Ad Ajdabiya, sotto le bombe

di Stefano Liberti

Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L’attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.
Un ribelle con un kalashnikov ci fa segno di no con la mano e ci impedisce di andare oltre. «Tornate fra un’ora, quando la situazione sarà più calma». Un’ora dopo, nella città si è scatenato l’inferno. Le forze ribelli indietreggiano. All’ospedale arrivano morti e feriti, civili colpiti da schegge di bombe. Due bambini di 4 e 7 anni che vengono subito medicati e non sono in pericolo di vita. Un uomo ucciso dal frammento di un ordigno mentre viaggiava in macchina, la materia cerebrale ancora sparsa sul poggiatesta. Un altro che arriva con le interiora in mano e morirà poco dopo. Ambulanze a sirene spiegate. Il crepitio della contraerea. Bombe sempre più vicine.
La città piomba nel panico. I pochi negozi aperti si affrettano ad abbassare le saracinesche. Le bandiere rosso-verde-nere simbolo della ribellione sventolano tristi. Veicoli degli anti-Gheddafi vanno in tutti i sensi, presi in un vortice di paura e confusione. Decine di macchine cariche di persone e bagagli si lanciano sulla strada che porta verso Bengasi, la capitale della Cirenaica ancora in mano ai ribelli. Solo un paio di ore prima, la pista d’asfalto era deserta. Ora è un fiume di macchine, camion, pick-up, che tentano di fuggire dalla guerra. Un’ondata di profughi che cercano rifugio dove possono, in casa di familiari, di amici, il più lontano possibile dai combattimenti.
All’ospedale cittadino la situazione è frenetica e disperata. Il personale medico è impegnato a operare e curare i feriti, che arrivano senza sosta. «Guardate – urla il dottor Suleiman Rifadi – sta bombardando i civili. Gheddafi è pazzo, ci ucciderà tutti, mentre il mondo rimane a guardare». Ci sono diversi volontari, molti dei quali studenti di medicina che lavorano senza sosta da giorni. Alcuni uomini armati. Parenti delle vittime che piangono. «Abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità internazionale – grida Mohammed Al Fakri, professore all’università -, devono istituire la no-fly zone e fare bombardamenti mirati sulle forze di Gheddafi. Ci devono aiutare. Non vogliamo un intervento di terra, ma ogni bombardamento delle forze Nato o di chiunque è benvenuto e necessario». «Come si fa a parlare con Sarkozy e Cameron?», gli fa eco il dottor Rifadi. «Il presidente francese e il premier britannico sono gli unici che hanno preso una posizione giusta, dicendosi pronti a bombardare il dittatore».
Gli anti-Gheddafi intanto indietreggiano a vista d’occhio. Il fronte si avvicina. Le forze ribelli si liquefanno dietro l’avanzata di quelle del colonnello. «Non abbiamo armi. Sono tantissimi», dice sconsolato Sherif Layas, ex direttore di marketing convertitosi in combattente rivoluzionario il 17 febbraio scorso. L’uomo, vestito in mimetica con un cappello e un kalashnikov a tracolla, ha assistito direttamente alla disfatta progressiva delle forze ribelli, che fino a una decina di giorni fa si dicevano convinte di potere arrivare facilmente e rapidamente a Tripoli e di poter spodestare il colonnello. Layas ha il volto coperto di sabbia e l’aria stanca. Combatte senza interruzione da tre settimane. Nell’ultima ha dovuto ritirarsi di più di 250 chilometri. «Eravamo a Ras Lanouf. Poi siamo andati a Brega. Ora stanno venendo qui ad Ajdabiya. Non ce la possiamo fare. Sono troppi e noi non abbiamo le armi giuste per fronteggiarli».
