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Cliché Blues (addio a Roma Nord)

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Arriva in libreria Gli eroi imperfetti, il primo romanzo di Stefano Sgambati. Lo festeggiamo domani, giovedì 3 aprile, alle 19.30 da Libri e Bar Pallotta a Roma. Pubblichiamo un racconto di Stefano Sgambati tratto dall’antologia Cronache vere (Piano B edizioni).

Andarsene da Roma Nord è una benedizione e una catastrofe: che cosa rimarrà di tutto quel traffico che ti sei dovuto sorbire? Capacità di resistenza, ferite di guerra, incubi notturni, come i reduci dal Vietnam che ancora vedono o sentono i fantasmi di Tom, Rob, Mike o del tenente Sullivan implorare aiuto prima di esalare l’ultimo respiro tra le loro braccia, “Di’ a mia moglie che l’amo”, eccetera: una coreografia violenta che si sa tacere per convenzione borghese fino a quando la conversazione stenta una sera e si è fatto ricorso già a tutti i mezzucci per tentare di rinvigorirla: allora qualcuno racconterà di quel giorno, appena prima di Natale, quando da Via Trionfale a Viale di Tor di Quinto ci volle un’ora e cinquantacinque minuti.

D’altra parte tutto va bene quando l’effetto euforizzante della cocaina rende perfino commestibili le tartine del catering offerto dal Maxxi: questo è salmone o formaggio? La gente annuisce e sembra anche convinta – convinta davvero – mentre un giovane architetto spiega i perché e i percome della sua ispirazione. Sembra convinta che quanto sta dicendo sia esaltante e mentalmente prende un minimo sindacale di appunti perché più tardi a cena sappia come riempire le pause pubblicitarie del telegiornale. Non è uno qualunque: ha progettato il grattacielo “Peugeot” a Buenos Aires e anche qualcosa di molto più grande a Osaka, ma non ne sei così sicuro, perché la hostess in rosso ti ha distratto sul più bello con una retorica di Loubotin. Tiri su un paio di volte con le narici, te ne chiudi una alla volta con un gesto distratto della nocca dell’indice destro senza farti notare: “Raffreddore di stagione”, sei abituato a spiegare.

Al quarto giro di Cosmopolitan sei Alessandro Magno, anche perché hai parcheggiato di fronte al portone. “Ma che davero?”, chiedono e tu non puoi fare altro che annuire: a Vigna Clara da ragazzino ci arrivavi in autobus, il 446 da casa tua, e per tanti anni hai visto quelli che cercavano parcheggio, archeologi dell’impossibile, geni visionari che vedevano spazi vuoti per i loro Suv là dove non sarebbe entrato un telecomando. Li hai ammirati, li hai invidiati, poi sei diventato uno di loro e allora hai capito che tanta gloria era in realtà una maledizione: serate fresche d’estate, cominciate bene con un coito veloce sotto la doccia, si sono trasformate in guerre puniche al dodicesimo giro concentrico, lungo via di Vigna Stelluti e poi Corso Francia (e ogni volta, puntuale, la tentazione di lasciarla ferma lì, la macchina, nello spiazzo del benzinaio e vaffanculo): accuse reciproche, lei te l’aveva detto – ma detto cosa? – te l’aveva detto che era tardi, che dovevate andare in taxi, che non ci dovevate andare proprio, ma anche tu l’avevi detto, che quel parcheggio lontano seicento metri era buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, che la tracotanza viene sempre punita, o andando ancora più indietro, che non sareste mai dovuti venire ad abitare in questa zona, in questa città, in questo paese, che il matrimonio è stata una stronzata, che nascere è stato un inconveniente, che siate maledette tu e tua madre.

