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Accogliendo babele: intervista a Stefano Ercolino

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di Leonardo Bevilacqua

Stefano Ercolino, classe 1985, è uno studioso italiano di letteratura comparata, dal 2014 docente presso l’Underwood International College, Yonsei University, a Seoul, in Corea del Sud. Nel corso degli studi presso l’Università dell’Aquila, ha avuto modo di frequentare atenei di prestigio internazionale: tra gli altri, Stanford e Berkeley, in California. Il suo percorso, di cui ha scritto anche Remo Ceserani, è esemplare non solo per la sua eccellente formazione accademica ma anche per la precocità e la fecondità dei suoi scritti critici e teorici. Nel 2014, infatti, Ercolino ha pubblicato due monografie: Il romanzo massimalista (Bompiani,poi tradotto in inglese per Bloomsbury) e The Novel-Essay (Palgrave Macmillan).

La tua carriera universitaria è costellata di nomi e di incontri importanti. Che rapporto hai con i tuoi maestri e quale ruolo pensi abbiano avuto nella tua formazione?

Il mio percorso è stato segnato dall’incontro con due persone, soprattutto: Massimo Fusillo e Franco Moretti.Ho conosciuto Massimo Fusillo al primo anno di università: teneva quello che è stato il mio primo corso di letteratura comparata e quindi, di fatto, è stata la persona che mi ha introdotto alla disciplina. Sicuramente ha avuto un ruolo chiave nella mia formazione e, tuttora, continuiamo ad avere un rapporto di scambio intellettuale molto profondo.La sua visione della letteratura ha influenzato profondamente il mio lavoro, soprattutto Il romanzo massimalista.

L’altro maestro importante è stato Franco Moretti, che ho conosciuto quando ero a Berkeley nel 2008, grazie a uno scambio tra l’Università dell’Aquila e l’ateneo californiano. Qualche tempo dopo, ho trascorso un periodo di ricerca a Stanford sponsorizzato dalla Commissione Fulbright, e lì ho avuto modo di lavorare con lui alla mia tesi di dottorato.The Novel-Essay, 1884-1947 è il risultato di un lungo e intenso confronto.

Naturalmente, ci sono stati anche altri studiosi che hanno avuto un ruolo decisivo nell’orientare i miei interessi e le mie scelte. In generale, credo molto nell’importanza del contributo dei maestri alla formazione intellettuale di un giovane.

Hai studiato negli Stati Uniti per la prima volta quando già frequentavi un corso di laurea specialistica. Come hai vissuto il passaggio dall’ambiente di studio italiano a quello anglosassone e internazionale che hai trovato in California? 

Senza particolari difficoltà. Dal liceo all’università, i punti di forza della formazione umanistica che si può ricevere in Italia sono molteplici e ben noti. L’unica differenza qualitativa di un certo rilievo a vantaggio degli Stati Uniti, credo, stia nel salto di qualità che un corso di dottorato più lungo e ben strutturato consente di compiere agli studenti.

Per quanto riguarda certi aspetti della vita in un’università americana o inglese, uno studente italiano potrebbe trovarsi in una posizione di relativo svantaggio, perlomeno in un primo momento. Appena arrivati, ci si scontra subito con una cultura della scrittura forte e diffusa: se in Italia uno studente è valutato in grandissima parte per mezzo di esami scritti e orali tesi a verificare la mera acquisizione di determinate conoscenze, nel mondo accademico anglosassone ci si dedica molto di più alla produzione di saggi critici in cui bisogna dimostrare di saper rielaborare in modo autonomo i testi di riferimento. Inizialmente,non è stato semplice trovarsi a scrivere così tanto e così spesso. Per di più, ovviamente, si trattava di abbandonare la mia lingua madre e di scrivere in inglese. The Novel-Essay è stato scritto in inglese, mentre Il romanzo massimalista l’ho scritto in italiano ed è stato tradotto successivamente.

La solidità della tua formazione è frutto di un sistema universitario ben strutturato, o del rapporto più stretto con i docenti che solo alcuni studenti riescono a stabilire?

