adel taarabt

Leone dell’Atlante

Questo pezzo è uscito su Studio.

Prologo

I Leoni dell’Atlante, si fanno chiamare. Eppure, durante l’ultima partecipazione alla Coppa d’Africa, 15 dei 23 “leoni” marocchini, alle pendici dell’Atlante, non ci sono nemmeno nati e cresciuti. È il riflusso post-coloniale che il mondo calcistico sperimenta negli ultimi anni, quando sempre più giocatori scelgono di indossare maglia e colori della nazione in cui affondano radici, ma non in quella in cui sono concretamente venuti al mondo. Come nati in cattività eppure aspiranti alla libertà di una terra promessa, la spina dorsale verde e innevata che si alza fino a quattromila metri dalle pianure del Sahara occidentale.

“Leoni dell’Atlante”: non è un modo di dire, un epiteto artificiale per esaltare il coraggio in campo di una squadra nata nel 1957 e mai davvero vittoriosa, in continente e fuori (eccezion fatta per lo storico passaggio agli ottavi di finale del 1986, prima rappresentativa africana a riuscirci). Di leoni, su quell’Atlante che è la più grande catena montuosa dell’Africa settentrionale e del Mediterraneo tutto, ce n’erano eccome.

Il leone dell’Atlante o leone berbero (Panthera leo leo, L. 1758) è una sottospecie di leone (Panthera leo), originaria del Nordafrica ed attualmente estinta in natura. L’ultimo esemplare selvatico, di cui si abbia notizia, fu abbattuto nel 1942 in Marocco, presso il passo montano di Tizi-N’Tichka, nell’Atlante marocchino. Si ritiene possibile che alcuni esemplari, di vario grado di ibridazione, sopravvivano ancora in cattività come nel caso dei leoni dello zoo di Témara, una città marocchina nelle vicinanze di Rabat. Sulla base di questa ipotesi sono stati creati progetti quali il North African Barbary Lion and the Atlas Lion Project (varato nel 1978) che studiano la possibilità di reintroduzione del leone berbero in natura tramite riproduzione selettiva degli esemplari in cattività.

Da quattordici anni fuori dai campionati del Mondo (ultima presenza nel 1998), i Leoni calcistici hanno abdicato al ruolo di regnanti del pallone d’Africa, stretti tra una mancanza di veri talenti (gli ultimi furono le stelle proprio di quel Francia ’98 conclusosi sì con l’eliminazione, ma anche con la storica vittoria per 3-0 sulla Scozia: Chippo e Hadji) e una scarsa coesione che ha portato nazionali meno dotate tecnicamente (un nome su tutti: Egitto) a risultati decisamente migliori.

Nelle ultime quattro occasioni la marcia nella sola Coppa d’Africa è stata esemplificativa: Egitto 2006, fuori al primo turno; Ghana 2008, fuori al primo turno; Angola 2010, non qualificati; Gabon/Guinea 2012, fuori al primo turno. C’è però un uomo, nemmeno troppo imberbe, che può cambiare il corso della storia dei Leoni dell’Atlante. Venuto al mondo in Marocco, cresciuto in un sobborgo di Marsiglia, trapiantato con grandi promesse e tappeti rossi a Londra (prima sponda Tottenham, poi Queens Park Rangers). Si era perso, si era ritrovato; doveva fallire, doveva dimostrare il suo valore; doveva andarsene, poi restare, poi spaccare il mondo o la faccia a tifosi, allenatori, compagni. Il talento, quello si è visto fin da subito. Ma non è stata una carriera lineare, finora, quella di Adel Taarabt.

Svolgimento

Il leone dell’Atlante era per dimensioni la sottospecie più grande dopo il leone delle caverne e quello americano, diffusi, rispettivamente in Eurasia e in America, durante il Pleistocene. I maschi avevano un peso compreso tra i 180 e i 280 kilogrammi; le femmine tra i 100 e 180 kg; dimensioni comparabili con la tigre siberiana. Il tratto distintivo caratteristico dei maschi era la folta criniera di colore nero che si estendeva sul petto con una forma simile a quella del leone asiatico, la sottospecie più prossima al leone dell’Atlante. La criniera scura contrastava fortemente con il resto del mantello, molto più corto e di colore chiaro.

Nato a Fes, si trasferisce con la famiglia a Berre-l’Étang a nove mesi, prima di essere arruolato, a dodici anni, dal Lens, agli antipodi geografici francesi, un tiro di rigore da Calais, stretto della Manica. Due presenze nei giallorossi e arriva la chiamata del Tottenham, che la spunta su Chelsea e Arsenal. Lo vuole Daniel Comolli, exeuropean scout dei Gunners in procinto di trasferirsi agli Spurs in qualità didirector of football. Il primo contatto di Taarabt con l’Inghilterra avviene proprio grazie a Comolli, che lo segnala a Wenger. Con la colonia francofona di Londra, Comolli aveva costruito le sue fortune: è grazie a lui che l’Arsenal conosce Kolo Touré, Gael Clichy, Emmanuel Eboué. Ma il diciassettenne Taarabt vuole seguire l’uomo che ha per primo creduto in lui, e non il team, e finisce a north London, versante Tottenham. Ad accoglierlo, in panchina, c’è l’olandese Martin Jol. È il gennaio 2007.