(Forse è stato anche per questo che hai smesso di avere relazioni stabili. Per colpa del traffico)

Come gliela spiegherai via Cassia all’area manager di Corso Sempione? Non ci riuscirai mai: Testaccio lo spieghi, Trastevere glielo dici al gestore di una ricevitoria sul Naviglio Grande, dire di San Pietro che ci vuole?, perfino di certa periferia è tutto un gran parlare: al Pigneto, se non altro, ci stanno i tossici, a Torpignattara si sparano in faccia i cinesi, a San Lorenzo c’è la merda seduta per terra che suona i bonghi a quarant’anni, alla Magliana ci ha pensato la banda omonima, al Quadraro hanno fatto i rastrellamenti e, se proprio stai alle strette, puoi citare i libri di storia e le dicerie popolari, quelle che per sfuggire ai tedeschi o vai al Vaticano o vai al Quadraro: così la serata la risolvi, o come minimo arrivi al limoncello senza troppi silenzi da riempire. Ma Via Cassia come la spieghi a uno del nord che usa di merda la locuzione “sticazzi”? Sì, i trans di Marrazzo, ma poi? Via Gradoli e tutte quelle cose, ma la vera Via Cassia, cioè quella lingua di inutile asfalto che a un certo punto incrocia la Tomba di Nerone, prima di aggrovigliarsi nel Raccordo Anulare, chi la potrà mai raccontare a qualcuno?

Condomìni da ventimila euro al metro quadro immersi in una bruma di smog da traffico sempiterno, clacson e farmacie h24: per carità, almeno è una scusa, quando finalmente arrivi a suonare il campanello, con le mani tremanti e il Valdobbiadene diventato caldo, è una scusa, certo, puoi allargare le braccia, mostrare orgoglioso la chiazza di sudore sulla schiena, come orgogliosi i padroni di casa mostreranno le loro chaise longue di Le Corbusier, e dire: “C’era il delirio”. Funziona sempre, se gli invitati alla gran soirée sono tutti del quartiere: (e chi vuoi che venga, di Roma Sud, a una festa a Roma Nord?) vedrai, te lo giuro, una ridda di facce annuenti come se tu non fossi un coglione qualsiasi altoborghese con gli occhi spenti, ma Lazzaro appena risorto; ti faranno concessioni con le espressioni facciali e ti faranno notare che non sei mica l’ultimo arrivato, guarda, non c’è ancora nessuno a riempire le poltrone Frau.

Vaglielo a spiegare all’area manager di Corso Como che l’effetto Doppler a Roma Nord fallisce, che le sirene delle ambulanze non si allontanano e non si avvicinano dal punto d’ascolto, ma stanno e basta: ferme, come tutti, impossibilitate pure loro a sgattaiolare tra le lamiere. Dei carri funebri anticipati, se per caso è grave.

Andarsene da Roma Nord, andarsene da tutto questo. Andarsene dal viadotto di Corso Francia: la prima volta che l’hai visto – che l’hai visto veramente – era un’alba di domenica di fine anni Novanta. Le nuvole rade si stagliavano su questo cielo piatto delle sei del mattino d’estate e tu hai semplicemente lasciato andare la macchina col freno motore, te lo ricordi?, finché non si è quasi fermata in mezzo alla carreggiata, per fortuna che non passava nessuno, tanta era stata la meraviglia di quel perfetto monumento di cemento fascista. Ti ricordi di aver pensato: “Questo è il posto più bello che esiste”, ma era solo l’alcol, solo la sbronza che stava stemperando nel solito nulla esistenziale, era solo il fatto che ti eri ritrovato improvvisamente ventenne nella città più famosa del mondo e che in qualche modo dovevi rispondere coi fatti a quella responsabilità: l’avevi riaccompagnata a casa, in una traversa di Viale Bruno Buozzi: dalla finestra della sua camera, che non hai mai visto, si scorgeva la facciata dell’Hotel Polo dove tu e quelli come te vi davate appuntamento con gli Honda SH fino a qualche anno prima.

Questo oggi non lo puoi raccontare ai vernissage perché non fa il tuo gioco: in fondo ti eri venuto nei jeans mentre vi strofinavate sui sedili posteriori e per altri trentacinque minuti lunghissimi avevi finto un godimento inesistente: Ginevra, si chiamava, che nome del cazzo, che nome da Roma Nord, che nome borghese, un nome che sa di anfetamine già alla “n” e che decade verso l’abisso della dipendenza da antidepressivi poco prima della “a”. Ginevra: forse il primo appuntamento della tua vita? Non lo puoi dire con certezza: di sicuro la prima sborrata senza la Mano Amica. Jeans o non jeans, almeno era stato un passo avanti. Se solo avessi saputo quanto altro tempo avresti dovuto aspettare prima di poterti scopare qualcuno senza pagare, ti saresti rinchiuso dentro al portabagagli come Aldo Moro, l’Aldo Moro più confuso e spaventato della storia della Repubblica.

