come ci immaginiamo la città del futuro, un discorso super interessante. Ma il resto? Non ne posso più di lamentele: se aspetti sempre che siano gli altri a organizzare le cose, ciao!

Merende Selvagge:

Che hai in testa?

Marianna:

Ecco, a partire dall’autunno vorrei organizzare delle cene, qui. Delle cene speciali dove ognuno porta qualcosa; gli ospiti devono essere persone che non c’entrano un cazzo l’una con l’altra, non so, mi immagino il jolly da circo, la ballerina, il tatuatore, il traduttore, il fotografo, il grafico… Noi li mettiamo insieme in modo che, beh, si conoscano. Per me è La cena per farli conoscere, il titolo di questo format. Come il film di Pupi Avati, sì. Poi nasca quel che vuole nascere. Sennò si finisce sempre nella nostra bolla, un tot di persone che fanno più o meno lo stesso lavoro, ce la raccontiamo e ce la suoniamo e ci lamentiamo e non ci diciamo mai niente di diverso… Bene che vada, continuiamo a darci sempre ragione, tra di noi. Che palle! Io vorrei anche sentire qualcuno che non mi dà ragione, ogni tanto.

Che il conflitto o il cambiamento germinino creazione è cosa vera e coraggiosa da inseguire. Non dev’essere facile chiamarselo addosso.

Merende Selvagge:

Nel concreto quotidiano però che fai, se qualcuno non ti dà ragione o sorgono impicci?

Marianna:

Sono diventata più brava negli anni. Ho due tipi di approcci. Emotivamente parlando, più o meno il mio processo funziona così: panico iniziale. Totale. Globale. Panico proprio: urla. Pianti. Tragedia greca. Dura due, tre ore massimo. E poi mi rimetto subito nei binari. Cioè: io mi perdo in un bicchier d’acqua facilmente, ma allo stesso tempo tengo sempre dritta la barra. Non so mai come queste cose si svolgano. Per rimanere sempre intorno a metafore che hanno a che fare con l’acqua, il rischio è di annaspare durante i soccorsi in mare. Ho imparato, con gli anni, a non prendere mai decisioni nei momenti difficili, o quando ci sono problemi. Faccio un esempio stupido: i corsi non partono. “Ah! Cacchio! I corsi non partono! Cosa facciamo? Non abbiamo soldi! Quest’anno come possiamo fare se non abbiamo l’entrata principale? Dài! Organizziamo altri ventidue corsi! Sì, dài! Organizziamoli! Iniziamo a promuoverli mentre promuoviamo ancora gli altri corsi, che però non stavano andando! Facciamo un altro post!” Questo è l’approccio che ho avuto fino a tre, quattro anni fa. L’approccio emergenza. Il delirio. La bomba. “Facciamo tutto a caso”. Ecco: è l’equivalente di annaspare in acqua mentre il bagnino cerca di salvarti e tu ti dimeni come un pazzo. Probabilmente affogherai insieme al bagnino: per evitarlo, il bagnino dovrebbe tramortirti, a un certo punto. Beh, io mi auto-tramortisco! Adesso basta: se si presenta un momento di difficoltà al lavoro, non si prendono decisioni in corsa. L’ansia ne porta di peggiori. Lasciamo passare la tempesta continuando a sgobbare come muli sulle cose decise con lucidità mesi prima. Passato quel periodo iniziale di panico, quando ci si accorge che magari le cose continuano ad andare male, solo allora ci si dice: ok, mentre continuiamo a far andare avanti il tutto cerchiamo più lucidamente delle soluzioni tampone o una prospettiva diversa per la prossima stagione, o per il prossimo anno. Ci pensiamo però con più lucidità. Tutte le volte che abbiamo operato presi dal panico sono venuti fuori dei merdoni peggiori del merdone iniziale. Dopodiché uno è stanco e deve pure pulire il doppio dello schifo. Quindi: no.

Parlare al plurale è fondamentale, in questo caso. Il tentativo di fare cultura in un territorio in transizione costante richiede energie altrui, in aggiunta. Come si capisce che bisogna allargare la squadra, che serve prendere spazio — fisico, persino — nel mondo?

