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“Adorazione”, il racconto corale di Alice Urciuolo

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Tutto accade in provincia, da sempre e, viene da pensare, per sempre. Nella provincia italiana, nei paesini a ridosso di piccole città, non troppo distanti ma lontanissimi dai capoluoghi, dalle capitali, dai posti in cui (apparentemente) succedono le cose. A Milano, a Roma, a Napoli, a Torino, lì bisogna andare a vivere perché ci sono le opportunità, perché il mondo va veloce e in città ancora di più.

Eppure da anni, i fatti di cronaca, il cinema, la letteratura ci raccontano e insegnano che guardando le piccole comunità, osservando come si muovono e comportano i nuclei fatti di poche persone, come scatenino un evento o come reagiscono a un altro capitato (o scatenato da) a un conoscente. Tutto si misura con la parola distanza. Quanto dista la fermata del bus o della corriera da casa? Quanto dista il campetto, quanto la chiesa, quanto il bar quello bello? Quanto dista il liceo? Quanto dista la stazione e quanto tempo impiega il treno per arrivare alla grande città? E poi, cosa sanno i vecchi, quali segreti nascondono, chi ha visto, chi si è appartato, chi si è nascosto, chi si è troppo mostrato, tutti sanno tutto, la ragazzina additata, il solitario, il matto, l’ubriacone, quello di compagnia, il belloccio, lo stronzo, la più bella del paese, amori antichi mai veramente sepolti, amori nuovi confusi che sbocciano, sesso per amore, per curiosità, per conoscenza, per indifferenza, per crescita, per vantarsi, per capirsi. Cosa è cambiato dal dopoguerra a oggi?

Il pettegolezzo invece di viaggiare di bocca in bocca viaggia su whatsapp; gli appostamenti si fanno su Instagram e là – in Direct – si ricevono pure le lettere d’amore. In provincia molto si nasce, qualche volta ancora troppo giovani si muore. Alice Urciuolo, queste cose le sa e le ha rielaborate nel suo primo romanzo Adorazione (66thand2nd, 2020). Un’opera prima corale, bella e molto curata in ogni dettaglio. Un romanzo che parte degli adolescenti, dalle loro gioie e dai loro dolori, per raccontare una comunità.

A lei Elena mancava come il primo giorno, e se pensava al futuro vedeva tutto nero, come se non ci fosse più una via d’uscita. L’estate che aveva davanti la spaventava a morte.

Siamo a Pontinia in provincia di Latina, paese di fondazione fascista. Fascismo che è presente in questa storia perché resiste in questi luoghi, nelle teste delle persone, nelle scritte sui muri che inneggiano a Mussolini. A Pontinia comincia l’estate per un gruppo di ragazzi, amici da sempre e in trasformazione fisica, intellettuale e sentimentale. Come tutte le ragazze e i ragazzi dell’età che va dai sedici ai venti non si accorgono della mutazione, né del tempo che sta già correndo veloce. Mentre cercano un modo di stare al mondo, il mondo s’impenna come le onde alte e l’attimo dopo svanisce.

Diana, Vera, Vanessa, Teresa, Giorgio, Christian, Gianmarco, questi sono i protagonisti, poi c’è Elena morta l’anno prima per mano di Enrico il suo fidanzato. I co-protagonisti sono i genitori – come sono e come sono stati –, poi Jacopo, Marco, Giulio, Arianna, che irrompono come agenti esterni nella trama, ma incidono chi in superficie chi sottopelle. Scardinano.

Possibile che non ci fossero sfumature, che esistessero solo la sopraffazione e la violenza, come con Rocco o Enrico, o la protezione oltre ogni soglia ragionevole, protezione che alla fine era un’altra forma di sopraffazione, come con Francesco o Gianmarco? Lei non voleva nessuna delle due cose.

Sembrerebbe una normale estate. Vera e Diana inseparabili, stanno crescendo, lottano tra amore e desiderio, tra sfrontatezza e paura. Vanessa e Gianmarco che stanno insieme da quasi sempre, eppure sembrano così distanti. Vanessa è bellissima ma dietro quella bellezza si nasconde una stanchezza profonda, un dolore che è come una crepa sul cuore, che arriva dalla morte di Elena – che era la sua amica più cara – e dal fatto di non capire bene né chi sia né cosa si aspetti da se stessa. Giorgio che ha il cuore buono, che pensa di sapere fare le cose giuste, che vuole prendersi cura delle persone, fa non sa il modo corretto. Giorgio che scoprirà che la violenza si nasconde in ciascuno di noi. E poi gli altri.

In quella che dovrebbe essere una normale estate, passata spensieratamente tra Pontinia, la campagna, Sabaudia e il mare, qualche puntata a Latina o a Roma, succede di tutto o quasi. Urciuolo mostra tutta la cupezza che c’è nei ragazzi, lo fa sul serio, mette in lucei  tormenti, i timori, insieme alle numerose ipocrisie, alle tradizioni, alle pressioni familiari. La morte di Elena li ha segnati, chi più o meno, e li ha condizionati. Elena però è anche una tragedia accaduta lateralmente, le vite intanto corrono, nessuno di questi ragazzi riesce a stare fermo, non può.

Quello che non disse era che in realtà aveva anche paura: le pareva che non stesse lasciando solo Gianmarco, ma tantissime altre cose, e non si sentiva ancora pronta a perderle tutte.

Leggendo il romanzo si sta sempre vigili come quando si legge un noir, anche se non lo è. È come se nell’Agro Pontino fosse convogliata tutta la tensione del mondo.

Alice Urciolo è stata bravissima a costruire così tante voci in perfetto equilibrio, a fa tornare i conti, a entrare nelle teste degli adolescenti ma anche in quelle degli adulti. Ha tenuto conto di ogni cosa dalla timidezza alla sfrontatezza, ha concesso dolcezza senza rinunciare alla cattiveria. Ha scritto un bel romanzo.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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