Ginevra, la tua prima sborrata anticipata: eccoti all’alba, con una macchia di umidità nelle mutande che si allarga e la macchina che perde giri motore sul viadotto di Corso Francia per colpa del tuo incanto, porco dio che bello, “porco dio”, le prime bestemmie avevano il sapore ferroso di una rapina in banca, nemmeno Dio stesse guidando una volante della Municipale alle tue calcagna. Era solo la sbronza, è vero: ma oggi che sei sobrio e sono le sette di sera, ed è martedì e vai per i quaranta, e per un aperitivo a Ponte Milvio hai speso venti euro, non ti passa forse per la testa che l’eiaculazione precoce era meglio di tutta questa libertà?

Tiri il freno a mano con una ferocia da Mastro Titta: ecco da cosa te ne stai andando, ancora prima che da te stesso: te ne stai andando dai cinquantini su quattro ruote parcheggiati ad minchiam per tutto il Lungotevere. Hai sempre odiato arrivare agli appuntamenti con tanto ritardo, e infatti anche stavolta ti hanno conservato il posto peggiore, quello lontano da quei pochi che conoscevi e vicino a gente mai vista di cui non ti riuscirebbe a fregare di meno anche se la frequentassi da vent’anni. La bionda è carina, ma ovviamente ha un anello al dito: forse l’hai già incontrata a una festa, non ti ricordi, ne hai fatte tante, troppe, forse l’hai incontrata a quella in maschera, quella di cui parlarono tutti i giornali per un mese e di cui parli sempre anche tu, ma non lo puoi dire e non ti puoi sputtanare. Certe feste sono come il “Fight Club”: la prima regola è che non se ne parla (be’, quasi). Comunque non hai bisogno di approfondire troppo per sapere che è stupida e insulsa, e che il suo fidanzato è anche peggio, e che in due non hanno mai formulato un pensiero degno di questo nome, e che tutta quella mediocrità contribuirà a devastare il mondo dei tuoi figli molto più di quanto tu non potrai fare pur mettendoci impegno, e per tutta la sera ti ostini a non guardarla e a non ridere mai alle stronzate che dice e a non parlarle mai, mai e poi mai, tuttavia hai visto abbastanza per capire che te la scoperesti seduta stante, sul cofano di quel Cayenne parcheggiato per tre quarti sul marciapiede, se solo lei facesse un segno e questo perché sei anche tu figlio di questo ambiente e la tua estetica risponde a dei desideri precisi.

Pensi di fuggire da tutto questo andandotene da Roma Nord? Troppo tardi, bello mio: sei fuori tempo massimo. Sei stato “formattato”, inizializzato e addestrato per trovare gustose le pizzette del “Gianfornaio” a undicimila euro al chilo, pure se sanno della stessa carta che le contiene e sono glassate col sale: va tutto bene, perché abiti in una zona che è una griffe, che quando lo dici la gente capisce e annuisce anche se non si sa bene che cos’è che capisca e per cosa annuisca. Andarsene da tutto questo come sarà? Ti chiederanno, laureati in urbanistica, esegeti della toponomastica, ti domanderanno: e Bastogi, Don Gnocchi, Montespaccato, Torrevecchia, Prima Valle, Selva Candida, Selva Nera, Ottavia, Casalotti? Ti domanderanno: e perché non è forse pure quella Roma Nord? Ti daranno dello snob ma tu scrollerai le spalle, perché è vero, sei snob, e proprio quella è la riprova che vieni dalla Roma Nord “autentica”, cioè la peggiore possibile: risponderai che tanto te ne stai andando, che non è più importante, che stai partendo, ti stai spostando, chissà, forse metterai la testa a posto (e qui di sicuro tutti rideranno). Gli farai capire che non te ne importa dei cliché, che i luoghi comuni sono la punta di una piramide di verità. Gli vorresti anche dire che non è vero, che è tutta farina del sacco dei giornalisti, che è colpa di Carlo Vanzina, che Roma Nord non è soltanto questo, che è bella, anzi bellissima, e infatti è vero, solo che nessuno sa dire il perché, visto che non funziona niente, e che anche se ogni cento metri ci sono i dispenser con le buste per le cacche dei cani gratis ti sembra sempre di camminare su un tappeto di merda.