Negli Stati Uniti, o in Inghilterra, per esempio, si punta molto sul sistema: i programmi d’esame e l’organizzazione dei corsi di studio, in teoria, sono già sufficienti a garantire una buona preparazione a gran parte degli studenti. In Italia, invece, così come in tanti altri paesi europei, è spesso il rapporto spontaneo e individuale con un docente che dà modo al singolo di crescere. Chi è bravo e molto motivato saprà cercarsi in autonomia degli stimoli forti e migliorare, al di là delle capacità oggettive, ma anche dei limiti formativi del sistema. Questa è stata la mia esperienza personale, chiaramente; nulla toglie che per altri le cose possano essere state molto diverse.

Hai studiato letteratura comparata fin dalla triennale. Come spieghi la fascinazione così precoce per questa disciplina e la tua costanza nel praticarla?

Inizialmente, ciò che probabilmente mi ha spinto verso la letteratura comparata è stata la prospettiva ristretta che lo studio liceale offriva sul canone della letteratura occidentale. La letteratura italiana è splendida, ci mancherebbe, ma io ho sempre amato e letto avidamente soprattutto autori appartenenti ad altre tradizioni linguistiche e culturali: da adolescente, Shakespeare, Goethe, Stendhal, Ibsen, Kafka, Brecht e Borges, per esempio, erano ossessioni. Mi interessava studiare i fenomeni letterari da una prospettiva ampia, transnazionale. Retrospettivamente penso sia stato soprattutto questo: la fascinazione per l’ampiezza e per la trasversalità, il senso di libertà.

Ancora oggi credo che chiunque sia seriamente interessato alla teoria letteraria e alla storia del romanzo in particolare debba quasi necessariamente dare un taglio comparatistico al proprio lavoro. Da questo punto di vista, un oggetto di indagine privilegiato può certamente essere costituito dalle forme letterarie, e cioè da quei sistemi simbolici che,come scrive Adorno nella Teoria estetica, riescono a incarnare gli “irrisolti antagonismi della realtà” in determinati tratti morfologici. In linea con la tradizione critica e teorica hegeliana e marxista, ho sempre pensato alle forme letterarie come a spazi agonistici, di tensione, in cui diverse prospettive sul reale, diverse ipotesi di mondo entrano in conflitto o in risonanza, offrendo, sul piano estetico, risposte simboliche a problemi storici e sociali immanenti. È per questo che mi affascinalo studio delle forme: perché sono sofisticate macchine del tempo; cristallizzazioni, istantanee, della storia, della società e delle forme di vita della cultura che le ha prodotte.

E infatti il filo conduttore che unisce i tuoi due lavori principali è proprio quello di una forma, il romanzo, e della sua storia. Questo tuo interesse è dovuto alla convinzione che esso sia la forma narrativa più significativa del nostro tempo?

No, non penso che il romanzo sia l’unica forma in grado di raccontare il contemporaneo, così come non credo che la letteratura sia uno strumento di indagine della realtà più efficace di altri. La nonfiction in senso lato, il cinema, naturalmente, e, negli ultimi anni, la serialità televisiva sono potenti dispositivi ermeneutici e semantici. Penso, però, che la natura camaleontica,“cannibale”, del romanzo, la sua capacità strutturale di fagocitare mondi, generi, stili, e discorsi eterogenei offra un vantaggio strategico,morfologico e cognitivo insieme, nel racconto della complessità.

Al punto che certi generi del romanzo, come il romanzo massimalista, o il romanzo-saggio, ambendo alla totalità e all’autosufficienza, entrano quasi in competizione con la polifonia assordante del mondo.

La possibilità di spaziare tra forme così diverse, letterarie e non, dovrebbe far riflettere sull’importanza della letteratura comparata. Tuttavia, in diversi paesi europei siamo abituati a dipartimenti di Lingue o di Lettere in cui questa disciplina è marginale. Pensi che questo renda più difficile la carriera di un ricercatore con questo tipo di specializzazione?

È molto difficile rispondere a questa domanda. Negli ultimi anni, sia in Europa, che negli Stati Uniti, il restringimento del mercato del lavoro accademico è stato impressionante e drammatico, non solo nel campo della letteratura comparata, ma in quello delle Humanities in generale.