La probabile e imminente caduta di Ajdabiya rappresenterebbe una vittoria di primo piano per le forze di Gheddafi. La città è in una posizione strategica all’ingresso della Cirenaica. Da lì parte una strada che aggira Bengasi e, dopo 400 km, arriva direttamente a Tobruk, a poca distanza dal confine egiziano. Se le truppe lealiste conquistano quest’ultima città, possono poi accerchiare l’odiata capitale dei ribelli da est e da ovest e stringerla in un assedio che lascerebbe poche possibilità di sopravvivenza al Consiglio nazionale transitorio che governa la regione dallo scorso 17 febbraio. «Non abbandoneremo Ajdabiya – dice Layas -, è il limite tra la vita e la morte della nostra lotta. Senza questa città, siamo destinati a perdere». Ma, vista la sproporzione delle forze in campo, sembra difficile ogni resistenza. Salvo miracoli, Ajdabiya appare destinata a cadere.
Tutte le dichiarazioni delle forze ribelli, che affermavano di tenere ancora la città di Brega e di aver compiuto una semplice ritirata strategica, si mostrano per quelle che sono: pie illusioni, nel migliore dei casi; nel peggiore, vere e proprie menzogne di guerra per tenere alto il morale dei giovani combattenti della rivoluzione, sempre più in caduta libera. Brega è in mano alle forze di Gheddafi. Mussa Gibril Bujgama viene dalla città. E’ partito l’altroieri e racconta di repressioni cruente. Di persone uccise senza pietà nella strada. «Un mio amico è stato preso e ammazzato con un colpo di pistola, perché è stato identificato come uno dei capi della ribellione. Bujgama è scappato da Brega per evitare ritorsioni. «Figuratevi – continua – che hanno fermato un’ambulanza e ucciso a sangue freddo il ferito che era sopra». Mentre parla, due aerei volteggiano sopra l’ospedale. La contraerea lancia una scarica fortissima, che semina il panico. I colpi si perdono nell’aria. Sempre più uomini armati si aggirano all’interno dell’edificio. Due postazioni di lanciarazzi vengono parcheggiate all’ingresso. I ribelli temono che Gheddafi possa bombardare l’ospedale. «Lo ha già fatto a Brega, lo farà anche qui», afferma Layas.
«Probabilmente nelle prossime ore, evacueremo definitivamente l’ospedale. Intanto stiamo portando tutti i pazienti a Bengasi», assicura il dottor Suleiman Rifadi. La struttura serve solo per le operazioni urgenti. Tutti i degenti sono trasportati verso la capitale della regione, a 160 km di distanza. Bengasi è sicura. Ma per quanto tempo ancora? Le forze ribelli non sembrano in grado di contrastare l’avanzata delle truppe. Hanno armi obsolete. E poca preparazione militare. «Li staneremo casa per casa», aveva minacciato il colonnello. Se i racconti di quanto è successo a Brega sono veri, hanno già cominciato. Bengasi trema, temendo il peggio e una vendetta che arriverà certamente violentissima e spietata. Cala il buio sulla capitale della Cirenaica. In strada pochissime persone. Si sentono, come ogni sera, scariche di kalashnikov. Ma stasera fanno più paura del solito.

Questo articolo è uscito per Il Manifesto.

Stefano Liberti (1974) pubblica da anni reportage di politica internazionale sul manifesto e altri quotidiani e periodici italiani e stranieri. Nel 2004 ha pubblicato -­ insieme a Tiziana Barrucci -­ Lo Stivale meticcio. L’immigrazione in Italia oggi (Carocci). Collabora con il programma televisivo C’era una volta ed è tra i curatori di mwinda, sito di analisi geopolitica sull’Africa. Un suo reportage è incluso nell’antologia Il corpo e il sangue d’Italia (minimum fax 2007). Per minimum fax ha pubblicato A sud di Lampedusa (2008), con il quale ha vinto il prestigioso premio di scrittura Indro Montanelli, e Land grabbing (2011). Ha ottenuto il premio giornalistico Marco Luchetta, il premio Guido Carletti per il giornalismo sociale e il premio L’Anello Debole (sezione tv).
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