Andarsene da qui è una catastrofe e una benedizione, perché te ne vai viziato all’incontrario: il bar “sotto casa” sta anche a tre chilometri e mezzo di distanza, se si tratta di andare a fare colazione con una crostatina ricotta e cioccolata dal nuovo Tornatora a Piazza Igea, perciò quando ti trasferisci più a nord ancora, cioè a Milano, in zona Sempione, e la mattina stai varcando la soglia di un caffè dopo soltanto dodici o venti passi al massimo dal portone di casa, sei quello che per la prima settimana tutti indicano a vista e spiano da dietro ai giornali e di cui ridacchiano e che non vedono l’ora di incontrare: il mattacchione che si guarda intorno come se quello non fosse un bancone ma uno “stargate” e il tizio di fronte non un barman ma un venusiano con dodici bocche di magnesio. È che non sei abituato: ci vuole un po’. Quando torni in strada urli che ti hanno fottuto la macchina (cioè, “ciulato”: in fondo adesso sei più a nord di Roma Nord), invece no, la macchina non l’hai proprio dovuta prendere, è rimasta parcheggiata nello stesso posto di ieri, e quella cosa che senti in bocca non è biossido di carbonio ma caffeina e, sul serio, credici, sono ancora le 8.48 del mattino.

Ti mancherà, forse, il sapore della pizza con i chiodi, una specialità di alcune trattorie di Ponte Milvio che per risparmiare usano cassette di frutta o altro legno non adibito a uso cottura, mentre fuori, sui vetri delle porte d’ingresso, mantengono comunque gli adesivi delle recensioni del “Gambero Rosso” in bella vista: d’altra parte se lì ci vanno i calciatori della Roma si deve mangiare bene per forza. Ti mancherà tutto o forse niente. Di sicuro non ti mancherai tu: è da questo che te ne vai, in fondo. È da questo che se ne vanno tutti a un certo punto: dall’idea di se stessi che hanno mandato a memoria per l’abitudine. Un’immagine che non ha più segreti perde di mordente: ecco perché te ne vai da Roma Nord, soprattutto, perché vuoi tornare a stupirti di te stesso, a restare sorpreso dei tuoi atteggiamenti, ad essere qualcuno o qualcosa che non conosci. Vuoi tornare ad essere un appuntamento al buio, piuttosto che il buio a un appuntamento.

Nell’unico bar decente di Viale Cortina D’Ampezzo fai fatica a distinguere la madre dalla figlia. C’è il sole ma sei anche alla tua sesta Marlboro della domenica mattina: te ne stai andando anche da questo, te ne vai dal vizio, te ne vai dalla sensazione che questo tepore sia tutto, te ne vai dall’ossessione del “bel clima”, come se tutti i giorni dell’anno fossero un via vai casa-mare-casa e non un pellegrinaggio sempre identico in quel solito raggio di sette chilometri. Certo, ti piace: non sai cosa fartene, perché è febbraio, ma almeno ti sei appena tolto la giacca. Tiri nei polmoni il fumo, vorresti qualcosa di più forte e ben più illegale, ma la giornata è lunga. C’è Carlo Conti al bancone, marrone come uno stronzo umano, che beve un crodino. Gli chiedono l’autografo, si fanno le foto con gli smartphone in posa coi pollici verso l’alto: distogli lo sguardo perché non vuoi scoprire che quelli come lui non pagano mai il conto: lo odi perché lui resta e tu no, perché lui non sarà mai abbastanza intelligente da trovarsi noioso e si andrà bene per sempre e non avrà mai alcun bisogno di andarsene da nessun posto, figlio di puttana.

Nemmeno essere certamente più ricco di lui ti placa tutto quell’odio: lui non c’era alla festa di De Romanis al Foro Italico. Tu sì e lui no: non hai le prove, ma sei sicuro che gli sarebbe piaciuto eccome esserci, a Carlo Conti. Ti basta guardarlo per leggerglielo in faccia. Guarda come si atteggia, ma se volesse non saprebbe come farsi aprire certi portoni. Quelli come lui non contano un cazzo in quei ceti sociali: perché non servono, ecco tutto. Il pensiero ti fa sorridere: nascondi il muso nella tazza grande del cappuccino e ti accorgi che è finito. Fai un cenno alla cameriera e mentre stai per ordinarne un altro cambi idea e chiedi un prosecco. Alla fine avevi rinunciato a travestirti da maiale quella sera, nonostante il “dress code” esplicito sul cartoncino di invito, bensì da antico greco: a differenza di molti dei presenti la tua faccia non aveva nulla che non andasse e nasconderla ti era sembrato un peccato, come d’altronde ti ha sempre detto tua madre.