Marianna:

È stato cruciale il passaggio dalla prima alla seconda Zandegù. Tra le due… Non ricordo se fosse il 21, il 22 di maggio del 2012: mi sono licenziata dal posto in cui ero finita a lavorare, una rivista per onicotecniche, e tre settimane dopo ho riaperto la partita IVA. Cioè: in tre settimane ero già riuscita a tornare dalla commercialista, firmare, fare tutto… Per tornare al discorso di prima: decisioni ponderatissime, proprio! Mi sono detta: “Mi prendo sei mesi per imparare a impaginare gli ebook, a fare il sito”, perché volevo risparmiare. E lo faccio: smadonnando, proprio. Un casino che non vi dico. Ho cercato un grafico per darci una veste nuova, preparare altre basi. Abbiamo ufficializzato la cosa il 14 dicembre con il lancio del sito. Poi in realtà tutto si è concretizzato nel 2013: sono partiti i primi corsi. Sono usciti i primi ebook. All’inizio lavoravo in casa. Poi, due anni dopo, siamo andati a lavorare in un co-working. Abbiamo iniziato ad affittare le sale per fare i corsi. Visto che eravamo sempre lì, abbiamo pensato di prenderci una scrivania, almeno avevamo un appoggio. Poi però la dinamica co-working ci sembrava molto dispersiva, e abbiamo preso un ufficio all’interno del co-working. Ci siamo stati ancora un anno. Le cose hanno iniziato ad andare bene, l’ufficio del co-working è diventato stretto, volevamo ci fosse il nostro logo all’ingresso, l’accoglienza dei corsisti andava fatta in un altro modo. Ricordo che dicevo: “Voglio fare a modo mio”. E quindi ci siamo cercati una sede. Ci siamo arrivati nel 2016. A ottobre abbiamo aperto. Un passaggio graduale, ma neanche troppo. Non eravamo soli, Marco e io. C’era anche il grafico, Davide Canesi, che lavorava da remoto. E Irene Roncoroni, dal febbraio 2014.

Poi ci siamo resi conto che serviva una persona fissa, una figura diversa dall’ufficio stampa classico: cambio della guardia, via Irene, dentro Enrico Viarengo, che si occupa di un po’ di tutto. Più o meno in quel periodo abbiamo sentito l’esigenza di non avere più un grafico a Milano: questo povero figliolo lavora per una grossissima casa editrice, fa orari assurdi (nel nostro caso tornava a casa alle undici, ci mandava le copertine alle tre di notte, non riuscivamo mai a parlarci perché non poteva mai nemmeno fare una Skype). Conosciuto Alessandro Pelissetti, ci siam detti: “Almeno riusciamo anche solo a fare una riunione, ci parliamo”. Quando ho capito che potevo delegare anche l’impaginazione, è arrivata Agnese Tortosa. Invece la storia della  sede, la Zandecasa… Uh! È stato un calvario!

Quando all’inizio abbiamo scritto che il mondo di Zandegù, realizzato da Marianna, è vasto, imprevedibile e ubiquo, facevamo riferimento proprio alla sede. Il colore prevalente è il bianco, quello che la caratterizza è invece il giallo; una precisa gradazione di giallo. (Giallo Lego? Giallo limone? Giallo scuolabus?) Se la Z avesse un colore, ecco: sarebbe questo giallo qua. Le aule, poi. Sono due. Si chiamano [Aula Sandra] e [Aula Raimondo], così, con tanto di parentesi quadre. Sulla porta del bagno è indicato [Tualèt], e c’è uno spazio dedicato alle pause — un bancone, la macchinetta che va a cialde, tanti bicchieri (rigorosamente riciclabili) — sotto ad alcune parole scritte sul muro: [Caffè? Tè? Me?]. Le parentesi sono proprio quadre. Rigorose. Perché Marianna la follia, la stupidera, la “zuzzurellonità” — l’identità del luogo e la propria — ha imparato a padroneggiarle.

