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Addio, Ray

Pubblichiamo un articolo di Matteo Nucci, uscito sul «Messaggero», sulla morte di Ray Bradbury.

“Vorrei dirle una cosa adesso, una cosa che la gente non capisce. Io ricordo il parto di mia madre. Intendo quando sono nato. Ricordo quando ero nell’utero. Mi crede?” Aveva ottantotto anni, Ray Bradbury, quando lo intervistai. Ci mise un po’ prima di arrivare alla questione che riteneva più importante: la memoria prodigiosa a cui si stentava a credere. “Lo so che è rarissimo” mi disse “Ma sa, ho scoperto di essere nato a dieci mesi e non nove. Pare che questo faccia una grande differenza. Del resto, io ho memoria di molte altre cose fin dall’inizio. Per esempio ricordo di aver visto Il Gobbo di Notre Dame quando avevo tre anni. E anzi fu in quel momento che decisi di scrivere, benché poi abbia cominciato più tardi”. Di aneddoti, Bradbury ne raccontava in quantità. Era generoso. Non si risparmiava. Ripeteva “sono la totale memoria di tutto quello che ho amato” e sosteneva di aver amato moltissimo.

Non parlava più troppo dei libri che lo avevano reso famoso, probabilmente perché era convinto che ormai non fosse più necessario. Si divertiva se gli si chiedeva ancora dei racconti che aveva scritto dai dodici anni in poi, fino a quello intitolato “Pendulum” che gli valse i primi 15 dollari. Era il 1941, aveva ventun anni e ebbe la conferma che ciò in cui credeva fin da bambino si sarebbe realizzato. Solo altri nove anni e arrivò anche il successo. Incontrò Isherwood in una libreria di Los Angeles e gli mise in mano i ventotto racconti di Cronache Marziane. La recensione dello scrittore inglese gli aprì le porte di una straordinaria carriera che si confermò subito con quello che è unanimemente considerato il suo capolavoro: Fahreneit 451, un romanzo distopico, il racconto di una società futura in cui i libri sono banditi e uno speciale corpo di vigili del fuoco si occupa di bruciarli (451 gradi è appunto la temperatura di combustione della carta). La storia – un’elogio della lettura più che un’accusa alla censura – sarebbe diventata un film diretto da Truffaut nel 1966, ma nel frattempo il nome di Bradbury era diventato sinonimo di “fantascienza”.

La cosa non gli andò mai giù. Disse innumerevoli volte che il suo unico libro fantascientifico era Fahreneit 451 mentre gli altri suoi lavori erano semmai ascrivibili al genere “fantasy”. Volle ripetere il concetto anche a me, raccontandomi un aneddoto. “Avevo trent’anni, da poco era uscito Cronache Marziane e fui invitato da Aldous Huxley per un tè. A un certo punto, lui si alza in piedi e mi fa: “Mister Bradbury, lei è un poeta e non uno scrittore di fantascienza. Lei è uno scrittore di metafore e poesia”. Ecco. Huxley l’aveva capito subito. Quello che io scrivo sono metafore. Sono uno scrittore di metafore”. Tutto questo lo raccontava con la tranquillità che era tra i suoi caratteri peculiari insieme a una sorta di anticonformismo in cui si annidava la sua natura di eccentrico. Non aveva la patente, non amava i cellulari, trovava poco affascinante internet e sosteneva che stesse rovinando i rapporti interpersonali. Soprattutto aveva in odio l’intelletto, o meglio: credeva che il primato dell’intelletto sull’irrazionale fosse premessa di sventure e che nessuno, seguendo l’intelletto, si sarebbe mai innamorato, avrebbe mai avuto amici, si sarebbe mai lanciato in vere imprese. “Sono settant’anni che tengo un biglietto sulla mia macchina da scrivere. C’è scritto: “Non pensare! Agisci”. Così, ogni mattina mi siedo alla scrivania e le cose vengono fuori da sé”.

Sosteneva che solo il suo subconscio avrebbe potuto dare conto delle storie che scriveva. Il romanzo che era appena uscito in Italia, per esempio, aveva dovuto aspettare cinquant’anni e lui non sapeva perché. Intitolato Addio all’estate, era la prosecuzione ideale di Dandelion Wine, del ‘57. Con il tocco lieve che gli era caratteristico, Bradbury metteva in scena una guerra tra adolescenti e vecchi, con i vecchi che erano gli unici a poter rispondere davvero alle domande degli adolescenti. Spiegò: “Fin da bambino ascoltavo in silenzio i vecchi. Sapevo di poter imparare soltanto da loro”. Forse adesso pensava che fosse venuto il suo turno e per questo era tanto felice di raccontare, anche agli sconosciuti, nonostante la fama e gli infiniti riconoscimenti. O forse non aveva più alcun timore del tempo. “Il tempo puoi odiarlo” disse “e allora devi tenerti occupato e correre attorno al centro di esso per non dargli attenzione. Ora so che il tempo è nemico ma non voglio più combatterlo. Continuerò a esistere nel suo centro”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
2 Commenti a “Addio, Ray”
  1. Cristò scrive:

    Segnalo un bel racconto di Daniele Di Maglie (cantautore e scrittore tarantino) dedicato al Bradbury di L’estate incantata e Addio all’estate, appena pubblicato sul sito “racconto postmoderno”.
    http://www.raccontopostmoderno.com/2012/06/domenica-passioni-perse/

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