C’è una foto ormai passata alla storia della cronaca mondana, ripresa da tutti i quotidiani online, in cui due di quei “maiali umani” si contendono una specie di odalisca bionda con una veste bianca cortissima. Uno di loro le stringe le carni vicino alle natiche, mentre quella sorride lasciva stringendo una cornucopia, e nell’angolo basso a sinistra dello scatto si intravede una mano che si sta appropinquando vogliosa: non avevi mai notato di avere tutti quei peli sull’avambraccio, comunque quella mano è tua ed ecco il massimo contributo che ti senti di dare alla causa “quindici minuti di celebrità”. Niente che tu possa raccontare troppo in giro: è un gossip che ancora non hai ben capito come infilare nei discorsi. C’è troppo falso moralismo, almeno fino al terzo Martini: l’aneddoto più innocuo e meno compromettente che trovi sempre il modo di offrire agli assetati è il racconto del tuo orripilato stupore quando hai scoperto Marta Marzotto addormentata sulla tazza del cesso alle sei del mattino. Te ne eri rimasto sulla soglia a fissare ipnotizzato quello spettacolo grottesco, irretito dal canovaccio di rughe sul collo di quella megera e dall’esplosione inquietante di lentiggini sulle cosce scheletriche e altrimenti bianchissime. Poi avevi sentito un click dietro di te e ti eri girato di soprassalto, scambiandoti uno sguardo veloce con uno sconosciuto probabilmente convinto di aver appena scattato la foto del secolo. Te ne eri rimasto col dubbio che potesse anche essere morta finché non l’avevi rivista in televisione, con un cappello di struzzo coloratissimo, presenziare alla prima della Scala a Milano a braccetto col Principe Giovannelli.

Hai finito il prosecco, non è rimasto più neppure Carlo Conti da guardare, la colazione è diventata pranzo, o meglio “brunch”, come si deve dire per dare l’impressione di vivere una vita migliore: un tizio che non vorresti sentire si sta lamentando della crisi economica. Dice che il suo negozio (qualcosa di simile a una boutique di lusso a Collina Fleming) non vende più un cazzo perché tutte le sue clienti migliori hanno i mariti inquisiti e che lui se ne fotte della giustizia, perché gli affari sono affari. Questo giustifica la sigaretta numero nove della mattinata: non tanto per quello che ha detto, quanto per il fatto che sei d’accordo. Devi partire, partire: andartene per allontanarti dal vizio, te lo ripeti di nuovo per dare un senso a tutto. Ti avvolgi nel fumo di sigaretta, cerchi una maschera tra le tante della tua vita, ma forse quella giusta l’hai già sistemata in valigia.

Addio Roma Nord, ti azzardi a pensare, e già ti senti un traditore, un esiliato. Addio Roma Nord che mi hai cresciuto e divorato e distrutto e allattato con tette di silicone, addio a tutto, ma lo vorresti urlare, pensarlo soltanto è ridicolo, insufficiente, vorresti salutare una per una queste persone disgraziate e sole, baciarle e abbracciarle, compatirle perché in fin dei conti tutti assomigliano a tutti e rendersi conto di ciò è qualcosa che non augureresti a nessuno. Da qualche parte, forse vicino all’ennesimo filtro, pensi che questo sarebbe il momento perfetto per prendere una decisione fondamentale, quale che sia, il punto di incontro grandioso tra azione ed emozione che potresti ricordare o addirittura raccontare in una biografia, tra trent’anni, l’attimo della svolta, della conversione, ma conversione a che cosa?

