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Afghani, respinti due volte

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Kabul. «Dalla Turchia abbiamo tentato due volte di attraversare il confine con la Grecia, cinque con la Bulgaria. Alla fine abbiamo rinunciato. Ora rieccoci a casa». Abdul Hakim Mengal ha 19 anni. É nato e cresciuto a Kabul. Sguardo furbo e parlantina veloce, non si allontana mai dal miglior amico, Asatullah Ahmadi. Insieme hanno tentato di raggiungere l’Europa. Senza successo. «Fino a Teheran è filato tutto liscio», spiega Abdul. Un visto regolare, tremila dollari a testa pagati agli intermediari per il viaggio in aereo per Mashad e in treno fino alla capitale iraniana. «Ma da lì in poi le cose si sono fatte complicate». Asatullah e Abdul raccontano di un itinerario diventato comune.

«Nel 2015, circa duecentomila afghani hanno lasciato il paese per l’Europa. Il numero poi è sceso, a causa della chiusura della rotta balcanica, ma nei primi sei mesi del 2016 già si registrano 40.000 partenze», spiega al Venerdì Abdul Ghafoor, direttore dell’Afghanistan Migrants Advice and Support Organization (Amaso).

Abdul Ghafoor ha una storia particolare. Offre consulenza agli afghani che intendono lasciare il paese, o che sono stati costretti a tornare in patria. Lo fa sulla base dell’esperienza personale: «sono stato un richiedente asilo in Norvegia. Dopo due anni e mezzo di attesa, nel 2013 la mia richiesta è stata respinta. Ho dovuto lasciare il paese in 15 giorni. Ancora non ne conosco le ragioni».  Fa parte di una comunità informale sempre più numerosa: i respinti. Tutti quegli afghani che hanno trovato le porte dell’Europa chiuse. Qualcuno è stato rimpatriato a forza. Qualcuno lo ha fatto volontariamente. Come i due giovani amici inseparabili. «Da Teheran abbiamo raggiunto Van, in Turchia, poi Istanbul e infine Smirne». «Dopo aver pagato altri 4.700 dollari», si sono imbarcati per la Grecia. «Eravamo quasi arrivati. Vedevamo la costa. Ma la polizia greca ci ha intercettati e rispediti indietro».

Dopo un secondo tentativo via mare fallito, Asatullah e Abdul hanno provato ad attraversare il confine tra la Turchia e la Bulgaria. «Diciotto ore di cammino in mezzo ai boschi. Per cinque volte la polizia bulgara ci ha arrestato, messi su un’automobile e mandati indietro, dopo averci derubato». Delusi e senza soldi, si sono presentati alla loro ambasciata a Istanbul, chiedendo di essere rimpatriati. «Siamo tornati a casa in aereo, dopo cinque mesi di viaggio».

Deportati, respinti, rimpatriati forzatamente o a titolo volontario. Qui a Kabul, quasi non c’è famiglia che non includa qualcuno a cui sia stata negata la possibilità di costruirsi una vita altrove. «Nel 2013-14, ci sono stati più di novecentomila deportati, perlopiù dall’Iran e dal Pakistan. Nel 2015, trecentomila», spiega Abdul Ghafoor. La diminuzione andrebbe attribuita alle resistenze del ministro afghano per i Rifugiati e i rimpatriati. Il suo ufficio si trova alla fine di una stradina polverosa alle spalle di Bagh-e-Babur, gli splendidi giardini fatti costruire dall’omonimo sovrano moghul all’inizio del 16esimo secolo. La strada costeggia una delle colline di questa città caotica e inquinata da quattro milioni di abitanti. In alto, abbarbicate sul fianco della collina, basse casette di paglia e fango, senza luce ed elettricità.

In basso, al di là della strada, il ministero. Qui la luce c’è, ma manca tutto il resto, dai computer alle stampanti: «Abbiamo un compito fondamentale, ma non abbiamo risorse» lamenta il responsabile per le relazioni internazionali mentre ci introduce il ministro. Barba corta ben curata, due anelli per mano, Sayed Hussain Alimi Balkhi è prudente, ma va dritto al punto. «Con l’Iran e il Pakistan» – dove si stima vivano almeno 3 milioni di rifugiati afghani – «cerchiamo di trovare una soluzione ragionevole sui rimpatri. Con l’Europa è più difficile».

Tra l’Afghanistan e i 28 paesi membri dell’Unione europea da mesi si gioca infatti una partita importante. Fatta di negoziati estenuanti, memorandum di intesa. E colpi bassi. «Ci dicono che se il numero degli afghani in Europa rimane così alto, dovranno tagliare gli aiuti allo sviluppo, essenziali per il paese». Una forma di ricatto, pensano in molti qui a Kabul. A cui il ministro cerca di resistere con argomenti razionali: «Sostengono che l’Afghanistan sia un paese sicuro. E che quindi gli afghani possano tornare a casa. Io cerco di spiegar loro che non è così». I dati sono dalla sua parte. Secondo l’ultimo rapporto della missione delle Nazioni Unite a Kabul, nei primi 6 mesi del 2016 il numero delle vittime civili sarebbe il più alto dal 2009.

A dispetto di tutto questo, l’Unione europea continua a esercitare pressioni. «Finora abbiamo stipulato memorandum di intesa sui rimpatri con Francia, Danimarca, Regno Unito, Norvegia, Svizzera, Olanda, e ne stiamo negoziando altri, incluso uno con l’Unione europea», nota il ministro. Che ricorda come in questi primi mesi del 2016 ci siano già stati 3.000 rimpatri volontari dall’Europa. Dei rimpatri forzati, il ministro parla malvolentieri. «Sono stati 288 lo scorso anno», ammette con amarezza. Rappresentano un fallimento del suo ministero, «e una negazione delle convenzioni internazionali». Non è facile, resistere alle pressioni degli europei, nota il direttore dell’Afghanistan Migrants Advice and Support Organization (Amaso). «Offrono soldi, oppure minacciano di tagliare i fondi».

Quanto ai rimpatri volontari, ormai è pratica comune. «C’è stato un cambiamento fondamentale, specie nei paesi del Nord Europa. La Svezia ha adottato politiche di accoglienza più restrittive. E organizza regolarmente voli per i rimpatri degli afghani. La Norvegia ogni settimana impiega voli commerciali per i rimpatri. Il Regno Unito i voli charter, da 40-50 posti. La Finlandia ha cominciato a fare lo stesso, così come la Germania». Ai funzionari del ministero, il compito di verificare che le procedure siano rispettate. «All’aeroporto, a volte ci si accorge che i diritti dei richiedenti asilo non sono stati rispettati. Qualcuno, rispedito in Afghanistan, viene mandato indietro in Europa». Respinto due volte.

Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22. Scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il manifesto, pagina99, Lo Straniero, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino alla fine del 2016 ha pubblicato Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.
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