A questo si aggiunga che in diversi paesi, come negli Stati Uniti, per esempio, dove circa il 70% del corpo docente è costituito da adjuncts, cioè da professori precari a contratto, c’è un forte squilibrio tra posizioni di insegnamento e ricerca stabili, o tenure-track (con possibilità di stabilizzazione), e posizioni precarie. Si tratta di una situazione che ha dei costi sociali altissimi: parliamo di docenti universitari che non hanno diritto nemmeno all’assistenza sanitaria. Tuttavia, se in Occidente si registra un calo abbastanza generalizzato delle opportunità lavorative per un giovane ricercatore nel settore delle Humanities, in alcuni paesi asiatici come la Corea, per esempio, la situazione è differente. Non è un caso che, nel college in cui lavoro, quasi tutti i miei colleghi siano americani, o europei.

Una volta concluso il dottorato, quanto è importante il nome dell’ateneo di provenienza per un giovane sul mercato del lavoro?

Il “nome” dell’ateneo in cui si consegue il dottorato di ricerca gioca un ruolo indubbiamente importante soprattutto nella fase iniziale della carriera, quando magari non si possiede ancora un profilo scientifico solido. Le politiche di branding degli atenei di alcuni paesi occidentali, così come di quelli dei paesi emergenti che importano personale dall’estero, passano anche da questo, dall’autorevolezza della formazione dei membri del corpo docente. Se si viene da un’università piccola, magari, si deve cercare di puntare su altro, in particolare sulla qualità della ricerca.

Consideri la tua permanenza all’estero solo come una prima fase della tua carriera, o come una scelta definitiva?

Oggi, intraprendere la professione accademica significa anche accettare il movimento, il cambiamento, lo sradicamento; significa essere disposti ad accogliere Babele,il molteplice del mondo, con i costi esistenziali, ma anche con i benefici, che ne derivano. Nel lungo periodo, questo può rivelarsi estenuante e insostenibile sul piano umano, affettivo, e della qualità della vita in generale. Quindi, sì, un giorno mi piacerebbe tornare in Italia, nonostante attualmente mi trovi a svolgere il mio lavoro in condizioni ottimali: ambiente accademico dinamico, studenti eccellenti, risorse per la ricerca, progettazione del futuro ambiziosa. Per non parlare della cultura dell’ospitalità e dell’importanza attribuita all’istruzione superiore in Asia orientale.

I dati statistici sul turnover generazionale e sull’età media degli accademici in Italia sono preoccupanti. Credi che il numero di pensionamenti previsti nei prossimi anni contribuirà a cambiare la situazione?

Può darsi che le cose cambino in futuro,me lo auguro per la mia generazione e per chi è più giovane di me, ma tutto dipenderà dalle politiche del governo. A dispetto dei proclami, al momento la situazione è ferma. Non sono un tecnico, ma l’impressione è che sia necessaria una programmazione seria e di lungo periodo per favorire il turnover generazionale e l’immissione di nuove e consistenti risorse nel sistema universitario, non interventi estemporanei – pur tuttavia più che benvenuti in un sistema bloccato –che, più che altro, sanno di propaganda.

Commenti
Un commento a “Accogliendo babele: intervista a Stefano Ercolino”
  1. Roberto Marini scrive:

    Mi fa piacere aver avuto qualche informazione su questo giovane studioso, del quale ho apprezzato “Il romanzo massimalista” e ancor più (perché più vicino ai miei interessi) “Il romanzo-saggio”. All’ampiezza della cultura, non soltanto letteraria, unisce una rara limpidezza di scrittura. Ampiamente condivisibili le sue considerazioni, nell’intervista, sull’importanza della Letteratura Comparata. Quando ho studiato io (35-30 anni fa), a Cagliari purtroppo non esisteva questo insegnamento, e mi è sempre dispiaciuto, anche se, sia in quegli anni sia in seguito, ho cercato di costruirmi una mia formazione nel maggior numero di letterature. Quando s’insegna in un liceo è indispensabile dare ai ragazzi una prospettiva ampia. “Il romanzo-saggio” è un libro che può essere consigliato anche ai più preparati tra gli studenti. Bravo Stefano, non avrei pensato che fossi così giovane!

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