E se invece ti rimarrà soltanto l’immagine di Marta Marzotto sul cesso? Se davvero il punto nodale della tua esistenza è già passato ed era quello? Oppure la voce di quel giornalista – ti ricordassi mai una volta come si chiama – quello che faceva gli stand-up ridicoli davanti ai tram nel telegiornale, la voce di quel giornalista che ti raccontava strafatto di ecstasy tutti i capitoli dolorosi della sua conversione a Dio, anzi alla Madonna, per la precisione: mai visto in vita tua occhi tanto grandi e lucidi né sentito qualcuno vomitare stronzate con così poco pudore. Ogni pasticca che si calava, un segno della croce. Se davvero fosse tutto qua ciò che sei? Ti piace che il tuo cognome spalanchi le porte, accorci le file o le annulli del tutto: ti piace che ti arrivino con puntualità quelle mail crittografate con inviti riservati a pochi: adori che ti chiamino “dottore”, anche se non ne hai i titoli. Ne godi, è un sapore magnifico: gli spettacoli a teatro sono tutta un’altra cosa dalla prima fila in Poltronissima e adesso hai paura: forse “fuori di qui” non conterà nulla sapere chi lo prende in culo in Serie A, chi si scopa chi in Parlamento o il vero motivo per cui Fabio Volo percepisce anticipi tanto robusti. La tua moneta di scambio è fatta di questa sostanza, il tuo carisma è figlio di questo “know how”: sono quasi quarant’anni che rimbalzi tra mura simili e forse è normale che per un momento ti manchi il respiro. In fondo è come cambiare lavoro, o almeno credi: non hai mai fatto un cazzo in vita tua, a parte nascere nella famiglia giusta, ma pure quello ti sei convinto sia un merito, arrivare primo nella corsa fondamentale all’ovulo. Sei un uomo pratico: se era destino che dovessi vincere solo una gara, hai scelto quella più importante. Ok, forse non ti sarai fatto molti amici, ma guarda che macchina.

Sei abituato alle crisi di panico e anche questa la stai controllando: inspira ed espira. Quest’aria di Roma ti mancherà. No, non è vero, non ti mancherà nulla. Te ne vai per cancellare i ricordi, per annullare quello che sei diventato: quando ti alzi glielo vorresti dire al tizio che si gira a guardarti e che resterà così per sempre. Invece lasci sul tavolo venti euro di mancia sperando di farti notare: vorresti nasconderti per osservare la reazione della cameriera, ma è tardi, ti aspettano per pranzo al “Met” di Ponte Milvio. Ti hanno detto che ci sarà anche Bobo Vieri e non vuoi fare brutte figure. Forse è la volta buona che racconterai la seconda parte dell’aneddoto su Marta Marzotto, per andartene come si deve e anche perché quando c’è un calciatore al tavolo le attenzioni va a finire che sono sempre solo per lui e non ti piace quando succede. Chissà se saranno abbastanza di mondo (scommetti di sì) oppure se riuscirai a rovinargli il pranzo: ti diranno no, che schifo, non ci posso credere, ma poi ci crederanno e vorranno sapere, perché fornirai particolari talmente precisi da dissipare ogni dubbio, andranno a cercarsi su “Google Immagini” la faccia di Marta Marzotto per dare connotati più precisi a quello che hai raccontato, lei talmente fossilizzata sopra a quel cesso da sembrare non solo morta, come avrai già spiegato, ma addirittura un prolungamento stesso del sanitario, per questo, dopo il passaggio di quel tizio dietro di te appassionato di fotografia, racconterai di esserti assicurato che non arrivasse nessuno e di esserti chiuso a chiave lì dentro con lei, che continuava a non muoversi, lo giurerai, anche quando ti sei piazzato davanti e ti sei alzato la tua candida veste da antico greco.

Sei già adesso abbastanza brillo e non hai dubbi che tra un’ora lo sarai il doppio, perciò stavolta andrai fino in fondo, racconterai che hai pisciato addosso a Marta Marzotto e che hai indirizzato il getto dorato come un pompiere, prima su quelle gambe esangui e poi, avvicinandoti un po’, sui capelli e sul volto, concentrandoti sulla bocca, una perfetta bocca da vecchia ricoperta da così tanto rossetto da sembrare un cuore di vacca; se li vedrai complici, ti soffermerai sul trucco che si scioglieva e che le disegnava parentesi tonde quasi perfette dall’angolo di entrambi gli occhi fino al mento. Approfitterai del silenzio che puoi immaginarti già adesso, mentre stai guidando con una mano sola cantando i Red Hot Chili Peppers, per rivelare di averla trovata anche bella, una specie di installazione pop art, e che complice anche la droga sei rimasto a guardare quel busto umano fino a che non ti è tornata la voglia di pisciare e che allora l’hai fatto di nuovo, stavolta impregnandole meglio i vestiti e mirando bene alle scarpe, gustandoti la grandiosa sensazione di stare pisciando anche addosso a te stesso. Non sai se troverai il coraggio di scavare ancora più in fondo e ammettere al solito nugolo di sconosciuti di esserti anche arrapato e di averglielo sbattuto sulle guance un paio di volte, prima di andartene da quello schifo. Non vorresti turbarli troppo e allo stesso tempo l’esperienza ti ha insegnato a lasciarti sempre qualcosa per la prossima volta.

