Addio Papa

La chiamava “la grande puta”, le dedicò ogni libro e ogni racconto, la studiò anche quando scriveva di altro, la osservò negli uomini che da essa sono presi in guerra, nei toreri che la sfidano quotidianamente e negli animali che con il loro istinto cercano di evitarla. La morte fu il centro, per Ernest Hemingway. Tutto ebbe inizio almeno fin dal 1918, ben prima di cominciare a scrivere, quando – autista di ambulanze sul fronte italiano della Grande Guerra – era stato ferito a Fossalta e per qualche ora aveva considerato la sua fine. Ma il momento più importante venne forse dieci anni dopo. Aveva già pubblicato Fiesta, Addio alle armi e alcuni dei suoi racconti capolavoro quando lo raggiunse la notizia del suicidio del padre. “Non sono un torero e m’interesso molto di suicidi” scrisse in una delle prime pagine del suo libro dedicato alle corride, Morte nel pomeriggio. Era il 1932, e il mistero di chi si ribella alla morte venne affrontato indagando uomini che decidono di somministrarla all’animale: il toro.

Dovevano passare otto anni perché Hemingway si risolvesse a confrontarsi con il paradosso di chi si ribella alla morte somministrandola a se stesso. Per chi suona la campana, in fondo, è una continua riflessione sul suicidio: sullo sfondo della guerra civile spagnola, il partigiano Jordan, per tutti semplicemente l’inglés, è risoluto a evitare in tutti i modi la fine che ha fatto il partigiano russo che l’ha preceduto, suicida per evitare la tortura, una fine che ha sperimentato lo stesso padre dell’inglés. “Era solo un vigliacco e questa è la più grande sfortuna che può avere un uomo” dice tra sé, pensando al padre, Robert Jordan. Che nelle ultime strazianti pagine del romanzo, riesce a respingere la tentazione di gettarsi fra le braccia della “grande puta”: “Non voglio fare quel che fece mio padre. È una cosa che disapprovo”.

La questione sembrava chiusa in un giudizio drastico. Seguirono anni di successo, viaggi, safari, battute di pesca nei mari di Cuba, un’altra guerra vissuta però con una specie di consapevolezza eroica mista al rimpianto per i tempi perduti. Hemingway cominciava a invecchiare e la sfida alla morte divenne una sfida alla vecchiaia in Di là dal fiume e tra gli alberi e una sfida alla natura stessa in Il vecchio e il mare. Era il 1953 e arrivò il Pulitzer a coronare una carriera. Quel che arrivò di lì a poco però era destinato a cambiare definitivamente l’uomo. In un viaggio in Africa con la quarta moglie, Mary Welsh, Hemingway sopravvisse a un incidente aereo. Tornando a Entebbe dove tutti lo avevano dato per morto, un altro aereo si abbatté sulla pista in fase di decollo e prese fuoco. La “grande puta” era evitata due volte per miracolo e Hemingway si trovò nell’assurda situazione di dover leggere i necrologi pubblicati in tutto il mondo sul suo conto. Ne scrisse con ironia in un lungo articolo-racconto intitolato Il regalo di Natale. Quel che colpì lo scrittore fu il giudizio di chi sosteneva che avesse sempre corteggiato la morte al punto da cercarla. Hemingway si ribellò: “Un conto è stare vicini alla morte e sapere più o meno cosa è, e tutt’altro è cercarla. È la cosa più facile da trovare che io conosca. Ma se hai passato la vita a evitare la morte il più astutamente possibile, studiandola come studieresti una bella puttana che potrebbe addormentarti per sempre, potranno dire di te che l’hai studiata, ma non che l’hai cercata”.

Il Nobel arrivò poco dopo ma Hemingway non era in forze per andare a ritirarlo. Inviò una dichiarazione in cui scrisse che “un vero scrittore deve misurarsi con l’eternità o con l’assenza di eternità. Per lui ogni libro dev’essere un nuovo inizio nel quale cercare ancora una volta qualcosa che è impossibile raggiungere”. I lavori cui si dedicò negli anni che seguirono dovettero sembrargli molto lontani da quell’ambizione. La capacità di scrivere e soprattutto di tagliare quanto scriveva sembrava essersi persa insieme alla progressiva, incalzante depressione. Manie di persecuzione e sensi di colpa devastanti ne annichilirono lo stoicismo che aveva descritto nei suoi eroi e aveva sempre perseguito in vita. Forse fu questo che infine lo spinse.  L’1 luglio di cinquant’anni fa, di sera, nella sua casa di Ketchum, dopo essersi lavato i denti, prese a cantare con Mary, una canzone che amava. L’aveva imparata in Italia, a Cortina. “Tutti mi chiamano bionda / Ma bionda io non sono / Porto i capelli neri / Sincera nell’amor”. Sembrava allegro dopo il secondo soggiorno nella clinica dove era stato sottoposto a un nuovo ciclo di elettroshock.  Mary sfiorò il pigiama sul corpo dimagrito dagli ultimi mesi di depressione, dunque le luci si spensero. Al mattino, Hemingway si alzò all’alba, come sempre. Scivolò furtivo dal letto, indossò la vestaglia rossa che definiva “da imperatore”, scese in cucina dove erano nascoste le chiavi della cantina, poi s’infilò dove Mary aveva chiuso tutti i suoi fucili. Ne scelse uno a doppia canna che aveva usato per anni nella caccia al piccione, inserì due cartucce, ne posò il calcio sul pavimento e l’estremità sulla fronte. Era la fine di uno dei più straordinari scrittori del Novecento. Ancora una volta i necrologi fiorirono sui giornali del mondo. Solo uno però resta memorabile. Perché, mentre si era ancora incerti se si fosse trattato di suicidio o incidente, si sbilanciò per la prima ipotesi sostenendo che se nei suoi scritti il suicidio era un atto di vigliaccheria, era anche vero che la morte per Hemingway deve arrivare quando gli uomini hanno “assaporato per qualche tempo l’amarezza della vittoria”. L’articolo era firmato dalla penna di un altro grande scrittore, allora assai giovane, e si apriva così: “Questa volta sembra che sia vero: Ernest Hemingway è morto. La notizia ha commosso, in località opposte del mondo, i suoi baristi, le sue guide per cacciatori, i suoi giovani toreri, i suoi autisti di taxi, alcuni pugili in disgrazia e qualche pistolero in pensione”. A scrivere era Gabriel García Márquez. Ma stavolta Hemingway non poté più leggerlo.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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