Marianna:

Nei primi mesi del 2015 abbiamo iniziato a dire che forse poteva servirci una sede. Un giorno stavamo passeggiando in via Pinelli e io vedo questa casa, per i miei gusti bellissima, una casetta indipendente, super carina. C’era un cartello con scritto VENDESI O AFFITTASI. Io dico: “Sembra proprio perfetta.” Prendo il numero di telefono, chiamo, prendiamo appuntamento. Era stata una scuola di musica. Dentro era già… perfetta. Per me era perfetta. Era proprio una casetta completa, enorme, bellissima. Aveva l’interno cortile. Ero proprio impazzita, vedevo già le possibilità. Volevo costruirci un piano sopra. Quindi dicevo: “Vabbe’, e sopra costruiamo casa nostra! Che bello! Bellissimo!” Ma la trattativa non è andata a buon fine. Ce la siamo persa. Però da lì ho capito che sì, dovevamo cercarci un posto. Allora abbiamo iniziato a cercare di tutto. In vendita e in affitto. In condivisione… sulla luna! E abbiamo visto una marea di schifezze. Delle robe in condizioni pietose. Quando avevamo perso ormai tutte le speranze, sull’ennesimo sito ho trovato questo posto. Mi sono detta: “Vabbe’, le foto sembrano meno cagose di quelle solite, andiamo a vedere”. Quando siamo arrivati qua, ovviamente l’aspetto era completamente diverso. [*allarga le braccia come a prendersi tutta la sala, il bianco e il giallo insieme*] Era tutto da ristrutturare, però era in condizioni dignitose, la Metro era vicina, non c’erano scomode Strisce Blu. Quindi abbiamo comprato. E poi abbiamo iniziato i lavori di ristrutturazione. Un salto nel vuoto mostruoso, che non consiglierei probabilmente a nessuno. Ma tutte le soluzioni in affitto che abbiamo visto erano di due tipi: o il mega-loft dove è possibile combinare le aule come si vuole, con costi di affitto salatissimi! Oppure posti di dimensioni più normali, però strutturate ad ufficio: aule che al massimo contengono cinque persone, o obbligano a buttare giù muri e fare un sacco di lavori su un posto che non è tuo. L’idea di spendere mille euro di affitto per il mega-loft sembrava una cagata galattica… piuttosto uno si fa un mutuo, appunto. Per questo abbiamo deciso di andare in questa direzione. È spaventosissimo, ovviamente, avere sul groppone anche questa cosa qua.

Merende Selvagge:

E poi? Una volta che c’è il posto, è fatta?

Marianna:

L’anno prima di venire qua avevamo deciso di rifare il sito: era sempre quello che avevo fatto io, faceva acqua da tutte le parti. Soprattutto la parte di e-commerce stava iniziando a dare problemi. Quando abbiamo deciso di rifare quella parte lì, abbiamo anche ragionato sul restyling del logo, perché era un po’ diverso, e in generale sulla grafica dei materiali: la facevo tutta io, totalmente a caso, non c’era coerenza. C’erano immagini di stock, robine fatte con Canva, tutto un po’ a caso. Quando abbiamo deciso di riaprire qui, Marco mi ha presentato una sua amica che fa la grafica a Milano, Benedetta Spreafico, che credo che sia un genio… Ecco, forse lei la annovererei tra i mentori che conosco di persona. Lei è veramente bravissima, ha una mente incredibile: non solo è molto creativa, ma capisce il cliente, ragiona a scopo commerciale con del raziocinio vero, il sense of business milanese. Il famoso rebranding è suo: c’ha rifatto il logo, l’immagine coordinata, tutti i materiali…

E se uno in questo mondo volesse entrarci? Se, a forza di ragionare intorno a un settore boccheggiante eppure ancora vivo, vivo, vivo, ci si volesse cimentare in una strada simile o parallela?

Marianna:

Bisogna essere secondo me molto consapevoli che è una fatica devastante. La consapevolezza che ci si sta infilando in un ginepraio è necessaria. Io non ce l’avevo, no? A livello pratico, bisogna veramente tenere i conti sottomano. Non dev’essere il Business Plan complicato che ti insegnano al MIP, per chiedere i finanziamenti. Ma deve somigliare al tenere i conti di casa: che sia col kakebo, col quadernino, con l’Excel. Avere sempre traccia di quel che si sta facendo è essenziale. Perché quando si vedono per tempo le cose si riescono ancora a salvarle. Se si ignorano è la fine. In più, bisogna tanto, tanto, tanto, tanto, tanto lavorare sulla comunicazione. Spero di non passare per arrogante, ma se a noi la comunicazione sta andando bene, e tutti ci fanno complimenti, è anche perché nel settore culturale appena fai un briciolo di sforzo in più spicchi subito. Facciamo i matti e creativi, però non è che per forza devi essere matto e creativo anche tu. Tante volte mi si dice: “Ah, ma che bella l’ironia, a me non viene!” Sì, ma non è che bisogna per forza fare come noi. A noi vien bene, è naturale, è così. Si possono però anche fare cose più seriose, più professionali. Occorre un minimo di sale in zucca. Del Sale Rosa in zucca!