In fondo vieni da Roma Nord e hai un’idea ben precisa di quali siano i giusti comportamenti da tenere in società.

Stefano Sgambati è nato a Napoli nel 1980, ma ha sempre vissuto a Roma. Attualmente abita a Milano e si occupa di giornalismo e letteratura. Ha pubblicato un libro di racconti e due saggi narrativi. Gli eroi imperfetti (minimum fax) è il suo primo romanzo.
Commenti
15 Commenti a “Cliché Blues (addio a Roma Nord)”
  1. franzecke scrive:

    Quest’estetica da Brett Easton Ellis de’ noantri ha davvero stancato, e Roma Nord è diventata un topos letterario da che esistono i Cani – gente che definisce “Roma Nord” Corso Trieste, fate voi…
    Ricordo i pariolini che mi tiravano dietro le monetine quando passavo per i corridoi del Mamiani, era il 1990 e i Nirvana non li conosceva ancora nessuno: una manciata di anni più tardi li ritrovavo tutti zozzi e coi capelli colorati a dimenarsi sulla pista del Circolo degli Artisti.
    L’impressione è che oggi siano tutti finiti a fare gli scrittori, e non è un bel sentire.
    Cito da Alessandra Daniele, che un po’ di tempo fa citava Ettore Scola nel recensire “La grande bellezza”: “I privilegiati depressi: fanno pure più schifo dei privilegiati contenti”.
    E ora forza, aspetto con impazienza di sentirmi rispondere che l’autore del racconto qui sopra è nato e cresciuto a Centocelle..

  2. Ringrazio per la lettura e il commento.
    A domanda rispondo: non sono nato a Roma, sono cresciuto nella mia amatissima Roma Nord, vivo attualmente a Milano e questo qui sopra è solo un racconto, un pezzo di fiction: davvero, non è più complicato di così.
    (Tra l’altro è un racconto che risale a quasi due anni fa, quando il premiato film “LGB” – ormai infilato a caso nei ragionamenti, quasi più di Brett Easton Ellis, a mo’ di vibratore, come eccellente riempitivo di spazi voglio dire – ancora non era uscito)
    È vero ciò che lei dice: “l’impressione è che siano tutti finiti a fare gli scrittori”; ma sembra pure che tutti gli altri siano invece finiti in un club anche peggiore formato da talebani dell’acrimonia impegnati tutto il tempo a levarsi inspiegabili sassolini dalle scarpe.
    Grazie ancora per il suo tempo.
    Stefano Sgambati

  3. Alessandro scrive:

    Ha più dignità la canzone “Roma Nord” di Umberto Tozzi che questo pezzo. Siamo ai livelli di un editoriale di Parioli Pocket ritoccato in questo caso da quel po’ di cinismo che fa tanto radical – hey baby ci sei andato giù proprio duro sul finale, intendo con la pisciata su Marta Marzotto, mi hai proprio sconvolto yeahhhh!!! – . Franzecke ti stimo.

  4. franzecke scrive:

    Legga meglio, Sgambati, non ho citato La Grande Bellezza ma Ettore Scola (per tramite di Alessandra Daniele), e il suo modo di descrivere la pisciata su Marta Marzotto a fine festino, mi scusi, ma a me fa venire in mente Brett Easton Ellis.
    Del resto non capisco perché se la prende a male, Ellis è un grande scrittore..
    Buon lavoro.

  5. @Stestenic scrive:

    Quello che uno racconta può non coincidere con quello che uno pensa: è incredibile, ma è un concetto che spesso non arriva.
    Comunque, se è vero com’è vero che i privilegiati depressi esistono, perchè non raccontarli?
    E se è vero che siamo finiti tutti scrittori, perchè non essere felici di questo inevitabile sbocciare di coscienze? cos’è che disturba quando si pronuncia la frase: “Tutti vogliono fare lo scrittore”, soprattutto se chi scrive lo fa lo fa senza romperti i coglioni per presenziare a inutili riti di presentazione in librerie polverose, abbandonate, alternative solo alla voglia di vivere?