Taarabt ha giocato soltanto una partita con il Lens, ma Jol, al Tottenham, lo aggrega alla prima squadra. E al battesimo di Premier, battesimo caldo, indimenticabile, di quelli che ti marchiano a fuoco e che, per dirla con con una retorica stantia, “qualcosa vorrà pur dire”, entrato al minuto 87, contribuisce a ribaltare un derby storico con il West Ham, finito 4-3 per gli Spurs, che sotto di due goal fino all’89°, pareggiano con un calcio di punizione di Berbatov e chiudono la rimonta con un goal di Stalteri al 96°. Quella punizione se la procura Adel Taarabt, e Martin Jol, successivamente, ebbe a dire che «Taarabt saved our neck».

L’olandese dura però ancora poco sulla panchina londinese, giusto in tempo per innamorarsi, definitivamente, del diciottenne marocchino. Lo sostituisce Juande Ramos, vincitore della Coppa Uefa con il Siviglia, uno che dal 1990 ha già cambiato dodici panchine. Se Jol aveva perso la testa per quel ragazzino che in allenamento teneva la palla «non per secondi, ma per interi minuti», Ramos proprio non lo vede: soltanto sei presenze, tutte da sostituto, e 140 minuti giocati. Jol, nel frattempo passato all’Amburgo e all’Ajax, come un cuore infranto da bildungsroman tenta in tutti i modi di riprendersi Adel, il suo colpo di fulmine, ma il Tottenham vuole troppi soldi. Lo confesserà, Jol, soltanto nel 2011, quando Taarabt sarà la stella del Qpr di cui tutta l’Inghilterra parla.

Fortunatamente per Taarabt e per gli Hotspurs, Ramos dura soltanto un anno a Londra. Al suo posto arriva Harry Redknapp, che lo reintegra in prima squadra, ma a marzo il ragazzo va in prestito al Queens Park Ranger, in Championship. È qui che Adel Taarabt diventa Adel Taarabt. Ma non alla prima stagione: un infortunio lo costringe a giocare poco, e il prestito viene prolungato per la successiva. 41 partite e 7 goal convincono i Rangers a comprare l’intero cartellino, e la stagione 2010/11, l’ultima di Taarabt e del club in Championship, è quella dell’esplosione. Il calcio si accorge di lui, e lui si accorge dei riflettori. Nasce Taarabt, il casinista. Taarabt, il talento. Taarabt, il provocatore. Taarabt, il cretino. Taarabt, il fenomeno.

Ottobre 2010: «L’Inghilterra non fa per me, credo che La Liga sia il miglior campionato. Non mi piace come giocano in Inghilterra, a me piace giocare a calcio. Guardo a squadre come Bolton, Stoke o Wolverhampton e penso: non c’è niente per me. Odio questo modo di giocare». Sono le prime bizze di Taarabt, la primadonna. Le prime dichiarazioni di disamore per il calcio inglese, per le squadre “palla lunga e pedalare”, per il gioco definito “non-gioco”. Neil Warnock, manager al Qpr, lo sa bene. Taarabt, il presuntuoso, aggiunge: «Spero di giocare per una delle migliori quattro spagnole, la prossima stagione. Real Madrid, Barcellona, Valencia o Siviglia. Ho contatti con ottime squadre e so cosa vogliono da me». Ma il ragazzo, contatti o non contatti, continua la stagione a Londra.

Si ritiene (Yamaguchi e Haddane, 2002; Preservation Station, 2005) che lo stile di predazione fosse simile a quello degli altri felidi (ovvero per strangolamento dopo aver preso tra le fauci il collo della vittima), sebbene il suo habitat naturale lo rendesse più portato a cacciare da solo o in gruppi molto ristretti. Tra le prede abituali vi erano la capra berbera, il cervo comune, l’asino selvatico africano, il cinghiale e diverse specie di antilopi come Gazella cuvieri. Per catturare questi animali il leone dell’Atlante doveva competere con l’orso dell’Atlante e il leopardo berbero che sono ugualmente scomparsi o in via di estinzione dall’Africa settentrionale (Preservation Station, 2005).

Youtube, termometro calcistico sui generis, viene invaso dai video di Adel. Lui, d’altronde, è il protagonista perfetto per questo tipo di clip: pochi (pochissimi) passaggi, pochi tiri (e non tutti a segno), e molti (troppi, per i detrattori) dribbling, doppi passi, arroganti finte da fermo, elastici, e tutto il vocabolario di gesti tecnici degli ultimi dieci anni. C’è però anche dell’oro sotto il fumo da illusionista: in 44 partite di Championship, Taarabt realizza 19 goal e altrettanti assist. Viene nominato miglior giocatore del campionato e miglior giocatore arabo. Gli chiedono come ci si sente a essere un giocatore unico al mondo. Lui dice: «Non sono unico al mondo, ci sono Cristiano Ronaldo, Messi. Ma al Qpr sì, sono unico, nessuno gioca come me».