Merende Selvagge:

Secondo te perché sembra tanto difficile? Perché pare sempre che debba esserci un bivio netto tra il fare cultura e il fare ironia, o comunicazione, o — in un certo senso — persino intrattenimento?

Marianna:

Credo che non si capisca ancora che la comunicazione, come dice la parola stessa, è una comunicazione. Ci sono due soggetti che si stanno in qualche modo parlando: ci sei tu che parli, e c’è l’altro che deve capirti. Se continui a scrivere e a fare foto incomprensibili, o video di bassa qualità, o didascalie autoreferenziali… non ti capirà nessuno! Occorre dire cose interessanti, cose che agli altri venga voglia di ascoltare. Ecco: invece di stare a preoccuparsi che bisogna imparare MailChimp, WordPress o altri mille programmi, preoccupiamoci di avere cose da dire. In tutti questi anni di formazione, quante volte mi sono sentita dire da corsisti: “Ah, che bello! Voglio aprire un blog! Adesso ho imparato tutti gli angoli più reconditi di WordPress, fino a farlo diventare un Super Concorde!” Ok. “E ora l’hai aperto il blog?”, gli chiedi dopo sei mesi. “Eh, no, non sapevo cosa scrivere!” Allora: non devi necessariamente usare chissà quali programmi o strumenti per interagire con le persone. C’è Medium; c’è persino Facebook, se vuoi… L’importante è avere cose da dire. Quanta gente spara: “Quanto vorrei fare i video! Ma è così difficile! E la fotocamera, e le luci…” Ma no: noi il novanta per cento dei video li facciamo col telefono. Non è importante il mezzo. Certo, a un certo punto, si dovrà curare anche l’estetica: si dovrà migliorare il proprio game, come dicono gli americani. Ma cacchio, senza avere delle cose da dire come si fa?

Ci sarebbe ancora tanta roba da raccontare. Le risate. Le manifestazioni di complicità. I progetti per il futuro. Gli appuntamenti alle prossime Zandebirre, che ora c’è venuta una sete… Ma è il momento di fermarci. Di rispettare i paletti. Recuperiamo le nostre cose. Ci salutiamo. E prima di tornare in strada — prima di rituffarci in questo primo, violentissimo accenno di estate — ci voltiamo a guardare Marianna un’altra volta. Ferma nel rettangolo della porta, sullo sfondo ha delle lettere coloratissime, gonfiabili, che, una in fila all’altra, formano la solita scritta con la Z. Non è da tutti intervistare qualcuno che sembra uscito da una graphic novel.

Ci tornano in mente le foto del suo profilo Instagram. Una, in particolare, in cui Marianna, con i fianchi schiacciati, se ne sta infilata dentro una clessidra: un altro dei tanti luoghi in cui l’abbiamo vista. E continueremo a vederla. Perché Marianna è una di quelle persone-personaggio che, quando le incontri, ti invogliano subito a chiederti cos’hanno fatto per arrivare sin là e cosa stanno facendo; ma, soprattutto, ti invogliano a chiederti cosa faranno nelle prossime puntate. Nel futuro, insomma. Perché è lì che la incontreremo, la prossima volta. Ci abita.

Domitilla Pirro è nata a maggio del 1985 e crede che le parole portino fortuna. È giornalista pubblicista iscritta all’Ordine di Roma e direttrice creatività&sviluppo di Fronte del Borgo della Scuola Holden di Torino. Con Sote’ ha vinto la quinta edizione del concorso letterario 8×8; suoi racconti sono usciti su Repubblica, Linus, abbiamo le prove. Con Francesco Gallo progetta Merende Selvagge e La Fionda Factory, ventaglio di offerte narrative per umani di varie dimensioni. Con Sara Benedetti insegna il Buco Nel Cervello, piano di riprogrammazione di genere.
È docente del laboratorio di scrittura creativa per donne operate organizzato dalla Susan G. Komen Italia e la Scuola Holden.
È in debito eterno verso Marcello Fois, suo docente di Racconto&Romanzo durante il biennio in storytelling, che l’ha assistita nella stesura del primo romanzo. Sarebbe pure laureata in Legge, ma fa finta di no.
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