  6. Verna scrive:

    …non tutti scrittori. Quelli che sanno scrivere. Questo pezzo (tra cose che mi son piaciute e cose no) è di uno che sa scrivere. Si sente.

  7. Davide scrive:

    Paolo Brosio Ste’, quel “giornalista” si chiama Paolo Brosio…

  8. Rocco scrive:

    uno dei pezzi più brutti dalla nascita di minimaemoralia.
    a metà mi sono pentito d’averlo iniziato a leggere.

  9. Stefano Sgambati scrive:

    Ringrazio ancora per il tempo della lettura e dei commenti.
    Spero di migliorare :)
    Stefano Sgambati

  10. Patrizio scrive:

    A me il racconto ha fatto molto ridere. A voi no? Vi svelo un segreto, quando leggete fate i lettori, non sentitevi chiamati in causa da quello che state leggendo.

  11. Leonardo scrive:

    “L’impressione è che oggi siano tutti finiti a fare gli scrittori, e non è un bel sentire.”

    Con il rispetto dovuto, diciamo anche che non tutti riescono a diventarci, scrittori (lasciamo perdere quelli che pagano 6000 euro per “farsi pubblicare” il proprio libro). Stefano lo è, e non l’ha deciso lui, ma editori di altissimo livello e migliaia di lettori.
    E diciamo soprattutto che di sicuro molti, se non tutti, devono ancora imparare ad esprimere le proprie opinioni entrando nel merito dell’argomento che stanno giudicando/recensendo ed evitando di sparare giudizi sommari.

    Sindrome da social network, credo si chiami; quella che ha permesso molto democraticamente a tutti di non limitarsi a dire “mi è piaciuto/non mi è piaciuto perché…” ma a montarci sopra l’irresistibile onanismo del sentirsi migliori o comunque di poter affibbiare termini assoluti sia in positivo che in negativo dall’alto di chissà quale potere o cognizione occulta.

    (Il pezzo, in ogni caso, è bello; forte e diretto in alcuni frangenti, per carità, ma non ci ho letto neanche un grammo di autoreferenzialità, di innalzamento del proprio ego, di senso di appartenenza ad ambiti migliori rispetto a quelli descritti nel racconto. Io sono nato e vissuto a Roma Nord, e se mai mi avessero tirato delle monetine quando portavo fieramente in giro le mie magliette dei Metallica, le avrei raccolte e le avrei messe da parte per comprarmi un libro. Uno di quelli che scrive Sgambati, ad esempio, tanto per ricordarmi che la vita è fatta per godere delle cose in cui ti imbatti, qualsiasi esse siano, soprattutto quando sono “fiction”).

  12. Luigi scrive:

    Sgambati può non piacere, di sicuro non è facile. Ma meglio difficile che banale, no? Scrive in modo che il lettore non smetta mai di chiedersi ‘ma dove vuole andare a parare?’, che poi è la molla psicologica della letteratura tutta. Del resto non è colpa sua se l’estetica e l’antiestetica, la critica e l’anti critica di roma nord, è diventata un ‘genere’,

    [sono un provinciale di Roma sud e le pizzette di Gianf****aio mi piacciono

  13. Rocco scrive:

    “Sgambati può non piacere, di sicuro non è facile”.

    :)

  14. Mario scrive:

    @franzecke

    “Cito da Alessandra Daniele, che un po’ di tempo fa citava Ettore Scola nel recensire “La grande bellezza”: “I privilegiati depressi: fanno pure più schifo dei privilegiati contenti”.”

    http://www.carmillaonline.com/2014/03/09/made-in-italy/

    E questa sarebbe una recensione? E quella sarebbe una citazione?

    A proposito dei privilegiati depressi, la invito a scrivere una controstoria della letteratura che ne contempli l’assenza. Buona fortuna.

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  1. […] parte di una realtà di persone che vivono qui, una realtà vera e autentica. Rispetto al racconto CLICHÉ BLUES (ADDIO A ROMA NORD) che ha la parola cliché apposta – a parte che la gente si è incazzata nei commenti… […]



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