Arriva la promozione: Taarabt, come raramente accade per un ragazzo di ventuno anni, con uno score complessivo da prima punta, viene osannato dall’intera Inghilterra calcistica, fin nei piani più alti. In Premier, come da copione, la squadra inizia però in salita. Basta poco a far capire ad Adel che il suo futuro potrebbe essere altrove, in campi più ricchi e dorati di Loftus Road. Basta poco perché il ragazzo che non parlava una parola di inglese e diceva, ai tempi del Tottenham, «in Francia i giocatori sono silenziosi, qui in Inghilterra parlano in continuazione, i compagni mi urlano cose, credo mi insultino», da timida promessa si trasformi in leone. Bad boy nei novanta minuti, ma non dopo: musulmano praticante, Taarabt non si è mai fatto contagiare dalla vita off the pitch londinese.

Ci si mette, a complicare la vita londinese di Taarabt, anche Joey Barton, che arriva nel 2011 dal Newcastle e viene (inspiegabilmente) insignito del ruolo di capitano che era stato del marocchino. Una manciata di giorni dal suo arrivo, dice che Taarabt deve lavorare di più, capire di essere al massimo livello del calcio mondiale. Dice che gli avevano detto che era un genio. Dice che lui deve ancora vederlo, questo genio. A fine stagione i Queens Park Rangers si salveranno, nonostante la sconfitta con il Manchester City all’ultima giornata, con Barton protagonista di una nuova puntata di follia contro Kompany, Tevez e Aguero, e Taarabt è chiaro: o mandate via Barton, o me ne vado io. Detto, fatto: l’inglese più squalificato della storia si accomoda al Marsiglia.

Il leone ruggisce in campo, con gli avversari, ma pure ruggisce con Neil Warnock, e ai microfoni degli intervistatori – con un inglese ancora stentato. Alterna elogi («Neil è il primo allenatore che sappia davvero come trattarmi. È come un padre. A volte sbaglio qualcosa in campo, e lui dice agli altri giocatori “non urlate con lui. Se qualcuno deve parlargli quello sono io”») a poco velate minacce e aspirazioni, quando un interessamento del Paris Saint Germain si fa più concreto di un semplice pettegolezzo: «I funzionari qatari mi hanno detto, “Fai altri sei mesi alla grande e a gennaio torniamo”. Ma non mi faccio troppe illusioni, so di non essere una priorità per Leonardo. Parigi mi fa sognare, ma ci sono soltanto quattro big match, contro Marsiglia, Lione, Lille e forse Rennes. Con tutto il rispetto, giocare contro  l’Evian o il Digione non sarebbe molto eccitante». Warnock, che del suo capitano aveva detto «mi ha regalato i migliori momenti della mia carriera da allenatore», si dimostra inflessibile: «Per venti milioni di sterline, a Parigi lo porterei in macchina. Non si riuscirà mai a cambiare Adel». Il due gennaio 2012, comunque, Warnock sarà esonerato. Aveva riportato i Qpr in Premier League dopo 15 anni di assenza.

Per tutto il periodo romano, il leone nord-africano veniva importato in migliaia di esemplari all’anno e utilizzato estensivamente nei combattimenti circensi contro altre fiere, gladiatori e prigionieri. Il suo possesso divenne un simbolo di potere, al punto che Giulio Cesare arrivò ad possederne seicento, e il suo avversario Pompeo, quattrocento.

La stagione, come detto, finisce rocambolescamente bene per i Rangers, ma straordinariamente male inizia quella successiva, 2012/13. Mark Hughes perde il posto, e torna a Londra, dopo aver lasciato la panchina del Tottenham e aver dovuto salutare quel ventenne gracile e arrogante, Harry Redknapp. Il Qpr si risolleva, con due vittorie nelle prime otto partite, di cui una a Stamford Bridge contro il Chelsea campione d’Europa.

Taarabt, in quella partita schierato come prima punta, offre l’assist a Wright Phillips ed è protagonista di una grande prestazione (con tanto di titolo di Man of the Match). Precedentemente, aveva segnato una doppietta contro il Fulham. Redknapp ha ritrovato il talento che aveva soltanto visto tre anni prima, ora maturato, e i due si trovano alla grande. Dice di lui ‘Arry il cockney, abituato a trattare con giocatori molto poco docili: «Adel è come Paolo [Di Canio], un giocatore fantastico, uno dei più grandi di sempre al West Ham. Paolo era difficile da gestire, ma era un genio, poteva vincere una partita da solo. E Adel è uguale».

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Davide Coppo, milanista, è redattore di Studio. A volte scrive anche altrove, su web o carta stampata.
Commenti
Un commento a “Leone dell’Atlante”
  1. Alessio scrive:

    Taarabt non è stato convocato per la Coppa d’Africa per motivi disciplinari.

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